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In concerto – Cisco il dinosauro con la formidabile orchestra jurassica

L’esser bianchi per antico pelo porta, tra le altre seccature, un atteggiamento nostalgico per i bei tempi andati. Fatta la tara agli occhiali rosa, il confronto fra lo spettacolo offerto e quello dei Modena City Ramblers che fece tremare il Fillmore nella primavera do oltre vent’anni fa è comunque abbastanza impietoso, peraltro in sintonia con la traiettoria discendente della discografia della band prima e del suo più conosciuto membro poi.
Forse avrebbe aiutato che fossero presenti anche gli altri ‘dinosauri’ del disco uscito l’anno passato, ovvero gli ex MCR Alberto Cottica e Giovanni Rubbiani, oltre che ad Arcangelo ‘Kaba’ Cavazzuti dietro i tamburi: fatto sta che l’insieme si rivela ben suonato e divertente, ma incapace di far scattare l’interruttore che regala vere emozioni. Ciò non toglie che fa davvero piacere vedere gli ‘Amici del Po’ così affollati da un pubblico pagante – l’evento è aperto ai non soci con un lieve e sovrapprezzo sul biglietto d’ingresso – che dimostra di apprezzare più del sottoscritto accorrendo a saltare sotto al palco almeno negli ultimi quattro o cinque brani.
Ad aprire la serata su toni più intimi pensano Bernardo Beisso e Giovanni Guglielmetti dell’ensemble folk ‘Statale 45’ con un conciso spettacolo intitolato ‘Il disertore’ come da canzone di Boris Vian: voce, chitarra e fisarmonica per un delicato recupero di canti resistenziali, finanche con la firma ‘pesante’ di Italo Calvino, che ben si adattano all’evocativa data in cui l’evento si svolge.
Dopo una breve pausa, salgono sul proscenio Cisco e il suo gruppo – del quale, oltre al citato Cavazzuti, fanno parte un bassista, un chitarrista che alterna l’acustica e l’elettrica, un trombettista oltre a un violinista inglese, ma quest’ultimo è l’unico dato anagrafico che sono riuscito a captare bene – per un viaggio che percorre avanti e indietro una carriera che per il leader ha raggiunto ormai il quarto di secolo.
La ricetta è nota ed è quella che ha fatto la fortuna della band madre prima di indebolirsi per un eccesso di ripetizione: su una base di folk celtico si innestano gli spunti provenienti dalle tradizioni popolari di mezzo mondo nonché una buona dose di efficace melodia pop. La voce di Cisco si è fatta più matura e l’orchestra jurassica ci sa fare con gli strumenti, così che i brani scorrono piacevoli all’orecchio e spesso portano a muovere il piedino lasciando che il tempo scorra quasi inavvertito.
Gli episodi migliori sono però da cercarsi più che altro nelle deviazioni dalla linea: la riuscita, benché non travolgente reinterpretazione di Caravan Petrol, il capobanda da solo con il bodhrán per I Cento Passi, l’efficace La Banda Del Sogno Interrotto, una sorprendente A M’in Ceva Un Caz che si trasforma da canzone poco sopportabile (almeno per il sottoscritto) a curioso contenitore di un medley costituito da Personal Jesus, Enter Sandman e Ring Of Fire.
I pezzi pregiati del catalogo arrivano tutti alla fine, iniziando con una Bella Ciao che ci guadagna parecchio dalla sostituzione del flauto di Pan con la tromba: a seguire arrivano Clan Banlieu e Un Giorno Di Pioggia (che dà la non simpatica impressione di venir riproposta tanto per timbrare il cartellino) prima di giungere al classico finale della dolce Ninnananna che manda tutti a letto quando la mezzanotte è già passata da un po’

In concerto – Leadbelly Rossi

17 giugno 2017 – Monticelli d’Ongina, circolo ARCI ‘Amici del Po’.

