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In concerto – Incognito

19 marzo 2017 – Piacenza, Teatro Municipale – Piacenza Jazz Fest, 14^ edizione.

Giunto alla quattordicesima edizione ed esattamente al centro di un programma vasto e variegato, il Piacenza Jazz Fest si permette di portare al Teatro Municipale un nome di dimensioni medio-grandi come gli inglesi Incognito: la risposta al botteghino è quella attesa visto che c’è quasi il tutto esaurito con persone arrivate non solo dallo stretto circondario.
Un pubblico abbastanza eterogeneo che spazia all’incirca dai trenta ai sessant’anni di età per un concerto che fatica un po’ a stare nei rigidi schemi del teatro d’epoca: in fondo, di musica per ballare si tratta e quando il leader Jean-Paul ‘Bluey’ Maunick invita la gente sotto al palco occorre arrangiarsi fra gli spazi stretti, dove fanno un effetto straniante alcune signore in abito da sera intente a dimenarsi sul posto (impossibile muoversi di più).
L’insistenza di Maunick sul compito di dispensare gioia attraverso la musica sommato all’impronta indiscutibilmente ‘easy’ della maggior parte del repertorio non significa però che il gruppo c’entri come i cavoli a merenda con la manifestazione: bastano a smontare la considerazione – che pure giurerei che qualche purista ha borbottato – la tecnica sopraffina di tutti i musicisti e la loro capacità di slalomare con leggerezza fra i generi amalgamati nella ricetta della band inglese che da poco meno di quattro decenni unisce jazz, funk, soul e un po’ di altre etichette appiccicate alla musica nera in una proposta che può prendere spunto tanto dai Funkadelic/Parliament quanto dagli Earth Wind & Fire (dai quali Bluey racconta di come ne restò fulminato quando li vide esibirsi da apripista per Santana). La dimensione dal vivo contribuisce inoltre a dimenticare le catalogazioni – gli alfieri dell’acid jazz e robe simili – oltre che un’attitudine ad arrotondare un po’ troppo in senso pop presente nella discografia in studio riuscendo a regalare tonnellate di divertimento anche a chi non è propriamente un fan del genere (tipo il sottoscritto).
Per riscaldare l’ambiente, l’avvio è solo strumentale, con i nove musicisti che iniziano subito tenendo schiacciato l’acceleratore così che, con l’ingresso dei quattro cantanti, l’esibizione può decollare senza difficoltà. Nella mutevole struttura del gruppo, ai microfoni non sempre sono presenti in un simile numero, ma il pubblico piacentino può godere di tutta la gamma delle sfumature: alla duttile Katie Leone, l’unica bianca, sono affidati i vocalizzi più jazz, Imaani si destreggia sui toni più confidenziali, Vanessa Haynes dispiega la sua ugola aggressiva laddove è il funky/soul a comandare mentre un po’ in ombra rimane la voce maschile, in prima fila quasi solo nei bis, di cui non sono riuscito a intuire il nome.
Assieme a Maunick – alla cui chitarra si affianca quella del portoghese Francisco Sales – guida lo spettacolo il multitastierista, nonché arrangiatore, Matt Cooper che, affidandosi all’elettronica, passa da delicati fraseggi di piano a furiosi incedere più sintetici senza contare alcuni inserti di organo che richiamano il caldo soffio dell’Hammond: dietro di loro, sostengono l’impalcatura un trio di fiati che pare una rappresentativa delle isole britanniche e una sezione ritmica che con le stesse ha invece ben poco da spartire.
La tromba dello scozzese Sid Gauld, il trombone dell’inglese Trevor Mires, l’alternanza fra sassofono e flauto del musicista irlandese che, purtroppo, resta per me innominato regalano riusciti seppur brevi assolo quando non devono spingere con energia nei passaggi che più evocano lo spirito di James Brown. Maggior spazio personale ottengono il lungocrinito bassista giamaicano Francis Hylton – una volta risolti i problemi di amplificazione che hanno complicato i primi due o tre brani – nonchè la coppia costituita dal percussionista del Ghana Gee Bello e dal batterista romano Francesco Mendolia: le quattro corde del primo affascinano nei lungo momento in solitudine al centro della ribalta, mentre lo scatenato duo si inventa una divertita e trascinante combinazione di ritmi che finisce per far spostare la cassa in avanti sul declinante piano del palco.
Il repertorio sparso sui diciassette album finora incisi viene rivisto cercando di alternare le atmosfere, ma è innegabile che a spiccare sono le (piccole) hit come Still A Friend Of Mine o le cover di Always There (Ronnie Laws) e Don’t You Worry ‘Bout A Thing dello Stevie Wonder in stato di grazia di Innervisions. Si chiude con il pubblico tutto in piedi per il bis di Nights Over Egypt e per l’invito di Maunick alla pace e alla comprensione fra gli uomini, ovvero l’appello di un britanno con radici alle Mauritius che ha fondato una band in cui suonano e hanno suonato musicisti provenienti dai quattro angoli del mondo: sulle note (registrate) di One Love di Bob Marley, si può lasciare il teatro con quel sorriso che Bluey ha affermato di voler sempre suscitare con la musica degli Incognito.

