In concerto – Alberto Fortis

30 settembre 2017 – Monticelli d’Ongina, cortile di Palazzo Archieri.

Se si eccettua l’indifendibile neologismo ‘Festivaglio’, è innegabile che la fiera ottobrina di quest’anno abbia messo in mostra un’imprevista vivacità della quale la presenza di Alberto Fortis è forse la più inattesa testimonianza. La vivacità suddetta risulta pure troppa – l’assurda contemporaneità costringe a rinunciare al punk celtico delle Mosche di Velluto Grigio in Piazza della Rocca – ma il nome in ballo e il recupero del bello spazio offerto dal cortile di Palazzo Archieri costituiscono un’occasione da cogliere e infatti il pubblico accorre in discreto numero per un evento di questo tipo.
Il luogo affascina sia il cantautore, sia il Quartetto Bazzini che funge da introduzione. L’ensemble guidato dal violoncellista cremonese Fausto Solci che si affianca ai violini di Lino Megni e Daniela Sangalli nonché alla viola di Marta Pizio – tutti musicisti bresciani – accantona il consueto repertorio classico, con la parziale eccezione della mozartiana Eine Kleine Nachtmusik, per proporre un breve excursus fatto di colonne sonore, da John Williams (‘Guerre stellari’) a Nicola Piovani (‘La vita è bella’) per finire con Jóhann Jóhannsson (‘La teoria del tutto’) offrendo una quarantina di minuti ben suonati e di facile ascolto.
L’attrazione principale sale sulla scena con mirabile puntualità alle dieci di sera: sfoggiando un paio di alate scarpette da Mercurio, si siede dietro al pianoforte a coda che occupa la quasi totalità del piccolo palco per uno spettacolo solista (ma piacerebbe risentirlo con la band, come da lui stesso auspicato) che supera l’ora e mezza dosando con cura nuove composizioni e vecchi successi. A parte la scarsa efficacia del sound&vision, visto che i filmati che accompagnano molti dei brani vengono proiettati su di un malandato muro laterale, l’unico appunto che si può fare è l’eccessivo volume dedicato all’amplificazione dello strumento: alle volte la voce si perde mentre l’incedere un po’ enfatico evoca in alcuni passaggi Roy Bittan e fa temere che Fortis stia per mettersi a strillare ‘aloningiangolleeeend…’.
I titoli altrui in programma sono invece ben diversi, ovvero Little Wing e, soprattutto, One che finisce per fondersi con Settembre in cui il musicista si sforza di ricreare con la tastiera il coinvolgente souleggiare che i cori regalano all’originale. Milano E Vincenzo è seconda in scaletta, come se l’autore volesse liberarsene subito per dare importanza a canzoni a cui tiene maggiormente: mostrano diverso spessore e di conseguenza più profonde vibrazioni La Neña del Salvador, una Marylin riadattata al momento politico a stelle e strisce, Fragole Infinite a testimonianza dell’esperienza londinese (e qui ci scappa un po’ di civetteria, per la serie ‘io ho lavorato con George Martin’) e quella bellissima dedica a Milano che è Il Duomo Di Notte.
Al confronto con le vecchie cose, i pezzi ripresi dal nuovo ep uscito questa primavera paiono più legati agli schemi del cantautorato melodico all’italiana tralasciando quello sguardo obliquo che è stato a lungo cifra distintiva del Fortis di qualche lustro fa: Do l’Anima serve a rievocare gli esordi e il legame con Vecchioni, la più brillante Infinità Infinita è accompagnata dal video girato sui Floating Piers di Christo con Cino Tortorella, l’appassionata Con Te apre i bis conclusi su toni ancora più intimi con La Sedia di Lillà.

