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	<description>Musica, libri, cinema e… altro. Quando capita, quel che capita.</description>
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		<title>Lorenzo Pavolini: “Accanto alla tigre”</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Sep 2010 02:13:46 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Alessandro Pavolini, fascista di profonda convinzione: prima picchiatore entusiasta, poi gerarca di alto grado, infine – dopo l’otto settembre – protagonista di una svolta lealista culminata nelle ‘Brigate nere’ e finita a Piazzale Loreto. Ma anche un intellettuale e uno scrittore, rampollo della buona borghesia fiorentina e non un ardito deluso dall’armistizio. Con cotanto nonno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.anobii.com/books/Accanto_alla_tigre/9788860441454/0162cf7d80a10e4840/" title="Guarda 'Accanto alla tigre' su aNobii"><img src="http://image.anobii.com/anobi/image_book.php?type=1&#038;item_id=0162cf7d80a10e4840&#038;time=1267363164" title="Guarda 'Accanto alla tigre' su aNobii" alt="Guarda 'Accanto alla tigre' su aNobii" style="padding: 5px;" /></a> Alessandro Pavolini, fascista di profonda convinzione: prima picchiatore entusiasta, poi gerarca di alto grado, infine – dopo l’otto settembre – protagonista di una svolta lealista culminata nelle ‘Brigate nere’ e finita a Piazzale Loreto. Ma anche un intellettuale e uno scrittore, rampollo della buona borghesia fiorentina e non un ardito deluso dall’armistizio.<br />
Con cotanto nonno non è facile fare i conti e l’autore, sulla soglia della maturità, scrive questo libro per narrare il suo combattuto confronto a distanza. Da una parte c’è un umanamente comprensibile tentativo di alleggerire la monolitica figura dell’avo passata alla storia, dall’altra l’inequivocabile peso delle evidenze di un passato che condanna: le parti più interessanti del libro sono quelle che tentano di mettere in relazione questi due aspetti così da comprendere le scelte di un uomo di un’altra epoca.<br />
Tutti temi affascinanti ma non sempre il risultato è all’altezza delle aspettative. Le cause possono essere più di una: una narrazione non lineare che a tratti si ingarbuglia su se stessa smarrendo il lettore, una lingua che in certi punti si fa inutilmente alta ed eccede in metafore e, infine, alcuni personaggi di contorno francamente insopportabili.</p>
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		<title>Isaac Asimov: “Fondazione anno zero”</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Aug 2010 12:13:37 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Diciamo la verità: a mente fredda non è un gran libro, tra personaggi stereotipati e colpi di scena prevedibili. Inoltre è costituito da cinque parti che potrebbero avere vita propria scandendo i decenni della vita di Hari Seldon, quasi che Asimov abbia nostalgia della sua giovinezza, quando fondeva due romanzi brevi per creare ‘Fondazione’. Eppure… [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.anobii.com/books/Fondazione_anno_zero/017c339d1862b3f164/" title="Guarda 'Fondazione anno zero' su aNobii"><img src="http://image.anobii.com/anobi/image_book.php?type=1&#038;item_id=017c339d1862b3f164&#038;time=1197498297" title="Guarda 'Fondazione anno zero' su aNobii" alt="Guarda 'Fondazione anno zero' su aNobii" style="padding: 5px;" /></a> Diciamo la verità: a mente fredda non è un gran libro, tra personaggi stereotipati e colpi di scena prevedibili. Inoltre è costituito da cinque parti che potrebbero avere vita propria scandendo i decenni della vita di Hari Seldon, quasi che Asimov abbia nostalgia della sua giovinezza, quando fondeva due romanzi brevi per creare ‘Fondazione’. Eppure…<br />
