Lilith and the Sinnersaints: “A kind of blues”

(Alpha South 2012)


A quattro anni dal precedente ‘The black lady and the Sinnersaints’, il secondo album di Lilith in compagnia dei Santi Peccatori prende in prestito da Miles Davis anziché da Mingus e potrebbe trarre in inganno l’ascoltatore distratto.
Nel titolo è, infatti, più importante il primo sostantivo che il secondo, in scena in modo più o meno letterale solo ai due estremi del disco. ‘Love in vain’ di Robert Johnson, ma mediata dalla versione stonesiana, chiude acustica il programma portando in studio uno degli appuntamenti classici dei concerti della cantante piacentina, mentre l’ombrosa ‘Lo faccio per te’ inaugura il tutto in un’atmosfera immalinconita da una preziosa linea di piano in cui la voce bassa e rugosa di Lilith – non bella in senso tradizionale, ma che sa trasmettere un senso di piacevole depravazione – si dimostra perfettamente a suo agio.
Nei restanti nove pezzi, il blues resta come attitudine e sensazione diffusa, visto che le coordinate si riportano – con avvicinamenti più o meno decisi – al garage-rock che è la specialità della casa sin dai tempi gloriosi dei mai dimenticati Not Moving. Però – sarà la suggestione del titolo, sarà la saggezza dell’età – gli assalti strumenti in resta sono in minoranza rispetto alle ballate malsane e distorte.
I primi sono rappresentati solo da ‘Jimmy il portento’ – in cui l’arrangiamento e, soprattutto, le acide sciabolate di chitarra si fanno preferire alla scrittura – e dal punk senza troppi fronzoli di ‘Mr. Know it all’ che nel finale cita, forse un po’ pleonasticamente, un piccolo monumento del genere come ‘Blank generation’ di Richard Hell and the Voidoids.
Le seconde si concretizzano nella filastrocca storta di ‘Wake up and go’ (tra dialetto e inglese) e nel recupero dagli archivi della band madre di ‘Baron Samedi’ nel trentennale della sua prima registrazione: con un titolo simile, tra voodoo e paludi mefitiche, l’inquietudine è garantita.(Digressione personale – e inutile: per me ‘Baron Samedi’ – letto com’è scritto, come facevo da bambino – resta soprattutto il personaggio di un vecchia storia di Tex. Del resto, Lilith non è il nome della sfortunata sposa dell’eroe bonelliano?).
L’auto-cover precede il trio di reinterpretazioni di brani altrui e pare contagiare con la sua oscurità la successiva versione – bella e intensa – de ‘La notte’, lontano successo di Adamo nel cuore degli anni Sessanta: è il lato più ‘pop’ del disco, ma di un pop virato in nero che piacerebbe a Mauro Ermanno Giovanardi e che si può ritrovare più avanti in ‘E’ qui’ (ripresa, come ‘Wake up and go’, dall’album del 1998 ‘Stracci’). La chitarra acustica introduce poi la rilettura di‘Lazy’, dal repertorio del gruppo punk californiano The Nuns, e resta sola protagonista assieme alla sorella elettrica nella profonda rivisitazione di ‘Ghetto’, uno dei primi brani degli Statuto di cui sottolinea il ritornello dall’immediato fascino.
Infine, il ruolo di eccezione che conferma la regola è riservato a ‘My babe looks like a stranger’, ideale per mostrare il volto più sorridente del gruppo con il suo andamento da ‘Lou Reed goes surf’ e grazie al quale l’omogeneità stilistica ne viene in un certo senso rafforzata in un lavoro – ben suonato e ben suonante – da cui traspaiono la bravura e la passione dei suoi interpreti: musicisti che fanno con cura le cose che stanno loro a cuore lontani anni luce da qualsiasi logica commerciale.

Un pensiero su “Lilith and the Sinnersaints: “A kind of blues”

  1. Il primo aggettivo che mi viene in mente è “inquietante”, ma presumo che questo fosse l’obiettivo di Lilith e compagni; blues in tinte “garage rock”, come suggerisce il recensore. Si resta forse un pò sorpresi nel finale, solare, rispetto all’atmosfera noir del resto del lavoro, ma certo la scelta non è stata fatta a caso. Mi è piaciuta molto la versione di “La notte”di Adamo, con quel “la notte mi fa impazzir” dal sapore manzoniano (la notte dell’Innominato…).
    Convengo poi, ahimè, per ragioni anagrafiche, sulla disgressione bonelliana; anch’io ho collegato subito Lilith al Tex dei nostri anni andati, e lo stesso dicasi per Baron Samedi (complici qui anche più recenti ricordi voodoo della Big Easy). Tornando a bomba, Lilith e soci han fatto un bel lavoro, e magari un concerto dal vivo è pure coinvolgente; di certo, anche qui convengo, le logiche commerciali non sono una priorità del gruppo.
    Poi, va detto che il mio scarso “stare al passo” con nuovi gruppi e tendenze non mi consente dettagliate analisi dei singoli brani, anche se ho trovato tutto assai intrigante; qualcuno mi dirà magari che sto invecchiando e che sono fermo a Lou Reed. Probabilmente è così.

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