Archivio mensile:ottobre 2017

Georges Simenon: “Il defunto signor Gallet”

Un commesso viaggiatore viene raggiunto allo stesso tempo da un colpo di rivoltella sparato da sei metri e da una coltellata sferrata a distanza ravvicinata. Il delitto da stanza (semi)chiusa costringe Maigret a trasferirsi in un albergo sulla Loira in quel di Sancerre, ma, più di tutto, consente a Simenon uno di quegli esercizi di pessimismo sulla natura umana che gli riescono così bene.
Nella terza investigazione del commissario parigino non ce n’è per nessuno, visto che il defunto si rivela essere un piccolo truffatore, ma alla lunga tutti gli altri finiscono per dimostrarsi pure peggiori, tra piccola nobiltà decaduta, i consueti borghesi contraddistinti da ipocrisia e avidità, la gente del popolo interessata comunque al puro guadagno a partire dall’untuoso albergatore: i numerosi personaggi sono caratterizzati con pochi tratti che, sottolineati con perizia, li rendono subito riconoscibili anche quando secondari, come i due poliziotti locali.
L’antipatia che prova Maigret è in maniera evidente quella del suo autore e l’ombra grigia non risparmia neppure le ambientazioni, tanto che è difficile dire se è peggio il triste e quasi disabitato inizio di lottizzazione in cui vivono i Gallet o la villeggiatura a poco prezzo sulle rive del grande fiume.
All’interno della plumbea atmosfera del romanzo, il commissario si muove secondo il suo non-metodo, radunando in un processo all’apparenza casuale gli indizi e le impressioni da cui riesce solo a fatica a ricavare il quadro generale in una conclusione dalla costruzione complessa (nonché inattesa), ma alla quale si giunge con una notevole fluidità guidati dai dialoghi serrati che, specie nella seconda parte, prendono il sopravvento sulla narrazione.
Il profilo del protagonista comincia ormai a delinearsi con decisione, seppure lontano dal Quay de Orfévres e dalla sua casa a cui sono riservati appena una scena ciascuno, grazie a qualche asperità che si arrotonda e, in particolar modo, alla scelta che deve compiere nell’ultimo capitolo.

Saxon: “Strong arm of the law”

(Carrère 1980)

Inseriti nella New Wave of British Heavy Metal che ha caratterizzato gli anni a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta, i Saxon suonano in qualche modo più eterogenei della media della categoria, almeno alle orecchie di un non adepto come il sottoscritto. Ho frequentato parecchio simili sonorità nella prima adolescenza per poi abbandonarle in blocco: il nuovo incontro, casuale e un po’ nostalgico, mi dà la sensazione che il gruppo fosse meno allineato e coperto di molti suoi pari (Iron Maiden in primis) e perciò più disponibile a contaminarsi con influenze esterne, seppur confinanti.
Insomma, l’impressione è che i cinque non si prendessero troppo sul serio (a partire dal candido cappellino che copriva la pelata del chitarrista Paul Quinn) facendo propria una certa attitudine da pub-rock (Sixth Form Girls lo è fin dal titolo) mischiata con feroci eccessi di velocità che fanno pensare subito ai Mötoröhead (To Hell and Back Again oppure la frenetica 20.000 Ft). Se si tiene conto poi che i virtuosismi sono abbastanza limitati e che l’assolo che contrassegna l’insolitamente politica Dallas 1 PM – dedicata. ovviamente, all’assasinio di Kennedy – è di una pulizia esemplare, più che al marchio metallico viene da associarli a un più generico hard-rock che in Hungry Years giunge a sfoggiare più espliciti accenti blues.
Detto questo, l’etichetta di cui all’inizio non è certo campata in aria, visto che gli elementi costitutivi del genere ci sono tutti, inclusa la brutta copertina con quella sorta di medaglia al valore coronata: l’impatto frontale, il massimo volume, gli stacchi cronometrici (Pete Gill alla batteria, Steve Dawson al basso, Graham Olivier l’altra chitarra), le corde vocali di Biff Byford quasi sempre al limite e un po’ tutto l’immaginario maschile, bianco e dopato di testosterone. Non mancano gli inni da cantare a squarciagola sotto al palco, ovvero l’apertura Heavy Metal Thunder, che prende il via con un temporale pallida rimembranza di quello di Black Sabbath, e, soprattutto, il brano eponimo che rievoca una scomoda avventura con un poliziotto statunitense fino a un ritornello di facile memorizzazione.
Il risultato complessivo non è trascendentale, né fondamentale, ma è difficile negare che questi quaranta minuti scarsi senza togliere il piede dall’acceleratore – la mancanza della consueta ballatona è un ulteriore aspetto positivo – non annoino riuscendo sovente a risultare divertenti.

