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Elmore Leonard. “La scorciatoia – Get shorty”

Leonard è sempre stato considerato un autore molto ‘cinematografico’ e allora risulta naturale che questo primo volume della breve serie dedicata a Chili Palmer (che farà solo un’altra apparizione in ‘Chili con Linda’) sia ambientato per lo più a Hollywood, seppure sul lato dei pesci piccoli che cercano in qualche modo di vendere i propri progetti agli Studios.
Ne scaturisce un romanzo che si fa leggere con piacere, ma dove non tutto sa convincere appieno, tradendo così, almeno in parte, le aspettative create dai primi, fulminanti capitoli nelle cui pagine si impara a conoscere Chili, strozzino di Brooklyn trasferito a Miami che opera con sua sua sorta di etica del lavoro, ma che va in pressione con facilità (da cui il nomignolo).
Siccome i boss vanno e vengono e i debitori a volte sgusciano, Palmer si ritrova a essere insolvente: inizia da qui un viaggio che lo porta dapprima a Las Vegas e poi a Los Angeles, dove costringe alla società Harry, un produttore di poco peso (a eccezione di quello corporeo), con altrettanti problemi di debiti. Il sogno vero del protagonista è di fare cinema assieme a lui e alla stellina (cadente) Karen, ma la necessità primaria è quella di evitare le insidie portate da un vecchio nemico e, soprattutto, da quel Bo che ripulisce le somme derivanti dal traffico di droga finanziando i progetti di Harry e che nasconde la sua pericolosità sotto i modi cortesi.
Sfruttando abilmente le circostanze e dei soldi che scottano nascosti all’aeroporto, Chili riesce a tirarsene fuori con l’esperienza oltre che a ottenere i favori della bella, ma l’entrata nei meandri dello spettacolo, dove invece è un dilettante, si rivela una questione assai differente, specie quando si perde l’appoggio, conquistato un po’ per caso, di un attore di prima grandezza.
La narrazione scorre veloce grazie ai dialoghi serrati che riescono a ricostruire l’atmosfera riducendo le descrizioni al minimo (da cui la cinematograficità di cui sopra) e la lettura resta comunque trascinante, ma i due filoni non si integrano in maniera perfetta, con gli aspetti noir più propriamente detti che filano senza intoppi e gli altri che girano un po’ a vuoto, quasi che certi passaggi servano a rimpolpare la trama: in tali momenti, si dimostra eccessiva la chiacchiera dei personaggi altrove fondamentale.
Pare evidente, peraltro, come Leonard si sia divertito a mettere alla berlina un certo mondo, scintillante all’apparenza, ma trasandato nella realtà: la sciatteria di artisti e produttori nella vita di tutti i giorni contrasta co la cura maniacale nel vestire del personaggio principale e, in special modo, di Bo, tanto anni Ottanta (il romanzo fu pubblicato per la prima volta nel 1990) che sembra ogni volta uscire da una puntata di Miami Vice.

Pierre Choderlos de Laclos: “Le relazioni pericolose”