Eppure, queste trecento pagine si leggono tutte d’un fiato, trascinati dalla prosa leggera ma arguta che contraddistingue da sempre l’autore: i dialoghi sono preponderanti sull’azione, anzi quasi costituiscono l’azione stessa in serrati scambi dialettici che, in molti momenti topici, si trasformano nel vero motore della storia.<br />
Insomma: malgrado questa sorta di prequel della Quadrilogia sia un libro tardo e il tentativo di scrivere una ‘storia di domani’ cominci a far sentire una certa stanchezza, gli appassionati del Dottore vi ritrovano una voce comunque inconfondibile e gli altri una lettura rilassante e venata di stimolante intelligenza.</p>
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		<title>Francesco Guccini: “Guccini”</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Aug 2010 19:29:10 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[(EMI 1983) Quando un autore, a un certo punto della sua carriera, se ne esce con un disco omonimo – o quasi, come in questo a caso – è sovente perché è alla ricerca di nuovi stimoli o, forse, di un nuovo inizio. Anche per Guccini la regola è confermata: al cambio in cabina di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(EMI 1983)</p>
<p><object width="640" height="385"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/Tig7RtSeDOM&amp;hl=it_IT&amp;fs=1"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/Tig7RtSeDOM&amp;hl=it_IT&amp;fs=1" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="640" height="385"></embed></object><br />
Quando un autore, a un certo punto della sua carriera, se ne esce con un disco omonimo – o quasi, come in questo a caso – è sovente perché è alla ricerca di nuovi stimoli o, forse, di un nuovo inizio. Anche per Guccini la regola è confermata: al cambio in cabina di regia, Fantini definitivamente al posto di Farri, si aggiunge il formarsi band stabile e dall’impronta ben precisa, che poi diventerà inseparabile accompagnamento in studio e dal vivo.<br />
Così, in questo disco le musiche sono altrettanto importanti rispetto alle parole, dando alle canzoni un equilibrio che ne esalta i momenti migliori e riesce a far passare in secondo piano le rare cadute di tono. Ad esempio, il brano che convince meno, ‘Gulliver’, è però sostenuto da un lavoro di chitarra che si spinge fino all’assolo: del resto, ogni pezzo è caratterizzato da uno o più strumenti – ‘Autogrill’ dal sassofono, ‘Argentina’ dal piano via via fino ai fiati della conclusiva ‘Gli amici’.<br />
Di suo, il Maestrone ci mette, proprio in apertura, ‘Autogrill’ e potrebbe anche bastare, con quella sua atmosfera sognante e irreale così anomala rispetto al resto della sua produzione; è curioso poi che anche l’altro vertice del disco sia un brano fuori dal normale canone gucciniano, quella ‘Shomèr ma mi-llailah?’ ispirata ad Isaia e con qualche eco di De Andrè.<br />
Al termine de ‘Gli Amici’, divertita e divertente anche grazie a un accompagamento un po’ dixie e un po’ (tanto) orchestra di liscio, ci si accorge che queste sei canzoni sono durate solo trenta minuti: per intensità e capacità di coinvolgere, non certo per noia, paiono molti di più.</p>
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		<title>Eppur si muove 10 – Prima serata</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Aug 2010 19:23:15 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[San Nazzaro d’Ongina, 30 luglio 2010 – Festa dello Sport Serata anomala, quella che inaugura la quarta edizione di ‘Eppur si muove’ contest della Bassa Piacentina per band emergenti. Anomala prima di tutto perché si svolge quattro settimane prima delle altre due, programmate per il fine settimana del 28 e 29 agosto. Poi per il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt"><span style="font-size: 13pt" lang="IT">San Nazzaro d’Ongina, 30 luglio 2010 – Festa dello Sport</span></p>