Marcello Fois: “Luce perfetta”

Luce perfetta La terza e conclusiva puntata della saga con protagonista la famiglia Chironi prosegue lo scivolamento dall’epica alla cronaca già profilatosi all’orizzonte durante l’episodio centrale e, pur rimanendo una lettura che sa appassionare, dà l’impressione di un finale in calando.
La scrittura dell’autore, nella quale le metafore giocano un ruolo fondamentale, avvolge come di consueto restituendo appieno l’ambiente vorace a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, ma l’unurbamento in una Nuoro che ha ormai completato il passaggio da paesone a città finisce per comprimere la componente naturale di una Sardegna selvaggia che riesce a farsi largo soltanto a tratti sopravvivendo in particolare nelle condizioni atmosferiche che si intrecciano con il percorso dei personaggi.
Quest’ultimo è raccontato con un andamento non regolare, con un corposo flash-forward iniziale e poi inserendo una serie di flash-back per gli indispensabili collegamenti con gli altri volumi; l’elemento sovrannaturale ha uno spazio di nuovo limitato, riducendosi solo quasi alla dimensione onirica, a testimoniare forse che la materialità dei tempi nuovi finisca per scacciare la magia in via definitiva. In modo analogo, mentre nei romanzi precedenti era il fato – una sfiga dalla mira infallibile, a dire il vero – a scatenare la tragedia, qui essa ha origine senza eccezioni per mano dell’uomo scatenando un classico meccanismo di delitto e castigo.
Cristian è il rampollo rimasto dei Chironi, orfano dalla nascita di Vincenzo e dall’adolescenza della madre, e si innamora – ricambiato – di Maddalena, ragazza del suo miglior amico, Domenico: quando il primo scompare – lasciando, come da tradizione familiare, un pugno di cellule che diventerà suo figlio – e se ne va anche Marianna, l’ultima della stirpe, al centro della scena si pone la famiglia del secondo, i Guiso, che si sono arricchiti con le speculazioni edilizie. Nelle loro traversie, l’attaccamento alla ‘roba’ rinforza i legami con i Malavoglia, ma i capitoli conclusivi regalano un ribaltamento inatteso che mette ogni evento in una diversa prospettiva: si tratta però di una svolta un po’ troppo brusca che fatica a integrarsi del tutto con la più corposa parte che l’ha preceduta, sebbene l’ ‘inquadratura’ finale di Maddalena sia un’immagine che si stampa con forza nella memoria.
Oltre ai dubbi sollevati dagli ultimi avvenimenti narrati, si possono individuare ulteriori momenti non essenziali (il masochismo di Domenico) o poco giustificati se non poco riusciti (la vocazione) tanto da far pensare che il lettore occasionale, incappato in queste trecento facciate ignorando il resto della trilogia, ne uscirebbe assai meno soddisfatto di chi ha invece una visione d’insieme e, soprattutto, vuol sapere come va a finire.
Malgrado qualche difetto, ‘Luce perfetta’ resta un libro che vale ampiamente la pena di affrontare grazie alla capacità dello scrittore di costruire un mondo in cui è inevitabile immergersi a tal punto che a volte risulta difficoltoso abbandonare le atmosfere che si sono andate creando con il volgere delle pagine: sensazione che spinge a considerare che, se i Chironi fossero stati raccontati con un solo volumone anziché con tre romanzi distinti, la loro epopea sarebbe stata davvero indimenticabile.

