Vic Chesnutt: “At the cut”

(Constellation 2009)

Mentre dalle casse uscivano le cupe note dell’iniziale ‘Coward’, mia figlia, che passava di lì, si è fermata un attimo ad ascoltare e poi ha commentato: “Che musica tragica!”.
In effetti, l’ascolto di un disco di Chesnutt non è mai un balsamo per l’anima e questo non fa eccezione: impressione che il suicidio del cantante e autore statunitense avvenuto il giorno di Natale del 2009 (‘come in un libro scritto male’…) non può fare a meno di accentuare. I toni carichi del primo brano ne sono degna introduzione, anche se è vero che la canzone non è del tutto in sintonia con il resto del programma, nata com’è per una colonna sonora e contrassegnata dal robusto intervento dei molti musicisti di casa Constellation (Silver Mt. Zion, Godspeed You eccetera) che bazzicano in questo cd. Altrove i toni sono meno enfatici: a parte la ruvida ‘Philip Gutson’, gli interventi esterni sono limitano le invasioni di campo: accompagnano con delicatezza le orecchiabili ‘Chinaberry tree’ o ‘Flirted with you all of my life’ – in cui, però, ‘you’ è la morte – e lasciano spazio al canto più lirico e intimista in sommesse ballate come ‘When the bottom fell out’ e la rievocazione dei ricordi d’infanzia di ‘Granny’.
Il segno di Chesnutt è in ogni caso ben distinguibile: il racconto dell’esistenza filtrata attraverso uno sguardo ora triste ora amaramente ironico, le sensazioni dolenti che si intravedono anche dietro le melodie più solari e la voce non bella, a volte aspra ma che riesce a toccare l’animo di chi ascolta in profondità. Rimettere il disco dall’inizio non è sempre facile, ma ogni volta si scopre che ne vale la pena.

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