Hozier: “Hozier”

(Island 2014)

A volte l’hype è, se non proprio una fregatura, quantomeno un problema; tu fai il tuo disco d’esordio cercando di infilarci dentro le passioni che ti hanno trasmesso i dischi di mamma e papà, ma hai una canzone che ha fatto il botto così che, accanto alle masse adoranti, ci sono quelli che storcono il naso a prescindere.
I sospetti che sempre originano dalle suddette moltitudini rendono necessario azzerare tutto prima di mettersi all’ascolto. Andrew Hozier-Byrne ha ventitre anni quando regista l’Ep che gli cambia la vita: Take Me To Church parte dalla musica nera e va in crescendo verso un’impeccabile rotondità pop che la rende all’istante un brano coinvolgente e riconoscibile malgrado il cupo testo che mischia un amore finito e l’ipocrisia religiosa.
Del resto, il ragazzo è irlandese e non è certo una stravaganza che la critica alla chiesa cattolica ritorni spesso nelle sue parole: se però fa piacere che queste ultime non siano banali, l’importanza della partitura è maggiore e dare compagnia a una canzone sotto molti aspetti perfetta non dev’essere stato semplice. Sarà per questo che è stata messa troppa carne al fuoco, con tredici pezzi che diventano diciassette nella versione deluxe: fra di essi spuntano insidiosi un paio di titoli che puntano dritti alla fruibilità radiofonica, tra il pop facile di Sedated e la chitarra loureediana che apre una Something New che nel ritornello si gonfia piacevole ma non del tutto riuscita sulle orme del conterraneo Van Morrison.
Il nome del rosso di Belfast viene evocato con ben altra efficacia in From Eden, laddove il blues, il gospel e il folk si mischiano con gusto evitando che paiano stucchevoli i cori femminili ad accompagnare il refrain. Il brano testimonia che il meglio di Hozier sta quando il giovanotto imbraccia la sei corde e limita l’accompagnamento all’essenziale, sia che si tratti di avere la spina attaccata (l’ombroso blues elettrico di To Be Alone introdotto dalla slide, il soul malato di Work Song), sia quando a predominare sono gli strumenti acustici (se il duetto con Karen Cowley intriga sulla strofa prima di inciampare in un ritornello un po’ banale, la preghiera di Like Real People Do si fa apprezzare ascolto dopo ascolto adagiata su di un delicato fingerpicking come la conclusiva Cherry Wine The Woods Somewhere).
Il fatto che a volte venga in mente Hugo Race (It Will Come Back è la più scorbutica del lotto) e altre i Counting Crows (il blues/gospel di facile ascolto Angel Of Small Death And The Codeine Scene, il rilassante soul di Foreigner’s God) racconta di come l’autore abbia cercato una sua strada possibilmente senza scontentare troppo la casa discografica, ma uno che scrive una canzone su un tizio che chiama i figli Jackie And Wilson omaggiando così il proprio idolo con un allegro errebì a presa rapida, seppur debitore ancora di Duritz e soci, rende lecito ben sperare per il futuro, magari ignorando quelli che chiederanno sempre un’altra Take Me To Church.

Eleanor Friedberger: “New view”

(Frenchkiss 2015)