Le relazioni pericolose La perfidia che distilla da queste pagine batte di gran lunga quella che si può trovare narrata anche nel più oscuro dei romanzi noir: la cattiveria e il desiderio di sopraffazione che ne scaturiscono fanno dell’opera di Laclos uno dei libri più gelidi e feroci che mi sia capitato di leggere, tutto intessuto di una violenza psicologica che si dimostra brutale quanto quella fisica.
La figura della marchesa di Merteuil è il motore dei tutta la vicenda: mentre Valmont è soprattutto un egoistico Narciso, la sua socia in affari è una meticolosa dark lady ante litteram, capace di tramare su più livelli al fine di rovinare la vita di tutti quanti (Valmont incluso). Non può mancare, come per ogni cattivo che si rispetti, la confessione del proprio passato e perciò quasi spiace per quel finale in cui l’autore si sforza di punire la perfidia di cui sopra in capitoli (pardon, lettere) che affrettano l’azione togliendo qualcosa alla grandiosità del malevolo impianto che ha costruito in precedenza.
Impianto che ha lo scopo ben chiaro di mettere alla berlina i modi e le usanze del bel mondo francese sotto l’Ancien Régime: una vasta comunità di sfaccendati impegnata in un eterno gioco di società dove l’apparire è l’unica cosa che conta. Ovviamente, la sincerità è in pratica bandita laddove ciascuno indossi una maschera (o più maschere a seconda delle occasioni) e sappia alla perfezione che chi gli si para davanti finge in maniera analoga: ecco allora che i legami personali diventano ‘relazioni’, termine che, nel francese settecentesco, si riferiva solo ai rapporti commerciali.
Per raccontare di questo ambiente che portava già in sé i germi della propria rovina, Laclos sceglie la via del romanzo epistolare, genere in voga all’epoca, grazie al quale può dare vita a una narrazione a più voci che risulta particolarmente affascinante: ogni personaggio ha un proprio stile (misurato Merteuil, vanesio Valmont, accorato Tourvel, bamboleggiante Cécile e così via) e l’alternarsi aggiunge gusto al racconto assieme al continuo variare dei punti di vista.
La storia è abbastanza conosciuta: il libertino Valmont va all’assalto della castissima Madame de Tourvel mentre la sua amica ed ex-amante marchesa di Merteuil vorrebbe che conquistasse la giovanissima Cécile, promessa sposa di un uomo di cui si vuol vendicare. Il visconte, tra stratagemmi arzigogolati e semplici furberie, va a segno in entrambi i casi, ma la marchesa, che fin lì l’aveva aiutato, s’impegna a fondo per far saltare la relazione con Tourvel, sospettando che Valmont si sia addirittura innamorato (e forse non ha tutti i torti): è la mossa che scatena la resa dei conti con conseguenze negative per chiunque.
La tragedia incombe perché per lungo tempo ognuno continua a interpretare il proprio ruolo anche nel momento in cui esso è solo un involucro, visto che Tourvel si dimostra casta pur nascondendo un turbinio di passioni, Cécile fa l’ingenua quando ingenua non è più, Danceny è sempre lo spasimante indeciso ma fedele eppure si distrae, Valmont combatte il sentimento che sente nascere e lo squalificherebbe nel suo ruolo di seduttore seriale, la marchesa ha un controllo sulla vita propria e degli altri meno ferreo di quanto le piace mostrare: l’inevitabile conseguenza è che, giunti al punto nel quale la situazione si fa insostenibile, il crollo assomiglia a quello di un castello di carte.
Il risultato è un gioco delle parti di sapore pirandelliano che viene raccontato con un crescendo implacabile pur utilizzando l’ampolloso linguaggio di cortesia dell’epoca (tra l’altro, anch’esso dominato dalla forma e dalle convenzioni).

Charles Dickens: “Il circolo Pickwick”

