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Georges Simenon: “Il defunto signor Gallet”

Un commesso viaggiatore viene raggiunto allo stesso tempo da un colpo di rivoltella sparato da sei metri e da una coltellata sferrata a distanza ravvicinata. Il delitto da stanza (semi)chiusa costringe Maigret a trasferirsi in un albergo sulla Loira in quel di Sancerre, ma, più di tutto, consente a Simenon uno di quegli esercizi di pessimismo sulla natura umana che gli riescono così bene.
Nella terza investigazione del commissario parigino non ce n’è per nessuno, visto che il defunto si rivela essere un piccolo truffatore, ma alla lunga tutti gli altri finiscono per dimostrarsi pure peggiori, tra piccola nobiltà decaduta, i consueti borghesi contraddistinti da ipocrisia e avidità, la gente del popolo interessata comunque al puro guadagno a partire dall’untuoso albergatore: i numerosi personaggi sono caratterizzati con pochi tratti che, sottolineati con perizia, li rendono subito riconoscibili anche quando secondari, come i due poliziotti locali.
L’antipatia che prova Maigret è in maniera evidente quella del suo autore e l’ombra grigia non risparmia neppure le ambientazioni, tanto che è difficile dire se è peggio il triste e quasi disabitato inizio di lottizzazione in cui vivono i Gallet o la villeggiatura a poco prezzo sulle rive del grande fiume.
All’interno della plumbea atmosfera del romanzo, il commissario si muove secondo il suo non-metodo, radunando in un processo all’apparenza casuale gli indizi e le impressioni da cui riesce solo a fatica a ricavare il quadro generale in una conclusione dalla costruzione complessa (nonché inattesa), ma alla quale si giunge con una notevole fluidità guidati dai dialoghi serrati che, specie nella seconda parte, prendono il sopravvento sulla narrazione.
Il profilo del protagonista comincia ormai a delinearsi con decisione, seppure lontano dal Quay de Orfévres e dalla sua casa a cui sono riservati appena una scena ciascuno, grazie a qualche asperità che si arrotonda e, in particolar modo, alla scelta che deve compiere nell’ultimo capitolo.

Marcello Fois: “Luce perfetta”

Luce perfetta La terza e conclusiva puntata della saga con protagonista la famiglia Chironi prosegue lo scivolamento dall’epica alla cronaca già profilatosi all’orizzonte durante l’episodio centrale e, pur rimanendo una lettura che sa appassionare, dà l’impressione di un finale in calando.
La scrittura dell’autore, nella quale le metafore giocano un ruolo fondamentale, avvolge come di consueto restituendo appieno l’ambiente vorace a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, ma l’unurbamento in una Nuoro che ha ormai completato il passaggio da paesone a città finisce per comprimere la componente naturale di una Sardegna selvaggia che riesce a farsi largo soltanto a tratti sopravvivendo in particolare nelle condizioni atmosferiche che si intrecciano con il percorso dei personaggi.
Quest’ultimo è raccontato con un andamento non regolare, con un corposo flash-forward iniziale e poi inserendo una serie di flash-back per gli indispensabili collegamenti con gli altri volumi; l’elemento sovrannaturale ha uno spazio di nuovo limitato, riducendosi solo quasi alla dimensione onirica, a testimoniare forse che la materialità dei tempi nuovi finisca per scacciare la magia in via definitiva. In modo analogo, mentre nei romanzi precedenti era il fato – una sfiga dalla mira infallibile, a dire il vero – a scatenare la tragedia, qui essa ha origine senza eccezioni per mano dell’uomo scatenando un classico meccanismo di delitto e castigo.
Cristian è il rampollo rimasto dei Chironi, orfano dalla nascita di Vincenzo e dall’adolescenza della madre, e si innamora – ricambiato – di Maddalena, ragazza del suo miglior amico, Domenico: quando il primo scompare – lasciando, come da tradizione familiare, un pugno di cellule che diventerà suo figlio – e se ne va anche Marianna, l’ultima della stirpe, al centro della scena si pone la famiglia del secondo, i Guiso, che si sono arricchiti con le speculazioni edilizie. Nelle loro traversie, l’attaccamento alla ‘roba’ rinforza i legami con i Malavoglia, ma i capitoli conclusivi regalano un ribaltamento inatteso che mette ogni evento in una diversa prospettiva: si tratta però di una svolta un po’ troppo brusca che fatica a integrarsi del tutto con la più corposa parte che l’ha preceduta, sebbene l’ ‘inquadratura’ finale di Maddalena sia un’immagine che si stampa con forza nella memoria.
Oltre ai dubbi sollevati dagli ultimi avvenimenti narrati, si possono individuare ulteriori momenti non essenziali (il masochismo di Domenico) o poco giustificati se non poco riusciti (la vocazione) tanto da far pensare che il lettore occasionale, incappato in queste trecento facciate ignorando il resto della trilogia, ne uscirebbe assai meno soddisfatto di chi ha invece una visione d’insieme e, soprattutto, vuol sapere come va a finire.
Malgrado qualche difetto, ‘Luce perfetta’ resta un libro che vale ampiamente la pena di affrontare grazie alla capacità dello scrittore di costruire un mondo in cui è inevitabile immergersi a tal punto che a volte risulta difficoltoso abbandonare le atmosfere che si sono andate creando con il volgere delle pagine: sensazione che spinge a considerare che, se i Chironi fossero stati raccontati con un solo volumone anziché con tre romanzi distinti, la loro epopea sarebbe stata davvero indimenticabile.

