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Joe Jackson: “Fast forward”

(Ear Music 2015)

Per il suo ritorno a una raccolta di autografi a sette anni da ‘Rain’, Jackson costruisce un album come fosse l’unione di quattro differenti EP: la scelta non è del tutto vincente perché, pur apprezzandone la varietà, l’ascoltatore finisce per patire la poca omogeneità dovuta alla diversità di arrangiamenti e interpreti. Il concetto resta valido sebbene su queste canzoni ci sia l’indiscutibile marchio del loro autore e della sua squisita attitudine per le melodie rivestite spesso con abiti fascinosi e solo all’apparenza fuori moda.
Il brano omonimo posto in apertura e il susseguente If It Wasn’t For You mettono subito in risalto simili caratteristiche, sottolineando al contempo uno stato di forma della scrittura e del cantato che non pare aver sofferto del tempo che passa (l’aspetto sì, invece…): contornato da signori musicisti – uno per tutti, Bill Frisell alla chitarra – e con l’affascinante variazione offerta dal violino di Regina Carter, il disco inizia così spargendo promesse che non vengono mantenute appieno. Si tratta delle registrazioni effettuate a New York, ma è una sorpresa veder spuntare una I See No Evil non opprimente al pari dell’originale dei Television eppure comunque assolutamente all’altezza, il che non si può affermare dell’ intima King Of The City che si piazza un gradino (o magari oltre) sotto con le sue reminiscenze anni Ottanta.
La seconda quartina, registrata ad Amsterdam con, tra gli altri, la Royal Concertgebouw è la più debole: la rotondità pop di A Little Smile e una Poor Thing impreziosita da un ritornello che piacerebbe ad Andy Partridge controbilanciano una certa maniera presente nelle sonorità notturne e latineggianti di So You Say e, soprattutto, l’esperimento poco riuscito di coinvolgere la candida voce della giovane stella di Broadway Mitchell Sink in quella Far Away che si perde nella stucchevolezza.
Tale tendenza al languore viene spazzata via dal trasferimento a Berlino: affiancato dal basso di Greg Cohen e dalla batteria di Earl Harvin, Jackson affila la chitarra di Dick Berger nell’incedere incalzante benché tutto meno che ostico di Junkie Diva, canzone riconoscibile all’istante grazie alla sua capacità di farsi ricordare. Ancora superiore è il coinvolgimento regalato dalla successiva If I Could See Your Face che unisce un bel testo incentrato sulle differenze fra culture a una struttura musicale brillante e variegata capace di unire un assolo di organo che è palese riverenza a Bach a suggestioni e spunti musicali propri del mondo arabo. A raffreddare la temperatura, contribuisce la sparsa ballata The Blue Time, non bastano le sensazioni urbane regalate dal sassofono di Markus Ehrlich, mentre nulla aggiunge e nulla toglie l’omaggio alla città con il recupero di Good Bye Johnny, proveniente dagli anni Trenta tedeschi.
Il nuovo viaggio verso gli Stati Uniti avviene in direzione dei suoni caldi di New Orleans, il cui soul contaminato si riverbera in Keep On Dreaming –le parti di piano si ispirano a Dr John – dopo le atmosfere serrate e funky alla base di di Neon Rain e Satellite: il segmento sfoggia la compattezza maggiore dal punto di vista dello stile, ma insaporito dal rimando a Beethoven nella conclusiva Ode To Joy. Ulteriore testimonianza che, al netto di qualche calo di tensione distribuito in un programma forse troppo vasto, ‘Fast forward’ si comferma come un lavoro molto piacevole da ascoltare pure per chi non è un appassionato dell’artista inglese, autore di una musica che sa essere insieme davvero gradevole e mai banale.

Adele: “25”

(XL 2015)