Originario di Cardano al Campo in provincia di Varese (un postaccio, a sentir lui), Angelo Rossi si porta a spasso un nome d’arte pesantissimo, ma lo onora in due ore di musica che, malgrado il genere non brilli per immediatezza nei confronti di un pubblico non anglofono, scorrono piacevoli e inavvertite.
Sempre inserito nell’ambito del festival ‘Dal Mississippi’ al Po’, il concerto si svolge in una serata fresca e ventilata (pure troppo) che fa presto dimenticare la calura del giorno: Rossi, fiancheggiato dalla bassista Silvia Preda, inizia che i tavoli sono ancora popolati di commensali e, benché il suo sia un approccio per forza di cose poco invasivo, comincia ben presto a conquistarsi l’attenzione degli astanti che finiscono per appassionarsi tanto che almeno una trentina rimangono fino ai saluti quando è da poco passata la mezzanotte.
Con poche parole e un accurato lavoro sulle corde della chitarra (prima acustica, poi elettrica nell’ultimo scorcio di esibizione), l’artista compie un ampio excursus sul lato più scarno del blues, omaggiandone i maestri soprattutto originari del delta del Mississippi, zona più volte frequentata sulla spinta di una passione che l’ha portato a esere forse il miglior esponente del genere nel nostro Paese. Rossi è bravo a ravvivare l’atmosfera tra un brano e l’altro, ma ciò che davvero valido è il suo modo di restituire l’accoratezza che pervade gli originali, solo di tanto in tanto elevati da tocchi di gospel: l’unico, vero problema è che poco risalto viene dato alla voce, la cui duttilità si perde un in parte a causa della location non ideale.
A perderci è soprattutto l’unica canzone che è blues solo nello spirito, Hurt dei Nine Inch Nails riproposta nella versione (ulteriormente) dipinta di nero da Johnny Cash e Rick Rubin.

In concerto – Sula Ventrebianco

15 luglio 2017 – Monticelli d’Ongina, Società Canottieri Ongina.

Grazie all’amicizia con il concittadino Ivan Martani, è insolitamente stretto il rapporto che lega i Sula Ventrebianco, napoletani di Forcella, alla realtà monticellese: dopo l’apparizione sul palco di Eppur Si Muove 2015 e la raccolta esibizione acustica agli ‘Amici del Po’, eccoli dunque impegnati allo Chalet in un concerto incentrato sul nuovissimo ‘Più niente’, uscito proprio quest’anno per la Ikebana Records.
A differenza delle altre due, suona però insolita anche la location: poco ci azzecca l’energico mix di stoner e grunge che il quintetto propone soprattutto dal vivo con una serata in cui predominano famiglie, chiacchierate e partite a carte. Se ci si aggiunge la scarsa pubblicizzazione dell’evento, la conseguenza è inevitabile: quando i giovanotti iniziano a suonare con una quarantina di minuti di ritardo sul comunque improponibile orario delle 21.30, fatica ad arrivare a venti il numero degli interessati, di cui solo la metà in piedi davanti ai musicisti.
Quasi per controbilanciare, i SVB partono imbracciando lo spadone: le chitarre ronzano e la sessione ritmica picchia implacabile (forse a volte pensano di star registrando ‘Bleach’) sottoponendo a una dura prova un impianto non all’altezza. Siccome i ragazzi si divertono a dare nomignoli alle canzoni, non è semplice seguire la scaletta: in ogni caso, i generi summenzionati si alternano spesso all’interno del singolo brano (efficace assai la minacciosa Mephisto) mettendo decisamente di buon umore grazie all’ormai rodata bravura di chi sta suonando: il basso di Mirko Grande e la batteria di Aldo Canditone sostengono il lavoro alla sei corde di Giuseppe Cataldo e Sasio Carannante, che mette in mostra una vocalità duttile sebbene non eccezionale nel momento in cui i ritmi rallentano, mentre un po’ faticano a farsi spazio il violino e i sintetizzatori di Caterina Bianco.
Dopo una decina di pezzi ventre a terra, prendendo le mosse da Passerà qualche marcia viene scalata e di comporto l’atmosfera si fa meno incandescente riportando più di frequente alla mente un gruppo come i Verdena: va però sottolineato che, con la parziale eccezione di Una Che Non Resta, il quintetto si tiene alla larga dalla classica ballata rock e gli arrangiamenti restano ricchi di spigoli evitando con stile la banalità.
Il numero dei giri torna ad aumentare nella versione di Ballo In Fa Diesis Minore dal repertorio di Branduardi (per non parlare di quella divagazione di Cataldo che evoca per un attimo i Thin White Rope) finchè, con gli ultimi due titoli, viene chiuso il cerchio del concerto su accenti furiosamente stoner: Arkam Asylum, assecondando il titolo, vi aggiunge un tocco di goth per mezzo di un tastierone che piacerebbe ad Andrew Eldritch laddove Africa saluta tutti con uno scatenato groviglio di suoni che si vorrebbe continuato a oltranza.