Il circolo Pickwick Pensando a Dickens, la mente corre subito a ragazzini sfruttati sotto i cieli resi di piombo dai fumi della rivoluzione industriale o a vecchi spilorci che tengono al gelo gli impiegati anche se fuori infuria una bufera di neve, così che la lettura di questo libro sorprende non poco.
La cupezza è riservata quasi in esclusiva ai brevi racconti a sè stanti narrati da qualche personaggio, tra ubriaconi indebitati su tragici letti di morte e tocchi di sovrannaturale sovente punitivo come capita al misantropo alle prese con i folletti la notte di Natale (ricorda niente?), mentre le istanze sociali sono sì presenti, ma trattate in modo assai più leggero: al riguardo, il fulcro sta nella trattazione – in parte autobiografica – di tutto quanto concerne la prigione per debiti, ma la vera novità è che fra queste pagine ottengono un grandissimo spazio le classi più umili – il proletariato, si sarebbe detto una volta – dalle cui fila proviene la figura che fa svoltare il romanzo.
L’entrata in scena di Sam Weller in compagnia dei suoi stravaganti giochi di parole va di pari passo con il desiderio dello scrittore di liberarsi del troppo schematico canovaccio iniziale: alcuni componenti di un club londinese girano l’Inghilterra per conoscerne usi e consumi, ma sono vittime della loro imbranatezza.
La vicenda, uscita a puntate con l’accompagnamento di incisioni, è infatti alla base di sequenze comiche alla Stanlio e Ollio – i signori Tupman e Winkle a caccia, il faro della loro esistenza Pickwick, in carriola per il mal di schiena, che si ubriaca – ma alla lunga corre il rischio di mostrare la corda, così Dickens pensa decide di affiancare a Pickwick l’arguto servitore Sam e comincia a far evolvere il personaggio eponimo, regalandogli via via quell’empatia che lo porta dal vedere solo se stesso al preoccuparsi con sincerità del prossimo fino a viverne di riflesso la felicità.
Tale metamorfosi si sviluppa attraverso le quasi mille pagine del romanzo, delle quali nessuna si può dire che annoi: viaggi (perlopiù scomodi) in carrozza lungo strade bianche o infangate, osterie e alberghi di ogni livello, mangiate e bevute sempre in abbondanza tra birra forte che innaffia cosciotti di montone prima dell’immancabile brandy diluito in acqua calda, soprattutto una serie di figure a volte abbozzate, a volte più a tutto tondo ma ogni volta colte nell’umanità dei loro pregi e (molti) difetti. Si possono citare l’indovinato Jingle dalla parlata a scatti – forse abbandonato troppo presto – oppure le vedove ossessionate dalla caccia a un marito o ancora l’omerica figura di Weller padre e, attraverso di lui, una sorta di epica del conduttore di diligenze.
L’insieme delle loro vicende disegna con precisione la fisionomia dell’Inghilterra di primo Ottocento, lanciata verso il futuro, ma allo stesso tempo profondamente provinciale e, in molti aspetti, arretrata: l’esilarante diatriba politica tra Blu e Bigi a colpi di articoli di giornale si alterna all’acre ironia riservata all’amministrazione della giustizia e, in special modo, all’avida confraternita degli avvocati.
Ci sono poi gli intrecci amorosi con annesse beffe, preti gaudenti, medici ubriaconi ma tanto simpatici e un ragazzo grasso che si addormenta di continuo: insomma una sarabanda continua in cui a volte si smarrisce il filo logico, ma che tiene desta l’attenzione con ininterrotte trovate e richiami a questa o quella parte del libro. A patto di lasciarsi andare e se non si patiscono le divagazioni, il romanzo ha l’ammirevole capacità di sollevare l’animo e, allo stesso tempo, trasporta il lettore in una società che, seppur non siano trascorsi millenni, grazie all’attenta descrizione di usi e costumi (incluso l’abbigliamento), finisce per apparire quasi aliena.

Isaac Asimov: “Lucky Starr, il vagabondo delle stelle”

Lucky Starr, il vagabondo dello spazio Il giovane Asimov pensò la serie incentrata sulle peripezie di David Starr come un’avventura rivolta soprattutto ai ragazzi, sperando di poterla magari vendere a qualche studio televisivo: l’ispirazione è Lone Ranger (da cui il titolo originale Space Ranger, tradotto in italiano in maniera del tutto insensata) anche se per l’immaginario delle nostre parti è più facile evocare una sorta di Zorro del sistema solare.
A poco più di trent’anni, però, il Dottore era già il Dottore e così questo libro si rivela essere una lettura leggera, ma non banale riuscendo a non fare avvertire i sei decenni abbondanti che si porta sulle spalle, considerazione spesso non applicabile ad altri romanzi coevi: gli aspetti fantascientifici sono in molti casi ancora affascinanti e belli da immaginare, per non parlare poi dell’incontro con i ‘marziani’ che verrà ripreso mille volte negli anni a venire, ad esempio in più di un episodio di Star Trek.
Il saper creare un futuro è una delle ben conosciute specialità della casa, essendo un’altra la capacità di costruire una storia gialla con il protagonista brillante investigatore impegnato a risolvere un mistero da porta (del magazzino, in questo caso) chiusa: è vero che Asimov in seguito ha raffinato la tecnica (qui il colpevole si intuisce abbastanza presto), ma l’assemblaggio dei mezzi e delle motivazioni del delitto è comunque ingegnosa.
Così Starr viene spedito su Marte per scoprire l’origine degli strani avvelenamenti che il cibo esportato dal pianeta rosso procura , in modo all’apparenza casuale, sulla Terra: si ritrova in una società di frontiera che ha molti debiti con l’immaginario western, tra uomini duri, ricchi latifondisti e una cronica carenza di figure femminili, ma soprattutto con una netta differenza tra buoni e cattivi che aiuta l’intuito del giovanotto, al quale la trasformazione in ranger non può altro che giovare.
Come si vede, un insieme di figure e luoghi ben conosciuti ai quali l’autore è bravo a dare una vita propria per un intrattenimento non trascendentale, ma di certo gradevole e assai divertente.