Nessuno si aspetta ‘Adele in Memphis’, ma, dopo i molti buoni spunti presenti in ‘21’ e l’abbraccio – romantico e avvolgente – di Skyfall-la-canzone, anche chi non è mai stato un fan come il sottoscritto si accomoda fiducioso all’ascolto di questo terzo album si suppone dalla faticosa gestazione, visto che arriva a quattro anni dal pluripremiato e plurivenduto predecessore.
Se il primo passaggio trascorre nell’attesa che scatti qualcosa, il successivo già fa inarcare il sopracciglio perchè la percezione che se ne ricava è quella di un’artista a sorpresa assisa sugli allori: a stupire non è che una ragazza venticinquenne canti del male di vivere (mica è obbligatorio chiamarsi Ian Curtis per farlo), ma che la sua musica finisca per risultare adulta e paludata riuscendo a svincolarsi dalla pesantezza degli arrangiamenti e/o delle sonorità solo in pochi momenti che arrivano a fine corsa.
La conclusiva Sweet Devotion (prodotta da Paul Epworth) si distende quasi sorridente dando una sensazione di leggerezza che risulterebbe ignota in precedenza se non ci fosse la parziale eccezione della ‘All I ask’ che viene subito prima: una ballata acustica che sarebbe piaciuta a Barbra Streisand in cui, mentre alla consolle c’è Bruno Mars, la voce può liberarsi da quell’impressione di essere perennemente sotto sforzo presente nei brani precedenti, la linea dei quali è dettata dal singolo apripista Hello.
La ballatona, onnipresente per settimane ovunque sfruttando altresì il tormentone chissà quanto orchestrato sull’effetto piagnisteo, è costruita per diventare un classico nell’istante in cui appare: con la regia di Greg Kurstin, ecco l’inizio sussurrato, il proseguimento in crescendo con gli strumenti che gonfiano la marea, la speziatura di campane tubolari e i cori dal sapore celticheggiante a costruire un tappeto sopra il quale le corde vocali possono esprimere tutta la loro potenza.
L’assemblaggio funziona alla perfezione contando pure su di una notevole orecchiabilità, circostanza che non si ripete nei tentativi di replicare la formula, come il secondo estratto When We Were Young (ci si poteva attendere di meglio da Tobias Jesso jr.), Love In The Dark o, per fortuna in una dimensione più intima, Remedy e Million Years Ago. Il reiterato tentativo di sollecitare la corda sentimentale riduce la visibilità degli episodi ritmati, la cui stravagante disomogeneità rafforza l’idea che uno dei problemi – se non il problema – del disco sia che ci hanno messo le mani in troppi.
Epworth risulta ancora il migliore aggiungendo qualche pennellata oscura al synyh-pop di I Miss You che si fa così preferire al soul un po’ di maniera di River Lea (Danger Mouse), laddove assai discutibili sono Water Under The Bridge – che si avvia assomigliando a un brano dei Toto per restare negli anni Ottanta fino alla conclusione – e le suggestioni world, tipo Paul Simon in Sudafrica, innestate da Max Martin sul ritornello di Send My Love (To Your New Lover).
Va a finire che passa la voglia di prestare orecchio per la terza volta di fila a queste canzoni: la giovane età e le qualità indiscutibili lasciano però aperta la porta alla speranza che i prossimi lavori sappiano regalare, in aggiunta all’ammirazione per i virtuosismi, le emozioni che qui latitano senza scusanti.

The Sonics: “This is The Sonics”

(Reevox 2015)