Chiusa in un armadio l’esperienza Fiery Furnaces vissuta assieme al fratello Matthew, Friedberger se ne allontana in modo definitivo anche dal punto di vista sonoro, sostituendone stravaganze e sperimentalismi con un’assai più classica Americana che affonda le sue radici nel periodo a cavallo tra Sessanta e Settanta.
Ispirate dal ritiro nella parte più bucolica dello stato di New York, queste canzoni vanno a ripescare il meglio di quel periodo, unendo west-coast e folk-rock: la ricetta viene insaporita spruzzando qua e là qualche spezia a base di soul con la collaborazione di una band affiatata e dai suoni scintillanti che accompagna rotonda tra assoli di chitarra e gonfiarsi di organo. Insomma, senza andare a scomodare l’archetipo ‘Tapestry’, le premesse ci sono tutte, non ultima quella di una voce calda e capace di coinvolgere a sufficienza, eppure il disco non ha la forza (o la personalità) per colpire a fondo: si fa ascoltare con piacere, scorrendo sullo sfondo con il suo incedere rilassato, ma neppure dopo ripetuti passaggi riesce davvero a farsi amare.
L’iniziale He Didn’t Mention His Mother sotto questo punto di vista può ingannare perché è una bella canzone che prende a prestito da Dylan e Cat Stevens senza farsi troppo notare, ma subito dopo Open Season va già in calando nel suo volgersi a Neil Young senza raggiungere una vera compiutezza. La successiva Sweetest Girl è di certo più sbarazzina, mettendo in mostra una tendenza al ritornello-filastrocca che viene ripresa altrove in maniera meno efficace: a seguire arrivano le ballate guidate dal piano che, quale più (Your Word) quale meno (Because I Asked You), mostrano il consueto difetto di un atmosfera piacevole e tutto sommato calda, ma mai davvero coinvolgente.
Va a finire così che l’altro pezzo davvero efficace sia piazzato in chiusura: A Long Walk procede sicura e un po’ sopra le righe con il suo sfondo da rock sudista, aumentando la temperatura complessiva di un lavoro che in molte sue parti titilla con gusto le orecchie, ma manca della passione necessaria per scaldare davvero il cuore: è come se la tranquillità e la solitudine dei boschi abbiano conquistato l’ispirazione dell’autrice e, complici pure dei testi più intimisti e non molto allegri, l’abbiano privata della giusta energia che avrebbe contribuito a mettere più a fuoco la sua musica.

Joe Jackson: “Fast forward”

(Ear Music 2015)

Per il suo ritorno a una raccolta di autografi a sette anni da ‘Rain’, Jackson costruisce un album come fosse l’unione di quattro differenti EP: la scelta non è del tutto vincente perché, pur apprezzandone la varietà, l’ascoltatore finisce per patire la poca omogeneità dovuta alla diversità di arrangiamenti e interpreti. Il concetto resta valido sebbene su queste canzoni ci sia l’indiscutibile marchio del loro autore e della sua squisita attitudine per le melodie rivestite spesso con abiti fascinosi e solo all’apparenza fuori moda.
Il brano omonimo posto in apertura e il susseguente If It Wasn’t For You mettono subito in risalto simili caratteristiche, sottolineando al contempo uno stato di forma della scrittura e del cantato che non pare aver sofferto del tempo che passa (l’aspetto sì, invece…): contornato da signori musicisti – uno per tutti, Bill Frisell alla chitarra – e con l’affascinante variazione offerta dal violino di Regina Carter, il disco inizia così spargendo promesse che non vengono mantenute appieno. Si tratta delle registrazioni effettuate a New York, ma è una sorpresa veder spuntare una I See No Evil non opprimente al pari dell’originale dei Television eppure comunque assolutamente all’altezza, il che non si può affermare dell’ intima King Of The City che si piazza un gradino (o magari oltre) sotto con le sue reminiscenze anni Ottanta.
La seconda quartina, registrata ad Amsterdam con, tra gli altri, la Royal Concertgebouw è la più debole: la rotondità pop di A Little Smile e una Poor Thing impreziosita da un ritornello che piacerebbe ad Andy Partridge controbilanciano una certa maniera presente nelle sonorità notturne e latineggianti di So You Say e, soprattutto, l’esperimento poco riuscito di coinvolgere la candida voce della giovane stella di Broadway Mitchell Sink in quella Far Away che si perde nella stucchevolezza.
Tale tendenza al languore viene spazzata via dal trasferimento a Berlino: affiancato dal basso di Greg Cohen e dalla batteria di Earl Harvin, Jackson affila la chitarra di Dick Berger nell’incedere incalzante benché tutto meno che ostico di Junkie Diva, canzone riconoscibile all’istante grazie alla sua capacità di farsi ricordare. Ancora superiore è il coinvolgimento regalato dalla successiva If I Could See Your Face che unisce un bel testo incentrato sulle differenze fra culture a una struttura musicale brillante e variegata capace di unire un assolo di organo che è palese riverenza a Bach a suggestioni e spunti musicali propri del mondo arabo. A raffreddare la temperatura, contribuisce la sparsa ballata The Blue Time, non bastano le sensazioni urbane regalate dal sassofono di Markus Ehrlich, mentre nulla aggiunge e nulla toglie l’omaggio alla città con il recupero di Good Bye Johnny, proveniente dagli anni Trenta tedeschi.
Il nuovo viaggio verso gli Stati Uniti avviene in direzione dei suoni caldi di New Orleans, il cui soul contaminato si riverbera in Keep On Dreaming –le parti di piano si ispirano a Dr John – dopo le atmosfere serrate e funky alla base di di Neon Rain e Satellite: il segmento sfoggia la compattezza maggiore dal punto di vista dello stile, ma insaporito dal rimando a Beethoven nella conclusiva Ode To Joy. Ulteriore testimonianza che, al netto di qualche calo di tensione distribuito in un programma forse troppo vasto, ‘Fast forward’ si comferma come un lavoro molto piacevole da ascoltare pure per chi non è un appassionato dell’artista inglese, autore di una musica che sa essere insieme davvero gradevole e mai banale.