Hunger

(Hunger, Gbr 2008)

Il primo lungometraggio dell’inglese McQueen è uscito in Italia con quasi un lustro di ritardo, sull’onda del riconoscimento internazionale raggiunto con ‘Shame’ e appena prima del successo di ’12 anni schiavo’, nonché grazie alla crescente aura carismatica di Fassbender. Eppure a Cannes il film è stato adeguatamente premiato (nella sezione ‘Un certain régard’) e mette in mostra un talento genuino che sfrutta l’abilità di narrare con uno sguardo, derivatagli dal mondo pubblicitario da cui proviene, riuscendone comunque a evitare la superficialità e la ricerca del semplice effetto.
Il rischio ci sarebbe, con la messa in scena della violenza e quella dell’inedia passibili di scadere in un certo voyeurismo: invece la rappresentazione che ne scaturisce è forte, brutale e, proprio per questo, di una bellezza che lascia il segno. McQueen rievoca la morte per fame di Bobby Sands e dei suoi otto compari nel terribile carcere di Maze all’inizio degli anni Ottanta, ma, nello stesso tempo, offre una lucida disamina del potere e della sua capacità di schiacciare l’individuo.
In un’Irlanda dal cielo livido o negli squallidi ambienti della prigione, tale oppressione tende ad annientare alcune guardie, come il secondino Lohan (Stuart Graham) e i detenuti, narrati attraverso l’internamento del giovane Gerry (Liam McMahon): il rifiuto dell’autorità costituita di questi ultimi – che si esplica nel rigetto della divisa carceraria, il che li costringe a vivere riparati solo da qualche malandata coperta – è una ben debole resistenza rispetto alla ferocia di chi ne nega i più elementari diritti. L’accusa di terrorismo non può giustificarne il trattamento che, accompagnato dalle gelide parole di Margaret Thatcher, punta dritto all’umiliazione con una barbarie che parrebbe inconcepibile nel Regno Unito del tardo Ventesimo secolo: le immagini di Sean Bobbitt lasciano sovente lo spettatore a boccheggiare, preparandolo a una seconda parte che regala malessere per sottrazione anziché per accumulo.
Entra in scena Sands (Michael Fassbender) che, tra silenzi, sguardi assorti e sigarette, rende nota l’intennzione dello sciopero della fame e resiste a chiunque provi a convincerlo del contrario, dai suoi dolenti genitori (Helen Madden e Des McAleer) a padre Moran (Liam Cunningham): è proprio sul dialogo con il religioso che si incentra la mirabile cesura tra le due parti sopra accennate. McQueen gira con la macchina fissa un’unica, iconica sequenza di oltre diciassette minuti in cui i due uomini sono ripresi ne parlatorio di Maze: il religioso prova ogni sorta di argomentazione di umanità o di fede, ma va a sbattere contro un muro, come se il fumo del tabacco in cui Sands si immerge un mozzicone dopo l’altro gli servisse per respingere qualsiasi invito a essere meno tetragono riguardo alla propria decisione (‘tu lo chiami suicidio, io omicidio’).
La reazione è invece uguale e contraria, con il protagonista che persegue con sempre maggiore insistenza il proprio annullamento in scene che ne accompagnano il decadimento fisico avvolgendolo nel silenzio spezzato da pochissime frasi in aggiunta a quelle sprezzanti del Primo Ministro e da un certo numero di sparsi rumori. Fassbender ne rappresenta la parabola con un’intensità e una partecipazione che gli sono costate non poco a livello fisico (l’attore stato seguito sul set da uno staff medico) facendone non tanto un martire quanto il simbolo dell’estrema ripulsa per una situazione inumana che solo il gesto definitivo suo e dei suoi compagni ha portato davvero all’attenzione del mondo.
Regia: Steve McQueen
Con: Michael Fassbender, Liam Cunningham, Stuart Graham, Liam McMahon, Rory Mullen

Jorge Luis Borges: “Finzioni”