Se ci fosse la possibilità di ascoltare il disco a scatola chiusa, tutti parlerebbero entusiasti di urgenza di esprimersi e di irruenza giovanile oltre che di un sapiente recupero della lezione impartita dai padri o, meglio, dai nonni. Insomma, un po’ quanto si è scritto riguardo al lavoro d’esordio degli Strypes, con la differenza che questo è più veloce, più sporco, più cattivo come si può facilmente dedurre dal confronto delle versioni di You Can’t Judge A Book By The Cover: laddove lo pur apprezzabilissima interpretazione dei ragazzi irlandesi viaggia rapida ma pulita, qui si va sempre con l’acceleratore a fondo corsa, ma su una strada piena di buche e rattoppi.
Simili peana risultano però moltiplicati dalla considerazione che i Sonics non registravano un album in studio da quasi dieci lustri e che nelle loro fila sono ancora presenti tre dei cinque membri originari, arzilli ultrasettantenni che, a porgere ignaro orecchio, l’ascoltatore immaginerebbe con almeno mezzo secolo di meno sul groppone.
Aiutato dalla produzione in mono di Jim Diamond, il gruppo si getta subito a capofitto tra sonorità aggressive e ritmi travolgenti a supportare l’energia che zampilla dalla voce di Gerry Roslie che offre una prova di impressionante attitudine per il lato selvaggio della musica già a partire da una I Don’t Need No Doctor il cui titolo, vista l’età media complessiva, pare una sorta di manifesto.
Accanto a Roslie, che si occupa anche delle tastiere, ci sono i vecchi sodali Larry Parypa con una chitarra acidamente distorta che raramente trova spazio per un breve assolo e Rob Lind il cui sassofono squarcia l’atmosfera rendendo l’impatto ancor più spigoloso: a supporto, romba una sezione ritmica appena meno attempata, visto che affianca alla batteria di Dusty Watson il basso dell’ex Kingsmen Freddie Dennis.
In una prima ‘facciata’ eseguita a ventre a terra ci sono il boogie feroce di Be A Woman e quello più trascinante di Sugaree, mentre il blues al fulmicotone di Bad Betty fa il paio con il classico di Willy Dixon citato in precedenza: a farne le spese è The Hard Way dei Kinks che risulta travolta a causa di un eccesso di velocità.
La seconda metà del programma riduce solo di un po’ il numero dei giri, aprendosi con altre due cover, Leaving Here di Eddie Holland caratterizzata da battito a martello e sax strabordante seguita da Look at Little Sister di Hank Ballard in cui si preferisce la carta vetrata alla rotta di collo fine a se stessa. Il ritorno a situazioni più prettamente garage si ritrova amplificata nelle minacciose I Got Your Number e Livin’ In Chaos – l’angosciante incedere della quale giunge a sconfinare in territorio punk – per poi alleggerire di un niente il clima nel più articolato errebì di Save The Planet (in cui brillano le sei corde blueseggianti di Parypa e versi come “We have to save the planet / It’s the only one with beer!”) nonché nella conclusiva Spend The Night che è più che altro un invito a ricominciare da capo.
I primi dischi dei Sonics risalgono agli inizi degli anni Sessanta e da allora non si contano i gruppi che ne hanno tratto ispirazione: fa piacere ritrovare gli originali ben più in forma di numerosi fra gli epigoni, smentendo la falsa diceria che il rock ‘n’ roll siano una faccenda da ragazzini con un dodici canzoni che bruciano dinamiche (azzeccatissima è pure la durata che supera di poco la mezzora) e regalano una montagna di divertimento.

In concerto – La corte dei miracoli

25 agosto 2016 – Monticelli d’Ongina, Festa dell’Unità.

La corte dei miracoli Questa volta In Un Giorno Di Pioggia l’hanno fatta: il gruppo pavese si ripresenta allo spazio ANPI della Festa dell’Unità dopo tre anni, confermando le linee guida della propria musica – una sorta di cover-band dei Modena City Ramblers con diramazioni quasi esclusivamente in ambito folk e combattente – ma è protagonista di un concerto più incisivo e compatto.
Non si sa quanto aiutati dall’assenza della violinista Lorena Vezzaro, i sette mettono in scena due ore che guardano in misura maggiore al rock, anche grazie allo spazio che l’elettrica di Massimo Pasculli si va ricavando con il passare delle canzoni: i rumori di fondo della Festa avevano tolto efficacia all’abbrivio acusticheggiante dell’esibizione precedente, così il gruppo parte deciso con la spina attaccata e il divertimento che ne consegue risulta opportunamente incrementato. Meno opportuno è che, dopo pochi brani, qualcuno arrivi a lamentarsi del volume, ma gli spettatori – una decina sulle sedie piazzate nella pista da ballo, a malapena altri venti su quelle sistemate attorno – sono troppo pochi per far sentire la propria voce: poco male, peraltro, perché i brani scorrono con bella scioltezza e a volte l’effetto juke-box, se i titoli sono giusti, può anche essere rilassante.
Dopo un’introduzione che sa di Irlanda, si incaricano di riscaldare l’atmosfera Ma Mi, Guccini e De André: del Maestrone viene sparata subito la cartuccia Dio è Morto, mentre solo quasi in conclusione brilla la bella versione de La Locomotiva che si avvia acustica per accelerare di colpo a mezza via seguendo la progressione del mezzo meccanico; su di una traccia analoga si snoda l’arrangiamento de La Pianura Dei Sette Fratelli, riproposta con un’intensità che sa emozionare sia il pubblico, sia gli stessi musicisti.
Clan Banlieu è il primo estratto dal repertorio del gruppo modenese, che poi viene riproposto andando avanti e indietro nel tempo, il che consente di mischiare gli elementi celtici con gli altri inseriti da Cisco Bellotti e compagni nella loro discografia. Essendo quest’ultima in calando, non tutto resta sullo stesso livello ed è un peccato che da ‘Riportando tutto a casa’ venga ripresa la sola Quarant’anni (che potrebbe essere aggiornata in Settant’anni, il tempo passa…) durante la quale si nota una notevole efficacia nell’incrocio tra la chitarra di Pasculli e la fisarmonica di Giovanni Renzi: approfondirlo potrebbe essere un’idea per variare un po’, anche se lo spirito del gruppo pare prevedere la briglia corta ai singoli musicisti.
Superfluo risulta il recupero di A M’in Ceva Un Caz (ritradotta in pavese Ma Sbat I Bal) a conferma che Bob Geldof, autore dell’originale The Great Song Of Indifference, ha scritto solo una grande canzone e non è questa: visto che siamo nel reparto critiche, si può sottolineare che Il Ballo Di San Vito non ha la feroce aggressività dell’originale mentre il robusto vestito cucito addosso alla traduzione di I’m a Man You Don’t Meet Every Day fa ancora preferire la diafana versione originale affidata alla voce di Cait O’Riordan. Si tratta però solo di momentanei (e neppure così sensibili) cali di tensione, compensati dalle novità introdotte da un paio di brani autografi – peraltro ‘in stile’ – e dal provare a percorrere qualche territorio musicale meno battuto seguendo le orme di Davide Van Der Sfroos in due pezzi che regalano spunti blueseggianti o – addirittura – reggae.
La conclusione rientra invece su binari più conosciuti, con il sempre efficace medley di Hasta Siempre, Comandante e Fischia Il Vento – ma il pezzo di Carlos Puebla viene riproposto con un tiro notevole – oltre all’immancabile Bella Ciao in versione MCR che segna il momento dei saluti. E’ innegabile che, malgrado l’ora sia un po’ tarda per far musica amplificata in centro paese, se ne vorrebbe di più, ma i numeri in platea non riescono a dare forza alla richiesta di bis: visto il bel concerto, è però doversoso citare i nomi degli altri musicisti, ovvero Beppe Mascherpa e Davide Renzi che si sono alternati alla voce e alla chitarra acustica, Paolo Pagetti impegnato tra fiati e percussioni nonché la sessione ritmica costituita dal basso di Alessandro Caliandro e dai tamburi trattati con energia da Konstantinos Nastos.