<p>Serata anomala, quella che inaugura la quarta edizione di ‘Eppur si muove’ contest della Bassa Piacentina per band emergenti. Anomala prima di tutto perché si svolge quattro settimane prima delle altre due, programmate per il fine settimana del 28 e 29 agosto. Poi per il luogo in cui ha luogo, per la prima volta alla ‘Festa dello Sport’ di San Nazzaro mentre il resto della manifestazione va in scena alle paratoie di Isola Serafini. Infine per il clima, che, a dispetto del calendario, dispensa umidità pungente senza dimenticarsi un paio di spruzzate di pioggia.<br />
Neppure la struttura della serata è perfettamente in linea, con un antefatto e una coda praticamente imposti dal padrone di casa, il patròn dell’ U.S. Sannazzarese Massimo Berni, mentre lo spazio lasciato ai musicisti locali (o del circondario) va un po’ a scapito della qualità complessiva.<span id="more-401"></span><br />
Esorcizzando lo sgocciolio del cielo, come antipasto aprono le danze gli Outwar, quattro ragazzini tra i quindici e i sedici anni che provano a suonare il rock’n’roll. Apprezzata la buona volontà e la scelta di modelli non piattamente commerciali, è però inevitabile far notare quanto il gruppo dimostri di essere ancora acerbo. Simpatici nello sfoggiare una chitarra a freccia e con uno di loro somigliante a Joey Ramone, i ragazzi hanno l’età dalla loro parte e, di conseguenza, hanno tutto il tempo per suonare, suonare, suonare – con la speranza di incontrarli di nuovo fra qualche tempo ben altrimenti padroni della materia. Intanto potrebbero provare a pensare di trovare una voce maggiormente all’altezza e, nel frattempo, di evitare la sfida con Ian Gillian o il Kurt Cobain di ‘Smells like a teen spirit’.<br />
Il concorso vero e proprio inizia con i ‘Poor mountain’, gruppo che si presenta con un suono da radio alternativa statunitense che è una piacevole sorpresa. Purtroppo, le cartucce da sparare sono veramente poche e giunti al quarto brano, i ragazzi sono costretti ad ammettere di averlo scritto di corsa per rimpolpare il repertorio – e il risultato assomiglia parecchio a ‘Blitzkrieg bop’. L’ultimo pezzo è addirittura una cover degli Artic Monkeys, con la quale la band si autoesclude dal concorso che vieta la reinterpretazione di brani altrui: la spiegazione di come i ‘Poor mountain’ siano stati un rimpiazzo di un altro gruppo dissoltosi all’ultimo istante spiega allora molte cose, compresa l’impressione di poco affiatamento che affiora d’ogni tanto.<br />
Ben altro impatto hanno i ‘Nemesi contraria’ che si presentano aggressivi grazie ad un suono duro e veloce che ben supporta il roco cantato in italiano. A parte la tautologica ragione sociale, tutto parrebbe predisporre per il meglio l’ascoltatore quando, già all’altezza della seconda canzone, al gruppo pare finire la carica. E’ solo una sensazione, chè il concerto procede comunque su di un buon livello e si rivela nel complesso abbastanza piacevole, che però lascia un’impressione di incompiutezza piuttosto netta. Benché appaiano più rodati di chi li ha preceduti e mettano in mostra buone cose dal punto di vista strumentale, anche questi quattro ragazzi sembrano aver bisogno di un po’ di rodaggio: speriamo serva loro anche per evitare qualche scivolata verso la banalità commerciale che si è avvertita nelle due ballate.<br />
Siccome è la serata dei lavori in corso, anche la prova di Marco Sutti – già nella ‘Dissonante orchestra dei pupazzi di pezza’ e in ‘Padma dissonante’ – pare esporre il cartello dell’omino con la pala. Solo voce e chitarra, cercando di comprimere in poco più di venti minuti uno spettacolo costruito per raccontare una storia: non è facile, anche per l’ambientazione non proprio adatta. Inframmezzate da forse troppe parole, le canzoni scorrono aspre e abbastanza scostanti alternando vecchio e soprattutto nuovo cantautorato. La materia non è facile, ma Marco dà l’impressione di essere all’altezza della sfida: sarebbe interessante poterlo ritrovare quando la maneggerà al meglio, con più tempo a disposizione e in un posto più raccolto, senza tamarri con l’autoradio che diffonde becerume da discoteca a tutto volume o saputelli che borbottano per tutto il tempo opinioni sconclusionate.<br />