C.Romolo: “L’ultima spiaggia”

L'ultima spiaggia Se solo nel finale mantenesse l’affascinante tono in equilibrio tra reale e fantastico con cui procede per i tre quarti della sua lunghezza, questo racconto, auto-pubblicato in ebook su Amazon, sarebbe da applausi: così invece il giudizio ne esce un po’ appannato, anche se il risultato si mantiene ampiamente positivo.
Nicolas è un misantropo istruttore di sub che si porta sulla coscienza la morte della moglie, suicida in seguito alla depressione post-partum: il suo misterioso incontro con Tea e il di lei inconsueto (di nome e di fatto) bambino Nemo incide in modo profondo, anche se non si sa quanto definitivo sulla vita di entrambi.
Si tratta del contatto fra due solitudini, ma la capacità di chi scrive nel descrivere il limite incerto che separa reale e irreale, lasciando in sospeso il dubbio se tale confine sia dentro o fuori le menti dei protagonisti, avvolge il lettore in un’atmosfera irrequieta che cresce con il passare delle pagine.
Come detto, però, gli ultimi capitoli rovinano in parte l’effetto: malgrado il livello della lingua si mantenga alto come nei segmenti precedenti, l’irrompere della razionalità – nella figura della figlia di Nicolas, Alyssa – fa compiere al racconto un salto troppo brusco e, in qualche modo, chi legge finisce per rimanerci male.
In ogni caso, i pregi compensano appieno quest’unico difetto, confermando ‘L’ultima spiaggia’ come una narrazione dalle qualità assai interessanti.

Georges Simenon: “Pietr il lettone”

Pietr il Lettone All’alba degli anni Trenta del secolo scorso, esordisce fra queste pagine il commissario Maigret: dotato di pipa, Brasserie Dauphine e moglie amorevole, è però una figura abbastanza diversa da quello della serialità che verrà. Assai più Jean Gabin che Gino Cervi, il poliziotto è qui discendente dalla scuola dei duri proveniente da oltreoceano già a partire dal massiccio aspetto fisico che lo fa apparire una sorta di elefante parcheggiato nel lussuoso hotel Majestic e dalla scarsa loquacità che lo contraddistingue: senza la bonarietà che comparirà in seguito, Maigret percorre una storia molto più noir che gialla con il suo incrociarsi di destini che segnano uomini perduti.
Avvisato del viaggio verso Parigi di un famoso criminale internazionale, all’arrivo del treno il commissario trova un uomo morto nella toilette dopo averne visto un altro, ben vivo e somigliante, andarsene: entrambi potrebbero essere il ricercato e così l’unica soluzione è piazzarsi alle calcagna del secondo che presto dà segni di una sempre più evidente personalità bipolare. Rischiando di lasciarci la pelle e avendo pietà solo pe le donne maltrattate dalla vita, Maigret finisce per mettere in chiaro ogni mistero in un finale forse eccessivo – l’episodio troppo lungo sugli scogli di Fécamp – ma di notevole impatto emotivo, oltre che duro in modo insolito per chi l’ha conosciuto dalle indagini successive.
E’ inoltre impossibile non notare come tra le fila dei cattivi ci siano siano in pratica solo degli stranieri: lo sguardo che indaga spietato sulle loro vite – fatte di pulsioni mediocri in balia dell’avidità – è però lo stesso che lo scrittore utilizzerà per analizzare senza scampo la società francese (o, più in generale, il consorzio umano se consideriamo anche i romanzi ‘statunitensi’) nei libri che verrranno.
Del resto, lo stile è perfettamente maturo, benchè Simenon abbia scritto il libro a venticinque anni, tanto che nel corso del tempo gli è bastato affinare la capacità di descrivere una persona in poche frasi o un paesaggio – meglio se piovoso o, quantomeno, intriso di umidità – grazie a rade pennellate che mettono in risalto particolari che, a loro volta, restituiscono con precisione l’insieme almeno dal punto di vista emotivo.
In più c’è, ovviamente, un’abile costruzione che porta l’intreccio a calamitare l’attenzione malgrado la vicenda appaia – specie all’inizio – lontana dalla vita di tutti i giorni: le pagine si girano volentieri e la rassicurante presenza di Maigret non è l’unico motivo.

