Emilio Pecorari: “Il sogno di una vita”
Quinto di sette figli, Emilio nasce e cresce nel difficile mondo contadino del ventennio fascista: malgrado i pochi agi, si lega profondamente al mondo della sua infanzia.
Da una parte i luoghi – Isola Serafini e il Po che la circonda, le cascine, i boschi quasi inesplorati – dall’altra le persone, che quelle cascine popolano fittamente vivendo dei frutti della terra e della pesca (almeno di quelli che non devono dare al padrone). Si fa fatica ad immaginarseli oggi, quando negli stessi posti la presenza umana si è fatta assai più rada o quasi inesistente, ma escono vivaci dalla memoria dell’autore anche se sono passati oltre sette decenni: il lettore si lascia volentieri trasportare in un universo che pare lontanissimo eppure riguarda solo l’altroieri.
Il faticoso idillio, già incrinato dalla guerra, si spezza ai diciott’anni di Emilio che, renitente a Salò, prima si nasconde sull’Isola neanche fosse nella giungla vietnamita e poi sale in montagna e diventa Mameli. Anni difficili ed esaltanti, narrati con l’orgoglio di aver combattuto dalla parte giusta, ma senza nascondere gli errori che sono costati vite gratuitamente o i momenti duri. Indimenticabile è la piccola Anabasi da Vernasca a casa, nel gennaio del ’45, oltre quaranta chilometri a piedi nella neve alta, con poco da mangiare e le pattuglie nazifasciste in agguato.
Il ritorno al combattimento, la vittoria e il sol dell’avvenire negato nella lotta per i terreni demaniali esaurisconol’interesse narrativo dell’autore: siamo ormai giunti a tre quarti del libro. Il racconto del cursus honorum successivo (sindacato, partito, incarichi amministrativi) è quasi più un puntiglio del curatore: il vero Emilio torna, abbandonando però la struttura a brevi flash che l’ha fin lì contraddistinto, con il sogno finale – forse ingenuo ma contraddistinto dalla verve e dall’umorismo sottile che pervade tutto il libro.
Libro che, anche grazie alle moltissime illustrazioni e a una precisa e indispensabile appendice etno-militar-geografica, si rivela interessante e coinvolgente – per il lettore piacentino e bassaiolo sicuramente, ma anche per chi non è coinvolto emotivamente con i luoghi e/o i tempi narrati.