Finzioni Penetrare nell’universo di Borges è allo stesso tempo affascinante e complicato, benché non sia una scusante per aver atteso così tanto. La profonda cultura che lo scrittore argentino riversa nella sua scrittura richiede un supplemento di attenzione per cercare di cogliere il maggior numero si sfumature (di tutte non se ne parla neppure), ma al contempo ci si abbandona con estremo piacere alla dimensione fantastica che si va costruendo riga dopo riga.
Il libro è l’unione di due raccolte di scritti brevi uscite in precedenza riunendo lavori pubblicati perlopiù su riviste: entrambe sono precedute da un prologo dell’autore che si incarica di suggerire alcune chiavi di lettura. La prima, intitolata ‘Il giardino dei sentieri che si biforcano’, mette in mostra una componente immaginaria più spiccata che è di notevole importanza pure nel brano a struttura più classica, quel ‘Le rovine circolari’ che pare ispirarsi alla spiritualità orientale nel narrare il potere del sogno e la capacità dell’uomo di ricrearsi fisicamente durante il medesimo. Ci sono poi le variazioni letterarie, a partire dalle argute ramificazioni di ‘Tlön, Uqbar, Orbis Tertius’ in cui si immagina un gruppo di studiosi che scrive un’enciclopedia su di una società immaginata: non da meno è l’accoppiata ‘Pierre Menard, autore del Chisciotte’ e ‘Esame dell’opera di Herbert Quain’ con la geniale sfida del primo (riscrivere il capolavoro di Cervantes identica ma se come fosse nuova) che si fa preferire di un nulla alla labirintica elaborazione del romanzo a cui aspira il secondo.
In tutto il libro, i racconti tendono ad andare due per due come ben dimostra la vicinanza che si percepisce ne ‘La lotteria a Babilonia’ (la riffa eletta a regolatrice del vivere comune raggiunge una pervasività tale che vien proprio da pensare che sia dio a giocare a dadi) e nel monumentale ‘La biblioteca di Babele’, in cui la sterminata (alla lettera) costruzione raccoglie tutti i libri possibili combinando ogni segno esistente. In entrambi i casi, l’umanità è minuscola e in balia dell’ambiente: risulta perciò netta la cesura rappresentata dal pezzo che dà il titolo alla sezione: seppure vi abbiano un ruolo non secondario l’Oriente, un romanzo all’apparenza insensato e un labirinto, l’impalcatura gialla e spionistica si afferma attraverso la vicenda di una spia giapponese che dall’Inghilterra deve trasmettere un’informazione a Berlino.
L’atmosfera che vi si respira si ripresenta nell’abbinata del tradimento – ‘La forma della spada’ e ‘Tema del traditore e dell’eroe’ da cui Bertolucci ha tratto ‘La strategia del ragno’ – in cui nel finale si gioca con il ribaltamento di quanto è parso fino a quel momento, specie nell’appassionata chiusa del secondo che, tra l’altro, richiama le circostanze dell’assassinio di Lincoln: un cambio di prospettiva presente inoltre ne ‘La morte e la bussola’, dove un detective troppo perspicace scorge indizi ovunque, ma non intercetta quelli che racconterebbero il suo destino. Siamo ormai nella seconda parte, ‘Artifici’, che prosegue toccando toni più mistici laddove a un drammaturgo viene sospeso l’istante del trapasso perché possa scrivere la tragedia sino ad allora rimandata (‘Il miracolo segreto’) o si ipotizza Giuda come vera figura centrale della Redenzione (‘Tre versioni di Giuda’).
Dopo il breve ‘La setta della Fenice’, in cui si concentra una sorta di summa delle teorie complottarde attorno a un mistero non svelato ma che parrebbe essere l’atto sessuale, ‘Il sud’ conclude il volume con una narrazione a sorpresa più ampia accompagnando il suo incerto protagonista verso il suo incongruo fato per mano di alcuni tipacci incontrati per caso: anche in queste pagine, in ogni caso, sono presenti i richiami agli altri testi che, come una sottile ma inestricabile ragnatela, avvolgono l’intera raccolta dandole un’indiscutibile patina di unitarietà.

