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C.Romolo: “L’ultima spiaggia”

L'ultima spiaggia Se solo nel finale mantenesse l’affascinante tono in equilibrio tra reale e fantastico con cui procede per i tre quarti della sua lunghezza, questo racconto, auto-pubblicato in ebook su Amazon, sarebbe da applausi: così invece il giudizio ne esce un po’ appannato, anche se il risultato si mantiene ampiamente positivo.
Nicolas è un misantropo istruttore di sub che si porta sulla coscienza la morte della moglie, suicida in seguito alla depressione post-partum: il suo misterioso incontro con Tea e il di lei inconsueto (di nome e di fatto) bambino Nemo incide in modo profondo, anche se non si sa quanto definitivo sulla vita di entrambi.
Si tratta del contatto fra due solitudini, ma la capacità di chi scrive nel descrivere il limite incerto che separa reale e irreale, lasciando in sospeso il dubbio se tale confine sia dentro o fuori le menti dei protagonisti, avvolge il lettore in un’atmosfera irrequieta che cresce con il passare delle pagine.
Come detto, però, gli ultimi capitoli rovinano in parte l’effetto: malgrado il livello della lingua si mantenga alto come nei segmenti precedenti, l’irrompere della razionalità – nella figura della figlia di Nicolas, Alyssa – fa compiere al racconto un salto troppo brusco e, in qualche modo, chi legge finisce per rimanerci male.
In ogni caso, i pregi compensano appieno quest’unico difetto, confermando ‘L’ultima spiaggia’ come una narrazione dalle qualità assai interessanti.

Georges Simenon: “Pietr il lettone”

Pietr il Lettone All’alba degli anni Trenta del secolo scorso, esordisce fra queste pagine il commissario Maigret: dotato di pipa, Brasserie Dauphine e moglie amorevole, è però una figura abbastanza diversa da quello della serialità che verrà. Assai più Jean Gabin che Gino Cervi, il poliziotto è qui discendente dalla scuola dei duri proveniente da oltreoceano già a partire dal massiccio aspetto fisico che lo fa apparire una sorta di elefante parcheggiato nel lussuoso hotel Majestic e dalla scarsa loquacità che lo contraddistingue: senza la bonarietà che comparirà in seguito, Maigret percorre una storia molto più noir che gialla con il suo incrociarsi di destini che segnano uomini perduti.
Avvisato del viaggio verso Parigi di un famoso criminale internazionale, all’arrivo del treno il commissario trova un uomo morto nella toilette dopo averne visto un altro, ben vivo e somigliante, andarsene: entrambi potrebbero essere il ricercato e così l’unica soluzione è piazzarsi alle calcagna del secondo che presto dà segni di una sempre più evidente personalità bipolare. Rischiando di lasciarci la pelle e avendo pietà solo pe le donne maltrattate dalla vita, Maigret finisce per mettere in chiaro ogni mistero in un finale forse eccessivo – l’episodio troppo lungo sugli scogli di Fécamp – ma di notevole impatto emotivo, oltre che duro in modo insolito per chi l’ha conosciuto dalle indagini successive.
E’ inoltre impossibile non notare come tra le fila dei cattivi ci siano siano in pratica solo degli stranieri: lo sguardo che indaga spietato sulle loro vite – fatte di pulsioni mediocri in balia dell’avidità – è però lo stesso che lo scrittore utilizzerà per analizzare senza scampo la società francese (o, più in generale, il consorzio umano se consideriamo anche i romanzi ‘statunitensi’) nei libri che verrranno.
Del resto, lo stile è perfettamente maturo, benchè Simenon abbia scritto il libro a venticinque anni, tanto che nel corso del tempo gli è bastato affinare la capacità di descrivere una persona in poche frasi o un paesaggio – meglio se piovoso o, quantomeno, intriso di umidità – grazie a rade pennellate che mettono in risalto particolari che, a loro volta, restituiscono con precisione l’insieme almeno dal punto di vista emotivo.
In più c’è, ovviamente, un’abile costruzione che porta l’intreccio a calamitare l’attenzione malgrado la vicenda appaia – specie all’inizio – lontana dalla vita di tutti i giorni: le pagine si girano volentieri e la rassicurante presenza di Maigret non è l’unico motivo.