Il finale acustico era stato pensato dagli organizzatori per avere una chiusura soft che non disturbasse troppo il vicinato, senonchè i medesimi vengono trascinati a suonare originando qualche comprensibile mugugno. Sono tre i brani (un po’ svogliati) che il Deportivo La Bonissima regala agli appassionati accalcati solo al palco. Sarà l’amplificazione sottotono – la mezzanotte è ormai passata – saranno le strutture meno ossessive, ma il cantato risulta quasi completamente intelligibile: vuoi vedere che i ragazzi si stanno rammollendo?<br />
Scherzi a parte, la mini-esibizione spinge l’elaborazione (manuale) dei dati quasi all’una di notte. Sutti vince a mani basse per la giuria, ma il voto popolare incorona i ‘Nemesi contraria’, che raccolgono cinquantacinque preferenze su un centinaio totali, superando di quasi quaranta voti il Padma in libera uscita. Il gruppo si aggiudica così la serata grazie a un punteggio con cui sarà necessario fare i conti in vista della vittoria finale. </p>
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		<title>Bettye LaVette: “Interpretations: The british rock songbook&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Aug 2010 19:28:28 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[(Anti/Epitaph 2010) Come ben descritto nel libretto, il rock britannico non fa parte dell’educazione sentimentale di Bettye LaVette. Così la cantante – giunta a una meritata fama dopo una lunga ma assai oscura carriera – ha potuto avvicinarsi a questa musica di bianchi per i bianchi con orecchie vergini e scegliere i brani che sentiva [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(Anti/Epitaph 2010)</p>
<p><object width="640" height="385"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/6U0l5uhGwuE&amp;hl=it_IT&amp;fs=1"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/6U0l5uhGwuE&amp;hl=it_IT&amp;fs=1" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="640" height="385"></embed></object><br />
Come ben descritto nel libretto, il rock britannico non fa parte dell’educazione sentimentale di Bettye LaVette. Così la cantante – giunta a una meritata fama dopo una lunga ma assai oscura carriera – ha potuto avvicinarsi a questa musica di bianchi per i bianchi con orecchie vergini e scegliere i brani che sentiva più vicini, senza badare alla più o meno meritata fama. Brani che poi sono stati personalizzati nella struttura, nelle liriche e, ovvio, negli arrangiamenti così da dar vita ad un disco coeso, intriso di soul e rhythm’n’blues tanto da far dimenticare le firme sotto le canzoni.<br />
Si parte subito con ‘The word’ dei Beatles riletta con aggressività funk, unico brano con la claptoniana ‘Why does love got to be so sad’ a tenere alto il ritmo. Se si eccettua anche ‘It don’t come easy’ più r&amp;b dell’originale, Bettye pare prediligere le ballate, più o meno rallentate, in cui esalta un’interpretazione che sa essere aspra ma capace di grande emozione. Il tutto asciugando qualsiasi orpello ai pezzi più enfatici, vedi ‘Don’t le me be misunderstood’ o ‘Wish you were here’: solo con ‘Nights in white satin’ l’operazione risulta impossibile e così ci viene regalata una grande versione accompagnata da archi incalzanti.<br />
I violini e anche i fiati – che aiutano a trasfigurare ‘Salt of the earth’ dagli Stones a Otis Redding &#8211; sono nel complesso in minoranza: nel resto del programma spicca l’ottima band che accompagna Bettye, con menzione speciale per la chitarra di Shane Fontane che ruberebbe spesso la scena, non fosse questa occupata da una voce difficile da dimenticare.</p>