In concerto – Cisco il dinosauro con la formidabile orchestra jurassica

L’esser bianchi per antico pelo porta, tra le altre seccature, un atteggiamento nostalgico per i bei tempi andati. Fatta la tara agli occhiali rosa, il confronto fra lo spettacolo offerto e quello dei Modena City Ramblers che fece tremare il Fillmore nella primavera do oltre vent’anni fa è comunque abbastanza impietoso, peraltro in sintonia con la traiettoria discendente della discografia della band prima e del suo più conosciuto membro poi.
Forse avrebbe aiutato che fossero presenti anche gli altri ‘dinosauri’ del disco uscito l’anno passato, ovvero gli ex MCR Alberto Cottica e Giovanni Rubbiani, oltre che ad Arcangelo ‘Kaba’ Cavazzuti dietro i tamburi: fatto sta che l’insieme si rivela ben suonato e divertente, ma incapace di far scattare l’interruttore che regala vere emozioni. Ciò non toglie che fa davvero piacere vedere gli ‘Amici del Po’ così affollati da un pubblico pagante – l’evento è aperto ai non soci con un lieve e sovrapprezzo sul biglietto d’ingresso – che dimostra di apprezzare più del sottoscritto accorrendo a saltare sotto al palco almeno negli ultimi quattro o cinque brani.
Ad aprire la serata su toni più intimi pensano Bernardo Beisso e Giovanni Guglielmetti dell’ensemble folk ‘Statale 45’ con un conciso spettacolo intitolato ‘Il disertore’ come da canzone di Boris Vian: voce, chitarra e fisarmonica per un delicato recupero di canti resistenziali, finanche con la firma ‘pesante’ di Italo Calvino, che ben si adattano all’evocativa data in cui l’evento si svolge.
Dopo una breve pausa, salgono sul proscenio Cisco e il suo gruppo – del quale, oltre al citato Cavazzuti, fanno parte un bassista, un chitarrista che alterna l’acustica e l’elettrica, un trombettista oltre a un violinista inglese, ma quest’ultimo è l’unico dato anagrafico che sono riuscito a captare bene – per un viaggio che percorre avanti e indietro una carriera che per il leader ha raggiunto ormai il quarto di secolo.
La ricetta è nota ed è quella che ha fatto la fortuna della band madre prima di indebolirsi per un eccesso di ripetizione: su una base di folk celtico si innestano gli spunti provenienti dalle tradizioni popolari di mezzo mondo nonché una buona dose di efficace melodia pop. La voce di Cisco si è fatta più matura e l’orchestra jurassica ci sa fare con gli strumenti, così che i brani scorrono piacevoli all’orecchio e spesso portano a muovere il piedino lasciando che il tempo scorra quasi inavvertito.
Gli episodi migliori sono però da cercarsi più che altro nelle deviazioni dalla linea: la riuscita, benché non travolgente reinterpretazione di Caravan Petrol, il capobanda da solo con il bodhrán per I Cento Passi, l’efficace La Banda Del Sogno Interrotto, una sorprendente A M’in Ceva Un Caz che si trasforma da canzone poco sopportabile (almeno per il sottoscritto) a curioso contenitore di un medley costituito da Personal Jesus, Enter Sandman e Ring Of Fire.
I pezzi pregiati del catalogo arrivano tutti alla fine, iniziando con una Bella Ciao che ci guadagna parecchio dalla sostituzione del flauto di Pan con la tromba: a seguire arrivano Clan Banlieu e Un Giorno Di Pioggia (che dà la non simpatica impressione di venir riproposta tanto per timbrare il cartellino) prima di giungere al classico finale della dolce Ninnananna che manda tutti a letto quando la mezzanotte è già passata da un po’

Stephen King. “Chi perde paga”

Chi perde paga (Bill Hodges Trilogy, #2) Fingendo di ignorare lo sconclusionato titolo italiano – che c’era di male a tradurre ‘chi trova, tiene’ come l’originale (Finders keepers)? – la seconda puntata dedicata al detective in pensione Bill Hodges regala impressioni ambivalenti.
Ciò che colpisce subito è lo sviluppo di temi cari allo scrittore che si danno il cambio a lungo prima di fondersi: il racconto di ambiente carcerario, l’adolescente costretto a vivere l’età di transizione in una famiglia zoppicante nonché, soprattutto, il rapporto tra autore e lettore che apre il romanzo e conduce il buono e il cattivo su traiettorie più somiglianti di quanto il primo desidererebbe. Simili basi potrebbero indurre a temere una rimasticatura, ma l’indiscutibile capacità di raccontare vivacizza la narrazione parallela delle vicende con protagonisti il galeotto Morris e il giovane Pete in una metà iniziale che procede con un passo compassato che non è certo una novità per King.
Quando i due filoni giungono a contatto, entra in scena l’investigatore – sempre spalleggiato da Holly e Jerome – e il ritmo accelera mentre la struttura cambia evolvendo in un montaggio alternato che si fa via via più serrato sino a condurre alla prevedibile conclusione. E’ questo il segmento con più spiccate caratteristiche noir (genere al quale la trilogia di Hodges, a detta di chi l’ha scritta, appartiene) e nel complesso funziona, anche perché l’elemento sovrannaturale è lasciato fuori, cosa che non accadeva del tutto in ‘Mr. Mercedes’ e non capiterà nel conclusivo ‘End of watch’, visto quel che succede durante le brevi apparizioni di Brady Hartsfield: l’unica pecca è un’evidente mancanza di cattiveria che dipinga la storia davvero a tinte oscure – insomma, possibile che tutti i defunti facciano parte della squadra dei reprobi? – ma, del resto, la ferocia non è nelle corde del King degli ultimi anni.
Tutta la vicenda gira attorno a un baule contenente i soldi e i romanzi inediti di uno scrittore autosegregatosi dal mondo (Salinger? Chi ha detto Salinger?): novello Kathy Bates, li ruba Morris pervaso dal desiderio di vendetta per la piega che hanno preso le avventure dell’adorato Jimmy Gold, personaggio creato dal presto trapassato John Rothstein, ma non se li può godere dato che viene arrestato per un altro delitto. Nella refurtiva si imbatte per caso Pete, che usa il denaro per puntellare il disastrato bilancio familiare, ma, in special modo, si appassiona a Gold con un’intensità simile a quella di Morris: nel momento in cui quest’ultimo esce di prigione, il suo unico scopo è recuperare il tesoro che aveva sepolto, così che lo scontro si fa inevitabile sebbene la buona stella del ragazzo faccia sì che Hodges venga seppur casualmente coinvolto.
Seguendo uma ricetta ormai sperimentata, King dà forma al tutto definendo con una certa cura i personaggi e rendendo vive le ambientazioni: se si aggiunge che stavolta gli riesce di non sbagliare il finale, la soddisfazione complessiva risulta superiore a quella delle ultime opere con le quali condivide, però, un più che vago sentore di pilota automatico.