Franco Matteucci: “Tre cadaveri sotto la neve”

Tre cadaveri sotto la neve Marzio Santoni è un poliziotto che lavora in un’ immaginaria località di montagna (sui 1.200 metri, da quanto si può dedurre) e qui si trova alle prese con la sua terza indagine che, al momento, è anche l’ultima che lo vede come protagonista.
Essendo un montanaro di notevole avvenenza e fisico sportivo, ha le donne più affascinanti che gli cascano ai piedi – del resto gli sbirri di Valdiluce cuccano tantissimo – ma si trova a operare in mezzo a una popolazione tanto diffidente e chiusa da essere omertosa: i valligiani poco lo aiutano e molto lo ostacolano, così è costretto ad affidarsi soprattutto al suo fiuto (che va inteso alla lettera, essendo l’ispettore sensibilissimo agli odori).
Quando, dopo aver rischiato la pelle, si ritrova fra le mani le indagini su di un centro radar che pare emettere radiazioni intrecciate a quelle sull’omicidio rituale dell’avvenente ma misteriosa libraia del paese che fa la fine descritta nel titolo, l’avvio delle operazioni non può essere che faticoso: solo con la meticolosità e la testardaggine, assommate ai radi suggerimenti di qualche riluttante uccellino, Santoni riesce a dipanare la matassa affiancato da un assistente dal nome stravagante e appassionato di cioccolatini.
E’ inevitabile, allora, che il romanzo proceda nei primi capitoli con una certa lentezza, muovendosi come il suo protagonista tra dubbi e svolte cieche: incastrandole con abilità, il toscano trapiantato a Roma Matteucci dosa efficacemente i colpi di scena nonché l’aumento del ritmo che accompagna l’avvicinamento alla verità. Se la via che porta alla conclusione è assai valida, meno lo sono le scoperte a cui essa conduce: non tanto per quanto riguarda il radar – che, in fondo, è solo una falsa pista – ma circa il colpevole degli omicidi che viene svelato con una deviazione che risulta troppo improvvisa.
All’attivo della storia si possono invece inserire l’ambientazione insolita, benché sterilizzata dalla mancanza di qualsiasi riferimento reale, e le non secondarie istanze ambientaliste, ma ciò che più colpisce è la caratterizzazione degli abitanti di Valdiluce in una serie di brevi ritratti al limite della caricatura che ben delineano le piccolezze delle comunità ristrette (non necessariamente di montagna). Tra gli aspetti negativi c’è viceversa la lingua, perchè il libro è scritto in un buon italiano che però viene appesantito dalla continua ripetizione dei dettagli dei luoghi e dei riferimenti riguardanti i personaggi, quasi che il lettore sia talmente incapace di concentrazione che bisogna dirgli ogni volta per esteso che il tale è ‘lo spazzino Alvaro Sernesi detto il Mitraglia’: oltre alla pazienza di chi legge, ad andarci di mezzo è il passo stesso del racconto che finisce inevitabilmente per perdere colpi.

Alexandre Dumas: “Il conte di Montecristo”