Eppur si muove 2016 – X edizione

5 agosto 2016 – San Nazzaro, Parco al Po.

Manifesto ‘Eppur si muove’ arriva in doppia cifra e solo per questo ci sarebbe da festeggiare: si spera che la stanchezza denunciata da qualche membro dello staff nelle interviste sui quotidiani locali – buona la copertura anche se risibile dal punto di vista musicale – possa essere compensata dall’entusiasmo e, soprattutto, che nuove leve dalle ultime generazioni si affianchino ai veterani.
L’edizione nasce sotto i cattivi auspici meteorologici, visto che il venerdì è tutto uno scorrere di temporali e pioviggina a intermittenza fino a notte, ma l’afflusso di pubblico è assai soddisfacente e, a prima vista, anche il bilancio della ristorazione non dovrebbe essere stato malaccio.
Riesco a partecipare solo alla prima delle tre serate – nella seconda ci saranno ancora concerti, la terza presenta un dj-set – ma il caso vuole che il programma sia rinforzato: causa impegni di qualche loro membro, i Tombstone Desert Inn anticipano l’esibizione prevista inizialmente per il sabato aprendo una serata che allinea così ben quattro gruppi dai generi piacevolmente assortiti. Tombstone Desert Inn Il quartetto misto piacentino-cremonese inaugurano le danze con uno stoner che mischia con precisione rozzezza e spunti melodici trasportato dall’irruente drumming di Federico Re: l’aderenza ai modelli risalenti ormai agli anni Novanta è probabilmente figlia del poco chilometraggio accumulato finora, ma la l’esecuzione è comunque soddisfacente. Resta da vedere se e quando i ragazzi inizieranno a mostrare una loro personalità, sforzandosi magari di suonare più per il pubblico che per se stessi.
Non hanno bisogno di presentazioni, almeno per il pubblico di ‘Eppur si muove’, i mantovani Mosche di Velluto Grigio, ormai di casa dalle nostre parti da quando alla chitarra elettrica vi si esibisce Francesco Fornasari: il loro folk-punk di ispirazione irlandese pare spostarsi ogni volta di più verso la seconda componente del nome, così che i sette inanellano ventre a terra una serie di brani tra originali e cover che culminano nella consueta scossa elettrica di I Fought The Law.
Mosche di Velluto Grigio Oltre all’impossibilità di star fermi, i trascinanti quaranta minuti loro riservati regalano una bella dose di divertimento che aiuta ad affrontare le tinte oscure con cui gli Under Static Movement, i veri fedelissimi della manifestazione monticellese, avvolgono la loro musica. Malgrado nel corso degli anni nel loro rock metallico si sia aperto qualche spiraglio verso sonorità alternative un po’ meno corrusche, la loro rimane un’esibizione caratterizzata dai suoni pesanti creati dalla massiccia sezione ritmica ad accompagnare il rotolare minaccioso delle chitarre sino a creare una sorta di muro sonoro sul quale si arrampica non sempre con efficacia la voce del cantante. Under Static Movement
L’insieme finisce per far sembrare il quintetto assai poco empatico, dando la sensazione di una mancanza di passione compensata dalla perizia tecnica: un po’ l’esatto contrario dell’idea che finiscono per lasciare i piacentini Bravi Tutti che concludono in allegria la serata. La prima impressione è che i giovanotti siano un po’ troppo cresciuti per il pop-punk adolescenziale – alla Green Day, tanto per fare un nome – che li caratterizza, ma la carica e la simpatia compensano in abbondanza, complici anche dei testi (in italiano) tra il demenziale e lo scemo tout-court che ben si adattano al genere che li accompagna. I quattro si dimostrano all’altezza del nome che portano in giro, alternando con perizia frenate e accelerazioni nonché stacchi e cori per poi insaporire qua e là la ricetta con divagazioni giamaicane tra ska e reggae: i cazzeggi fra i vari membri completano lo spettacolo che trascina il buon pubblico quasi all’una di notte lasciandogli una neanche troppo sottile voglia di andare oltre. Bravi Tutti