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		<title>Marcello Fois: &#8220;Stirpe&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Aug 2010 19:27:46 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Quando Michele Angelo Chironi perde finalmente la pazienza siamo ormai giunti a quattro quinti del romanzo. Novello Vanni Fucci, mostra le ficche al cielo e ne ha ben donde: sulla sua neonata stirpe si sono abbattute tante disgrazie da far sembrare la vicenda dei Malavoglia al più segnata da qualche contrattempo. La nascita e le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.anobii.com/books/Stirpe/01a2089a006a2a5d7b/" title="Guarda 'Stirpe' su aNobii"><img src="http://image.anobii.com/anobi/image_book.php?type=1&amp;item_id=01a2089a006a2a5d7b&amp;time=1269517387" alt="Guarda 'Stirpe' su aNobii" style="padding: 5px" /></a> Quando Michele Angelo Chironi perde finalmente la pazienza siamo ormai giunti a quattro quinti del romanzo. Novello Vanni Fucci, mostra le ficche al cielo e ne ha ben donde: sulla sua neonata stirpe si sono abbattute tante disgrazie da far sembrare la vicenda dei Malavoglia al più segnata da qualche contrattempo.<br />
La nascita e le tribolazioni della famiglia Chironi occupano uno spazio di quasi sessant’anni, tra la fine dell’ottocento e la seconda guerra mondiale: l’amore nato improvviso fra due trovatelli, la forza di costruire un nuovo nucleo e quella di resistere a (quasi) tutte le disgrazie. Attorno a loro il mondo cambia, con il progresso che si insinua anche nella Barbagia selvaggia, mischiandosi – o, forse, solo sovrapponendosi – all’arcaica società contadina aiutato anche dall’irrompere di eventi lontani e incomprensibili.<br />
Che tutto questo stia in un romanzo di neppure duecentocinquanta pagine che si fanno sfogliare voracemente potrebbe sorprendere, ma l’autore riesce nell’impresa prendendo spesso per mano il lettore e facendolo entrare nei più intimi segreti dei suoi sfortunati personaggi. Il tono colloquiale è spezzato di tanto in tanto da alcune pagine più complesse, che richiedono a chi sta leggendo una maggiore attenzione: accade quando l’elemento magico fa capolino nella storia, trasformando la Sardegna ventosa e ricca di umori – i profumi e gli odori caratterizzano molti luoghi della narrazione – in una terra incantata dove i legami, famigliari e non, diventano empatia e risonanza.</p>
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		<title>Eli ‘Paperboy’ Reed &amp; The True Loves: “Roll with you”</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Aug 2010 19:26:58 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[(Q Division 2008) Va bende, diciamo che Eli Husock è un fan di, facendo un nome fra i tanti, James Brown – in ‘The satisfier’ manca solo che si metta a strillare ‘ghiròppa’. Che significa? Anche a me piace Il Padrino del Soul, ma mica sono capace di scrivere ed interpretare un disco come questo, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(Q Division 2008)</p>
<p><object width="480" height="385"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/WTXF2R8Pu78&amp;hl=it_IT&amp;fs=1"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/WTXF2R8Pu78&amp;hl=it_IT&amp;fs=1" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="480" height="385"></embed></object><br />
Va bende, diciamo che Eli Husock è un fan di, facendo un nome fra i tanti, James Brown – in ‘The satisfier’ manca solo che si metta a strillare ‘ghiròppa’. Che significa? Anche a me piace Il Padrino del Soul, ma mica sono capace di scrivere ed interpretare un disco come questo, che sarà derivativo fin che vi pare, ma che trascina e appassiona dall’inizio alla fine.<br />
