Rime sotto il portico

24 luglio 2014 – Monticelli d’Ongina, cortile di Palazzo Archieri.

‘Un paese nei versi dei propri cantori’ è forse un sottotitolo un po’ sopra le righe, ma la serata dedicata ai poeti dialettali monticellesi è un successo da tutti i punti di vista, riuscendo anche a rabbonire un meteo che è stato piovoso fino al primo pomeriggio. Nell’affascinante ambientazione del cortile di palazzo Archieri (il cui fondo a dorso di mulo dà solo qualche problema agli spettatori seduti più sull’esterno che si trovano a controbilanciare la pendenza) scorrono senza un attimo di noia due ore di spettacolo che sa unire con gusto poesia, musica e immagini sotto la regia di Mario Miti che si incarica anche di fare gli onori di casa.
L’idea di partenza è dare visibilità alle poesie di Lidia Rossi (ovvero LaLidia, come è conosciuta e si firma) celebrate in un libro – ‘Cose di paese’ – stampato per volontà del marito Pippo Fanzola e non in vendita, ma distribuito in centocinquanta copie solo agli amici: per volontà dell’interessata, il progetto si è allargato anche ai due più famosi autori dialettali monticellesi, ormai scomparsi (Arrigo Gottardi e Angelo Cattadori, che fu anche commediografo) risultando così in un’esibizione a più voci dove al tono più scanzonato e irriverente di LaLidia, che sovente scatena le risate del pubblico, si alterna a quello maggiormente meditato e intimo degli altri due autori. Di ciascun poeta, vengono declamati i versi di una decina di componimenti: Laura Martelli e Franca Cattivelli si presentano ai leggii sulla sinistra del palco per dar voce alle opere di Gottardi e Cattadori (con forse una punta punta di enfasi in eccesso da parte della prima), mentre Lidia legge le proprie seduta su un divano posto a destra sotto la luce di una grande lampada e affiancata dal farmacista Paolo Ottolini che, oltre al ruolo di assistente come una sorta di volta-pagine pianistico, interpreta una lirica (sempre di Lidia) di bonaria presa in giro di sua madre Linda.
In più, c’è un intermezzo dedicato all’autore Mirco Maffini di Soarza, scomparso da un paio d’anni: un amico e compaesano ne scandisce le poesie che, più brevi e in un dialetto leggermente diverso, aggiungono un’ulteriore sfumatura alla manifestazione.
Le letture sono suddivise per argomenti, prendendo le mosse, ovviamente, dalla descrizione del paese presente e passato per arrivare alla riflessione sul tempo che scorre inesorabile – da notare che, sull’argomento, Miti riesce a infilare due diverse citazioni gucciniane in una stessa frase. Tra una sezione e l’altra, ecco gli stacchi musicali a cura di un violinista e due fisarmonicisti, uomo e donna, di cui, ahimè, non ricordo il nome: eseguiti in posizioni sempre diverse che vanno a costituire una sorta di arco attorno alla platea, riecheggiano una sonorità popolare che si sta ormai perdendo riuscendo però a stare ben lontani dalle banalizzazioni (nei piani originari, al loro posto ci sarebbe dovuto essere il Trio Prezzemolo, invito declinato per problemi di formazione – diciamo così che lo storico gruppo di casa è ancora alla ricerca del suo Darryll Jones da mettere alla fisarmonica).
Mentre scorrono le note, uno schermo sulla sinistra mostra le immagini della Monticelli che fu e, soprattutto, i ritratti di concittadini eseguiti nel corso dei decenni da Germano Guzzoni, in un bianco e nero sempre mirabile e a volte davvero emozionante, e assemblati dal professor Carlo Vecchia. E’ allora inevitabile che gli applausi scroscino numerosi sia durante, sia dopo lo spettacolo, con gli spettatori che volentieri chiudono un occhio sui piccoli intoppi – il riflettore dritto negli occhi di chi legge, i microfoni che ‘sparano’ – quasi inevitabili in un’organizzazione che, è doveroso ricordarlo, è stata tutta su base volontaria e gratuita. Piuttosto dispiace che il pubblico, seppur folto, sia a grande maggioranza anziano: se l’assenza di giovani e giovanissimi è, in fondo, comprensibe, molto meno lo è quella delle generazioni di mezzo che si dimostrano assai poco interessate a intrecciare (o a rafforzare) i legami con il proprio passato.

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