The Unthanks: “Mount the air”

(Rabble Rouser Music, 2015)

Il percorso delle sorelle Unthank si è ormai affrancato dale forme più tradizionali del folk britannico dal quale sono partite: benché gli elementi di base siano radicati nel genere – si tratti di recuperare temi e melodie dalla tradizione (Madam, Died For Love, Last Lullaby, The Poor Stranger) o rielaborarne le caratteristiche in composizioni proprie – l’evoluzione che ne deriva conduce in luoghi più personali e affascinanti in compagnia di due voci che ammaliano combinandosi alla perfezione.
Dalle semplici strutture delle ballate popolari si giunge così a complesse architetture che sfiorano il classico e il barocco, impreziosite dall’uso intensivo di una strumentazione più ampia e organica: il principale indiziato per l’aver intrapreso tale direzione è Adrian McNally, marito di Rachel, che dà il contributo di maggior spessore all’opera in qualità di arrangiatore, autore e interprete delle numerose e struggenti parti di pianoforte. Se però c’è uno strumento che si distingue ripercorrendo con la memoria le sonorità del disco, quello è la tromba: Tom Arthurs nell’iniziale brano omonimo e Lizzie Jones ne sfruttano il suono struggente per accentuare la profonda malinconia che percorre questi undici brani fungendo da teletrasporto verso le brumose e un po’ inquietanti brughiere del Northumberland.
Il riassunto dell’attitudine complessiva che permea l’intero lavoro sta nei lunghi pezzi che aprirebbero le due facciate se si avesse per le mani un vecchio 33 giri: in oltre dieci minuti, sia Mount The Air, sia Foundling si articolano in una sorta di piccole suite che iniziano pressoché sottovoce per poi gonfiarsi sull’onda di strumenti opportunamente rafforzati con gli archi. Eco analoghe si possono udire, seppur in forma abbreviata, in episodi come Madam e nella ballata pianistica Hawthorn, mentre Died For Love dà spazio al lato più romantico alternando allo scandito succedersi dei versi degli stacchi musicale dai sapori più che vagamente morriconiani.
Più in linea con il passato sono l’incedere di Flutter e di Last Lullaby, laddove un’inquietante oscurità avvolge a contatto con Magpie, firmata da Dave Dodds e segnata dal cupo bordone che accompagna il canto delle sorelle. Un po’ la stessa sensazione che si prova ascoltando For Dad, il primo del’accoppiata di strumentali interpretati (e in questo caso anche scritto) da Niopha Keegan, il cui violino cresce d’importanza con il passare delle canzoni, caratterizzando soprattutto la seconda parte dell’album.
Molto più rilassante la conclusiva, quasi sognante Waiting che, assieme al piglio meno ombroso della filastrocca The Poor Stranger che l’ha preceduta, fanno sì che almeno una striscia di sereno appaia all’orizzonte di una musica che ha bisogno di qualche ascolto per farsi apprezzare, ma pure la capacità di insinuarsi sottopelle all’ascoltatore.