Con l’aiuto di una band giovane di età ma di grande impatto e su cui brillano fiati a volte irresistibili, Eli ci accompagna in un intrigante giro di giostra fra rhythm’n.blues e soul: non è un disco perduto alla Stax nel ’67 – come da sorridente campagna di lancio – ma al confronto non sfigura di certo. Benché nativo del Massachussetts, il nostro insinua un tono sudista nel suo cantato (se no, che disco Stax sarebbe?) interrotto da improvvise grida e un accenno di falsetto alla Little Richard.<br />
Sin dall’iniziale ‘Stake your claim’ ci si lascia volentieri coinvolgere da questi brani, ad esempio, e solo per citarne una, da una ‘Take my love with you’ di irresistibile appeal; di livello solo leggermente inferiore, forse a causa di una voce non adattissima, le ballate strappacuore (o altro?) disseminate qua e là,anche se fa piacere lasciarsi cullare dall’intensa atmosfera di una ‘(And I Just) Fooling myself’. Appena svanite le note dell’ossessiva ‘(Doin’ the) Boom boom’ viene voglia di rimettere dall’inizio questi trentacinque minuti di puro divertimento, e penso non ci sia merito migliore per un lavoro del genere.<br />
Ah, già: Eli è bianco.</p>
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		<title>Arthur C. Clarke: “La sentinella”</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Jul 2010 09:13:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Fantascienza, non fantasy: il racconto del possibile su basi scientifiche, non le forzature alle leggi della fisica (vedi ‘Star trek’). Clarke si premura di sottolineare il concetto in una delle prime fra le gustose presentazioni che introducono i racconti qui raccolti, testimonianza di oltre trent’anni di carriera (il libro risale alla prima metà degli anni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.anobii.com/books/La_sentinella/011c900b87f1bbf660/" title="Guarda 'La sentinella' su aNobii"><img src="http://image.anobii.com/anobi/image_book.php?type=1&#038;item_id=011c900b87f1bbf660&#038;time=1261951071" title="Guarda 'La sentinella' su aNobii" alt="Guarda 'La sentinella' su aNobii" style="padding: 5px;" /></a> Fantascienza, non fantasy: il racconto del possibile su basi scientifiche, non le forzature alle leggi della fisica (vedi ‘Star trek’).<br />
Clarke si premura di sottolineare il concetto in una delle prime fra le gustose presentazioni che introducono i racconti qui raccolti, testimonianza di oltre trent’anni di carriera (il libro risale alla prima metà degli anni ottanta) sempre ad altro livello. Tutte le storie riguardano l’esplorazione – o, quantomeno, l’avventura – spaziale e sono caratterizzati dall’attenzione per i dettagli e la descrizione dei fenomeni rappresentati.<br />
Questo non significa che ci troviamo di fronte a pagine noiose, perché l’autore scrive con un tono tutto britannico vivacizzato spesso e volentieri da sorridenti schegge di humour. Clarke ha il gusto per il finale a effetto e lo dimostra subito nell’iniziale ‘Spedizione di soccorso’, idea giovanile che vede la stampa appena dopo la fine della seconda guerra mondiale: la raccolta si mantiene poi sullo stesso ottimo livello, con punte alte e qualche calo d’ispirazione.<br />
Fra le prime, possiamo annoverare le strane scoperte di ‘Giove quinto’ e ‘Incontro con Medusa’ nonché la spaziopolitica de ‘L’angelo custode’ (che diverrà ‘Le guide del tramonto); i secondi si possono ravvisare invece nella leggerezza quasi inconsistente de ‘Il principe’ o in ‘Vento solare’ che patisce uno spunto iniziale non interessantissimo e trascinato in maniera eccessiva. Il vertice viene raggiunto con il racconto che intitola il libro e narra di una misteriosa scoperta lunare che sarà la base di un altro capolavoro: ‘2001: Odissea nello spazio’ di Stanley Kubrick.</p>
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		<title>Monticelli Jazz 2010</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Jul 2010 14:46:37 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoN<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt"><span style="font-size: 13pt" lang="IT">Cortile della Rocca di Monticelli d’Ongina, 15-21-25 giugno 2010.</span></p>