Adele: “25”

(XL 2015)

Nessuno si aspetta ‘Adele in Memphis’, ma, dopo i molti buoni spunti presenti in ‘21’ e l’abbraccio – romantico e avvolgente – di Skyfall-la-canzone, anche chi non è mai stato un fan come il sottoscritto si accomoda fiducioso all’ascolto di questo terzo album si suppone dalla faticosa gestazione, visto che arriva a quattro anni dal pluripremiato e plurivenduto predecessore.
Se il primo passaggio trascorre nell’attesa che scatti qualcosa, il successivo già fa inarcare il sopracciglio perchè la percezione che se ne ricava è quella di un’artista a sorpresa assisa sugli allori: a stupire non è che una ragazza venticinquenne canti del male di vivere (mica è obbligatorio chiamarsi Ian Curtis per farlo), ma che la sua musica finisca per risultare adulta e paludata riuscendo a svincolarsi dalla pesantezza degli arrangiamenti e/o delle sonorità solo in pochi momenti che arrivano a fine corsa.
La conclusiva Sweet Devotion (prodotta da Paul Epworth) si distende quasi sorridente dando una sensazione di leggerezza che risulterebbe ignota in precedenza se non ci fosse la parziale eccezione della ‘All I ask’ che viene subito prima: una ballata acustica che sarebbe piaciuta a Barbra Streisand in cui, mentre alla consolle c’è Bruno Mars, la voce può liberarsi da quell’impressione di essere perennemente sotto sforzo presente nei brani precedenti, la linea dei quali è dettata dal singolo apripista Hello.
La ballatona, onnipresente per settimane ovunque sfruttando altresì il tormentone chissà quanto orchestrato sull’effetto piagnisteo, è costruita per diventare un classico nell’istante in cui appare: con la regia di Greg Kurstin, ecco l’inizio sussurrato, il proseguimento in crescendo con gli strumenti che gonfiano la marea, la speziatura di campane tubolari e i cori dal sapore celticheggiante a costruire un tappeto sopra il quale le corde vocali possono esprimere tutta la loro potenza.
L’assemblaggio funziona alla perfezione contando pure su di una notevole orecchiabilità, circostanza che non si ripete nei tentativi di replicare la formula, come il secondo estratto When We Were Young (ci si poteva attendere di meglio da Tobias Jesso jr.), Love In The Dark o, per fortuna in una dimensione più intima, Remedy e Million Years Ago. Il reiterato tentativo di sollecitare la corda sentimentale riduce la visibilità degli episodi ritmati, la cui stravagante disomogeneità rafforza l’idea che uno dei problemi – se non il problema – del disco sia che ci hanno messo le mani in troppi.
Epworth risulta ancora il migliore aggiungendo qualche pennellata oscura al synyh-pop di I Miss You che si fa così preferire al soul un po’ di maniera di River Lea (Danger Mouse), laddove assai discutibili sono Water Under The Bridge – che si avvia assomigliando a un brano dei Toto per restare negli anni Ottanta fino alla conclusione – e le suggestioni world, tipo Paul Simon in Sudafrica, innestate da Max Martin sul ritornello di Send My Love (To Your New Lover).
Va a finire che passa la voglia di prestare orecchio per la terza volta di fila a queste canzoni: la giovane età e le qualità indiscutibili lasciano però aperta la porta alla speranza che i prossimi lavori sappiano regalare, in aggiunta all’ammirazione per i virtuosismi, le emozioni che qui latitano senza scusanti.