Franco Matteucci: “Tre cadaveri sotto la neve”

Tre cadaveri sotto la neve Marzio Santoni è un poliziotto che lavora in un’ immaginaria località di montagna (sui 1.200 metri, da quanto si può dedurre) e qui si trova alle prese con la sua terza indagine che, al momento, è anche l’ultima che lo vede come protagonista.
Essendo un montanaro di notevole avvenenza e fisico sportivo, ha le donne più affascinanti che gli cascano ai piedi – del resto gli sbirri di Valdiluce cuccano tantissimo – ma si trova a operare in mezzo a una popolazione tanto diffidente e chiusa da essere omertosa: i valligiani poco lo aiutano e molto lo ostacolano, così è costretto ad affidarsi soprattutto al suo fiuto (che va inteso alla lettera, essendo l’ispettore sensibilissimo agli odori).
Quando, dopo aver rischiato la pelle, si ritrova fra le mani le indagini su di un centro radar che pare emettere radiazioni intrecciate a quelle sull’omicidio rituale dell’avvenente ma misteriosa libraia del paese che fa la fine descritta nel titolo, l’avvio delle operazioni non può essere che faticoso: solo con la meticolosità e la testardaggine, assommate ai radi suggerimenti di qualche riluttante uccellino, Santoni riesce a dipanare la matassa affiancato da un assistente dal nome stravagante e appassionato di cioccolatini.
E’ inevitabile, allora, che il romanzo proceda nei primi capitoli con una certa lentezza, muovendosi come il suo protagonista tra dubbi e svolte cieche: incastrandole con abilità, il toscano trapiantato a Roma Matteucci dosa efficacemente i colpi di scena nonché l’aumento del ritmo che accompagna l’avvicinamento alla verità. Se la via che porta alla conclusione è assai valida, meno lo sono le scoperte a cui essa conduce: non tanto per quanto riguarda il radar – che, in fondo, è solo una falsa pista – ma circa il colpevole degli omicidi che viene svelato con una deviazione che risulta troppo improvvisa.
All’attivo della storia si possono invece inserire l’ambientazione insolita, benché sterilizzata dalla mancanza di qualsiasi riferimento reale, e le non secondarie istanze ambientaliste, ma ciò che più colpisce è la caratterizzazione degli abitanti di Valdiluce in una serie di brevi ritratti al limite della caricatura che ben delineano le piccolezze delle comunità ristrette (non necessariamente di montagna). Tra gli aspetti negativi c’è viceversa la lingua, perchè il libro è scritto in un buon italiano che però viene appesantito dalla continua ripetizione dei dettagli dei luoghi e dei riferimenti riguardanti i personaggi, quasi che il lettore sia talmente incapace di concentrazione che bisogna dirgli ogni volta per esteso che il tale è ‘lo spazzino Alvaro Sernesi detto il Mitraglia’: oltre alla pazienza di chi legge, ad andarci di mezzo è il passo stesso del racconto che finisce inevitabilmente per perdere colpi.

Alexandre Dumas: “Il conte di Montecristo”