In concerto – Bayou moonshiners

3 giugno 2017 – Monticelli d’Ongina, circolo ARCI ‘Amici del Po’.

In una delle tappe itineranti del festival blues piacentino ‘Dal Mississippi al Po’, giunge a Monticelli questo duo di origini veronesi dedito al culto della musica di New Orleans.
Stephanie Ghizzoni (voce, rullante con spazzole, washboard e kazoo) e Max Lazzarin (voce e piano) hanno vinto premi in Italia e in Europa e la loro esibizione, sia pure in un angolo un po’ sacrificato alla fine delle tavolate verso la piscina, risulta dapprima convincente e poi trascinante. Tanto è vero che i numerosi commensali presenti iniziano ad ascoltare magari un po’ distratti, ma la loro attenzione viene sempre più catturata fino al coinvolgimento nei cori e nei call-and-responses chiesti dai musicisti.
Seguendo un filo logico temporale, l’esibizione si avvia con Cabbage Head, un ripescaggio di fine Ottocento in cui il duo inizia a mettere in mostra la bella interazione fra le voci, tanto ruvida e fumosa quella di Max quanto profonda ma capace di inaspettato lirismo quella di Stephanie. A stretto giro di posta, il pianista omaggia uno dei suoi idoli nel rifacimento di Big Time Woman di Jerry Roll Morton e di lì prende il via un lungo girovagare tra blues, spiritual, gospel – comunque in vario modo conditi con le spezie della città della Louisiana – che conduce agli anni Sessanta e a Ray Charles, rifatto sia sul versante più confidenziale, sia in quello più scatenato grazie a una brillante riproposizione di Mess Around.
In mezzo ci sta ovviamente Fats Domino con un titolo a dir poco esplicativo (I Just Can’t Get New Orleans Off My Mind) e non può mancare uno standard della Big Easy come Jambalaya di Hank Williams. Un brano reso famoso, tra gli altri, anche da Dr. John ed è proprio al dottore che pare ispirato il primo dei due brani autografi, ovvero Don’t Believe Me, mentre l’altro, intitolato Tell Me More, è più introverso ed è impreziosito da un’affascinante introduzione di piano.
Dopo un simpatico Happy Birthday cantato per uno dei presenti (‘sembra Happy Birthday Mr. President’, borbotta divertito Max), il momento avvolgente prosegue con la bella resa di I’m Glad Salvation is Free in cui Stephanie non sfigura davanti a Mahalia Jackson camminando per i tavoli ben lontana dal microfono e una toccante versione di Amazing Grace.
Infine, come detto, ecco The Genius per tornare ad alzare i ritmi e a far battere il piedino così da coronare un concerto andato al dilà delle più rosee aspettative: la bravura e la personalità di piano e voce riescono persino a far dimenticare la mancanza di una sezione ritmica e dei fiati (sostituiti saltuariamente dallo spernacchiante kazoo) e gli applausi del pubblico abbastanza numeroso – oltre a chi era a cena, arrivano un po’ alla spicciolata almeno una ventina di altre persone – fioccano convinti.