Jason Isbell: “Something more than free”

(Southeastern 2015)

E’ un disco molto classico questo quinto lavoro firmato in proprio da Jason Isbell traendo ispirazione da un amplissimo spettro del cantautorato statunitense; dallo Springsteen che riecheggia nel bel singolo 24 Frames ci si sposta con gradualità verso ovest fino a giungere sull’altra costa dove risuonano melodie pià arrotondate alla Jackson Browne oppure un certo sentore di Eagles in uno degli episodi più lievi e ritmati, Hudson Commodore.
Simili caratteristiche possono tener alla larga i cercatori di originalità a tutti i costi, ma alcune volte è assai piacevole lasciarsi cullare da sonorità caldo e ben tornito da musicisti capaci che accompagnano una voce che dà l’impressione di essere davvero sincera: per apprezzare queste canzoni non è neppure necessario ascoltarle viaggiando in auto in direzione del tramonto.
Prodotto come il precedente ‘Southeastern’ da Dave Cobb, ‘Something more than free’ ne riprende le atmosfere e i temi, celebrando di nuovo – almeno in parte – la resurrezione del suo autore uscito dalle spire alcoliche che lo avevano avvolto alla fine dell’esperienza Drive-By Truckers: c’è la ricerca di una ricomposizione tra la vita dell’uomo maturo e quella del musicista che, guardando alle esperienze trascorse, sa che le sregolatezze della gioventà sono senza rimedio alle spalle. La narrazione rimane agrodolce anche nel momento in cui la musica prende altre strade come nell’iniziale If It Takes A Lifetime, che cattura l’orecchio con un ritornello di notevole immediatezza pop. In aggiunta alla succitata Hudson Commodore, il lato brillante dell’operazione è caratterizzato dal ritmo sostenuto di The Life You Chose nonché da una Palmetto Road che mette in mostra accenti southern-rock che risultano meno affini aalla sensibilità di Isbell.
Il segmento più introspettivo è inaugurato dalla sullodata 24 Frames, una ballata intrisa di passione che unisce il suono degli archi a un carezzevole assolo di elettrica: più scarne si presentano invece le acustiche Flagship e Speed Trap Town, in cui sono voce e chitarra acustica a comandare, sebbene la seconda alleggerisca l’atmosfera evocando il ricordo di controlli della velocità a tradimento. Sulla stessa lunghezza d’onda si pone pure la bella elegia finale di To A Band That I Loved dedicata agli amici Centro-Matic, laddove grossi nuvoloni si addensano su Children Of Children trascinati da chitarre e archi che giocano sulle tonalità più cupe in una variante crepuscolare delle ‘generations changing hands’ di John Mellencamp.
Preferendo il tocco alla sciabolata, Isbell fa propri in scioltezza la serie di stimoli musicali elencati nelle righe precedenti per realizzare un sorta di country (non solo) dell’anima reso solido dalla sezione ritmica di Chad Gamble (batteria) e dal basso di Jimbo Hart, mentre le sei corde di Sadler Vaden, le tastiere di Derry Deborja oltre al violino della moglie e salvatrice Amanda Shires contribuiscono a colorare i vari passaggi di undici brani che, se non raccontano nulla di inedito, lo fanno però in maniera parecchio soddisfacente.

John Grant: “Grey tickles, black pressure”

(Bella Union 2015)