Il conte di Montecristo Quel che di norma si conosce delle vicende narrate in questo voluminoso librone (l’innocente tradito, la prigionia, il Castello d’If, l’abate Faria, la fuga) occupa circa centocinquanta pagine scritte piccole: per la preparazione e la realizzazione della vendetta ce ne vogliono altre ottocento stampate nello stesso minuscolo carattere e anche solo da questo si può capire (oltre a quanto poco sia davvero conosciuto) come il romanzo faccia seguire alla brillante narrazione a effetto dei primi capitoli un andamento esagerato, dispersivo, ridondante.
Del resto, Dumas, che forse neppure scriveva tutto di persona, veniva pagato un tanto a riga e doveva far quadrare i conti di casa: nel succedersi dei capitoli si sprecano i fremiti, i sudori diacci, le grida e i pugni innalzati al cielo (per non dire degli svenimenti femminili), che si aggiungono all’inevitabile esigenza di riassumere l’accaduto in un’opera in origine pubblicata a puntate. Oltre a divagazioni che a volte si perdono nel nulla, di tanto in tanto si incontrano dei veri e propri racconti che potrebbero avere vita propria (Franz a Montecristo, il bandito Vampa, Bertuccio e Benedetto, i fatti di Giannina) mentre il lungo episodio romano è una sorta di romanzo nel romanzo: eppure, anche se può apparire incredibile a chi giudichi dall’esterno, questo continuo dilatare i tempi – utilizzando pure lunghi dialoghi che fanno parere tutti i protagonisti dei gran chiacchieroni – contribuisce ad accrescere la tensione attraverso il prolungamento dell’attesa per i momenti culminanti che possono così intrigare l’animo del lettore anche se quest’ultimo sa benissimo che lì si andrà a parare.
Insomma, Dumas conosceva bene come solleticare il suo pubblico, ma – seppure ben lontana dal ritmo de ‘I tre moschettieri’ – la sua narrazione funziona allo stesso modo presso una platea più smaliziata che finisce per accettare di buon grado gli eventi miracolosi (la ricchezza che piove addosso a Dantès) e la suddivisione manichea dei personaggi, generosi o perfidi senza vie di mezzo: l’unica, vera eccezione riguarda proprio il protagonista che, col passare degli anni, vede il suo desiderio di vendetta messo via via più in discussione dai dubbi sul compito che si è fissato, sulle conseguenze che ne scaturiscono e, soprattutto, sul proprio ergersi a giudice supremo.
Il modo migliore per godersi libri come questo è dunque abbandonarsi al flusso della narrazione che, al netto dei passaggi zoppicanti, è pur sempre capace di districarsi fra gli oltre trenta personaggi e relative linee multiple di racconto senza mai portare il lettore a smarrirsi: le pagine che si susseguono lo trasportano idealmente nella Francia della prima metà dell’Ottocento, con un breve sguardo sugli ultimi bagliori napoleonici e una lunga permanenza nel bel mondo parigino sotto Luigi Filippo, restituito nei suoi riti e nelle sue manie con un sottile filo di ironia. All’effetto contribuiscono anche gli arcaismi e il linguaggio inevitabilmente anticato della traduzione ‘Emilio Franceschini’ – nome convenzionale per quella anonima ottocentesca – utilizzata per l’edizione in mio possesso: anch’essa con molti difetti (dalla ‘semplificazione’ di numerosi paragrafi a Faria che non è mai chiamato ‘abate’) ma in un certo senso funzionale alla capacità di coinvolgimento del romanzo.

Philip K. Dick: “Noi marziani”

Noi marziani Se l’opera di Dick non è il punto migliore per entrare in contatto con la fantascienza, questo romanzo non è l’ingresso giusto per affrontare il mondo dello scrittore statunitense. Il quale scriveva troppo – nel 1964 assieme a ‘Noi marziani’ uscirono altri tre suoi lavori – non riuscendo a volte a dare il giusto equilibrio alle sue storie: in queste pagine assistiamo a una lunga presentazione dei personaggi, con un paio di sterzate improvvise, lungo i primi due terzi di una vicenda che poi subisce una brusca accelerazione nei restanti capitoli.
In compenso, i temi cari allo scrittore sono ben chiari, visto che tutta la vicenda è caratterizzata da una parte dal desiderio di mostrare che l’uomo continua a essere guidato da grettezza e avidità in qualsiasi tempo e in qualsiasi luogo e dall’altra dall’interesse per la mente, per il suo funzionamento e per le connesse patolgie. Questo interesse diventerà un’ossessione nel corso degli anni, ma già qui domina la narrazione con la schizofrenia vista anche come un modo per proteggersi o una via di fuga da un presente mediocre e claustrofobico a cui, volenti o nolenti, si finisce per adattarsi, come fanno Jack Bohlen e la moglie in un finale che si potrebbe vedere come un banale happy-end se non fosse per le considerazioni di ben altro segno che lo accompagnano.
Il predetto Jack è uno dei protagonisti di un romanzo a molte voci: esperto riparatore ma con un passato da schizofrenico, viene di punto in bianco incaricato dal potente Arnie Kott di cercare di relazionarsi con un bambino autistico, Manfred, la cui mente potrebbe aver la capacità di viaggiare nel tempo favorendo gli affari di Kott medesimo. Il quale non si ferma davnti a nulla per accrescere potere e conto in banca, non facendosi di certo scrupolo nel manipolare regole e persone, si tratti di Jack, Manfred, la sua amante o l’intero sindacato di cui è a capo: in lui c’è parecchio del vecchio barone di frontiera e del resto Marte colonizzato parzialmente e con un popolo indigeno destinato all’estinzione ma depositario di una strana saggezza, lascia intravedere in filigrana una visione disillusa dell’Ovest americano.
Insomma, come spesso accade in Dick, la patina futuristica è davvero sottile con pochi accenni a eventuali invenzioni (fanta)scientifiche – l’umanità colonizza il terzo pianeta e usa ancora i telefoni, magari col filo? – perché l’interesse dell’autore sta più all’interno dei personaggi che nell’ambiente che li circonda: una prospettiva interessante, anche se è comprensibile che non susciti entusiasmi, però non sviluppata come sarebbe stato necessario perché il romanzo risulti del tutto efficace.
Visto pure il consueto periodare disadorno, è assai probabile che il libro sia apprezzato soprattutto dai vecchi tifosi: tutti gli altri potrebbero non trovarvi grandi soddisfazioni.