Kings of Leon: “Walls”

(RCA 2016)

Non so perchè mi intestardisco a dare sempre un’ultima possibilità ai Kings of Leon. Forse in ricordo del piacevole southern rock dell’esordio di ‘Youth & young manhood’, ma nel frattempo è trascorsa una dozzina abbondante di anni e quelle sonorità si sono ormai perse, sostituite da un corporate rock che è innocuo come sottofondo, ma finisce per innervosire a un ascolto attento.
Può darsi che, come orecchiato qua e là, i temi personali influenzino queste dieci canzoni, come l’amicizia con la bottiglia del cantante Caleb Followill, ma la temperatura resta sempre vicina allo zero: i restanti tre fratelli macinano con indubbia dedizione, ma, al netto delle non memorabili parti solistiche di Matthew alla chitarra, ci pensano le tastiere e i sintetizzatori di Liam O’Neil a spandere una patina di monotonia.
Il risultato è che nel disco, prodotto da Markus Dravs e grazie in principal modo alle suddette tastiere, ci si barcamena tra i Simple Minds nei momenti migliori (l’iniziale Waste A Moment è pronta per gli stadi) e i Foreigner nel resto dei brani più ritmati, come possono essere Reverend o quella Find Me che conquista l’orecchio, ma esagera in ripetitività. Qualcosa di diverso lo propone Over introdotta e sostenuta nella strofa da un marziale battito sintetico, mentre lascia perplessi al primo impatto Around The World, almeno fino all’istante in cui si intuisce che Cindy Lauper non ci starebbe male, viste le somiglianze con Girls Just Want To Have Fun.
In simili condizioni, assai poco ci si aspetta dalle ballate, anche perché la voce di Caleb è stata sin dagli inizi uno dei punti deboli e quando i ritmi rallentano di solito lo si nota maggiormente, invece proprio fra di esse stanno i passaggi che si ricordano con maggior piacere: se il conclusivo brano omonimo sembra pensato per gli accendini, l’accoppiata Muchacho/Conversation Piece, con la sua accorata (ri)evocazione di solitudini e incomunicabilità, riesce a catturare l’attenzione unendo la partecipazione dell’interprete a un accompagnamento che, per una volta, si rivela discreto, efficace e ben al disopra delle banalità che lo circondano.

John Doe: “The westerner”

(Pledge Music 2016)

Magari è solo l’ennesima declinazione dell’adagio che si nasce incendiari e si muore pompieri, ma è innegabile che ci sia una nutrita pattuglia di musicisti che hanno brillato sotto le bandiere del punk che si sono avvicinati a una musica più tradizionale o, comunque delle radici. Il fenomeno è a dire il vero soprattutto statunitense e può avvenire con gradi diversi di intensità: nel caso di John Doe la traccia è segnata fin dal titolo e, soprattutto, dallo scoprire che il disco è stato coprodotto da Howe Gelb.
Ne esce un album che è contrassegnato da una fusione di country, rock e blues che pare ispirata da questo e quel luogo sui bordi di una zona desertica del Sud-Ovest, magari in quell’Arizona cantata in una delle tante ballate che caratterizzano il lavoro e intitolata per l’appunto Alone In Arizona. I momenti più rallentati lasciano immaginare un viaggio verso il tramonto o un falò sotto le stelle e si possono ascrivere fra i passaggi più affascinanti: si ascrivono alla categoria sia le più corpose Sunlight e a A Little Help, dove gli strumenti sono elettrici e le tastiere si combinano alla slide, sia due brani come Sweet Reward (dove brilla un alieve luce di speranza fra tematiche prevedibilmente poco allegre) e The Other Shoe, entrambi costruiti solo su acustica e voce con la seconda ad introdurre solo nel finale qualche sfumatura in più.
In A Little Help è presente Chan Marshall, a confermare che l’utilizzo della voce femminile rimane fondamentale per John sin dai tempi dei duetti con Exene Cervenka che qui non c’è, ma che viene spesso evocata: di suo c’è la firma sotto a Go Baby Go, nella quale a far le sue veci c’è Debbie Harry in un rock da bar che si incarica di alzare la temperatura pur regalando un piacere solo epidermico. Il riferimento alla storica compagna degli X non è il solo legame con il passato: non bastasse la struttura dei brani, si possono citare quell’organo che fa tanto Manzarek imbarcato sul treno dell’iniziale Get On Board oppure il campanaccio che apre Drink On Water, l’altro episodio più tirato.
Vista l’atmosfera complessiva, un po’ sorprendere che la conclusiva Rising Sun si inoltri in territori leggermenti diversi, con il suo incedere poco rassicurante sullo sfondo di un blues polveroso, ma è solo un’altra sfaccettatura di un’attenzione a un passato che viene riproposto magari senza particolari spunti originali, ma comunque con classe e gusto. Tra vecchie storie, stacchi di chitarra al punto giusto e un timbro vocale subito riconoscibile, questo non può essere altro che un disco di John Doe: un limite, forse, ma pure una sicurezza perché i suoi trentacinque minuti scorrono senza cadute di tono e, specie se si è sensibili all’argomento, si fanno riascoltare spesso e con piacere crescente.