Il conte di Montecristo Quel che di norma si conosce delle vicende narrate in questo voluminoso librone (l’innocente tradito, la prigionia, il Castello d’If, l’abate Faria, la fuga) occupa circa centocinquanta pagine scritte piccole: per la preparazione e la realizzazione della vendetta ce ne vogliono altre ottocento stampate nello stesso minuscolo carattere e anche solo da questo si può capire (oltre a quanto poco sia davvero conosciuto) come il romanzo faccia seguire alla brillante narrazione a effetto dei primi capitoli un andamento esagerato, dispersivo, ridondante.
Del resto, Dumas, che forse neppure scriveva tutto di persona, veniva pagato un tanto a riga e doveva far quadrare i conti di casa: nel succedersi dei capitoli si sprecano i fremiti, i sudori diacci, le grida e i pugni innalzati al cielo (per non dire degli svenimenti femminili), che si aggiungono all’inevitabile esigenza di riassumere l’accaduto in un’opera in origine pubblicata a puntate. Oltre a divagazioni che a volte si perdono nel nulla, di tanto in tanto si incontrano dei veri e propri racconti che potrebbero avere vita propria (Franz a Montecristo, il bandito Vampa, Bertuccio e Benedetto, i fatti di Giannina) mentre il lungo episodio romano è una sorta di romanzo nel romanzo: eppure, anche se può apparire incredibile a chi giudichi dall’esterno, questo continuo dilatare i tempi – utilizzando pure lunghi dialoghi che fanno parere tutti i protagonisti dei gran chiacchieroni – contribuisce ad accrescere la tensione attraverso il prolungamento dell’attesa per i momenti culminanti che possono così intrigare l’animo del lettore anche se quest’ultimo sa benissimo che lì si andrà a parare.
Insomma, Dumas conosceva bene come solleticare il suo pubblico, ma – seppure ben lontana dal ritmo de ‘I tre moschettieri’ – la sua narrazione funziona allo stesso modo presso una platea più smaliziata che finisce per accettare di buon grado gli eventi miracolosi (la ricchezza che piove addosso a Dantès) e la suddivisione manichea dei personaggi, generosi o perfidi senza vie di mezzo: l’unica, vera eccezione riguarda proprio il protagonista che, col passare degli anni, vede il suo desiderio di vendetta messo via via più in discussione dai dubbi sul compito che si è fissato, sulle conseguenze che ne scaturiscono e, soprattutto, sul proprio ergersi a giudice supremo.
Il modo migliore per godersi libri come questo è dunque abbandonarsi al flusso della narrazione che, al netto dei passaggi zoppicanti, è pur sempre capace di districarsi fra gli oltre trenta personaggi e relative linee multiple di racconto senza mai portare il lettore a smarrirsi: le pagine che si susseguono lo trasportano idealmente nella Francia della prima metà dell’Ottocento, con un breve sguardo sugli ultimi bagliori napoleonici e una lunga permanenza nel bel mondo parigino sotto Luigi Filippo, restituito nei suoi riti e nelle sue manie con un sottile filo di ironia. All’effetto contribuiscono anche gli arcaismi e il linguaggio inevitabilmente anticato della traduzione ‘Emilio Franceschini’ – nome convenzionale per quella anonima ottocentesca – utilizzata per l’edizione in mio possesso: anch’essa con molti difetti (dalla ‘semplificazione’ di numerosi paragrafi a Faria che non è mai chiamato ‘abate’) ma in un certo senso funzionale alla capacità di coinvolgimento del romanzo.

Philip K. Dick: “Noi marziani”

Noi marziani Se l’opera di Dick non è il punto migliore per entrare in contatto con la fantascienza, questo romanzo non è l’ingresso giusto per affrontare il mondo dello scrittore statunitense. Il quale scriveva troppo – nel 1964 assieme a ‘Noi marziani’ uscirono altri tre suoi lavori – non riuscendo a volte a dare il giusto equilibrio alle sue storie: in queste pagine assistiamo a una lunga presentazione dei personaggi, con un paio di sterzate improvvise, lungo i primi due terzi di una vicenda che poi subisce una brusca accelerazione nei restanti capitoli.
In compenso, i temi cari allo scrittore sono ben chiari, visto che tutta la vicenda è caratterizzata da una parte dal desiderio di mostrare che l’uomo continua a essere guidato da grettezza e avidità in qualsiasi tempo e in qualsiasi luogo e dall’altra dall’interesse per la mente, per il suo funzionamento e per le connesse patolgie. Questo interesse diventerà un’ossessione nel corso degli anni, ma già qui domina la narrazione con la schizofrenia vista anche come un modo per proteggersi o una via di fuga da un presente mediocre e claustrofobico a cui, volenti o nolenti, si finisce per adattarsi, come fanno Jack Bohlen e la moglie in un finale che si potrebbe vedere come un banale happy-end se non fosse per le considerazioni di ben altro segno che lo accompagnano.
Il predetto Jack è uno dei protagonisti di un romanzo a molte voci: esperto riparatore ma con un passato da schizofrenico, viene di punto in bianco incaricato dal potente Arnie Kott di cercare di relazionarsi con un bambino autistico, Manfred, la cui mente potrebbe aver la capacità di viaggiare nel tempo favorendo gli affari di Kott medesimo. Il quale non si ferma davnti a nulla per accrescere potere e conto in banca, non facendosi di certo scrupolo nel manipolare regole e persone, si tratti di Jack, Manfred, la sua amante o l’intero sindacato di cui è a capo: in lui c’è parecchio del vecchio barone di frontiera e del resto Marte colonizzato parzialmente e con un popolo indigeno destinato all’estinzione ma depositario di una strana saggezza, lascia intravedere in filigrana una visione disillusa dell’Ovest americano.
Insomma, come spesso accade in Dick, la patina futuristica è davvero sottile con pochi accenni a eventuali invenzioni (fanta)scientifiche – l’umanità colonizza il terzo pianeta e usa ancora i telefoni, magari col filo? – perché l’interesse dell’autore sta più all’interno dei personaggi che nell’ambiente che li circonda: una prospettiva interessante, anche se è comprensibile che non susciti entusiasmi, però non sviluppata come sarebbe stato necessario perché il romanzo risulti del tutto efficace.
Visto pure il consueto periodare disadorno, è assai probabile che il libro sia apprezzato soprattutto dai vecchi tifosi: tutti gli altri potrebbero non trovarvi grandi soddisfazioni.

