Monticelli per Monticelli – Da Rossini a Bernstein
Ristorante ‘Da Cattivelli’, Isola Serafini, 22 dicembre 2009.
Se non ci fosse stato il temporale che ha rovinato il secondo concerto di ‘Monticelli Jazz’ nell’occasione del ventennale, il 2009 della musica monticellese sarebbe veramente da incorniciare. Malgrado la serata non certamente propizia – cumuli di neve per terra e pioggia gelida a catinelle – circa un centinaio di appassionati si sono dati appuntamento ad Isola Serafini per ascoltare una bella squadra di musicisti di Monticelli esibirsi in un programma di musica classica che ha superato l’ora e mezza di durata. Il tutto alla presenza delle autorità, il sindaco Montanari in veste ufficiale ed il suo predecessore, nonché ex presidente provinciale, Boiardi nel ruolo di capo-claque: a voler guardare il pelo nell’uovo, meno assidui si sono dimostrati alle rassegne jazz e rock.
La serata ha la direzione artistica di Fabrizio Garilli – monticellese trapiantato a Piacenza, musicista in una famiglia di musicisti e direttore del Conservatorio ‘G. Nicolini’ – che non si lascia sfuggire l’occasione per una polemichetta sulla musica classica e lirica dimenticata dai media principali. Poi comincia lo spettacolo e sono conscio che quel che segue potrà essere usato contro di me: non è la mia tazza di te, e il lettore vorrà scusare se mi son preso il rischio di farla fuori dal vasino. L’ignoranza in materia spinge a valutare più di altre volte sulle sensazioni anziché sulla qualità intrinsecamente musicale, e, sotto questo punto di vista, le esibizioni superano ogni più rosea aspettativa. Prima che qualcuno vi cerchi disperatamente una logica, va sottolineato che il titolo della serata è un puro pretesto: i brani proposti non hanno organicità, ma ogni musicista ha presentato le musiche che più sente vicine.
L’ingrato compito di rompere il ghiaccio tocca al trombonista Enrico Fornasari, accompagnato al piano da Giovanni Catelli. Il trombone – quello con cui l’artista da giovane si esercitava quando non giocava a pallone col sottoscritto sui sassi del cortile di Palazzo Archieri – è strumento ombroso e non immediato: il concerto per trombone ed orchestra di Rimsky-Korsakov fatica a scaldare il pubblico (forse anche perché un piano non è un’orchestra) che inizia ad appassionarsi con il fluire delle note. Quasi per compensare, il duo propone allora una rilettura di ‘Maria’ da ‘West side story’: la melodia di Bernstein è a presa rapida e la resa emozionante.
La combinazione tra l’arpa di Simona Rovellini ed il flauto di Flaviano Rossi ha, almeno su di me, un effetto strano: il Rossini con cui iniziano viene strappato dal primo Romanticismo e spostato indietro di almeno tre secoli, da qualche parte tra Basso Medioevo e Rinascimento. Rilocazioni temporali a parte – di certo frutto di mie distorsioni mentali – l’esibizione si snoda piacevolissima, brillante e con grande passione. Seguono Chopin e Popp – chi era costui? – che rimangono nel loro tempo ma confermano la qualità degli interpreti, con Rossi – primo ‘oriundo’ della serata – ad acquistare spazio grazie ad una prova intensa e grintosa (mai avrei pensato di usare un aggettivo del genere parlando di un flautista).
Tra i molti difetti, ho anche quello di non apprezzare il ‘bel canto’ (definizione che già da sola genera prurito). La coppia – nella vita e nell’arte – formata da Elio Scaravella, piano, e Francesca Garbi, soprano, si presenta quindi come lo scoglio della serata. Invece, la scelta di proporre una serie di brevi brani anche lontani tra loro – si parte ancora da Bernstein per girovagare poi tra Italia e Germania su toni prevalentemente drammatici – si rivela azzeccata e, se non posso dire di essermi esaltato, l’ascolto è stato molto piacevole. I due artisti hanno il compito di chiudere entrambe le parti del programma, con cinque e due brani rispettivamente: bravi veramente, solo resta l’impressione che un cantante lirico patisca gli spazi non troppo vasti.
Dopo una breve pausa, è il turno del quartetto d’archi ‘Le musiche’. Originaria di Monticelli è solo la violinista Giulia Bellingeri, i nomi degli altri purtroppo non sono disponibili perché lo sciagurato compilatore del foglio di sala non li ha messi: l’altro violino è italiano, mentre, a sentire le generalità stropicciate durante la presentazione, viola e violoncello dovrebbero essere germanici. Uno Schubert intenso ed appassionato, che smentisce qualsiasi illazione sul potere soporifero di un quartetto d’archi, apre un’esibizione di estremo interesse e che offre momenti di grande emozione. Segue un Saint-Saens più di maniera – il titolo ‘Havanaise’ parla da solo – ma che consente a Giulia una brillante prova solistica accolta con entusiasmo dal pubblico.
Alla fine, ritorno in scena di tutti i musicisti per l’applauso finale, a cui, per le signore, si sono aggiunti i fiori portati da quattro giovani donzelle. A coronamento della serata, panettone e spumante offerto dai gestori del ristorante ‘Da Cattivelli’ che hanno anche concesso gratuitamente la sala (chiamale, se vuoi, sinergie).
E’ stato così con soddisfazione che si è tornati ad affrontare il maltempo inclemente. Unica, piccola nota stonata, la quasi totale mancanza in sala – a parte alcune, lodevoli eccezioni – di musicisti ed appassionati di musica monticellesi, magari appartenenti ad altre aree. Anche solo a titolo di testimonianza: non sempre è vero che ‘a Monticelli non succede mai niente’, e quest’anno che sta per finire, almeno dal punto di vista musicale l’ha dimostrato.