The Sonics: “This is The Sonics”

(Reevox 2015)

Se ci fosse la possibilità di ascoltare il disco a scatola chiusa, tutti parlerebbero entusiasti di urgenza di esprimersi e di irruenza giovanile oltre che di un sapiente recupero della lezione impartita dai padri o, meglio, dai nonni. Insomma, un po’ quanto si è scritto riguardo al lavoro d’esordio degli Strypes, con la differenza che questo è più veloce, più sporco, più cattivo come si può facilmente dedurre dal confronto delle versioni di You Can’t Judge A Book By The Cover: laddove lo pur apprezzabilissima interpretazione dei ragazzi irlandesi viaggia rapida ma pulita, qui si va sempre con l’acceleratore a fondo corsa, ma su una strada piena di buche e rattoppi.
Simili peana risultano però moltiplicati dalla considerazione che i Sonics non registravano un album in studio da quasi dieci lustri e che nelle loro fila sono ancora presenti tre dei cinque membri originari, arzilli ultrasettantenni che, a porgere ignaro orecchio, l’ascoltatore immaginerebbe con almeno mezzo secolo di meno sul groppone.
Aiutato dalla produzione in mono di Jim Diamond, il gruppo si getta subito a capofitto tra sonorità aggressive e ritmi travolgenti a supportare l’energia che zampilla dalla voce di Gerry Roslie che offre una prova di impressionante attitudine per il lato selvaggio della musica già a partire da una I Don’t Need No Doctor il cui titolo, vista l’età media complessiva, pare una sorta di manifesto.
Accanto a Roslie, che si occupa anche delle tastiere, ci sono i vecchi sodali Larry Parypa con una chitarra acidamente distorta che raramente trova spazio per un breve assolo e Rob Lind il cui sassofono squarcia l’atmosfera rendendo l’impatto ancor più spigoloso: a supporto, romba una sezione ritmica appena meno attempata, visto che affianca alla batteria di Dusty Watson il basso dell’ex Kingsmen Freddie Dennis.
In una prima ‘facciata’ eseguita a ventre a terra ci sono il boogie feroce di Be A Woman e quello più trascinante di Sugaree, mentre il blues al fulmicotone di Bad Betty fa il paio con il classico di Willy Dixon citato in precedenza: a farne le spese è The Hard Way dei Kinks che risulta travolta a causa di un eccesso di velocità.
La seconda metà del programma riduce solo di un po’ il numero dei giri, aprendosi con altre due cover, Leaving Here di Eddie Holland caratterizzata da battito a martello e sax strabordante seguita da Look at Little Sister di Hank Ballard in cui si preferisce la carta vetrata alla rotta di collo fine a se stessa. Il ritorno a situazioni più prettamente garage si ritrova amplificata nelle minacciose I Got Your Number e Livin’ In Chaos – l’angosciante incedere della quale giunge a sconfinare in territorio punk – per poi alleggerire di un niente il clima nel più articolato errebì di Save The Planet (in cui brillano le sei corde blueseggianti di Parypa e versi come “We have to save the planet / It’s the only one with beer!”) nonché nella conclusiva Spend The Night che è più che altro un invito a ricominciare da capo.
I primi dischi dei Sonics risalgono agli inizi degli anni Sessanta e da allora non si contano i gruppi che ne hanno tratto ispirazione: fa piacere ritrovare gli originali ben più in forma di numerosi fra gli epigoni, smentendo la falsa diceria che il rock ‘n’ roll siano una faccenda da ragazzini con un dodici canzoni che bruciano dinamiche (azzeccatissima è pure la durata che supera di poco la mezzora) e regalano una montagna di divertimento.

In concerto – La corte dei miracoli

25 agosto 2016 – Monticelli d’Ongina, Festa dell’Unità.