Julia Holter: “Have you in my wilderness”

(Domino 2015)

Al primo passaggio, magari distratto, ci si chiede se si tratti davvero un disco di Julia Holter: le note accattivanti del pop che sprigiona dall’iniziale Feel You sembrano diffondersi su tutto l’album, regalando un sorriso e una leggerezza inattesi.
Il passare degli ascolti si incarica di mettere in risalto la presenza di non isolati angoli bui già dalla terza traccia, una How Long? spettrale che sarebbe piaciuta a Nico anche per il gusto mitteleuropeo dato dal patetismo degli archi, e qua e là i suoni si prendono le conosciute libertà, come nella lunga e tormentata Vasquez che precede il folk orrorifico di una title track non distante da certe sonorità delle Unthanks e posta proprio in coda, ma nel complesso l’impressione è che Holter abbia voluto questa volta affrontare le comunque infide acque della forma canzone.
Il bello è che la sfida viene vinta senza distaccarsi dal modo di procedere presente nei dischi precedenti, così che, se di ‘Ektasis’ vengono recuperate l’asciuttezza e, in un certo senso, la rigorosità, da ‘Loud city song’ arrivano l’atmosfera più concreta, e all’occorrenza oscura, nonché il brano al quale in retrospettiva si può assegnare il ruolo di ponte: la lunga cover di Hello Stranger indica difatti una direzione, fatta di immediatezza avvolta in una nebbiolina psichedelica, che in questo album tende ad avere il sopravvento.
Se ne avverte già la presenza negli echi quasi beatlesiani di Silhoutte, ma da Lucette Stranded on the Island non ci sono più dubbi: quasi sette minuti di espansione comtinua che pare venire dalle parti di Laurel Canyon facendo la felicità di un Jonathan Wilson più delicato. La sensazione di essere un po’ sollevati da terra si mantiene anche nei pezzi successivi, dall’incedere di Sea Calls Me Home, accompagnata dal piano e segnata da un bell’assolo di sassofono, agli archi che ammorbidiscono la ballata notturna (come da titolo) Night Song.
Prima del finale più di traverso descritto sopra, c’è tempo ancora per un’altra gradevole accoppiata, ma a seguire la saltellante Everytime Boots, Betsy on the Roof inizia a spargere una certa qual atmosfera disturbante.
Il risultato è comunque il lavoro più potabile dell’artista californiana, pur essendo il più intricato dal punto di vista musicale, visto che riesce a mischiare la complessità di soluzioni che si avvicinano al jazz o all’avanguardia alle linee semplici del folk e della musica ‘leggera’, il tutto cucito assieme grazie a una voce bella e matura che ci guadagna parecchio dall’essere stata liberata da qualsiasi filtro o suono che potesse nasconderla.