E’ normale che un autore, magari spinto dalla preoccupazione di essere incasellato in una definizione dai cui cliché è difficile affrancarsi, cerchi nuove strade da percorrere o, quantomeno, nuovi abiti con cui rivestire la propria musica: la storia però racconta che, a fianco di operazioni riuscite, si contano un buon numero di più o meno gloriosi fallimenti.
Per cercare di stabilire in quale categoria cada questo terzo disco del cantautore statunitense ormai da anni stabilitosi in Europa sono necessari alcuni ascolti perché il primo impatto finisce per lasciare di stucco chi vi si accosta attendendo ulteriori dosi del melodrammatico pop-noir che contraddistingue i lavori precedenti: Grant non rinnega del tutto l’ ispirazione originaria, ma si getta nelle braccia dell’elettronica facendosi produrre da John Congleton e divertendosi a nascondere finanche il suo vocione rotondo e fascinoso sotto la distorsione di un vocoder. Le vecchie ballate sono presenti, con il loro gusto che ha qua e là una sfumatura anni Sessanta (la title-track, Global Warming che potrebbe piacere a Giovanardi) oppure si sviluppa in maniera ancor più intimista (Magma Arrives), ma sovente a sostenerle ci sono il battito sintetico e nelle atmosfere avvolgenti in cui sono immerse gli archi si confondono con i sintetizzatori.
Per il resto, a parte la variazione mid-tempo costituita da Down Here accompagnata da una voce femminile, l’autore sembra impegnato in una sorta di giro turistico dell’universo elettronico: l’elettro-funk in Snug Slacks che nel ritornello occhieggia al Bowie berlinese poi definitivamente liberato nel refrain immediato di Disappointing (rafforzato dalla presenza di Tracey Thorn), l’assalto quasi punk con tanto di chitarra abrasiva Guess How I Know, la commissione tra pista da ballo e sonorità vicine al glam di You And Him (assieme ad Amanda Palmer) o ancora il funk di vaga ascendenza Prince che saltella in Voodoo Doll.
Sul far della conclusione, l’ambientazione torna a farsi più mitteleuropee in brani che uniscono con perizia la freddezza del’accompagnamento e il calore del cantato,sebbene Black Blizzard riprenda una struttura oscura e dai suoni pesanti: gli ultimi due titoli, No More Tangles e Geraldine, ritornano infine su territori conosciuti grazie a melodie tornite e arrangiamenti più ricchi. L’ultimo conferma inoltre la passione cinematografica dell’artista – il brano è dedicato a Gerladine Page che va a far compagnia a Sigourney Weaver e a Ernest Borgnine – che continua a mischiare nei testi l’ironia acuta e l’indole drammatica specie riguarda quell’amore citato dalla lettera di san Paolo ai Corinzi (eh, sì…) nell’Intro e nell’Outro.
Così, superato qualche punto interrogativo iniziale, la considerazione per questa mistura di ingredienti indeiti e sperimentati va crescendo anche perché, a ben vedere, è come se Grant si fosse sfogato soprattutto nella prima metà del programma – Snug Slacks, Guess How I Know e You And Him stanno lì, una in fila all’altra – per trovare nel prosieguo un proprio equilibrio recuperando la voce e l’atteggiamento in canzoni che vanno decisamente meno contropelo.

Flo Morrissey: “Tomorrow will be beautiful”

(Glassnote 2015)

Flo è stata fortunata potendo contare sui soldi di mamma broker a Londra e sulla spiritualità di papà buddista che l’ha iniziata ai misteri del nuovo folk tendenza fricchettona i cui esponenti di punta Devendra Banhart e Joanna Newsom sono stati prodotti dallo stesso Noah Georgeson che ha curato la registrazione di questo debutto inciso per gran parte a Los Angeles.
Tanto per ribadire il concetto, ecco la copertina floreale al cui centro spicca il bel visino della ragazza: una serie di indizi che finiscono per far diventare sospettosi perché la diffidenza nei confronti dei giovani virgulti che saltano troppi gradini è, anche se non sta bene, inevitabile. L’ascolto di questi dieci brani riconcilia parecchio: pur non trattandosi di un capolavoro o della nascita di una stella (almeno per ora), il lavoro conferma che le qualità ci sono e che la sua autrice, avendo solo vent’anni, può lavorarci sopra riducendo il peso dei difetti che appesantiscono la sua musica.
Il segno distintivo più evidente di quest’altra Morrissey è una voce dallo spettro assai esteso che viene giocata con abilità tra la delicatezza di complicati melismi e la forza dei passaggi più intensi: qualche eccesso di compiacimento con disposizione a strafare non basta a rovinarne l’effetto. Ad accompagnarla c’è un tappeto di strumenti di prevalenza acustici in cui predominano le chitarre sfiorate con leggerezza e fa capolino spesso l’inconfondibile (e immancabile, aggiungerei) suono dell’arpa.
Su queste caratteristiche si muove l’iniziale Show Me e si fanno notare i pezzi che paiono più personali, quali Betrayed, Wildflower o Woman Of Secret Gold: in alcuni casi, arrivano di rinforzo gli archi a rendere più pieno il ritornello (Sleeplessy Dreaming) mentre la sola Why ha la più classica struttura della ballata pianistica. E’ ovvio che le influenze folk si facciano sentire a piene mani, ma l’ispirazione tende ad appoggiarsi molti di più ai suoni dei nomi fatti in precedenza al confronto di coloro che, per prossimità geografica, dovrebbero essere più vicini all’artista: a scatola chiusa, sarebbe più facile pensare che la provenienza sia da oltre Oceano.
Il vero problema si deve però ricercare altrove, ovvero in una scrittura ancora acerba: in aggiunta a un’insidiosa difficoltà a distinguere l’uno dall’altro, i titoli or ora elencati faticano a far emergere un profilo ben definito che li faccia ricordare con precisione. Vengono tuttavia tentate altre strade, anche volendo ignorare la radiofonica Pages Of Gold che va inseguendo Adele restando a metà del guado: If You Can’t Love This All Goes Away è una buon tentativo di inserire stilemi pop-noir grazie alle sfumature più fosche avviate dal cupo pianoforte di sottofondo (una strizzata d’occhio pencolante tra Lana Del Rey e Anna Calvi) creando un’atmosfera poi ripresa nel meno immediato brano conclusivo che, tanto per non sbagliarsi è aperto e chiuso da uno spettrale carillon.
Detto brano è intitolato come il disco innescando una sorta di contrasto forse ingenuo, laddove già intestare così l’intero lavoro può essere accettato con un sorriso soprattutto vista l’età di Morrisey che, comunque, alla fine si porta a casa un’abbondante sufficienza in attesa di vedere come sarà davvero il domani.