In concerto – Leadbelly Rossi

17 giugno 2017 – Monticelli d’Ongina, circolo ARCI ‘Amici del Po’.

Originario di Cardano al Campo in provincia di Varese (un postaccio, a sentir lui), Angelo Rossi si porta a spasso un nome d’arte pesantissimo, ma lo onora in due ore di musica che, malgrado il genere non brilli per immediatezza nei confronti di un pubblico non anglofono, scorrono piacevoli e inavvertite.
Sempre inserito nell’ambito del festival ‘Dal Mississippi’ al Po’, il concerto si svolge in una serata fresca e ventilata (pure troppo) che fa presto dimenticare la calura del giorno: Rossi, fiancheggiato dalla bassista Silvia Preda, inizia che i tavoli sono ancora popolati di commensali e, benché il suo sia un approccio per forza di cose poco invasivo, comincia ben presto a conquistarsi l’attenzione degli astanti che finiscono per appassionarsi tanto che almeno una trentina rimangono fino ai saluti quando è da poco passata la mezzanotte.
Con poche parole e un accurato lavoro sulle corde della chitarra (prima acustica, poi elettrica nell’ultimo scorcio di esibizione), l’artista compie un ampio excursus sul lato più scarno del blues, omaggiandone i maestri soprattutto originari del delta del Mississippi, zona più volte frequentata sulla spinta di una passione che l’ha portato a esere forse il miglior esponente del genere nel nostro Paese. Rossi è bravo a ravvivare l’atmosfera tra un brano e l’altro, ma ciò che davvero valido è il suo modo di restituire l’accoratezza che pervade gli originali, solo di tanto in tanto elevati da tocchi di gospel: l’unico, vero problema è che poco risalto viene dato alla voce, la cui duttilità si perde un in parte a causa della location non ideale.
A perderci è soprattutto l’unica canzone che è blues solo nello spirito, Hurt dei Nine Inch Nails riproposta nella versione (ulteriormente) dipinta di nero da Johnny Cash e Rick Rubin.

In concerto – Sula Ventrebianco

15 luglio 2017 – Monticelli d’Ongina, Società Canottieri Ongina.