<p>‘I’m so lonesome I could cry’. Hank Williams non c’entra nulla e non sono neppure solo – ma il numero degli spettatori della seconda e della terza serata è nettamente inferiore a quello dei lettori cui si rivolge Manzoni – però un po’ il magone viene lo stesso. Strozzata da problemi di budget, la ventunesima (ripeto: ventunesima) edizione di Monticelli Jazz va in scena in modo dimesso, quasi senza disturbare. Assistiamo così al lento spegnersi di una manifestazione longeva e dal passato significativo, che andrebbe rilanciata magari con l’avvento di qualche mecenate (beh, sperare non costa nulla…): certo è che il supremo disinteresse della cittadinanza tutta non aiuta a immaginare un futuro roseo.<br />
Per non farsi mancar nulla, la seconda serata dà dimostrazione di masochismo organizzativo: evitata questa volta la concomitanza con l’Italia ai Mondiali – forse perché quest’ultima gioca quasi sempre alle quattro del pomeriggio – spunta quella con una ‘serata creativa’ del Grest parrocchiale, rallegrata da canti di gruppo. Alla fine, l’organizzazione oratoriana accetta di farsi da parte, rinchiudendosi nel teatro della Rocca: sarebbe stato curioso vedere cosa sarebbe accaduto in caso di maltempo, con il concerto da trasferirsi nella stessa sala. ‘So what’? – potrebbe essere a questo punto il commento dello spazientito lettore e perciò passiamo alla musica.<span id="more-383"></span><br />
Subito una confessione: la prima serata &#8211; complici alcuni impegni fra i quali l’esordio mondiale del Brasile – ho bigiato. Chi c’era racconta come la Musikorchestra di Luca Garlaschelli (un quartetto d’archi più lo stesso capobanda al contrabbasso) metta in scena ‘Minus in strings’, omaggio inconsueto all’artista statunitense, sorprendendo in positivo i trenta spettatori.<br />
Visto da fuori, il secondo appuntamento lascia ancor più perplessi: Flavio Caprera presenta il suo libro ‘Jazz 101’ (Mondadori, 10 euro) accompagnato da un trio composto da Emilio Soana alla tromba, Daniele Corini al piano e il consueto Garlaschelli al contrabbasso. Il volume si presenta come l’ennesimo gioco (è lo stesso autore ad ammetterlo) sui 101 dischi che hanno fatto la storia del jazz: Caprera fa una breve presentazione di ognuno – beh, insomma, i più significativi, chè, altrimenti, si faceva mattina – e il trio si incarica di ‘illustrarli’.<br />
Il risultato sono cento minuti assai piacevoli sia per il neofita, che viene accompagnato per mano nell’ormai intricatissimo universo del genere, sia per l’appassionato, a cui è data l’occasione di ripassare i fondamentali. Il racconto immerge i brani nel loro tempo e la bravura dei musicisti li riporta al presente, soprattutto grazie alla brillante tromba di Soana che alla fine risulta la vera protagonista del concerto. L’attenzione è volta in gran parte all’età dell’oro fino alla seconda guerra mondiale, con la doverosa genuflessione davanti ai maestri Armstrong, Ellington e Basie – di cui spicca una grintosa ‘One o’clock jump’.<br />
Il tempo concesso al dopoguerra è più ristretto, probabilmente vista anche l’ora ormai tarda e la temperatura in rapido calo a dispetto del solstizio d’estate: la resa della struggente ‘Django’ del Modern Jazz Quartet e di ‘St. Thomas’ da ‘Saxophone colossus’ di Sonny Rollins sono però tra le cose migliori della serata, anche se quest’ultima acuisce il rimpianto – presente sottotraccia lungo tutto il concerto – per la mancanza di un sassofonista.<br />
