Archivio mensile:gennaio 2018

Slow west

(Slow west, Gbr/Nzl 2015)

Mai piaciuta più di tanto, la Beta Band, ma fa comunque una strana impressione ritrovare Josh Maclean (ai suoi dì addetto a tastiere e sampling) dietro la macchina da presa di questo curioso western che di statunitense ha ben poco: diretto da uno scozzese e girato in Nuova Zelanda con, ad eccezione di Fassbender e pochi altri, un buon gruppo di attori nativi dell’emisfero australe. Se si aggiunge che il regista è al suo esordio sulla lunga distanza – suoi erano i video del gruppo con cui ha iniziato la carriera – la cautela era dovuta e invece il risultato è un racconto breve (ottanta minuti), ma intenso e ben recitato, tanto da meritare alla pellicola il Gran Premio della giuria per i film stranieri al Sundance.
Nel 1870, il giovane scozzese Jay (Kodi Smit-McPhee, il Ragazzo de ‘La strada’) cavalca verso ovest alla ricerca dell’amore della sua vita Rose (Caren Pistorius), fuggita dal Paese natio assieme al padre John (Rory McCann) dopo che quest’ultimo ha ucciso per caso lord Cavendish (Alex Macqueen), zio del ragazzo. Non scamperebbe granchè – ‘una lepre in una tana di lupi’ – se non gli si affiancasse il solitario Silas (Fassbender), uomo di poche parole e grande esperienza che però non arriva a lui per caso: sulla testa di Rose e genitore c’è una succulenta taglia da incassare.
L’idea di Silas è di farsi portare dal ragazzo a destinazione, ma gli inciampi del viaggio non sono pochi e creati soprattutto dagli altri cani alla ricerca dello stesso osso, come gli ex compari della banda di Payne (un Ben Mendelsohn addobbato a guisa di Bob Dylan sulla copertina di ‘Desire’) che sembrano una versione più sgangherata della posse di ‘Meridiano di sangue’, ma restano comunque molto pericolosi. Le difficoltà avvicinano i due sempre più fino allo scontro finale attorno alla casa dei Ross che si risolve in un terrificante macello in cui solo pochissimi sopravvivono.
Il west raccontato da Maclean – sua anche la sceneggiatura – è un mondo feroce in cui vige la legge del più forte: si spara alla gente a tradimento (gran parte delle vittime defunge colpita alla schiena) o comunque si cerca di ingannarlo il più subdolamente possibile, tipo la fregatura che Jay si fa tirare da Werner (Andre Robertt). C’è un netto contrasto tra l’armonia della natura mostrata nei campi lunghi durante il viaggio narrato con un ritmo volutamente lento e gli scoppi di violenza negli ambienti circoscritti, come lo scontro finale nella fattoria dei Ross o l’ancor più brutale sequenza del trading post: i pericoli si possono celare ovunque, si tratti di una temporale che scatena una piena improvvisa o il grano dietro il quale il Predicatore (Tony Croft) si nasconde per giocare al tiro a segno.
La fotografia dell’irlandese Robbie Ryan sottolinea tali contrasti che culminano nell’unico ambiente, tutto imbiancato, della casa di John e Rose: lì Jay viene colpito al cuore fisicamente (gli si ribalta pure il sale sulla ferita, in uno dei rari ma efficaci tocchi di humour nero) e sentimentalmente, perchè scopre che Rose non lo ha mai davvero ricambiato (‘il suo cuore era al posto sbagliato’), ma per lei riuscirà a fare un ultimo sacrificio.
Solo il finale regala un soffio di speranza – ‘la vita non è solo sopravvivenza, Jay Cavendish me l’ha insegnato’ – o quantomeno racconta l’esigenza di provare a costruire un futuro: in immagini estremamente pudiche, Silas rimasto storpio per le ferite è in casa con Rose, quasi a rendere reale il sogno del ragazzo la notte che ha preceduto il giorno decisivo.
Regia: John Maclean
Con: Kodi Smit-McPhee, Michael Fassbender, Caren Pistorius, Ben Mendelsohn

Joe R. Lansdale: “Mucho mojo”

Guarda il libro su Goodreads Se la prima puntata è centrata sul passato di Hap, avendo come motore l’affascinante ex-mogliettina del medesimo, la seconda avventura si concentra sulla famiglia di Leonard, trasferendo protagonisti, armi e bagagli nel quartiere nero della città, povero e inevitabilmente segregato tanto che Hap ha l’occasione per sperimentare una sorta di razzismo alla rovescia.
La morte dello svanito zio Chester, l’uomo che gli ha insegnato come stare al mondo, lascia all’ancora zoppicante protagonista di colore un’eredità alquanto inconsueta, fatta di buoni spesa, vecchi libri e una casa malandata. Siccome la dimora è quella in cui Leonard è in buona parte cresciuto, il duo vi si trasferisce cominciando a risistemarla: durante i lavori, una brutta sorpresa li mette sulle piste di una banda di pedofili, dimostrando che l’avo non era rimbambito come poteva apparire.
Superfluo aggiungere che il duo inizia la caccia, ricorrendo alla polizia solo proprio quando non si può evitarlo, fino a che tutto è bene quello che finisce bene: come spesso accade in Lansdale, la trama gialla non è poi così trascendentale perché si capisce ben presto l’identità del colpevole e la resa dei conti è il segmento più debole, il che conferma ancora una volta la preferenza dell’autore per il lavoro sulle situazioni e i personaggi.
La vecchia Me-Maw e la sua abitazione tappezzata di fotografie, il reverendo con la palestra per la boxe accanto alla chiesa, gli spacciatori della porta accanto, la strana coppia di poliziotti Marvin (nero) e Charlie (bianco), l’incantevole ma insidiosa avvocatesaa nera Florida: tutti sono al centro di digressioni dalle dimensioni variabili che ne disegnano con precisione le caratteristiche e solo l’ultima della lista dà l’impressione di allargarsi troppo grazie alla sua storia d’amore con Hap (a meno che la sua presenza non serva soprattutto a confermare le difficoltà dell’uomo con il sesso femminile).
Tra i ruoli di rilievo non può mancare il Texas orientale con i suoi grandi spazi strozzati dal caldo o battuti da violenti temporali che si annunciano con ore d’anticipo all’orizzonte: su tale sfondo, sovente combattendo con l’umidità, si muove un’umanità che si arrabatta per vivere fra nette distinzioni di classe e di razza che consentono uno sfogo al pessimismo di fondo dello scrittore. Si tratta comunque di una sensazione che resta in secondo piano senza inficiare la narrazione, perché Lansdale racconta con la consueta, brillante verve che costringe il lettore a voltare pagina regalandogli nel frattempo pagine di divertito umorismo che scaturiscono dai battibecchi tra i due soci e dalle mirabolanti iperboli di cui è specialista in special modo Leonard.