Harper Lee: “Il buio oltre la siepe”

Il buio oltre la siepe Harper Lee è un caso evidente di one-hit wonder letterario, ma bisogna essere grati a Truman Capote (la cui figura di bambino è tratteggiata nel romanzo con le sembianze dell’irrequieto Dill) che consigliò all’amica di mettere per iscritto i ricordi giovanili. Così, romanzando le memorie dell’infanzia, la scrittrice dell’Alabama ha assemblato questa storia in cui combina un racconto di crescita nel quale si trovano molte eco di Mark Twain con una sincera passione civile rappresentata da Atticus Finch, personaggio che Lee ha ricostruito attorno alla personalità del proprio vero padre (e al quale è quasi impossibile non dare l’aspetto di un occhialuto Gregory Peck).
All’inizio degli anni Trenta, Scout vive con il padre avvocato e il fratello maggiore Jem in un piccolo centro agricolo dell’Alabama nel momento in cui la Depressione si profila all’orizzonte, ma non ha ancora colpito: l’amico Dill li raggiunge d’estate e insieme vivono le classiche avventure da ragazzi, con una particolare attenzione per il recluso vicino di casa Arthur ‘Boo’ Radley. L’inizio della scuola per Scout è una variante nel tran-tran, ma ciò che ne sconvolge davvero la vita fino a quel momento spensierata è la difesa di un nero, accusato di aver violentato una donna bianca, assunta da Atticus. I ragazzi vanno così a sbattere contro la grettezza e la chiusura mentale degli adulti, ma il confronto – anche con conseguenze dolorose – li fa (ovviamente) crescere liberandoli al contempo da ogni pregiudizio.
La narrazione in prima persona prende per mano il lettore con decisione e lo trasporta in un’America rurale in cui tutti si conoscono, ma in cui le divisioni sociali sono quasi di casta (i cittadini, i contadini, i negri): le peripezie dei tre ragazzi, sebbene si configurino come una sorta di lunga ‘introduzione’ alla storia vera e propria che inizia con il processo, sono forse la parte più gustosa del libro. In essa, le scoperte di ogni giorno assieme alle piccole e grandi fissazioni tipiche dell’età sono raccontate con un ritmo e un equilibrio davvero mirabili (da cui le malelingue su Capote che non si è limitato a consigliare) che spingono a voltar pagina anche laddove sembra non succedere nulla aiutandosi magari con qualche ben posizionato spunto umoristico: al confronto, lo scorrere della seconda parte è un po’ meno brillante, ma senza per questo intaccare la capacità di coinvolgere il lettore.
Tale coinvolgimento fa sì che solo a mente fredda si possano individuare alcuni difetti nella manichea suddivisione tra buoni e cattivi – con la linea di demarcazione che corre netta fra chi vive in paese e chi sta nelle campagne – oppure nella popolazione nera tenuta ai margini della storia come a quelli del centro abitato, ma sono aspetti che scalfiscono solo in minima parte un testo che si dimostra efficace come quando uscì oltre cinquant’anni fa. I lustri passati suppongo incidano, invece, sulla traduzione, a opera di Amalia D’Agostino Schanzer, dell’edizione che ho letto: strappano più di un sorriso Halloween che diventa festa d’Ognissanti e la musica country resa – alla lettera – come campagnola.

