Hozier: “Hozier”

(Island 2014)

A volte l’hype è, se non proprio una fregatura, quantomeno un problema; tu fai il tuo disco d’esordio cercando di infilarci dentro le passioni che ti hanno trasmesso i dischi di mamma e papà, ma hai una canzone che ha fatto il botto così che, accanto alle masse adoranti, ci sono quelli che storcono il naso a prescindere.
I sospetti che sempre originano dalle suddette moltitudini rendono necessario azzerare tutto prima di mettersi all’ascolto. Andrew Hozier-Byrne ha ventitre anni quando regista l’Ep che gli cambia la vita: Take Me To Church parte dalla musica nera e va in crescendo verso un’impeccabile rotondità pop che la rende all’istante un brano coinvolgente e riconoscibile malgrado il cupo testo che mischia un amore finito e l’ipocrisia religiosa.
Del resto, il ragazzo è irlandese e non è certo una stravaganza che la critica alla chiesa cattolica ritorni spesso nelle sue parole: se però fa piacere che queste ultime non siano banali, l’importanza della partitura è maggiore e dare compagnia a una canzone sotto molti aspetti perfetta non dev’essere stato semplice. Sarà per questo che è stata messa troppa carne al fuoco, con tredici pezzi che diventano diciassette nella versione deluxe: fra di essi spuntano insidiosi un paio di titoli che puntano dritti alla fruibilità radiofonica, tra il pop facile di Sedated e la chitarra loureediana che apre una Something New che nel ritornello si gonfia piacevole ma non del tutto riuscita sulle orme del conterraneo Van Morrison.
Il nome del rosso di Belfast viene evocato con ben altra efficacia in From Eden, laddove il blues, il gospel e il folk si mischiano con gusto evitando che paiano stucchevoli i cori femminili ad accompagnare il refrain. Il brano testimonia che il meglio di Hozier sta quando il giovanotto imbraccia la sei corde e limita l’accompagnamento all’essenziale, sia che si tratti di avere la spina attaccata (l’ombroso blues elettrico di To Be Alone introdotto dalla slide, il soul malato di Work Song), sia quando a predominare sono gli strumenti acustici (se il duetto con Karen Cowley intriga sulla strofa prima di inciampare in un ritornello un po’ banale, la preghiera di Like Real People Do si fa apprezzare ascolto dopo ascolto adagiata su di un delicato fingerpicking come la conclusiva Cherry Wine The Woods Somewhere).
Il fatto che a volte venga in mente Hugo Race (It Will Come Back è la più scorbutica del lotto) e altre i Counting Crows (il blues/gospel di facile ascolto Angel Of Small Death And The Codeine Scene, il rilassante soul di Foreigner’s God) racconta di come l’autore abbia cercato una sua strada possibilmente senza scontentare troppo la casa discografica, ma uno che scrive una canzone su un tizio che chiama i figli Jackie And Wilson omaggiando così il proprio idolo con un allegro errebì a presa rapida, seppur debitore ancora di Duritz e soci, rende lecito ben sperare per il futuro, magari ignorando quelli che chiederanno sempre un’altra Take Me To Church.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *