Archivio mensile:luglio 2017

In concerto – Leadbelly Rossi

17 giugno 2017 – Monticelli d’Ongina, circolo ARCI ‘Amici del Po’.

Originario di Cardano al Campo in provincia di Varese (un postaccio, a sentir lui), Angelo Rossi si porta a spasso un nome d’arte pesantissimo, ma lo onora in due ore di musica che, malgrado il genere non brilli per immediatezza nei confronti di un pubblico non anglofono, scorrono piacevoli e inavvertite.
Sempre inserito nell’ambito del festival ‘Dal Mississippi’ al Po’, il concerto si svolge in una serata fresca e ventilata (pure troppo) che fa presto dimenticare la calura del giorno: Rossi, fiancheggiato dalla bassista Silvia Preda, inizia che i tavoli sono ancora popolati di commensali e, benché il suo sia un approccio per forza di cose poco invasivo, comincia ben presto a conquistarsi l’attenzione degli astanti che finiscono per appassionarsi tanto che almeno una trentina rimangono fino ai saluti quando è da poco passata la mezzanotte.
Con poche parole e un accurato lavoro sulle corde della chitarra (prima acustica, poi elettrica nell’ultimo scorcio di esibizione), l’artista compie un ampio excursus sul lato più scarno del blues, omaggiandone i maestri soprattutto originari del delta del Mississippi, zona più volte frequentata sulla spinta di una passione che l’ha portato a esere forse il miglior esponente del genere nel nostro Paese. Rossi è bravo a ravvivare l’atmosfera tra un brano e l’altro, ma ciò che davvero valido è il suo modo di restituire l’accoratezza che pervade gli originali, solo di tanto in tanto elevati da tocchi di gospel: l’unico, vero problema è che poco risalto viene dato alla voce, la cui duttilità si perde un in parte a causa della location non ideale.
A perderci è soprattutto l’unica canzone che è blues solo nello spirito, Hurt dei Nine Inch Nails riproposta nella versione (ulteriormente) dipinta di nero da Johnny Cash e Rick Rubin.

In concerto – Sula Ventrebianco

15 luglio 2017 – Monticelli d’Ongina, Società Canottieri Ongina.

Grazie all’amicizia con il concittadino Ivan Martani, è insolitamente stretto il rapporto che lega i Sula Ventrebianco, napoletani di Forcella, alla realtà monticellese: dopo l’apparizione sul palco di Eppur Si Muove 2015 e la raccolta esibizione acustica agli ‘Amici del Po’, eccoli dunque impegnati allo Chalet in un concerto incentrato sul nuovissimo ‘Più niente’, uscito proprio quest’anno per la Ikebana Records.
A differenza delle altre due, suona però insolita anche la location: poco ci azzecca l’energico mix di stoner e grunge che il quintetto propone soprattutto dal vivo con una serata in cui predominano famiglie, chiacchierate e partite a carte. Se ci si aggiunge la scarsa pubblicizzazione dell’evento, la conseguenza è inevitabile: quando i giovanotti iniziano a suonare con una quarantina di minuti di ritardo sul comunque improponibile orario delle 21.30, fatica ad arrivare a venti il numero degli interessati, di cui solo la metà in piedi davanti ai musicisti.
Quasi per controbilanciare, i SVB partono imbracciando lo spadone: le chitarre ronzano e la sessione ritmica picchia implacabile (forse a volte pensano di star registrando ‘Bleach’) sottoponendo a una dura prova un impianto non all’altezza. Siccome i ragazzi si divertono a dare nomignoli alle canzoni, non è semplice seguire la scaletta: in ogni caso, i generi summenzionati si alternano spesso all’interno del singolo brano (efficace assai la minacciosa Mephisto) mettendo decisamente di buon umore grazie all’ormai rodata bravura di chi sta suonando: il basso di Mirko Grande e la batteria di Aldo Canditone sostengono il lavoro alla sei corde di Giuseppe Cataldo e Sasio Carannante, che mette in mostra una vocalità duttile sebbene non eccezionale nel momento in cui i ritmi rallentano, mentre un po’ faticano a farsi spazio il violino e i sintetizzatori di Caterina Bianco.
Dopo una decina di pezzi ventre a terra, prendendo le mosse da Passerà qualche marcia viene scalata e di comporto l’atmosfera si fa meno incandescente riportando più di frequente alla mente un gruppo come i Verdena: va però sottolineato che, con la parziale eccezione di Una Che Non Resta, il quintetto si tiene alla larga dalla classica ballata rock e gli arrangiamenti restano ricchi di spigoli evitando con stile la banalità.
Il numero dei giri torna ad aumentare nella versione di Ballo In Fa Diesis Minore dal repertorio di Branduardi (per non parlare di quella divagazione di Cataldo che evoca per un attimo i Thin White Rope) finchè, con gli ultimi due titoli, viene chiuso il cerchio del concerto su accenti furiosamente stoner: Arkam Asylum, assecondando il titolo, vi aggiunge un tocco di goth per mezzo di un tastierone che piacerebbe ad Andrew Eldritch laddove Africa saluta tutti con uno scatenato groviglio di suoni che si vorrebbe continuato a oltranza.

War machine

(War machine, USA 2017)

In casi come questo è assolutamente necessario separare la sostanza del film in quanto tale dalla sovrastruttura creata dalle polemiche: ‘War machine’ è stato prodotto da Netflix e non è mai andato in sala, ma ha una sua dignità cinematografica a prescindere dal sistema di distribuzione. Poi può piacere o non piacere, ma questo è un altro discorso: lo apprezzerà chi si è divertito con la satira cerebrale di ‘Burn after reading’, mentre resteranno delusi coloro che – magari ingannati dai trailer – si aspettano chissà quali matte risate.
Va infatti detto subito che non si ride quasi mai e, quando lo si fa, si rimane comunque a denti stretti: la presa per i fondelli dell’intervento (e dell’atteggiamento) militare sttunitense in giro per il mondo è tanto netta quanto sconsolata. La sceneggiatura è tratta dal reportage pubblicato su Rolling Stones (e dal libro che ne è scaturito) che, a firma di Michael Hastings, costò al generale McCrystal il posto di comandante in capo in Afghanistan: è proprio la voce di un giornalista che accompagna l’intera vicenda, riuscendo a combinare la simpatia di fondo per l’uomo con gli errori (di tutti quanti) in campo militare.
Perché il protagonista Glen McMahon, brillante e famoso generale catapultato a Kabul e dintorni, è una brava persona e crede in quello che fa, circondato da un gruppo di uomini (fra i quali spicca il Greg Pulver di Anthonu Michael Hall) che lo seguirebbero ovunque a prescindere: peccato che sia anche del tutto astratto dalla realtà di un mondo che non conosce e non gli interessa conocere, perché tanto è convinto che la superiorità a stelle e strisce consentirà di vincere una guerra invece invincibile. Circostanza ben noto ai politici che l’hanno incaricato o lo seguono, fra i quali spicca il McKinnon di un incisivo Alan Ruck: il suo cinismo è l’altra faccia della stolidità di McMahon nel raccontare l’atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti dl resto del pianeta.
Pitt interpreta il generale in modo caricaturale con una rigidezza di movimenti e di postura che ne riflette quella mentale, facendone una sorta di burattino che sa fare bene una cosa sola, ovvero il soldato: in fondo la sa bene la moglie Jeannie (Meg Tilly), costretta a condividere con lui pochi momenti goffi e teneri insieme. Sono però altre le situazioni che dovrebbero risvegliare in McMahon qualche dubbio che invece non sorge mai: Michôd, che è anche autore dello script, affida alle domande di una giornalista tedesca (Tilda Swinton) la più lucida analisi degli errori statunitensi e alle parole desolate di un afgano abitante di un villaggio liberato dagli uomini di McMahon la descrizione delle conseguenze (riassumendo: prima ve ne andate, meglio è, visto che a noi tocca restare qui).
A parte qualche passaggio della trasferta europea, i passaggi più divertiti sono così quelli in cui compare Ben Kingsley che veste i panni di un presidente Karzai che dà l’impressione di capire bene la situazione malgrado l’aspetto quasi macchiettistico: l’attore inglese gigioneggia un po’, ma rimane comunqe uno dei più validi in un cast di tutto rispetto che risulta oltretutto ben amalgamato. Le buone interpretazioni aiutano a superare le fasi di stanca in cui la scrittura rallenta e quasi si perde nel tentativo di raccontare troppo nel dettaglio: fasi peraltro riequilibrate da altre che mostrano ben diverso vigore, come gli scontri con i politici o l’azione che vede coinvolto il plotone comandato da Ricky Ortega (Will Poulter).
Non meno importanti sono le collaborazioni eccellenti che vanno dalle musiche firmate da Nick Cave e Robert Ellis alla fotografia di Dariusz Wolski per un film di certo perfettibile, ma che merita senza dubbio un’occhiata possibilmente non distratta.
Regia: David Michôd
Con: Brad Pitt, Anthony Hayes, John Magaro, Ben Kingsley, Meg Tilly, Topher Grace

In concerto – Bayou moonshiners

3 giugno 2017 – Monticelli d’Ongina, circolo ARCI ‘Amici del Po’.

In una delle tappe itineranti del festival blues piacentino ‘Dal Mississippi al Po’, giunge a Monticelli questo duo di origini veronesi dedito al culto della musica di New Orleans.
Stephanie Ghizzoni (voce, rullante con spazzole, washboard e kazoo) e Max Lazzarin (voce e piano) hanno vinto premi in Italia e in Europa e la loro esibizione, sia pure in un angolo un po’ sacrificato alla fine delle tavolate verso la piscina, risulta dapprima convincente e poi trascinante. Tanto è vero che i numerosi commensali presenti iniziano ad ascoltare magari un po’ distratti, ma la loro attenzione viene sempre più catturata fino al coinvolgimento nei cori e nei call-and-responses chiesti dai musicisti.
Seguendo un filo logico temporale, l’esibizione si avvia con Cabbage Head, un ripescaggio di fine Ottocento in cui il duo inizia a mettere in mostra la bella interazione fra le voci, tanto ruvida e fumosa quella di Max quanto profonda ma capace di inaspettato lirismo quella di Stephanie. A stretto giro di posta, il pianista omaggia uno dei suoi idoli nel rifacimento di Big Time Woman di Jerry Roll Morton e di lì prende il via un lungo girovagare tra blues, spiritual, gospel – comunque in vario modo conditi con le spezie della città della Louisiana – che conduce agli anni Sessanta e a Ray Charles, rifatto sia sul versante più confidenziale, sia in quello più scatenato grazie a una brillante riproposizione di Mess Around.
In mezzo ci sta ovviamente Fats Domino con un titolo a dir poco esplicativo (I Just Can’t Get New Orleans Off My Mind) e non può mancare uno standard della Big Easy come Jambalaya di Hank Williams. Un brano reso famoso, tra gli altri, anche da Dr. John ed è proprio al dottore che pare ispirato il primo dei due brani autografi, ovvero Don’t Believe Me, mentre l’altro, intitolato Tell Me More, è più introverso ed è impreziosito da un’affascinante introduzione di piano.
Dopo un simpatico Happy Birthday cantato per uno dei presenti (‘sembra Happy Birthday Mr. President’, borbotta divertito Max), il momento avvolgente prosegue con la bella resa di I’m Glad Salvation is Free in cui Stephanie non sfigura davanti a Mahalia Jackson camminando per i tavoli ben lontana dal microfono e una toccante versione di Amazing Grace.
Infine, come detto, ecco The Genius per tornare ad alzare i ritmi e a far battere il piedino così da coronare un concerto andato al dilà delle più rosee aspettative: la bravura e la personalità di piano e voce riescono persino a far dimenticare la mancanza di una sezione ritmica e dei fiati (sostituiti saltuariamente dallo spernacchiante kazoo) e gli applausi del pubblico abbastanza numeroso – oltre a chi era a cena, arrivano un po’ alla spicciolata almeno una ventina di altre persone – fioccano convinti.

