Macbeth

Assieme al ‘Riccardo III’, ‘Macbeth’ è tra le tragedie di Shakespeare che possono sfoggiare un numero di morti ammazzati che rivaleggia con un film di Tarantino, ma, rispetto alla consorella, ha una più sottile e angosciante dimensione psicologica. L’adattamento di De Rosa insiste in particolare su questo, raccontando una banalità del male che nasce dall’occasione – il troppo alcool che si somma a una solo abbozzata sete di potere – e finirà per distruggere chi l’ha originata e non è capace di gestirla.
Lo sguardo sull’oscurità dell’animo umano è accentuata da accenti quasi (o anche senza ‘quasi’) horror: da un classico dello spavento come i bambolotti che parlano con voci infantili – loro è il ruolo delle streghe – a un’esplicita citazione di Cronenberg nei feti sanguinanti e subito deceduti che rappresentano i figli non avuti da Macbeth e dalla moglie (dopo aver passato un bel po’ a scervellarmi, è giunto in aiuto il foglio di sala a evocare il temibile ricordo di ‘The brood – La covata malefica’). Accentua il contrasto anche la scelta di Battiston che, con la sua mole paciosa, sembrerebbe non avere certo il fisico del ruolo per fare il cattivo: vestito di un nero pastrano, capelli e barba lunghi, Macbeth finisce per macchiarsi dei più orribili delitti trascinato dall’amore per una moglie che annega nell’illusione del potere l’amarezza per l’impossibilità di avere figli.
Non è che poi gli altri personaggi ne escano meglio, tra un Malcolm amletico con tanto di citazione, Banqo compagnone senza vero carattere e Macduff (uno ‘strappato anzitempo dal ventre della madre’, sanguinolento pendant finale) che fugge lasciando la famiglia alla mercè del tiranno: siamo sicuri, si chiede il primo, che, morto Macbeth, gli orrori finiranno?
Quanto all’allestimento, il sospetto che nasce dal pastrano di cui sopra è corretto: gli attori vestono abiti moderni e, con essi, si muovono su di una scena in gran parte spoglia, con un divano e un tavolino rifornito di liquori da un lato mentre una grande struttura trasparente delimita il ‘dentro’ e il ‘fuori’ muovendosi avanti e indietro. Scelta che, a prima vista, può lasciare perplessi, ma che aiuta a concentrarsi sulle dinamiche dei personaggi rivelandosi funzionale così come l’uso della luce (sarebbe meglio dire del buio) e i suoni che culminano nella drum-machine umana di Seyton, il sicario in felpa e cappuccio che sottolinea gli attimi più violenti battendosi ritmicamente il petto.
Il risultato è una rilettura inconsueta, ma assai efficace della tragedia: certo, Shakespeare aiuta (il Bardo colpisce anche se a metterlo in scena è una filodrammatica di paese), ma, al netto dei pochissimi momenti non del tutto centrati, si percepiscono sempre la cura e l’intelligenza con cui l’opera è stata affrontata e preparata. Questo non ha evitato che qualche spettatore, tra i più anziani e tradizionalisti e già disturbato dall’ebbrezza sguaiata della festa iniziale, se ne sia andato durante lo spettacolo: un peccato anche perché, oltre al resto, i fuggitivi si sono negati il completamento di una prova d’attori davvero all’altezza. Tutte ammirevoli, le interpretazioni dei ruoli minori affiancano senza sbavature i protagonisti Frédérique Loliée che, con il suo accento straniero, disegna una Lady Macbeth inquietante e solo qua e là sopra le righe, e, soprattutto, Giuseppe Battiston capace di regalare al suo Macbeth una contrastata, profonda umanità.

di William Shakespeare, traduzione Nadia Fusini
adattamento e regia Andrea De Rosa
con Giuseppe Battiston (Macbeth), Frédérique Loliée (Lady Macbeth), Paolo Mazzarelli (Banqo), Ivan Alovisio, Marco Vergani (Ross), Riccardo Lombardo (Macduff), Stefano Scandaletti (Malcolm), Valentina Diana (Ecate e Lady Macduff), Gennaro Di Colandrea (Seyton)

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