Visto da lontano, Adam Green potrebbe destare sospetti, con quella sua iperprolificità che lo ha portato a sfornare sei album prima dei trent’anni – senza stare a contare i lavori con i Moldy Peaches. L’ascolto di questo disco però fa immediatamente cambiare idea: quattordici canzoni in poco più di mezzora che paiono riassumere una bella fetta di storia del cantautorato (più o meno rock) a stelle e strisce.
Il primo nome a venire in mente, per atmosfera generale e anche per l’immagine di copertina, è Lou Reed, ma le ispirazioni sono millanta e comunque trattate con buona personalità. Oltre a suonare tutti gli strumenti, Green canta con bella voce da crooner alternando le atmosfere più intimiste o magari oscure a momenti più spensierati o grintosi.
E’ veramente difficile citare un brano piuttosto che un altro. Da una parte ci sono le ballate, come quelle che aprono – ‘Breaking locks’ – e chiudono il lavoro – ‘You blacken my stay’ – ma anche il tocco noir di ‘Boss inside’, che qualche debito con Leonard Cohen ce l’ha; dall’altra, l’accattivante incedere pop di ‘Give them a token’ e ‘What makes him act so bad’, più le improvvise deviazioni come le chitarre fuzz di ‘Oh shucks’ e il Beck sotto mentite spoglie di ‘Lockout’.
Come appare chiaro, la varietà non manca mentre il livello qualitativo rimane sempre alto a testimonianza di un momento creativo felice: si tratterà anche del disco della maturità, ma a patto che non si intenda il termine come sinonimo di pensosità o – peggio – immobilità.
L’amministrazione Bush voleva ad ogni costo far la guerra all’Iraq. Nella disperata ricerca di pezze d’appoggio, gli statunitensi trovano una documentazione taroccata approntata da qualcuno al SISMI (definito più volte, e senza mezzi termini, la peggiore agenzia spionistica dell’Europa occidentale) in cui si parla di una vendita di uranio dal Niger al governo di Saddam e la sfruttano a dispetto della sua implausibilità e degli errori evidenti che contiene.
Con grande facilità, i servizi segreti degli Stati Uniti (un intrico stordente di uffici e sigle che uno non immaginerebbe mai) si piegano al volere dei referenti politici, fornendo solo le notizie che i guerrafondai vogliono sentirsi dire, e in questo sono spalleggiati dal governo britannico e dalla sua intelligence. Tutto sommato, una storia per sommi capi già conosciuta, ma fa impressione leggere come la volontà del potente di turno prevalga sul buonsenso di molti a dispetto anche del ridicolo o del discredito: la vera figura del cattivo qui la fanno il vicepresidente Cheney e il suo circolo di neo-conservatori.
Se il contenuto di questo libro è fondamentale per capire – o ricordare – come funzionano certi perversi meccanismi di potere, la forma non aiuta però il lettore. A parte la marea di sigle e di nomi che si ripetono con frequenza, anche la narrazione segue un percorso tortuoso, tornando più volte sugli stessi concetti o sugli stessi fatti fino a ripresentarli magari modificando pochi dettagli. A questo si aggiunge una lingua che risulta assai poco brillante, complice anche una traduzione che lascia molto a desiderare e infila alcuni svarioni madornali (impagabile ‘separare il grano dall’oglio’).
Infine, restano inevasi due interrogativi: perché una guerra all’Iraq (risposta facile: il petrolio) e perché e su input di chi il SISMI fabbrichi una tale patacca.
Quinto di sette figli, Emilio nasce e cresce nel difficile mondo contadino del ventennio fascista: malgrado i pochi agi, si lega profondamente al mondo della sua infanzia.
Da una parte i luoghi – Isola Serafini e il Po che la circonda, le cascine, i boschi quasi inesplorati – dall’altra le persone, che quelle cascine popolano fittamente vivendo dei frutti della terra e della pesca (almeno di quelli che non devono dare al padrone). Si fa fatica ad immaginarseli oggi, quando negli stessi posti la presenza umana si è fatta assai più rada o quasi inesistente, ma escono vivaci dalla memoria dell’autore anche se sono passati oltre sette decenni: il lettore si lascia volentieri trasportare in un universo che pare lontanissimo eppure riguarda solo l’altroieri.