Grazie all’amicizia con il concittadino Ivan Martani, è insolitamente stretto il rapporto che lega i Sula Ventrebianco, napoletani di Forcella, alla realtà monticellese: dopo l’apparizione sul palco di Eppur Si Muove 2015 e la raccolta esibizione acustica agli ‘Amici del Po’, eccoli dunque impegnati allo Chalet in un concerto incentrato sul nuovissimo ‘Più niente’, uscito proprio quest’anno per la Ikebana Records.
A differenza delle altre due, suona però insolita anche la location: poco ci azzecca l’energico mix di stoner e grunge che il quintetto propone soprattutto dal vivo con una serata in cui predominano famiglie, chiacchierate e partite a carte. Se ci si aggiunge la scarsa pubblicizzazione dell’evento, la conseguenza è inevitabile: quando i giovanotti iniziano a suonare con una quarantina di minuti di ritardo sul comunque improponibile orario delle 21.30, fatica ad arrivare a venti il numero degli interessati, di cui solo la metà in piedi davanti ai musicisti.
Quasi per controbilanciare, i SVB partono imbracciando lo spadone: le chitarre ronzano e la sessione ritmica picchia implacabile (forse a volte pensano di star registrando ‘Bleach’) sottoponendo a una dura prova un impianto non all’altezza. Siccome i ragazzi si divertono a dare nomignoli alle canzoni, non è semplice seguire la scaletta: in ogni caso, i generi summenzionati si alternano spesso all’interno del singolo brano (efficace assai la minacciosa Mephisto) mettendo decisamente di buon umore grazie all’ormai rodata bravura di chi sta suonando: il basso di Mirko Grande e la batteria di Aldo Canditone sostengono il lavoro alla sei corde di Giuseppe Cataldo e Sasio Carannante, che mette in mostra una vocalità duttile sebbene non eccezionale nel momento in cui i ritmi rallentano, mentre un po’ faticano a farsi spazio il violino e i sintetizzatori di Caterina Bianco.
Dopo una decina di pezzi ventre a terra, prendendo le mosse da Passerà qualche marcia viene scalata e di comporto l’atmosfera si fa meno incandescente riportando più di frequente alla mente un gruppo come i Verdena: va però sottolineato che, con la parziale eccezione di Una Che Non Resta, il quintetto si tiene alla larga dalla classica ballata rock e gli arrangiamenti restano ricchi di spigoli evitando con stile la banalità.
Il numero dei giri torna ad aumentare nella versione di Ballo In Fa Diesis Minore dal repertorio di Branduardi (per non parlare di quella divagazione di Cataldo che evoca per un attimo i Thin White Rope) finchè, con gli ultimi due titoli, viene chiuso il cerchio del concerto su accenti furiosamente stoner: Arkam Asylum, assecondando il titolo, vi aggiunge un tocco di goth per mezzo di un tastierone che piacerebbe ad Andrew Eldritch laddove Africa saluta tutti con uno scatenato groviglio di suoni che si vorrebbe continuato a oltranza.

War machine

(War machine, USA 2017)

In casi come questo è assolutamente necessario separare la sostanza del film in quanto tale dalla sovrastruttura creata dalle polemiche: ‘War machine’ è stato prodotto da Netflix e non è mai andato in sala, ma ha una sua dignità cinematografica a prescindere dal sistema di distribuzione. Poi può piacere o non piacere, ma questo è un altro discorso: lo apprezzerà chi si è divertito con la satira cerebrale di ‘Burn after reading’, mentre resteranno delusi coloro che – magari ingannati dai trailer – si aspettano chissà quali matte risate.
Va infatti detto subito che non si ride quasi mai e, quando lo si fa, si rimane comunque a denti stretti: la presa per i fondelli dell’intervento (e dell’atteggiamento) militare sttunitense in giro per il mondo è tanto netta quanto sconsolata. La sceneggiatura è tratta dal reportage pubblicato su Rolling Stones (e dal libro che ne è scaturito) che, a firma di Michael Hastings, costò al generale McCrystal il posto di comandante in capo in Afghanistan: è proprio la voce di un giornalista che accompagna l’intera vicenda, riuscendo a combinare la simpatia di fondo per l’uomo con gli errori (di tutti quanti) in campo militare.
Perché il protagonista Glen McMahon, brillante e famoso generale catapultato a Kabul e dintorni, è una brava persona e crede in quello che fa, circondato da un gruppo di uomini (fra i quali spicca il Greg Pulver di Anthonu Michael Hall) che lo seguirebbero ovunque a prescindere: peccato che sia anche del tutto astratto dalla realtà di un mondo che non conosce e non gli interessa conocere, perché tanto è convinto che la superiorità a stelle e strisce consentirà di vincere una guerra invece invincibile. Circostanza ben noto ai politici che l’hanno incaricato o lo seguono, fra i quali spicca il McKinnon di un incisivo Alan Ruck: il suo cinismo è l’altra faccia della stolidità di McMahon nel raccontare l’atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti dl resto del pianeta.
Pitt interpreta il generale in modo caricaturale con una rigidezza di movimenti e di postura che ne riflette quella mentale, facendone una sorta di burattino che sa fare bene una cosa sola, ovvero il soldato: in fondo la sa bene la moglie Jeannie (Meg Tilly), costretta a condividere con lui pochi momenti goffi e teneri insieme. Sono però altre le situazioni che dovrebbero risvegliare in McMahon qualche dubbio che invece non sorge mai: Michôd, che è anche autore dello script, affida alle domande di una giornalista tedesca (Tilda Swinton) la più lucida analisi degli errori statunitensi e alle parole desolate di un afgano abitante di un villaggio liberato dagli uomini di McMahon la descrizione delle conseguenze (riassumendo: prima ve ne andate, meglio è, visto che a noi tocca restare qui).
A parte qualche passaggio della trasferta europea, i passaggi più divertiti sono così quelli in cui compare Ben Kingsley che veste i panni di un presidente Karzai che dà l’impressione di capire bene la situazione malgrado l’aspetto quasi macchiettistico: l’attore inglese gigioneggia un po’, ma rimane comunqe uno dei più validi in un cast di tutto rispetto che risulta oltretutto ben amalgamato. Le buone interpretazioni aiutano a superare le fasi di stanca in cui la scrittura rallenta e quasi si perde nel tentativo di raccontare troppo nel dettaglio: fasi peraltro riequilibrate da altre che mostrano ben diverso vigore, come gli scontri con i politici o l’azione che vede coinvolto il plotone comandato da Ricky Ortega (Will Poulter).
Non meno importanti sono le collaborazioni eccellenti che vanno dalle musiche firmate da Nick Cave e Robert Ellis alla fotografia di Dariusz Wolski per un film di certo perfettibile, ma che merita senza dubbio un’occhiata possibilmente non distratta.
Regia: David Michôd
Con: Brad Pitt, Anthony Hayes, John Magaro, Ben Kingsley, Meg Tilly, Topher Grace