Henning Mankell: “Assassino senza volto”

Assassino senza volto (Wallander, #1) Kurt Wallander esordisce in questo romanzo già raccogliendo su di sé una specie di summa delle disgrazie che possono investire il poliziotto (o l’investigatore privato) dall’esistenza traballante.
Il nostro è uno sbirro di provincia con una moglie che se n’è appena andata a vivere assieme a un altro, la figlia sbandata non si sa dove dopo un tentativo di suicidio, gli amici di un tempo ormai lontani, un padre senile a cui badare e, come conseguenza, una dipendenza dal cibo spazzatura e da quell’alcool che gli allievia la solitudine, ma lo spinge anche a comportamenti disdicevoli. Gli restano la passione per la musica lirica e, soprattutto, il lavoro in cui si tuffa costringendosi (e costringendo i suoi colleghi) a maratone faticosissime che però aiutano anche il lettore a sintonizzarsi meglio con un personaggio che, proprio a causa dell’esagerata catena di sfighe da novello Giobbe, non risulta particolarmente simpatico (anche perché finisce per piangersi addosso un po’ troppo).
Per fortuna del suddetto lettore – e sfortuna delle vittime – appena dopo Capodanno gli capitano fra i piedi due delitti: la brutale uccisione di due anziani contadini nella loro fattoria isolata e l’omicidio di un immigrato appena fuori da un campo profughi. Gli assassinii potrebbero essere collegati oppure no, in ogni caso la macchina della polizia di Ystad si mette in moto e, tra una cantonata e l’altra, si riesce a sbrogliare la seconda matassa mentre la prima richiederà mesi, pazienza e una certa dose di fortuna per giungere alla conclusione più ovvia.
I colpi di scena in un certo senso ‘ex machina’ sono una costante dei tre romanzi dedicati a Wallander letti finora e in tutti i casi rappresentano la principale causa di una certa insoddisfazione per lo sviluppo della vicenda, che ne viene all’improvviso forzata – a meno che Mankell non voglia dirci che il suo è si un poliziotto coscienzioso e quasi maniacale sul lavoro, ma anche incapace di particolari colpi di genio. In ogni caso, a rimetterci è la qualità dell’investigazione in senso stretto, tanto che si fanno preferire le descrizioni ambientali e, quando non viene calcata troppo la mano, le ambasce del protagonista.
Il passo lento che lo scrittore dà alla narrazione ben si confà all’ambientazione in una Svezia dove il clima freddo e la pace sociale creano una patina di uniformità che nasconde fratture che non si vogliono vedere (anche se i pistolotti sul ‘dove andremo a finire?’ sono troppi e non solo in questo libro); inoltre risulta ben caratterizzata la narrazione della routine poliziesca, con l’entrata in scena del ristretto gruppo di comprimari che si svilupperà nei libri successivi.
Questo procedere frenato conferisce alla scrittura un ritmo ben preciso da cui scaturisce, un po’ a sorpresa, una sorta di coinvolgimento che spinge ad andare avanti anche laddove non succede nulla se non tentativi a vuoto e inciampi nella vita quotidiana: l’effetto che ne discende non è facile da spiegare, ma, malgrado Wallander a volte faccia esaurire la dotazione di pazienza e dallo sviluppo giallo in sé nasca qualche dubbio, al buon Kurt e alla sua piccola stazione di polizia si finisce sempre per tornare.