Il faticoso idillio, già incrinato dalla guerra, si spezza ai diciott’anni di Emilio che, renitente a Salò, prima si nasconde sull’Isola neanche fosse nella giungla vietnamita e poi sale in montagna e diventa Mameli. Anni difficili ed esaltanti, narrati con l’orgoglio di aver combattuto dalla parte giusta, ma senza nascondere gli errori che sono costati vite gratuitamente o i momenti duri. Indimenticabile è la piccola Anabasi da Vernasca a casa, nel gennaio del ’45, oltre quaranta chilometri a piedi nella neve alta, con poco da mangiare e le pattuglie nazifasciste in agguato.
Il ritorno al combattimento, la vittoria e il sol dell’avvenire negato nella lotta per i terreni demaniali esaurisconol’interesse narrativo dell’autore: siamo ormai giunti a tre quarti del libro. Il racconto del cursus honorum successivo (sindacato, partito, incarichi amministrativi) è quasi più un puntiglio del curatore: il vero Emilio torna, abbandonando però la struttura a brevi flash che l’ha fin lì contraddistinto, con il sogno finale – forse ingenuo ma contraddistinto dalla verve e dall’umorismo sottile che pervade tutto il libro.
Libro che, anche grazie alle moltissime illustrazioni e a una precisa e indispensabile appendice etno-militar-geografica, si rivela interessante e coinvolgente – per il lettore piacentino e bassaiolo sicuramente, ma anche per chi non è coinvolto emotivamente con i luoghi e/o i tempi narrati.
La cupola è solo un pretesto.
Come si forma, perché c’è, in che modo toglierla di mezzo: tutti argomenti che a King paiono importare meno del solito, tanto che spesso sembra dimenticarsela e nel finale la liquida in quattro e quattr’otto – non il solito tallone d’Achille di una conclusione mediocre, ma pagine (poche) in cui si percepisce il disinteresse dello scrittore. La cui attenzione è puntata su ben altro, come la tematica ecologista e l’osservazione di un microcosmo sociale. La prima resta sottotraccia ma è evidente nella struttura stessa della storia che viene raccontata, l’altra descrive l’involuzione di una piccola comunità in pericolo, pronta a legarsi mani e piedi a chi si dimostra più deciso e più forte facendo rispuntare lo spirito del branco.
Bene, se il tema è questo, com’è lo svolgimento? Irregolare: la scrittura di King porta comunque a voltare compulsivamente le oltre mille pagine, di momenti belli ce ne sono – più all’inizio che altrove -ma qua e là fanno capolino alcune lungaggini che allentano la tensione narrativa. Ad esse si aggiungono le forti somiglianze con ‘L’ombra dello scorpione’, che si possono ritrovare nella formazione delle squadre dei buoni e dei cattivi come nel fragoroso sottofinale (‘Cibolaaaa…’): l’autore dice di aver pensato alla cupola e di averne scritto il primo capitolo a metà degli anni settanta, proprio quando prendeva forma il primo romanzo voluminoso della sua produzione.
L’autore del Maine ci sa fare con le narrazioni corali, come testimonia l’insuperato ‘It’, ma questa volta il buco nella ciambella non è riuscito proprio rotondo, segnando un passo indietro rispetto al precedente ‘Duma Key’. Ciò non toglie che l’intrattenimento sia assicurato e il puro piacere della lettura sempre presente.
Cortile della Rocca Mandelli, Caorso, 28 maggio 2010.
Dana Fuchs (pronounced déina fiucs), chi era costei? Internet mi evita di star lì a ruminare e contribuisce all’autoassoluzione. Si può anche essere appassionati, ma non è così scontata la conoscenza di una cantante che ha fatto un disco solo in studio, sette anni fa, e poi si è dedicata all’attività dal vivo, al cinema (‘Across the universe’) e al musical (‘Live Janis’). E, visto che l’abbiamo evocata, parliamo subito dei paragoni con la Joplin, che viene tirata in ballo per ogni artista donna statunitense e bianca dotata di una gran voce. In questo caso il paragone regge, e la differenza che più colpisce sta nell’avvenenza fisica: i lunghi boccoli biondi e lo statuario fisico della Fuchs non ricordano di certo il brutto anatroccolo (ma anche il cigno, ascoltate ‘Pearl’ come compito a casa) del rock.