In concerto – Elliott Murphy & The Normandy All Stars

25 marzo 2017 – Caorso, Cine Fox

Lo stupore maggiore resta ritrovarsi Elliott Murphy praticamente sotto casa, ma non è da meno lo spettacolo offerto ai trecento entusiasti presenti al Cine Fox di Caorso dove vanno in scena quasi due ore e mezzo in cui l’artista statunitense lascia da parte l’attitudine da cantastorie per gettarsi a capofitto in un’esibizione posseduta dallo spirito del rock ‘n’ roll. Un’energia e una voglia di divertirsi contagiose – l’intesa con il pubblico cresce con il passare dei minuti fino al continuo interscambio durante il lunghissimo bis – che fanno all’istante dimenticare che l’uomo ha pur sempre sessantotto primavere sulle spalle, banalità anagrafica testimoniata solo dall’esigenza di leggere gli spunti dei testi più recenti (con relativa, imperiosa richiesta al tecnico delle luci di non avere mai buio sul proscenio).
A spalleggiarlo non si fa pregare la formazione dei Normandy All Star rivisitata dopo la morte di Laurent Pardo, uno dei membri fondatori: al fianco della chitarra di Olivier Durand e della batteria di Alan Fatras, ci sono il basso a sei corde del figlio di Murphy, Gaspard, e le tastiere dell’altrettanto giovane Leo Cotton dal ciuffo scapigliato.
Che la serata possa regalare buone vibrazioni è già intuibile dai primi tre brani interpretati solo dal capobanda e da Durand: la versione acustica di Last Of The Rock Stars offre subito grande intensità laddove Sweet Honky vira decisa verso il blues con i due che schitarrano decisi sul fronte del palco. Il buon Olivier alterna l’accompagnamento a frequenti momenti da protagonista – si tratti di virtuosismi elettrici o di una più languida (ma mica di tanto) slide – assecondando Murphy che canta le sue storie con una voce che non mostra incrinature: l’arrivo degli altri musicisti avviene quando l’atmosfera è stata scaldata per bene e le nuove composizioni si mescolano senza difficoltà a quelle più classiche.
I Want To Talk To You unisce all’immediata melodia una ruvida e trascinante ambientazione stradaiola con tanto di sincrono mulinello alla Townshend, mentre – annunciata da un azzardato parallelo tra il Po e il Mississippi (‘but food is different’), di dove era originario il nonno di Murphy nato a Tupelo come Elvis – Take Your Love Away si snoda per lunghi minuti in un rock-blues opportunamente sudista in cui i singoli componenti della band possono ritagliarsi uno spazio.
Da ‘Prodigal son’, nuovo disco in uscita a maggio, vengono invece proposte le trascinanti Hey Little Sister e Cherry Boots seguite, oltre che surclassate, da Let Me In, canzone d’amore sotto forma di appassionata ballata. E’ l’ultimo momento per tirare il fiato perché, sulle irresistibili note di And General Robert E. Lee (‘It was the greatest love story that was never told’), Elliott chiede al pubblico di alzarsi dalle sedie e di andare sotto al palco dove la partecipazione, tra cori e apprezzamenti vari, si fa davvero intensa venendo contraccambiata da un divertito entusiasmo da parte dei musicista. Ecco allora una sontuosa Diamonds By The Yard spinta dalle tastiere e con l’aggiunta della ripresa di Shout inserita nel ritornello: opportuno antipasto per la coinvolgente resa elettrica di Last Of The Rock Stars impreziosita da uno scatenato Durand.
Il breve abbandono della scena è un pro-forma che separa due parti esattamente uguali, perché Drive All Night e Three Complete American Novels riprendono da dove ci si era interrotti, inclusa la commistione con i classici del passato che questa volta è rappresentata da Pretty Woman. Il compito di cantarla è lasciato a Gaspard, non tanto in onore a Orbison – insomma, saremmo ben lontani – ma perché si tratta di ‘musica per giovani’ e così il figlio di Murphy ha un notevole spazio pure nel medley dedicato a Chuck Berry (C’est La Vie/Roll Over Beethoven/Johnny B. Goode) mentre il padre e il chitarrista giocano tra duck walk ed esibizioni schiena contro schiena.
Elliott torna protagonista nell’altro omaggio, quello a Lou Reed, dove racconta del loro ultimo incontro a Parigi sulle note di un’oscura versione di Walk On The Wild Side. Forse nei piani si dovrebbe finire qui, ma è difficile resistere alle insistenze dei più affezionati tra i presenti: malgrado i più giovani della truppa lascino intendere di non conoscerle alla perfezione, c’è tempo ancora per Anastasia, On Elvis Presley’s Birthday, Sicily con le parole cambiate in simpatico duetto assieme a chi l’ha richiesta e Just A Story From America. Murphy tende ad andare un po’ da solo e la qualità intrinseca finisce per risentirne, ma l’affiatamento fra Elliott e chi gli sta davanti raggiunge livelli mirabili, cosicchè, quando i saluti sono davvero i saluti, i sorrisi si sprecano da ambo le parti.

