Alberto Schiavone: “La mischia”
Mi è sempre piaciuto andar a vedere giocare a calcio i ragazzini. Questo libro mi ha ricordato uno dei motivi per cui ho smesso: i genitori, padri e madri indifferentemente, pronti a riversare sui pargoli i peggiori atteggiamenti del football ‘adulto’.
Il romanzo prende spunto da uno questi papà – che cerca di realizzare per interposto, talentuoso figlio le proprie ambizioni frustrate di gioventù – per raccontare un raggelante spaccato della società italiana. L’immagine che ne esce è tanto inquietante da costringere il lettore ad augurarsi che sia troppo pessimistica, anche se basta guardarsi attorno per capire che non lo è: fra le pagine, agisce una compagnia di anime morte, i giovani come gli adulti, per cui è importante solo l’avere e che per gretta avidità sono capaci di buttar via il poco o tanto che son riusciti a raggranellare.
L’esordio di Alberto Schiavone si legge in tre ore, ma regala una sensazione di malessere che fatica ad andarsene anche dopo giorni: lo scrittore osserva ed analizza lo squallido operare dei suoi personaggi con una freddezza più impietosa di qualsiasi moralismo, ma che gli consente di evitare il sospetto del romanzo a tesi. Forse non tutto funziona alla perfezione – il finale, ad esempio, non è perfettamente a fuoco – ma resta una lettura appassionante che sa essere più esplicita – e più dolorosa – di un saggio sull’Italia odierna.
