Deportivo La Bonissima + Padma Dissonante + Lena’s Baedream

CDP Style, Monticelli d’Ongina, 5 marzo 2010.

Andare ad un concerto rock a piedi. Non è solo per provare una nuova sensazione che mi avvio verso l’ex cinema ‘Arcobaleno’ – in cui non entro da quando era per l’appunto ancora cinema – ma l’impressione è comunque inconsueta. Il freddo che tocca affrontare è nulla rispetto alla precedente occasione abortita per neve in dicembre, ma è una delle seccature che faranno il possibile per rovinare (non riuscendoci) la serata.
Le grandi sono essenzialmente due, e si parta da quelle (via il dente, via il dolore). La prima a manifestarsi non è musicale: si tratta del gap – sarebbe meglio dire: baratro – generazionale. Non è una sorpresa che gran parte dei presenti possano essere miei figli, è strano e fastidioso che le classi meno giovani brillino per assenza: trentenni pochi, quarantenni e oltre uno solo (penso). Capisco che il cartellone sia poco altisonante e forse anche poco pubblicizzato – ma almeno per i rockofili nativi la presenza avrebbe significato poca fatica e pure poca spesa.
Il secondo problema riguarda invece la musica: io e i ragazzini siamo costretti a sopportare un’acustica tremenda, o quantomeno inadatta all’impatto sonoro. La conformazione dei luoghi non aiuta –il bancone del bar puntato verso il palco accorcia la platea/pista con uno scomodo ingombro – e si ha l’impressione che al mixer debbano fare i salti mortali per evitare che il suono si riduca a una massa informe scaraventata in fronte al pubblico. Malgrado vari spostamenti alla ricerca dell’angolazione migliore, toccherà accontentarsi lungo tutta la serata – con alcuni momenti più difficili degli altri.
Sono le undici quando viene tolta la musica di riempitivo e salgono sul palco i Lena’s Baedream, quintetto di Parma già celebrato da queste parti. Mi alzo dalla seggiola su cui sto in paziente attesa, e così pochi altri – che ci siano più avventori che appassionati? – mentre il suono della band arriva potente ma da calibrare. Nei primi due brani risulta quasi inudibile la voce, ed è un guaio perché Cristian Ferrari è bravo, poi i canali si mettono un po’ a posto e ci si può godere il ‘work in progress’. Sì, perché si tratta del primo concerto basato sul nuovo lavoro in uscita: sbavature ed inciampi, entrambi inevitabili, sono comunque compensati dalla buona attitudine e da un suono live che risulta assai più aggressivo di quanto sia su disco. I decibel oscurano l’anima pop del gruppo, che però non rinuncia a variare le atmosfere e a spruzzare il tutto con un tocco di elettronica che sembra preannunciare quella prova metronomica auspicata dal chitarrista Nicola Briganti dopo l’esibizione, definita senza mezzi termini come ‘numero zero’.
La chiacchierata e una birra aiutano a far passare il tempo necessario per il cambio palco. I Padma Dissonante mi sorprendono vicino al bancone e il loro primo pezzo, la cosa più rock’n’roll della serata, mi costringe a tornare sui miei passi (va bene, lo confesso, ci fosse la possibilità di vedere i Blasters dei tempi d’oro, ci andrei anche in ginocchio). L’aggettivo della ragione sociale non è però messo a caso. Col succedersi dei pezzi, il suono si fa variato: a momenti più lineari – che possono giustificare la definizione di ‘Afterhours della bassa’ – se ne succedono di più spigolosi e/o obliqui, che risultano anche essere i più interessanti. Un bel concerto, con l’unica pecca della voce di Marco Satta a volte amplificata ai limiti del fastidio, ma di questo non si può dar certo la colpa al gruppo.
Prima dell’ultimo brano, avviene la consegna del premio della critica risalente a ‘Eppur si muove’ del 2008, e così scopro perché l’agitarsi del batterista mi ricorda qualcuno. Allora la denominazione era ‘Dissonante orchestra dei pupazzi di pezza’: ricostruire le traversie che legano i due nomi sarebbe troppo lungo, basti qui sapere che l’esibizione attuale è parsa assai migliore – in un certo senso più a fuoco – così da risultare probabilmente la migliore della serata.
Infine, all’alba dell’una di notte, salgono sul palco i padroni di casa del Deportivo La Bonissima. Il cantante Davide Tosoni si presenta al pubblico sfoggiando il suo abbigliamento da Lenin-sul-treno-dalla-Germania (ma ben presto resta solo il cappellino) mentre la platea viene popolata dallo zoccolo duro dei fans. I DLB preferiscono lo spadone al fioretto e partono di conseguenza: chitarre all’assalto e ritmica a costruire un muro di suono. Davanti a loro si scatena un piccolo pogo scrutato con occhio truce dalla security ingiubbottata, ma ben presto la situazione si normalizza. Sul palco, invece, si continuano a macinare decibel, per cinquanta minuti di grande energia ed adrenalina, spezzati solo dal cazzeggio con il pubblico. I fronzoli sono ridotti a qualche inatteso ricamo chitarristico mentre Davide si inerpica a forza di polmoni per far arrivare a chi ascolta i testi politicamente coscienti. Benché il genere non sia esattamente il mio preferito, lo spettacolo che ne scaturisce risulta divertente ed elargisce buone vibrazioni, degna conclusione di una bella ed intensa serata di musica rock.

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