Archivi giornalieri: 30 settembre 2017

Hunger

(Hunger, Gbr 2008)

Il primo lungometraggio dell’inglese McQueen è uscito in Italia con quasi un lustro di ritardo, sull’onda del riconoscimento internazionale raggiunto con ‘Shame’ e appena prima del successo di ’12 anni schiavo’, nonché grazie alla crescente aura carismatica di Fassbender. Eppure a Cannes il film è stato adeguatamente premiato (nella sezione ‘Un certain régard’) e mette in mostra un talento genuino che sfrutta l’abilità di narrare con uno sguardo, derivatagli dal mondo pubblicitario da cui proviene, riuscendone comunque a evitare la superficialità e la ricerca del semplice effetto.
Il rischio ci sarebbe, con la messa in scena della violenza e quella dell’inedia passibili di scadere in un certo voyeurismo: invece la rappresentazione che ne scaturisce è forte, brutale e, proprio per questo, di una bellezza che lascia il segno. McQueen rievoca la morte per fame di Bobby Sands e dei suoi otto compari nel terribile carcere di Maze all’inizio degli anni Ottanta, ma, nello stesso tempo, offre una lucida disamina del potere e della sua capacità di schiacciare l’individuo.
In un’Irlanda dal cielo livido o negli squallidi ambienti della prigione, tale oppressione tende ad annientare alcune guardie, come il secondino Lohan (Stuart Graham) e i detenuti, narrati attraverso l’internamento del giovane Gerry (Liam McMahon): il rifiuto dell’autorità costituita di questi ultimi – che si esplica nel rigetto della divisa carceraria, il che li costringe a vivere riparati solo da qualche malandata coperta – è una ben debole resistenza rispetto alla ferocia di chi ne nega i più elementari diritti. L’accusa di terrorismo non può giustificarne il trattamento che, accompagnato dalle gelide parole di Margaret Thatcher, punta dritto all’umiliazione con una barbarie che parrebbe inconcepibile nel Regno Unito del tardo Ventesimo secolo: le immagini di Sean Bobbitt lasciano sovente lo spettatore a boccheggiare, preparandolo a una seconda parte che regala malessere per sottrazione anziché per accumulo.
Entra in scena Sands (Michael Fassbender) che, tra silenzi, sguardi assorti e sigarette, rende nota l’intennzione dello sciopero della fame e resiste a chiunque provi a convincerlo del contrario, dai suoi dolenti genitori (Helen Madden e Des McAleer) a padre Moran (Liam Cunningham): è proprio sul dialogo con il religioso che si incentra la mirabile cesura tra le due parti sopra accennate. McQueen gira con la macchina fissa un’unica, iconica sequenza di oltre diciassette minuti in cui i due uomini sono ripresi ne parlatorio di Maze: il religioso prova ogni sorta di argomentazione di umanità o di fede, ma va a sbattere contro un muro, come se il fumo del tabacco in cui Sands si immerge un mozzicone dopo l’altro gli servisse per respingere qualsiasi invito a essere meno tetragono riguardo alla propria decisione (‘tu lo chiami suicidio, io omicidio’).
La reazione è invece uguale e contraria, con il protagonista che persegue con sempre maggiore insistenza il proprio annullamento in scene che ne accompagnano il decadimento fisico avvolgendolo nel silenzio spezzato da pochissime frasi in aggiunta a quelle sprezzanti del Primo Ministro e da un certo numero di sparsi rumori. Fassbender ne rappresenta la parabola con un’intensità e una partecipazione che gli sono costate non poco a livello fisico (l’attore stato seguito sul set da uno staff medico) facendone non tanto un martire quanto il simbolo dell’estrema ripulsa per una situazione inumana che solo il gesto definitivo suo e dei suoi compagni ha portato davvero all’attenzione del mondo.
Regia: Steve McQueen
Con: Michael Fassbender, Liam Cunningham, Stuart Graham, Liam McMahon, Rory Mullen