Philip Roth: “Defender of the faith / Difensore della fede”

Defender of the Faith - Difensore della fede Short Story con il testo a fronte, questo racconto di ambiente militare vede la luce alla fine degli anni Cinquanta, quando cioè il suo autore non è ancora famoso.
Dopo essersi distinto in Europa durante il secondo conflitto mondiale, il sergente Marx torna negli Stati Uniti ed è destinato a un campo di addestramento: la guerra sta per finire, ma la fabbrica di nuovi soldati è ancora in funzione. Al sottufficiale si rivolge ben presto la recluta Grossbart che, facendo leva sulla comune origine ebraica, inizia a estorcergli una serie di favori che aumentano via via d’importanza: il soldato distorce la realtà quel tanto che basta a convincere Marx che, alla fine, in qualche modo si rifà utilizzando pressappoco gli stessi metodi.
Alla comparsa sul New Yorker, critiche pesantissime caddero sulla testa di Roth, reo di aver messo alla berlina un ebreo descrivendolo untuoso e ricco d’insidie come la propaganda ha sempre fatto per secoli con la sua razza: per l’autore, però, la considerazione pare non avere importanza perché si tratta solo di un personaggio e per di più secondario. Il vero protagonista è – pare superfluo sottolinearlo – Marx, il suo essere ebreo oramai secolarizzato e indurito dalle esperienze di guerra che, all’improvviso, si trova a confrontarsi con le proprie radici e il proprio passato: bellissimi sono, ad esempio, gli squarci dei ricordi riferiti all’infanzia e alla giovinezza.
Non è difficile vedere nel personaggio una trasfigurazione dello stesso autore che cerca di raggiungere un equilibrio con il proprio mondo d’origine nascondendo magari sotto un sorriso beffardo (gli immancabili riferimenti alle asfissianti famiglie ebree sono l’esempio più evidente, ma anche il cognome del protagonista offre il destro all’umorismo) l’impossibilità – e anche l’ingiustizia – del tentativo di lasciarselo del tutto alle spalle.
Nel bene o nel male, alla fine Marx è un uomo diverso, incerto se esserne contento o no: la sua evoluzione è raccontata da Roth con una ritmo veloce e asciutto che si diverte a rendere la secchezza e il ritmo del linguaggio militare specie in originale, dove compaiono spesso sigle, acronimi ed espressioni gergali.

Dino Zoff: “Dura solo un attimo, la gloria”

Dura solo un attimo, la gloria. La mia vita Dal dopoguerra nelle campagne di Mariano del Friuli a Udine e poi Mantova, Napoli, Torino (più deviazione a Madrid) per finire a Roma dove, ai giardinetti, porta a giocare i nipotini: vita e opere del più forte portiere italiano di sempre narrate da lui medesimo e questo già da sé sarebbe una notizia.
Zoff infatti, oltre che grazie alla bravura fra i pali, è sempre stato conosciuto per il carattere estremamente riservato da perfetto figlio della sua terra: un carattere, però, che si riflette nell’economia della parola – o, meglio sarebbe dire, nel rispetto della stessa – anche quando la stessa è scritta, inserendo in queste pagine la giusta dose di pudore, ma non nascondendosi mai dietro a un dito (al netto del fatto che, per tutti, la memoria sia selettiva). Ne esce così una narrazione che, a dispetto del tono, risulta assai appassionata: quando si parla di calcio, ovviamente (il brivido della partita, il profumo dell’erba, la ‘presenza’ dei pali), ma anche nella rivisitazione di tutto ciò che vi è stato attorno, tanto che, alla fine, la parte più interessante è forse proprio quest’ultima.
Riguardo ai ricordi sportivi, si rammentano comunque molti passaggi gustosi: sopra tutti sta forse la vittoria spagnola festeggiata fumando in silenzio assieme a Scirea, ma è impossibile passare sotto silenzio ‘la parata della vita’ che, per tutti coloro che su quel colpo di testa di Oscar si sono visti accorciare l’esistenza di qualche manciata di minuti, è semplicemente la Parata.
Il resto, però, lascia di più il segno. Dalla triste ammissione riguardo agli ultimi anni del rapporto con i genitori al divertito racconto di come, timidissimo, riuscì ad avvicinare la sua futura moglie in quel di Mantova per finire al sentito omaggio agli amici veri (Scirea, Bearzot e un inatteso Nini Rosso) passando per la passione da fan per Guccini, Zoff mette in fila tutta la sua esistenza: è chiara la consapevolezza di aver avuto la fortuna di vivere – e bene – della sua passione, ma si sente come l’uomo vada fiero di essere rimasto una persona normale malgrado la fama (un orgoglio secondo solo a quello riferito alle proprie doti di portiere e di sportivo).
E qui la lingua va a battere dove il dente duole, ovvero l’allontanamento dal mondo del pallone culminato nelle dimissioni dopo le feroci critiche berlusconiane seguite alla sfortunata finale di Rotterdam negli Europei del 2000: non che ai suoi tempi fossero tutti stinchi di santo – Zoff fa tranquillamente nomi e cognomi – ma l’attuale deriva che ha trasformato il calcio italiano in un baraccone spettacolare di poche qualità (anche tecniche) all’autore proprio non va giù. Insomma, non pare un caso che le teste più pensanti delle generazioni precedenti (si veda anche il caso Rivera) vengano escluse da un tale universo: però in Zoff la passione rimane intatta e la partita, anche se solo in televisione, è ancora una calamita potente.
In un misto di dolce e amaro si chiude così un libro che sa interessare coinvogendo in maniera inattesa – e lo scrive uno che ha sempre potuto sopportare poco o nulla la Juventus.

