The Dana Fuchs Band
Cortile della Rocca Mandelli, Caorso, 28 maggio 2010.
Dana Fuchs (pronounced déina fiucs), chi era costei? Internet mi evita di star lì a ruminare e contribuisce all’autoassoluzione. Si può anche essere appassionati, ma non è così scontata la conoscenza di una cantante che ha fatto un disco solo in studio, sette anni fa, e poi si è dedicata all’attività dal vivo, al cinema (‘Across the universe’) e al musical (‘Live Janis’). E, visto che l’abbiamo evocata, parliamo subito dei paragoni con la Joplin, che viene tirata in ballo per ogni artista donna statunitense e bianca dotata di una gran voce. In questo caso il paragone regge, e la differenza che più colpisce sta nell’avvenenza fisica: i lunghi boccoli biondi e lo statuario fisico della Fuchs non ricordano di certo il brutto anatroccolo (ma anche il cigno, ascoltate ‘Pearl’ come compito a casa) del rock.
Comunque, conosciuto o sconosciuto che sia il nome in cartellone, il pubblico è accorso numeroso, con un’età media non certo bassa: potendo ragionevolmente escludere che Caorso sia un’enclave di cultori di rock-blues in salsa sudista, i confronti con le presenze alle manifestazioni monticellesi è doloroso (anche se il fatto che il concerto sia gratis aiuta).
Finite le precisazioni, possiamo tornare alla musica con una confessione: se l’esibizione si fosse mantenuta sui livelli dei primi tre brani, ci sarebbe stato da cascare in ginocchio sui sassi del cortile della Rocca di Caorso innalzando lodi al dio del rock’n’roll. Dopo aver dedicato la serata all’amore, l’inizio felpato di ‘Almost home’ è ingannevole, perché la temperatura sale a livelli di guardia già nel corso dello stesso brano, in un’atmosfera che più che ai Big Brother fa pensare ai Lynyrd Skynyrd. Merito soprattutto del chitarrista Jon Diamond – autore della maggior parte delle musiche – che sa prendersi la scena con perizia giocando con gli stilemi e i clichè del genere; dietro di lui, basso e batteria procedono con pochi fronzoli e il suono, orfano delle tastiere, risulta più secco e cattivo. Al resto pensa la capobanda, mettendo in mostra corde vocali calde e possenti nonchè una gestualità trascinante: i numerosi convenuti si fanno presto coinvolgere, mentre un piccolo zoccolo duro di fans – gli unici veramente giovani – si porta sotto al palco.
Cotanto impeto costringe però a rifiatare: complice anche qualche pezzo meno brillante, non tutte le promesse vengono mantenute ma – come dire – avercene… Il ritmo cala anche perché la Fuchs inizia a chiacchierare parecchio, il che lascia il pubblico un po’ perplesso, ma accresce incredibilmente la mia autostima, visto che riesco a capire quasi tutto. Come, ad esempio, la lunga e accorata dedica alla sorella morta suicida, a cui è dedicata ‘Songbird’, ballata bella e toccante. Qualcuno dal pubblico implora ‘Piece of my heart’, ma il gruppo prosegue, giustamente, con un programma autografo che magari potrà essere migliorato – trattandosi di visi pallidi, fa capolino anche il country, vedi alla voce ‘Bible baby’ – ma consente di non trasformarsi in un juke-box. Ciò non toglie che i Beatles restino i Beatles e, dopo una ‘Don’t let me down’ a cappella, arriva il cavallo di razza: dopo dieci secondi di ‘Helter skelter’ sono sotto al palco a far compagnia ai ragazzi, seguito da una trentina di persone che rendono meno evidente l’azzardo: versione lunga e potente, con spazio lasciato ai membri della band per sfogare brevi velleità solistiche – come si faceva una volta – e Dana che si gioca le ultime energie su un pezzo sempre di grandissimo impatto.
Il bis che segue è più che altro una ricerca del contatto con il pubblico, tra un invito a improvvisarsi percussionisti con le assi del palcoscenico e saluti agli astanti sottoforma di baci sulle guance, rito a cui, essendo io un cronista scrupoloso, non posso di certo sottrarmi.