In concerto – Incognito

19 marzo 2017 – Piacenza, Teatro Municipale – Piacenza Jazz Fest, 14^ edizione.

Giunto alla quattordicesima edizione ed esattamente al centro di un programma vasto e variegato, il Piacenza Jazz Fest si permette di portare al Teatro Municipale un nome di dimensioni medio-grandi come gli inglesi Incognito: la risposta al botteghino è quella attesa visto che c’è quasi il tutto esaurito con persone arrivate non solo dallo stretto circondario.
Un pubblico abbastanza eterogeneo che spazia all’incirca dai trenta ai sessant’anni di età per un concerto che fatica un po’ a stare nei rigidi schemi del teatro d’epoca: in fondo, di musica per ballare si tratta e quando il leader Jean-Paul ‘Bluey’ Maunick invita la gente sotto al palco occorre arrangiarsi fra gli spazi stretti, dove fanno un effetto straniante alcune signore in abito da sera intente a dimenarsi sul posto (impossibile muoversi di più).
L’insistenza di Maunick sul compito di dispensare gioia attraverso la musica sommato all’impronta indiscutibilmente ‘easy’ della maggior parte del repertorio non significa però che il gruppo c’entri come i cavoli a merenda con la manifestazione: bastano a smontare la considerazione – che pure giurerei che qualche purista ha borbottato – la tecnica sopraffina di tutti i musicisti e la loro capacità di slalomare con leggerezza fra i generi amalgamati nella ricetta della band inglese che da poco meno di quattro decenni unisce jazz, funk, soul e un po’ di altre etichette appiccicate alla musica nera in una proposta che può prendere spunto tanto dai Funkadelic/Parliament quanto dagli Earth Wind & Fire (dai quali Bluey racconta di come ne restò fulminato quando li vide esibirsi da apripista per Santana). La dimensione dal vivo contribuisce inoltre a dimenticare le catalogazioni – gli alfieri dell’acid jazz e robe simili – oltre che un’attitudine ad arrotondare un po’ troppo in senso pop presente nella discografia in studio riuscendo a regalare tonnellate di divertimento anche a chi non è propriamente un fan del genere (tipo il sottoscritto).
Per riscaldare l’ambiente, l’avvio è solo strumentale, con i nove musicisti che iniziano subito tenendo schiacciato l’acceleratore così che, con l’ingresso dei quattro cantanti, l’esibizione può decollare senza difficoltà. Nella mutevole struttura del gruppo, ai microfoni non sempre sono presenti in un simile numero, ma il pubblico piacentino può godere di tutta la gamma delle sfumature: alla duttile Katie Leone, l’unica bianca, sono affidati i vocalizzi più jazz, Imaani si destreggia sui toni più confidenziali, Vanessa Haynes dispiega la sua ugola aggressiva laddove è il funky/soul a comandare mentre un po’ in ombra rimane la voce maschile, in prima fila quasi solo nei bis, di cui non sono riuscito a intuire il nome.
Assieme a Maunick – alla cui chitarra si affianca quella del portoghese Francisco Sales – guida lo spettacolo il multitastierista, nonché arrangiatore, Matt Cooper che, affidandosi all’elettronica, passa da delicati fraseggi di piano a furiosi incedere più sintetici senza contare alcuni inserti di organo che richiamano il caldo soffio dell’Hammond: dietro di loro, sostengono l’impalcatura un trio di fiati che pare una rappresentativa delle isole britanniche e una sezione ritmica che con le stesse ha invece ben poco da spartire.
La tromba dello scozzese Sid Gauld, il trombone dell’inglese Trevor Mires, l’alternanza fra sassofono e flauto del musicista irlandese che, purtroppo, resta per me innominato regalano riusciti seppur brevi assolo quando non devono spingere con energia nei passaggi che più evocano lo spirito di James Brown. Maggior spazio personale ottengono il lungocrinito bassista giamaicano Francis Hylton – una volta risolti i problemi di amplificazione che hanno complicato i primi due o tre brani – nonchè la coppia costituita dal percussionista del Ghana Gee Bello e dal batterista romano Francesco Mendolia: le quattro corde del primo affascinano nei lungo momento in solitudine al centro della ribalta, mentre lo scatenato duo si inventa una divertita e trascinante combinazione di ritmi che finisce per far spostare la cassa in avanti sul declinante piano del palco.
Il repertorio sparso sui diciassette album finora incisi viene rivisto cercando di alternare le atmosfere, ma è innegabile che a spiccare sono le (piccole) hit come Still A Friend Of Mine o le cover di Always There (Ronnie Laws) e Don’t You Worry ‘Bout A Thing dello Stevie Wonder in stato di grazia di Innervisions. Si chiude con il pubblico tutto in piedi per il bis di Nights Over Egypt e per l’invito di Maunick alla pace e alla comprensione fra gli uomini, ovvero l’appello di un britanno con radici alle Mauritius che ha fondato una band in cui suonano e hanno suonato musicisti provenienti dai quattro angoli del mondo: sulle note (registrate) di One Love di Bob Marley, si può lasciare il teatro con quel sorriso che Bluey ha affermato di voler sempre suscitare con la musica degli Incognito.