La corte dei miracoli Questa volta In Un Giorno Di Pioggia l’hanno fatta: il gruppo pavese si ripresenta allo spazio ANPI della Festa dell’Unità dopo tre anni, confermando le linee guida della propria musica – una sorta di cover-band dei Modena City Ramblers con diramazioni quasi esclusivamente in ambito folk e combattente – ma è protagonista di un concerto più incisivo e compatto.
Non si sa quanto aiutati dall’assenza della violinista Lorena Vezzaro, i sette mettono in scena due ore che guardano in misura maggiore al rock, anche grazie allo spazio che l’elettrica di Massimo Pasculli si va ricavando con il passare delle canzoni: i rumori di fondo della Festa avevano tolto efficacia all’abbrivio acusticheggiante dell’esibizione precedente, così il gruppo parte deciso con la spina attaccata e il divertimento che ne consegue risulta opportunamente incrementato. Meno opportuno è che, dopo pochi brani, qualcuno arrivi a lamentarsi del volume, ma gli spettatori – una decina sulle sedie piazzate nella pista da ballo, a malapena altri venti su quelle sistemate attorno – sono troppo pochi per far sentire la propria voce: poco male, peraltro, perché i brani scorrono con bella scioltezza e a volte l’effetto juke-box, se i titoli sono giusti, può anche essere rilassante.
Dopo un’introduzione che sa di Irlanda, si incaricano di riscaldare l’atmosfera Ma Mi, Guccini e De André: del Maestrone viene sparata subito la cartuccia Dio è Morto, mentre solo quasi in conclusione brilla la bella versione de La Locomotiva che si avvia acustica per accelerare di colpo a mezza via seguendo la progressione del mezzo meccanico; su di una traccia analoga si snoda l’arrangiamento de La Pianura Dei Sette Fratelli, riproposta con un’intensità che sa emozionare sia il pubblico, sia gli stessi musicisti.
Clan Banlieu è il primo estratto dal repertorio del gruppo modenese, che poi viene riproposto andando avanti e indietro nel tempo, il che consente di mischiare gli elementi celtici con gli altri inseriti da Cisco Bellotti e compagni nella loro discografia. Essendo quest’ultima in calando, non tutto resta sullo stesso livello ed è un peccato che da ‘Riportando tutto a casa’ venga ripresa la sola Quarant’anni (che potrebbe essere aggiornata in Settant’anni, il tempo passa…) durante la quale si nota una notevole efficacia nell’incrocio tra la chitarra di Pasculli e la fisarmonica di Giovanni Renzi: approfondirlo potrebbe essere un’idea per variare un po’, anche se lo spirito del gruppo pare prevedere la briglia corta ai singoli musicisti.
Superfluo risulta il recupero di A M’in Ceva Un Caz (ritradotta in pavese Ma Sbat I Bal) a conferma che Bob Geldof, autore dell’originale The Great Song Of Indifference, ha scritto solo una grande canzone e non è questa: visto che siamo nel reparto critiche, si può sottolineare che Il Ballo Di San Vito non ha la feroce aggressività dell’originale mentre il robusto vestito cucito addosso alla traduzione di I’m a Man You Don’t Meet Every Day fa ancora preferire la diafana versione originale affidata alla voce di Cait O’Riordan. Si tratta però solo di momentanei (e neppure così sensibili) cali di tensione, compensati dalle novità introdotte da un paio di brani autografi – peraltro ‘in stile’ – e dal provare a percorrere qualche territorio musicale meno battuto seguendo le orme di Davide Van Der Sfroos in due pezzi che regalano spunti blueseggianti o – addirittura – reggae.
La conclusione rientra invece su binari più conosciuti, con il sempre efficace medley di Hasta Siempre, Comandante e Fischia Il Vento – ma il pezzo di Carlos Puebla viene riproposto con un tiro notevole – oltre all’immancabile Bella Ciao in versione MCR che segna il momento dei saluti. E’ innegabile che, malgrado l’ora sia un po’ tarda per far musica amplificata in centro paese, se ne vorrebbe di più, ma i numeri in platea non riescono a dare forza alla richiesta di bis: visto il bel concerto, è però doversoso citare i nomi degli altri musicisti, ovvero Beppe Mascherpa e Davide Renzi che si sono alternati alla voce e alla chitarra acustica, Paolo Pagetti impegnato tra fiati e percussioni nonché la sessione ritmica costituita dal basso di Alessandro Caliandro e dai tamburi trattati con energia da Konstantinos Nastos.

Eppur si muove 2016 – X edizione

5 agosto 2016 – San Nazzaro, Parco al Po.