Harper Lee: “Il buio oltre la siepe”

Il buio oltre la siepe Harper Lee è un caso evidente di one-hit wonder letterario, ma bisogna essere grati a Truman Capote (la cui figura di bambino è tratteggiata nel romanzo con le sembianze dell’irrequieto Dill) che consigliò all’amica di mettere per iscritto i ricordi giovanili. Così, romanzando le memorie dell’infanzia, la scrittrice dell’Alabama ha assemblato questa storia in cui combina un racconto di crescita nel quale si trovano molte eco di Mark Twain con una sincera passione civile rappresentata da Atticus Finch, personaggio che Lee ha ricostruito attorno alla personalità del proprio vero padre (e al quale è quasi impossibile non dare l’aspetto di un occhialuto Gregory Peck).
All’inizio degli anni Trenta, Scout vive con il padre avvocato e il fratello maggiore Jem in un piccolo centro agricolo dell’Alabama nel momento in cui la Depressione si profila all’orizzonte, ma non ha ancora colpito: l’amico Dill li raggiunge d’estate e insieme vivono le classiche avventure da ragazzi, con una particolare attenzione per il recluso vicino di casa Arthur ‘Boo’ Radley. L’inizio della scuola per Scout è una variante nel tran-tran, ma ciò che ne sconvolge davvero la vita fino a quel momento spensierata è la difesa di un nero, accusato di aver violentato una donna bianca, assunta da Atticus. I ragazzi vanno così a sbattere contro la grettezza e la chiusura mentale degli adulti, ma il confronto – anche con conseguenze dolorose – li fa (ovviamente) crescere liberandoli al contempo da ogni pregiudizio.
La narrazione in prima persona prende per mano il lettore con decisione e lo trasporta in un’America rurale in cui tutti si conoscono, ma in cui le divisioni sociali sono quasi di casta (i cittadini, i contadini, i negri): le peripezie dei tre ragazzi, sebbene si configurino come una sorta di lunga ‘introduzione’ alla storia vera e propria che inizia con il processo, sono forse la parte più gustosa del libro. In essa, le scoperte di ogni giorno assieme alle piccole e grandi fissazioni tipiche dell’età sono raccontate con un ritmo e un equilibrio davvero mirabili (da cui le malelingue su Capote che non si è limitato a consigliare) che spingono a voltar pagina anche laddove sembra non succedere nulla aiutandosi magari con qualche ben posizionato spunto umoristico: al confronto, lo scorrere della seconda parte è un po’ meno brillante, ma senza per questo intaccare la capacità di coinvolgere il lettore.
Tale coinvolgimento fa sì che solo a mente fredda si possano individuare alcuni difetti nella manichea suddivisione tra buoni e cattivi – con la linea di demarcazione che corre netta fra chi vive in paese e chi sta nelle campagne – oppure nella popolazione nera tenuta ai margini della storia come a quelli del centro abitato, ma sono aspetti che scalfiscono solo in minima parte un testo che si dimostra efficace come quando uscì oltre cinquant’anni fa. I lustri passati suppongo incidano, invece, sulla traduzione, a opera di Amalia D’Agostino Schanzer, dell’edizione che ho letto: strappano più di un sorriso Halloween che diventa festa d’Ognissanti e la musica country resa – alla lettera – come campagnola.