Hozier: “Hozier”

(Island 2014)

A volte l’hype è, se non proprio una fregatura, quantomeno un problema; tu fai il tuo disco d’esordio cercando di infilarci dentro le passioni che ti hanno trasmesso i dischi di mamma e papà, ma hai una canzone che ha fatto il botto così che, accanto alle masse adoranti, ci sono quelli che storcono il naso a prescindere.
I sospetti che sempre originano dalle suddette moltitudini rendono necessario azzerare tutto prima di mettersi all’ascolto. Andrew Hozier-Byrne ha ventitre anni quando regista l’Ep che gli cambia la vita: Take Me To Church parte dalla musica nera e va in crescendo verso un’impeccabile rotondità pop che la rende all’istante un brano coinvolgente e riconoscibile malgrado il cupo testo che mischia un amore finito e l’ipocrisia religiosa.
Del resto, il ragazzo è irlandese e non è certo una stravaganza che la critica alla chiesa cattolica ritorni spesso nelle sue parole: se però fa piacere che queste ultime non siano banali, l’importanza della partitura è maggiore e dare compagnia a una canzone sotto molti aspetti perfetta non dev’essere stato semplice. Sarà per questo che è stata messa troppa carne al fuoco, con tredici pezzi che diventano diciassette nella versione deluxe: fra di essi spuntano insidiosi un paio di titoli che puntano dritti alla fruibilità radiofonica, tra il pop facile di Sedated e la chitarra loureediana che apre una Something New che nel ritornello si gonfia piacevole ma non del tutto riuscita sulle orme del conterraneo Van Morrison.
Il nome del rosso di Belfast viene evocato con ben altra efficacia in From Eden, laddove il blues, il gospel e il folk si mischiano con gusto evitando che paiano stucchevoli i cori femminili ad accompagnare il refrain. Il brano testimonia che il meglio di Hozier sta quando il giovanotto imbraccia la sei corde e limita l’accompagnamento all’essenziale, sia che si tratti di avere la spina attaccata (l’ombroso blues elettrico di To Be Alone introdotto dalla slide, il soul malato di Work Song), sia quando a predominare sono gli strumenti acustici (se il duetto con Karen Cowley intriga sulla strofa prima di inciampare in un ritornello un po’ banale, la preghiera di Like Real People Do si fa apprezzare ascolto dopo ascolto adagiata su di un delicato fingerpicking come la conclusiva Cherry Wine The Woods Somewhere).
Il fatto che a volte venga in mente Hugo Race (It Will Come Back è la più scorbutica del lotto) e altre i Counting Crows (il blues/gospel di facile ascolto Angel Of Small Death And The Codeine Scene, il rilassante soul di Foreigner’s God) racconta di come l’autore abbia cercato una sua strada possibilmente senza scontentare troppo la casa discografica, ma uno che scrive una canzone su un tizio che chiama i figli Jackie And Wilson omaggiando così il proprio idolo con un allegro errebì a presa rapida, seppur debitore ancora di Duritz e soci, rende lecito ben sperare per il futuro, magari ignorando quelli che chiederanno sempre un’altra Take Me To Church.