Di nicchia, ma che più di nicchia non si può, il terzo spettacolo, in cui Simone Massaron si esibisce in solitario armato di chitarra – alternando elettrica e acustica – effetti ed elettronica varia. Malgrado sia tormentato da un raffreddore che ne complica sicuramente la respirazione e un po’ anche i movimenti, l’artista dà vita a sessanta minuti di buona musica, seppur inevitabilmente rivolta a un pubblico di appassionati. Le atmosfere si alternano tra momenti più tipicamente jazz, soprattutto quando ad essere imbracciata è l’acustica come nella ‘In a sentimental mood’ di apertura, ad altri che vagano fino a sfiorare suoni acidi o psichedelici con l’elettrica che meglio si presta ad essere distorta.<br />
I brani in scaletta sono solo quattro, quasi meri pretesti per le lunghe divagazioni che di solito iniziano impostando una scansione ritmica che viene campionata e utilizzata poi come base delle improvvisazioni che seguono: la melodia del pezzo, sia esso ‘Parlami d’amore, Mariù’ o un brano della tradizione statunitense, riemerge solo di quando in quando in funzione di collante fra i vari momenti.<br />
Massaron afferma di aver molto apprezzato l’acustica del cortile della Rocca in sue precedenti esperienze di accompagnatore in altre edizioni di ‘Monticelli Jazz’ e la resa del suono delle sue sei corde gli dà ampiamente ragione: i pochi convenuti non possono che goderne ascoltando un concerto che termina col giusto tempismo ed evita così il rischio di diventare stucchevole.</p>
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		<title>Francesco Guccini: “Stanze di vita quotidiana”</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Jul 2010 14:25:47 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[(EMI 1974) Se ogni artista ha un lavoro che considera un po’ la sua pecora nera, questo è quello di Guccini, che ne visse la faticosa lavorazione come un contrasto infinito con il produttore Pier Farri. Compagno di viaggio fino a quel momento, Farri infila nel disco ogni sorta di strumento – oltre a quelli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(EMI 1974)</p>
<p><object width="480" height="385"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/EWpLa2prIaA&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/EWpLa2prIaA&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="480" height="385"></embed></object><br />
Se ogni artista ha un lavoro che considera un po’ la sua pecora nera, questo è quello di Guccini, che ne visse la faticosa lavorazione come un contrasto infinito con il produttore Pier Farri.<br />
Compagno di viaggio fino a quel momento, Farri infila nel disco ogni sorta di strumento – oltre a quelli tradizionali, si possono sentire clavicembalo e marimba, xilofono e tablas, percussioni assortite e di certo altro che mi sono perso – esagerando il lodevole proposito di dare una veste sonora dinamica ai lunghissimi testi gucciniani.<br />
I sei brani superano tutti i sei minuti eccetto uno, mentre la conclusiva ‘Canzone delle situazioni differenti’ trascina il suo dolente ‘diario di viaggio’ per oltre nove minuti: l’autore modenese è qui più cantastorie che cantautore, impegnato a raccontare un momento di passaggio tra due stagioni della sua esistenza. Il rimpianto per ciò che è stato e non sarà più è forte nella celeberrima ‘Canzone delle osterie di fuori porta’ e nel folk-rock della successiva ‘Canzone della triste rinuncia’, mentre ovunque si diffonde uno sguardo amaro sulla dura realtà della vita senza più le illusioni della giovinezza. Solo qualche sprazzo d’ironia – come nella ‘Canzone delle ragazze che se ne vanno’, accompagnata tra l’altro da una bella linea di chitarra &#8211; rischiara talvolta l’atmosfera in canzoni che non trasmettono certo allegria.<br />
Che sia un disco difficile è testimoniato anche da alcune scelte musicali: l’alternanza di archi e momenti ritmici in ‘Canzone della vita quotidiana’ non cela le somiglianze con ‘Asia’ mentre la ‘Canzone per Piero’ sembra anticipare soluzioni che troveranno piena forma in ‘Eskimo’.</p>
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