In concerto – Bayou moonshiners

3 giugno 2017 – Monticelli d’Ongina, circolo ARCI ‘Amici del Po’.

In una delle tappe itineranti del festival blues piacentino ‘Dal Mississippi al Po’, giunge a Monticelli questo duo di origini veronesi dedito al culto della musica di New Orleans.
Stephanie Ghizzoni (voce, rullante con spazzole, washboard e kazoo) e Max Lazzarin (voce e piano) hanno vinto premi in Italia e in Europa e la loro esibizione, sia pure in un angolo un po’ sacrificato alla fine delle tavolate verso la piscina, risulta dapprima convincente e poi trascinante. Tanto è vero che i numerosi commensali presenti iniziano ad ascoltare magari un po’ distratti, ma la loro attenzione viene sempre più catturata fino al coinvolgimento nei cori e nei call-and-responses chiesti dai musicisti.
Seguendo un filo logico temporale, l’esibizione si avvia con Cabbage Head, un ripescaggio di fine Ottocento in cui il duo inizia a mettere in mostra la bella interazione fra le voci, tanto ruvida e fumosa quella di Max quanto profonda ma capace di inaspettato lirismo quella di Stephanie. A stretto giro di posta, il pianista omaggia uno dei suoi idoli nel rifacimento di Big Time Woman di Jerry Roll Morton e di lì prende il via un lungo girovagare tra blues, spiritual, gospel – comunque in vario modo conditi con le spezie della città della Louisiana – che conduce agli anni Sessanta e a Ray Charles, rifatto sia sul versante più confidenziale, sia in quello più scatenato grazie a una brillante riproposizione di Mess Around.
In mezzo ci sta ovviamente Fats Domino con un titolo a dir poco esplicativo (I Just Can’t Get New Orleans Off My Mind) e non può mancare uno standard della Big Easy come Jambalaya di Hank Williams. Un brano reso famoso, tra gli altri, anche da Dr. John ed è proprio al dottore che pare ispirato il primo dei due brani autografi, ovvero Don’t Believe Me, mentre l’altro, intitolato Tell Me More, è più introverso ed è impreziosito da un’affascinante introduzione di piano.
Dopo un simpatico Happy Birthday cantato per uno dei presenti (‘sembra Happy Birthday Mr. President’, borbotta divertito Max), il momento avvolgente prosegue con la bella resa di I’m Glad Salvation is Free in cui Stephanie non sfigura davanti a Mahalia Jackson camminando per i tavoli ben lontana dal microfono e una toccante versione di Amazing Grace.
Infine, come detto, ecco The Genius per tornare ad alzare i ritmi e a far battere il piedino così da coronare un concerto andato al dilà delle più rosee aspettative: la bravura e la personalità di piano e voce riescono persino a far dimenticare la mancanza di una sezione ritmica e dei fiati (sostituiti saltuariamente dallo spernacchiante kazoo) e gli applausi del pubblico abbastanza numeroso – oltre a chi era a cena, arrivano un po’ alla spicciolata almeno una ventina di altre persone – fioccano convinti.