Comunque, conosciuto o sconosciuto che sia il nome in cartellone, il pubblico è accorso numeroso, con un’età media non certo bassa: potendo ragionevolmente escludere che Caorso sia un’enclave di cultori di rock-blues in salsa sudista, i confronti con le presenze alle manifestazioni monticellesi è doloroso (anche se il fatto che il concerto sia gratis aiuta).
Finite le precisazioni, possiamo tornare alla musica con una confessione: se l’esibizione si fosse mantenuta sui livelli dei primi tre brani, ci sarebbe stato da cascare in ginocchio sui sassi del cortile della Rocca di Caorso innalzando lodi al dio del rock’n’roll. Continue reading The Dana Fuchs Band
Mentre dalle casse uscivano le cupe note dell’iniziale ‘Coward’, mia figlia, che passava di lì, si è fermata un attimo ad ascoltare e poi ha commentato: “Che musica tragica!”.
In effetti, l’ascolto di un disco di Chesnutt non è mai un balsamo per l’anima e questo non fa eccezione: impressione che il suicidio del cantante e autore statunitense avvenuto il giorno di Natale del 2009 (‘come in un libro scritto male’…) non può fare a meno di accentuare. I toni carichi del primo brano ne sono degna introduzione, anche se è vero che la canzone non è del tutto in sintonia con il resto del programma, nata com’è per una colonna sonora e contrassegnata dal robusto intervento dei molti musicisti di casa Constellation (Silver Mt. Zion, Godspeed You eccetera) che bazzicano in questo cd. Altrove i toni sono meno enfatici: a parte la ruvida ‘Philip Gutson’, gli interventi esterni sono limitano le invasioni di campo: accompagnano con delicatezza le orecchiabili ‘Chinaberry tree’ o ‘Flirted with you all of my life’ – in cui, però, ‘you’ è la morte – e lasciano spazio al canto più lirico e intimista in sommesse ballate come ‘When the bottom fell out’ e la rievocazione dei ricordi d’infanzia di ‘Granny’.
Il segno di Chesnutt è in ogni caso ben distinguibile: il racconto dell’esistenza filtrata attraverso uno sguardo ora triste ora amaramente ironico, le sensazioni dolenti che si intravedono anche dietro le melodie più solari e la voce non bella, a volte aspra ma che riesce a toccare l’animo di chi ascolta in profondità. Rimettere il disco dall’inizio non è sempre facile, ma ogni volta si scopre che ne vale la pena.
Già romanzo è una parola grossa. Oltre metà del libro è occupato dalle cronache del Tour 2005, rimaneggiate per sostituire i nomi: essendone un accanito lettore, sono numerosi i passi che ancora ricordavo, uno per tutti la disquisizione sulla ‘Tarte Tatin’. Poi ci sono le descrizioni delle cene, con dettagli sui piatti e bevande che alla lunga annoiano, almeno il sottoscritto che non ama Montalban e di Camilleri salta regolarmente le deviazioni gastronomiche. Resta tutto attorno un’esile trama gialla che si stiracchia per tutto il libro e che, per un lungo tratto della seconda parte, si inabissa per ricomparire solo nel finale.
La conclusione non è troppo scontata, ma la aiuta forse il fatto che il lettore si è parecchio distratto, nel frattempo, ad inseguire tutti i tic scrittori dell’autore: gustose negli articoli, tali manie risultano alla fine stucchevoli. In tanta negatività, si salva solo la figura del commissario Magrite, poliziotto di stampo classico ma caratterizzato in modo non scontato.
Gianni Mura resta un grande giornalista, sportivo e non, ma scrivere romanzi gialli non è (ancora) il suo mestiere.
Libro affascinante ma non semplice, questo breve romanzo impegna il lettore più di quanto le sue ridotte dimensioni lascino immaginare.
Ambientato nel ‘600 e costruito sul rapporto tra un padrone turco e un servo italiano che si somigliano come due gocce d’acqua, il romanzo è una lunga meditazione sul tema del doppio e del confronto con/desiderio dell’altro. I due personaggi non hanno nome: dapprima è netta la divisione tra l’io narrante e il Maestro suo padrone, ma al termine niente è più sicuro e non si sa chi è chi.