Gangster squad

(Gangster squad, USA 2013)

Tanto per dirne una: il vero Mickey Cohen verrà arrestato per evasione fiscale dodici anni dopo il 1949 qui raccontato. Una (non tanto) piccola considerazione che illustra bene come questa versione de ‘Gli intoccabili’ un quarto di secolo dopo l’originale finisca per suonare falsa e vuota. Per carità, la confezione è elegante assai: I costumi di Mary Zophres e le ambientazioni di Gene Serdena ricostruiscono la Los Angeles del secondo dopoguerra in maniera quasi iperrealistica, immersa com’è nei colori saturi e squillanti della fotografia di Dion Beebe, mentre la sceneggiatura di Will Beall (tratta dal libro di Paul Lieberman) viaggia abbastanza spedita, almeno fino a quando il livello di sospensione dell’incredulità rimane entro limiti ragionevoli.
Il sergente O’Mara (Josh Brolin) viene incaricato dal capo della polizia Parker (Nick Nolte, trent’anni di più del personaggio reale) di costruire una piccola squadra sotto copertura per contrastare l’affermazione dell’astuto e spietato ex-pugile Cohen (Sean Penn), intento a farsi largo negli ambienti del crimine organizzato a colpi di morti ammazzati. Malgrado le preghiere della moglie incinta (Mireiile Enos), O’Mara recluta il disincantato Wooters (Ryan Gosling) e poi pare scegliersi i suoi in modo da non scontentare le minoranze razziali, imbarcando l’agente nero Keeler (Anthony Mackie) e quello ispanico Ramirez (Michael Peňa) assieme al ‘Cowboy’ Kennard (Robert Patrick).
Il vero colpo di fortuna gli arriva però dalla tecnologia grazie alle cimici piazzate dall’agente Harris (Giovanni Ribisi) e, in particolar modo dal fascino di Wooters, che riesce a far innamorare di sé la pupa del gangster (Emma Stone): che il loro rapporto vada avanti per mesi senza che nessuno tra i moltissimi tirapiedi di Cohen se ne accorga è abbastanza inverosimile, ma in linea con la seconda parte del film in cui il gruppetto va a testa bassa contro il nemico uscendone vincitore dopo uno scontro finale a fucili mitragliatori spianati.
Viste le numerose forzature, il racconto si fa più faticoso e, malgrado l’azione si dovrebbe fare in teoria più stringente, il ritmo finisce per risentirne: molto meglio, sotto questo aspetto, la prima metà della pellicola, in cui la presentazione dei personaggi avviene con ben altra efficacia. Se da una parte non si può dire che ci si annoi, dall’altra sembra a volte di vedere messo per immagini il manuale del classico film di guardie e ladri statunitense – ben presto si intuisce con certezza chi fra i buoni non sopravvverà – incluse le scene madri tra le quali spicca per incongruità la nascita del figlio del protagonista.
La regia di Fleischer non manca di adattarsi alle esigenze del genere, con l’inevitabile uso del rallentatore, mentre il non banale cast dà l’impressione di divertirsi assai a interpretare un film in costume, ma senza peraltro darvi peso più di tanto. Se l’idea alla base di ‘Gangster squad’ era l’intrattenimento di genere, la missione si può dire compiuta anche se sarebbe stato meglio evitare di strizzare l’occhiolino coinvolgendo le figure reali; se invece l’aspirazione era a qualcosa di più, magari nella scia del film di De Palma, il bersaglio è stato mancato e non di poco.
Regia: Ruben Fleischer
Con: Josh Brolin, Ryan Gosling, Sean Penn, Emma Stone, Mireiile Enos, Nick Nolte