Gangster squad

(Gangster squad, USA 2013)

Tanto per dirne una: il vero Mickey Cohen verrà arrestato per evasione fiscale dodici anni dopo il 1949 qui raccontato. Una (non tanto) piccola considerazione che illustra bene come questa versione de ‘Gli intoccabili’ un quarto di secolo dopo l’originale finisca per suonare falsa e vuota. Per carità, la confezione è elegante assai: I costumi di Mary Zophres e le ambientazioni di Gene Serdena ricostruiscono la Los Angeles del secondo dopoguerra in maniera quasi iperrealistica, immersa com’è nei colori saturi e squillanti della fotografia di Dion Beebe, mentre la sceneggiatura di Will Beall (tratta dal libro di Paul Lieberman) viaggia abbastanza spedita, almeno fino a quando il livello di sospensione dell’incredulità rimane entro limiti ragionevoli.
Il sergente O’Mara (Josh Brolin) viene incaricato dal capo della polizia Parker (Nick Nolte, trent’anni di più del personaggio reale) di costruire una piccola squadra sotto copertura per contrastare l’affermazione dell’astuto e spietato ex-pugile Cohen (Sean Penn), intento a farsi largo negli ambienti del crimine organizzato a colpi di morti ammazzati. Malgrado le preghiere della moglie incinta (Mireiile Enos), O’Mara recluta il disincantato Wooters (Ryan Gosling) e poi pare scegliersi i suoi in modo da non scontentare le minoranze razziali, imbarcando l’agente nero Keeler (Anthony Mackie) e quello ispanico Ramirez (Michael Peňa) assieme al ‘Cowboy’ Kennard (Robert Patrick).
Il vero colpo di fortuna gli arriva però dalla tecnologia grazie alle cimici piazzate dall’agente Harris (Giovanni Ribisi) e, in particolar modo dal fascino di Wooters, che riesce a far innamorare di sé la pupa del gangster (Emma Stone): che il loro rapporto vada avanti per mesi senza che nessuno tra i moltissimi tirapiedi di Cohen se ne accorga è abbastanza inverosimile, ma in linea con la seconda parte del film in cui il gruppetto va a testa bassa contro il nemico uscendone vincitore dopo uno scontro finale a fucili mitragliatori spianati.
Viste le numerose forzature, il racconto si fa più faticoso e, malgrado l’azione si dovrebbe fare in teoria più stringente, il ritmo finisce per risentirne: molto meglio, sotto questo aspetto, la prima metà della pellicola, in cui la presentazione dei personaggi avviene con ben altra efficacia. Se da una parte non si può dire che ci si annoi, dall’altra sembra a volte di vedere messo per immagini il manuale del classico film di guardie e ladri statunitense – ben presto si intuisce con certezza chi fra i buoni non sopravvverà – incluse le scene madri tra le quali spicca per incongruità la nascita del figlio del protagonista.
La regia di Fleischer non manca di adattarsi alle esigenze del genere, con l’inevitabile uso del rallentatore, mentre il non banale cast dà l’impressione di divertirsi assai a interpretare un film in costume, ma senza peraltro darvi peso più di tanto. Se l’idea alla base di ‘Gangster squad’ era l’intrattenimento di genere, la missione si può dire compiuta anche se sarebbe stato meglio evitare di strizzare l’occhiolino coinvolgendo le figure reali; se invece l’aspirazione era a qualcosa di più, magari nella scia del film di De Palma, il bersaglio è stato mancato e non di poco.
Regia: Ruben Fleischer
Con: Josh Brolin, Ryan Gosling, Sean Penn, Emma Stone, Mireiile Enos, Nick Nolte