Il libro è scritto con una lingua complessa, dalla sintassi sontuosa, attraverso cui viene narrata l’evoluzione delle due psicologie dei protagonisti, sia nell’interazione fra loro, sia nel rapporto con il mondo esterno, rappresentato dalla corte del Sultano. I dualismi si sprecano: scienza e superstizione, oriente ed occidente, racconto e memoria.
All’inizio, la narrazione pare un po’ lenta, ma una volta preso il ritmo il racconto conquista e raggiunge il suo apice nelle lunghe pagine dedicate alla peste e in quelle in cui il Maestro cerca disperatamente di capire come vivano e, soprattutto, cosa pensino ‘loro’, gli occidentali.
Cinque personaggi principali, almeno altrettanti coprotagonisti, uno stuolo di ruoli secondari (tutti quanti, senza distinzioni, cattiiiivi). I romanzi di Ellroy tendono al labirintico, con infinite diramazioni che si staccano dal tronco principale e poi tornano a lambirlo o a intersecarlo in maniera complessa: queste ottocentosessanta pagine non sono da meno e il lettore, se non fosse trascinato dal consueto ritmo secco e mozzafiato, potrebbe essere tentato di prendere appunti per non smarrirsi.
Alla fine, il libro risulta forse un gradino sotto ai due precedenti volumi della trilogia di ‘storia alternativa’ iniziata con ‘American tabloid’ e proseguita con ‘Sei pezzi da mille’, a causa dell’effettiva debolezza del filone narrativo di base – a ben vedere, ce ne sono almeno un paio – oppure perché l’epopea kennediana offre più stimoli, spunti e fascino rispetto agli anni di Nixon. Però in queste pagine c’è il solito Ellroy, fatto di frasi brevi e morti ammazzati, dialoghi asfissianti e consumo di stupefacenti vari (compresi quelli voodoo), alternanza di punti di vista e cambi di ritmo per un’azione che costringe a voltare compulsivamente la pagina.
Solo nel finale il ritmo si fa meno frenetico, con l’autore che, oltre tirare le fila di tutto quanto, rivolge l’attenzione alla dimensione privata per giungere a una conclusione che, sebbene non del tutto inattesa, rappresenta uno scarto rispetto ai libri precedenti. Ciò non toglie che il lettore, dopo un mese di frequentazione, rischia di dar segni di aggressività, non dormire per innumerevoli notti consecutive e magari mettersi a parlare trascinando le vocali: l’unico rimedio potrebbe parergli il metaqualone, per poter finalmente fare ‘aaaaah’…
Mi si perdoni l’abusata metafora: con questo disco – forse non a caso eponimo, o senza titolo che sia – i Wilco riportano tutto a casa. Dopo una carriera passata prima a dare nuova vita alla musica Americana e poi a dilatarne le prospettive in maniera inaspettata, Jeff Tweedy (e soci) danno alle stampe un album che, pur non rinunciando alle deviazioni (‘Bull black nova’), assume ben presto i controrni del ‘classico’. Ascoltando la sorridente spensieratezza dei brani più ritmati – a partire da quello iniziale ed eponimo (o senza titolo che sia) che offre una spalla sonica su cui piangere – oppure l’avvolgente calore di quelli lenti, magari con l’aiuto dell’organo di Garth Hudsono come in ‘Solitarire’, non si può non pensare che siano frutto, anche e soprattutto, della situazione interiore pacificata del loro autore.
Il risultato è una collezione di belle canzoni – ‘I’ll fight’ aggancia l’ascoltatore al primo arpeggio di acustica – abilmente variate e suonate benissimo, con le chitarre in evidenza e le tastiere a costruire la giusta ambientazione. Le mille influenze si fondono, si va da Tom Petty a Jackson Browne a tanti altri, con qua e là un retrogusto di E.L.O (o quanto meno di Jeff Lynne, tanto che viene in mente un altro lavoro di sintesi, seppure con qualche annetto sulle spalle, come i Traveling Wilburys).
A voler proprio cercare il pelo nell’uovo, ci si potrebbe lamentare dell’esile duetto con Feist in ‘You and I’, ma alla fine l’unico aspetto davvero criticabile del disco è la copertina: il dromedario con la crestina rosa piazzato sul terrazzo sarà anche sembrata un’idea simpatica, ma il gusto resta discutibile.