Charles Bradley: “No time for dreaming”

(Daptone 2011)


Sessantadue anni e un’esistenza spesa a fare il cuoco su e giù per gli Sati Uniti per sbarcare il lunario: il tempo dei sogni è quasi concluso per Charles Bradley quando la sua strada incrocia la Daptone Records. L’aspirazione della vita – nata da ragazzino, vedendo la luce a un concerto di James Brown all’Apollo – riesce a farsi realtà: un disco in bilico tra soul e funk che sembra arrivato alle nostre orecchie attraverso un corridoio temporale collegato con un momento imprecisato tra la fine dei Sessanta del secolo scorso e l’inizio del decennio successivo (lo stesso per cui sono passati i dischi di Sharon Jones, probabilmente).
Solo la brillantezza dei suoni conferma la contemporaneità di un lavoro capace di sfoggiare un suono ora trascinante, ora avvolgente che richiama con forza le più classiche atmosfere di casa Stax. A rafforzare l’impressione contribuisce la voce di Bradley che, malgrado l’ispirazione sia rivolta al Padrino del Soul (vedi in special modo il brano che intitola il tutto), finisce per rievocare Wilson Pickett: roca e irregolare, di certo poco ‘educata’, ma capace di coinvolgere sia quando il ritmo si fa più sostenuto, vedi l’iniziale ‘The world’ ‘e la bella ‘Golden rule’, sia quando ci si lascia andare in una languida ballata – ed è il caso più frequente.
In qualche momento viene evocato Otis Redding (anche nel titolo, ‘How long’), mentre ‘The telephone song’ parte lambendo pericolosamente Barry White, ma poi si ravvede: si potrebbero fare altri nomi, ma questo è un disco volontariamente rivolto all’indietro e va misurato sulla passione e sulla bravura che hanno contribuito al risultato finale.
Entrambi gli aspetti appaiono ineccepibili, sia nell’interpretazione del titolare, sia nel bel lavoro di appoggio della Menahan Street Band guidata da Thomas Brenneck. Il gruppo si ritaglia anche il tempo per due non indispensabili strumentali quali il frammento ‘Trouble in the land’ e ‘Since our last goodbye’ che sconfina nell’exotica parendo un po’ fuori posto: del resto, se proprio vuol trovare un difetto a questo disco, esso va cercato in qualche brano meno incisivo di altri in un repertorio quasi completamente autografo.

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