In concerto – Alberto Fortis

30 settembre 2017 – Monticelli d’Ongina, cortile di Palazzo Archieri.

Se si eccettua l’indifendibile neologismo ‘Festivaglio’, è innegabile che la fiera ottobrina di quest’anno abbia messo in mostra un’imprevista vivacità della quale la presenza di Alberto Fortis è forse la più inattesa testimonianza. La vivacità suddetta risulta pure troppa – l’assurda contemporaneità costringe a rinunciare al punk celtico delle Mosche di Velluto Grigio in Piazza della Rocca – ma il nome in ballo e il recupero del bello spazio offerto dal cortile di Palazzo Archieri costituiscono un’occasione da cogliere e infatti il pubblico accorre in discreto numero per un evento di questo tipo.
Il luogo affascina sia il cantautore, sia il Quartetto Bazzini che funge da introduzione. L’ensemble guidato dal violoncellista cremonese Fausto Solci che si affianca ai violini di Lino Megni e Daniela Sangalli nonché alla viola di Marta Pizio – tutti musicisti bresciani – accantona il consueto repertorio classico, con la parziale eccezione della mozartiana Eine Kleine Nachtmusik, per proporre un breve excursus fatto di colonne sonore, da John Williams (‘Guerre stellari’) a Nicola Piovani (‘La vita è bella’) per finire con Jóhann Jóhannsson (‘La teoria del tutto’) offrendo una quarantina di minuti ben suonati e di facile ascolto.
L’attrazione principale sale sulla scena con mirabile puntualità alle dieci di sera: sfoggiando un paio di alate scarpette da Mercurio, si siede dietro al pianoforte a coda che occupa la quasi totalità del piccolo palco per uno spettacolo solista (ma piacerebbe risentirlo con la band, come da lui stesso auspicato) che supera l’ora e mezza dosando con cura nuove composizioni e vecchi successi. A parte la scarsa efficacia del sound&vision, visto che i filmati che accompagnano molti dei brani vengono proiettati su di un malandato muro laterale, l’unico appunto che si può fare è l’eccessivo volume dedicato all’amplificazione dello strumento: alle volte la voce si perde mentre l’incedere un po’ enfatico evoca in alcuni passaggi Roy Bittan e fa temere che Fortis stia per mettersi a strillare ‘aloningiangolleeeend…’.
I titoli altrui in programma sono invece ben diversi, ovvero Little Wing e, soprattutto, One che finisce per fondersi con Settembre in cui il musicista si sforza di ricreare con la tastiera il coinvolgente souleggiare che i cori regalano all’originale. Milano E Vincenzo è seconda in scaletta, come se l’autore volesse liberarsene subito per dare importanza a canzoni a cui tiene maggiormente: mostrano diverso spessore e di conseguenza più profonde vibrazioni La Neña del Salvador, una Marylin riadattata al momento politico a stelle e strisce, Fragole Infinite a testimonianza dell’esperienza londinese (e qui ci scappa un po’ di civetteria, per la serie ‘io ho lavorato con George Martin’) e quella bellissima dedica a Milano che è Il Duomo Di Notte.
Al confronto con le vecchie cose, i pezzi ripresi dal nuovo ep uscito questa primavera paiono più legati agli schemi del cantautorato melodico all’italiana tralasciando quello sguardo obliquo che è stato a lungo cifra distintiva del Fortis di qualche lustro fa: Do l’Anima serve a rievocare gli esordi e il legame con Vecchioni, la più brillante Infinità Infinita è accompagnata dal video girato sui Floating Piers di Christo con Cino Tortorella, l’appassionata Con Te apre i bis conclusi su toni ancora più intimi con La Sedia di Lillà.