Manifesto ‘Eppur si muove’ arriva in doppia cifra e solo per questo ci sarebbe da festeggiare: si spera che la stanchezza denunciata da qualche membro dello staff nelle interviste sui quotidiani locali – buona la copertura anche se risibile dal punto di vista musicale – possa essere compensata dall’entusiasmo e, soprattutto, che nuove leve dalle ultime generazioni si affianchino ai veterani.
L’edizione nasce sotto i cattivi auspici meteorologici, visto che il venerdì è tutto uno scorrere di temporali e pioviggina a intermittenza fino a notte, ma l’afflusso di pubblico è assai soddisfacente e, a prima vista, anche il bilancio della ristorazione non dovrebbe essere stato malaccio.
Riesco a partecipare solo alla prima delle tre serate – nella seconda ci saranno ancora concerti, la terza presenta un dj-set – ma il caso vuole che il programma sia rinforzato: causa impegni di qualche loro membro, i Tombstone Desert Inn anticipano l’esibizione prevista inizialmente per il sabato aprendo una serata che allinea così ben quattro gruppi dai generi piacevolmente assortiti. Tombstone Desert Inn Il quartetto misto piacentino-cremonese inaugurano le danze con uno stoner che mischia con precisione rozzezza e spunti melodici trasportato dall’irruente drumming di Federico Re: l’aderenza ai modelli risalenti ormai agli anni Novanta è probabilmente figlia del poco chilometraggio accumulato finora, ma la l’esecuzione è comunque soddisfacente. Resta da vedere se e quando i ragazzi inizieranno a mostrare una loro personalità, sforzandosi magari di suonare più per il pubblico che per se stessi.
Non hanno bisogno di presentazioni, almeno per il pubblico di ‘Eppur si muove’, i mantovani Mosche di Velluto Grigio, ormai di casa dalle nostre parti da quando alla chitarra elettrica vi si esibisce Francesco Fornasari: il loro folk-punk di ispirazione irlandese pare spostarsi ogni volta di più verso la seconda componente del nome, così che i sette inanellano ventre a terra una serie di brani tra originali e cover che culminano nella consueta scossa elettrica di I Fought The Law.
Mosche di Velluto Grigio Oltre all’impossibilità di star fermi, i trascinanti quaranta minuti loro riservati regalano una bella dose di divertimento che aiuta ad affrontare le tinte oscure con cui gli Under Static Movement, i veri fedelissimi della manifestazione monticellese, avvolgono la loro musica. Malgrado nel corso degli anni nel loro rock metallico si sia aperto qualche spiraglio verso sonorità alternative un po’ meno corrusche, la loro rimane un’esibizione caratterizzata dai suoni pesanti creati dalla massiccia sezione ritmica ad accompagnare il rotolare minaccioso delle chitarre sino a creare una sorta di muro sonoro sul quale si arrampica non sempre con efficacia la voce del cantante. Under Static Movement
L’insieme finisce per far sembrare il quintetto assai poco empatico, dando la sensazione di una mancanza di passione compensata dalla perizia tecnica: un po’ l’esatto contrario dell’idea che finiscono per lasciare i piacentini Bravi Tutti che concludono in allegria la serata. La prima impressione è che i giovanotti siano un po’ troppo cresciuti per il pop-punk adolescenziale – alla Green Day, tanto per fare un nome – che li caratterizza, ma la carica e la simpatia compensano in abbondanza, complici anche dei testi (in italiano) tra il demenziale e lo scemo tout-court che ben si adattano al genere che li accompagna. I quattro si dimostrano all’altezza del nome che portano in giro, alternando con perizia frenate e accelerazioni nonché stacchi e cori per poi insaporire qua e là la ricetta con divagazioni giamaicane tra ska e reggae: i cazzeggi fra i vari membri completano lo spettacolo che trascina il buon pubblico quasi all’una di notte lasciandogli una neanche troppo sottile voglia di andare oltre. Bravi Tutti

The Unthanks: “Mount the air”

(Rabble Rouser Music, 2015)

Il percorso delle sorelle Unthank si è ormai affrancato dale forme più tradizionali del folk britannico dal quale sono partite: benché gli elementi di base siano radicati nel genere – si tratti di recuperare temi e melodie dalla tradizione (Madam, Died For Love, Last Lullaby, The Poor Stranger) o rielaborarne le caratteristiche in composizioni proprie – l’evoluzione che ne deriva conduce in luoghi più personali e affascinanti in compagnia di due voci che ammaliano combinandosi alla perfezione.
Dalle semplici strutture delle ballate popolari si giunge così a complesse architetture che sfiorano il classico e il barocco, impreziosite dall’uso intensivo di una strumentazione più ampia e organica: il principale indiziato per l’aver intrapreso tale direzione è Adrian McNally, marito di Rachel, che dà il contributo di maggior spessore all’opera in qualità di arrangiatore, autore e interprete delle numerose e struggenti parti di pianoforte. Se però c’è uno strumento che si distingue ripercorrendo con la memoria le sonorità del disco, quello è la tromba: Tom Arthurs nell’iniziale brano omonimo e Lizzie Jones ne sfruttano il suono struggente per accentuare la profonda malinconia che percorre questi undici brani fungendo da teletrasporto verso le brumose e un po’ inquietanti brughiere del Northumberland.
Il riassunto dell’attitudine complessiva che permea l’intero lavoro sta nei lunghi pezzi che aprirebbero le due facciate se si avesse per le mani un vecchio 33 giri: in oltre dieci minuti, sia Mount The Air, sia Foundling si articolano in una sorta di piccole suite che iniziano pressoché sottovoce per poi gonfiarsi sull’onda di strumenti opportunamente rafforzati con gli archi. Eco analoghe si possono udire, seppur in forma abbreviata, in episodi come Madam e nella ballata pianistica Hawthorn, mentre Died For Love dà spazio al lato più romantico alternando allo scandito succedersi dei versi degli stacchi musicale dai sapori più che vagamente morriconiani.
Più in linea con il passato sono l’incedere di Flutter e di Last Lullaby, laddove un’inquietante oscurità avvolge a contatto con Magpie, firmata da Dave Dodds e segnata dal cupo bordone che accompagna il canto delle sorelle. Un po’ la stessa sensazione che si prova ascoltando For Dad, il primo del’accoppiata di strumentali interpretati (e in questo caso anche scritto) da Niopha Keegan, il cui violino cresce d’importanza con il passare delle canzoni, caratterizzando soprattutto la seconda parte dell’album.
Molto più rilassante la conclusiva, quasi sognante Waiting che, assieme al piglio meno ombroso della filastrocca The Poor Stranger che l’ha preceduta, fanno sì che almeno una striscia di sereno appaia all’orizzonte di una musica che ha bisogno di qualche ascolto per farsi apprezzare, ma pure la capacità di insinuarsi sottopelle all’ascoltatore.