Stephen Hawking: “La grande storia del tempo”

La grande storia del tempo: Guida ai misteri del cosmo Questo libro riprende e aggiorna l’idea che sta alla base di altri precedenti del suo famoso autore – vedi ‘Dal big bang ai buchi neri’ – aggiornandone in parte la struttura e, soprattutto, riallineandosi ai risultati scientifici intervenuti nel frattempo: l’unico problema può essere che il testo è uscito in origine nel 2005 e quindi mancano i progressi dell’ultimo decennio, ma, per il non specialista, il gap non ha poi tutta questa importanza.
C’è difatti abbastanza materia da digerire fra queste pagine in cui un’esposizione che si sforza di essere il più chiara possibile si scontra con l’oggettiva difficoltà concettuale degli ultimi risultati raggiunti dalla fisica, come ammette del resto l’autore quando scrive che una materia che, per secoli, ha fatto parte del bagaglio dell’uomo di cultura negli ultimi duecento anni è diventata appannaggio di pochi specialisti: al lettore è perciò richiesto un certo sforzo per penetrare in certi meccanismi che regolano le ultime teorie che cercano di definire l’esistente.
Avvisati i naviganti, va però detto che la lettura ripaga dell’impegno necessario: Hawking, con la collaborazione di Leonard Mlodinow, parte dai fondamentali narrando l’evoluzione del pensiero scientifico dalle origini all’importantissimo Ventesimo secolo che ha spiegato l’immensamente grande (con la relatività generale) e l’infinitamente piccolo (grazie alla meccanica quantistica), ma non è riuscito a trovare un sistema di idee complessivo che combini le due terorie.
Si tratta di un viaggio affascinante nel pensiero umano in cui brilla soprattutto il desiderio di andare oltre l’apparente tranquillità delle certezze aquisite anche a dispetto del rischio di venir segnati a dito: il testo si dilunga il giusto nel descrivere le varie teorie che si sono succedute aiutando il pubblico con una serie di illustrazioni che si sforzano di esemplificare le ipotesi descritte.
Se il lettore non riesce ad afferrare proprio ogmi dettaglio (specie quando si arriva agli aspetti delle teorie odierne che possono apparire più esoterici), non può invece dubitare quale sia, fra i due grandi campi di ricerca sopra accennati, quello che più affascina il grande fisico inglese: non c’è bisogno del sottotitolo ‘Guida ai grandi misteri del cosmo’ per capire che si tratta dell’universo. I capitoli che ne descrivono l’evoluzione (sua propria e nel pensiero umano) risultano difatti i più sentiti, segnati da un entusiasmo capace di far concepire concetti che faticano a rientrare nell’immediata comprensione, come l’immensità del cosmo e le complesse regole che lo fanno – almeno si suppone – funzionare descritte sulla base delle scoperte di Einstein e pazienza se l’immaginario fantascientifico (‘fanta’ non per nulla) ne risulta un po’ ammaccato.
Nel complesso, quindi, una lettura impegnativa, ma, anche perché scritta da uno che non certo è l’ultimo arrivato, assai stimolante per chi sia interessato alla materia: ad alleggerire un po’ contribuiscono i brevi ritratti di fisici famosi posti in appendice fra i quali spicca quello di un Newton tanto grande nella scienza quanto piccolo (ed è ancora un eufemismo) nei rapporti umani.