Kurt Vile: “b’lieve i’m goin down”

(Matador 2015)

Meglio iniziare facendo chiarezza: malgrado l’assonanza, Kurt Vile non è un nome d’arte che omaggia il musicista collaboratore di Bertolt Brecht, ma la vera anagrafe di questo trentacinquenne riguardo al quale l’impressione iniziale è stata quella di un Lou Reed rurale, spostato molto più a sud e a ovest di quello originale e con in aggiunta una psichedelica propensione per le lunghe code strumentali (Wheelhouse, Lost My Head There).
La considerazione si basa sui primi ascolti del nuovo lavoro di cui qui si discute, non avendo sentito nulla dei precedenti: un parallelo che nasce dal modo di cantare e dalla costruzione dei brani e che, se non altro per quanto riguarda le coordinate geografiche, si rafforza con l’ascolto di Dust Bunnies, la terza e più immediata canzone del disco, che ricorda parecchio Tom Petty dalle parti di I Won’t Back Down. Che l’uomo arrivi da Lansdowne, a un tiro di schioppo da Filadelfia, fatica a rientrare nell’immagine, mentre la foto di copertina sì: capello lungo e acustica imbracciata confermano una spiccata attitudine cantautoriale laddove le sedie scalcagnate e il muro sbrecciato raccontano di un voluto basso profilo nonché di una certa predilezione per il malinconico.
Da un tale punto di vista, le prime tracce risultano almeno parzialmente fuorvianti: Dust Bunnies è preceduta da Pretty Pimpin, che presenta una strumentazione varia all’origine della sua corposità elettrica costruita sulle sei corde, e dalla più acustica, ma comunque abbastanza diretta I’m An Outlaw, contrassegnata dal banjo che ne accentua i sapori country annunciati fin dal titolo. A seguire, invece, ecco gli oltre sei minuti a spina staccata di That’s Life, Tho (Almost Hate to Say) in cui Kurt racconta accompagnandosi con un delicato fingerpicking prima di confluire nella cupa Wheelhouse che della classica ballata reediana, nervosa e notturna, ha tutte le caratteristiche, come pure, seppur appena più rilassata, la conclusiva Wild Imagination.
A proposito di notte, tutto il disco è pervaso da un’atmosfera crepuscolare che richiede una partecipazione non troppo distratta anche per cogliere quei passaggi di sottile umorismo che spuntano da testi non proprio immediati e ravvivano il percorso più di quanto sappia fare la musica. Se infatti è piacevole abbandonarsi alla narrazione dai toni bassi di Vile come se lo si stesse a udire nelle ore che precedono l’alba, alla lunga i tredici episodi finiscono con l’assomigliarsi e a trascinarsi (la media è sui cinque minuti) più del dovuto: non bastano a invertire la tendenza il piano, storto in Life Like This e più tradizionale in Lost My Head There, le tastiere che avvolgono Kidding Around o l’improvvisa deviazione della strumentale Bad Omens, mirata anch’essa a espandere la mente.
Si tratta tuttavia di un difetto che, nel complesso dell’opera, non incide in modo davvero significativo, così che l’apprezzamento rimane assai vivo specie quando si può viaggiare in un’America dell’anima sugli arpeggi di All In A Daze Work e Stand Inside: la musica di Kurt Vile sa conquistare senza essere di facile impatto, ma per il futuro si può auspicare l’introduzione nella struttura dei brani di qualche ingrediente che possa variare in misura maggiore la ricetta.