Jason Isbell: “Something more than free”

(Southeastern 2015)

E’ un disco molto classico questo quinto lavoro firmato in proprio da Jason Isbell traendo ispirazione da un amplissimo spettro del cantautorato statunitense; dallo Springsteen che riecheggia nel bel singolo 24 Frames ci si sposta con gradualità verso ovest fino a giungere sull’altra costa dove risuonano melodie pià arrotondate alla Jackson Browne oppure un certo sentore di Eagles in uno degli episodi più lievi e ritmati, Hudson Commodore.
Simili caratteristiche possono tener alla larga i cercatori di originalità a tutti i costi, ma alcune volte è assai piacevole lasciarsi cullare da sonorità caldo e ben tornito da musicisti capaci che accompagnano una voce che dà l’impressione di essere davvero sincera: per apprezzare queste canzoni non è neppure necessario ascoltarle viaggiando in auto in direzione del tramonto.
Prodotto come il precedente ‘Southeastern’ da Dave Cobb, ‘Something more than free’ ne riprende le atmosfere e i temi, celebrando di nuovo – almeno in parte – la resurrezione del suo autore uscito dalle spire alcoliche che lo avevano avvolto alla fine dell’esperienza Drive-By Truckers: c’è la ricerca di una ricomposizione tra la vita dell’uomo maturo e quella del musicista che, guardando alle esperienze trascorse, sa che le sregolatezze della gioventà sono senza rimedio alle spalle. La narrazione rimane agrodolce anche nel momento in cui la musica prende altre strade come nell’iniziale If It Takes A Lifetime, che cattura l’orecchio con un ritornello di notevole immediatezza pop. In aggiunta alla succitata Hudson Commodore, il lato brillante dell’operazione è caratterizzato dal ritmo sostenuto di The Life You Chose nonché da una Palmetto Road che mette in mostra accenti southern-rock che risultano meno affini aalla sensibilità di Isbell.
Il segmento più introspettivo è inaugurato dalla sullodata 24 Frames, una ballata intrisa di passione che unisce il suono degli archi a un carezzevole assolo di elettrica: più scarne si presentano invece le acustiche Flagship e Speed Trap Town, in cui sono voce e chitarra acustica a comandare, sebbene la seconda alleggerisca l’atmosfera evocando il ricordo di controlli della velocità a tradimento. Sulla stessa lunghezza d’onda si pone pure la bella elegia finale di To A Band That I Loved dedicata agli amici Centro-Matic, laddove grossi nuvoloni si addensano su Children Of Children trascinati da chitarre e archi che giocano sulle tonalità più cupe in una variante crepuscolare delle ‘generations changing hands’ di John Mellencamp.
Preferendo il tocco alla sciabolata, Isbell fa propri in scioltezza la serie di stimoli musicali elencati nelle righe precedenti per realizzare un sorta di country (non solo) dell’anima reso solido dalla sezione ritmica di Chad Gamble (batteria) e dal basso di Jimbo Hart, mentre le sei corde di Sadler Vaden, le tastiere di Derry Deborja oltre al violino della moglie e salvatrice Amanda Shires contribuiscono a colorare i vari passaggi di undici brani che, se non raccontano nulla di inedito, lo fanno però in maniera parecchio soddisfacente.