Jorge Luis Borges: “Finzioni”

Finzioni Penetrare nell’universo di Borges è allo stesso tempo affascinante e complicato, benché non sia una scusante per aver atteso così tanto. La profonda cultura che lo scrittore argentino riversa nella sua scrittura richiede un supplemento di attenzione per cercare di cogliere il maggior numero si sfumature (di tutte non se ne parla neppure), ma al contempo ci si abbandona con estremo piacere alla dimensione fantastica che si va costruendo riga dopo riga.
Il libro è l’unione di due raccolte di scritti brevi uscite in precedenza riunendo lavori pubblicati perlopiù su riviste: entrambe sono precedute da un prologo dell’autore che si incarica di suggerire alcune chiavi di lettura. La prima, intitolata ‘Il giardino dei sentieri che si biforcano’, mette in mostra una componente immaginaria più spiccata che è di notevole importanza pure nel brano a struttura più classica, quel ‘Le rovine circolari’ che pare ispirarsi alla spiritualità orientale nel narrare il potere del sogno e la capacità dell’uomo di ricrearsi fisicamente durante il medesimo. Ci sono poi le variazioni letterarie, a partire dalle argute ramificazioni di ‘Tlön, Uqbar, Orbis Tertius’ in cui si immagina un gruppo di studiosi che scrive un’enciclopedia su di una società immaginata: non da meno è l’accoppiata ‘Pierre Menard, autore del Chisciotte’ e ‘Esame dell’opera di Herbert Quain’ con la geniale sfida del primo (riscrivere il capolavoro di Cervantes identica ma se come fosse nuova) che si fa preferire di un nulla alla labirintica elaborazione del romanzo a cui aspira il secondo.
In tutto il libro, i racconti tendono ad andare due per due come ben dimostra la vicinanza che si percepisce ne ‘La lotteria a Babilonia’ (la riffa eletta a regolatrice del vivere comune raggiunge una pervasività tale che vien proprio da pensare che sia dio a giocare a dadi) e nel monumentale ‘La biblioteca di Babele’, in cui la sterminata (alla lettera) costruzione raccoglie tutti i libri possibili combinando ogni segno esistente. In entrambi i casi, l’umanità è minuscola e in balia dell’ambiente: risulta perciò netta la cesura rappresentata dal pezzo che dà il titolo alla sezione: seppure vi abbiano un ruolo non secondario l’Oriente, un romanzo all’apparenza insensato e un labirinto, l’impalcatura gialla e spionistica si afferma attraverso la vicenda di una spia giapponese che dall’Inghilterra deve trasmettere un’informazione a Berlino.
L’atmosfera che vi si respira si ripresenta nell’abbinata del tradimento – ‘La forma della spada’ e ‘Tema del traditore e dell’eroe’ da cui Bertolucci ha tratto ‘La strategia del ragno’ – in cui nel finale si gioca con il ribaltamento di quanto è parso fino a quel momento, specie nell’appassionata chiusa del secondo che, tra l’altro, richiama le circostanze dell’assassinio di Lincoln: un cambio di prospettiva presente inoltre ne ‘La morte e la bussola’, dove un detective troppo perspicace scorge indizi ovunque, ma non intercetta quelli che racconterebbero il suo destino. Siamo ormai nella seconda parte, ‘Artifici’, che prosegue toccando toni più mistici laddove a un drammaturgo viene sospeso l’istante del trapasso perché possa scrivere la tragedia sino ad allora rimandata (‘Il miracolo segreto’) o si ipotizza Giuda come vera figura centrale della Redenzione (‘Tre versioni di Giuda’).
Dopo il breve ‘La setta della Fenice’, in cui si concentra una sorta di summa delle teorie complottarde attorno a un mistero non svelato ma che parrebbe essere l’atto sessuale, ‘Il sud’ conclude il volume con una narrazione a sorpresa più ampia accompagnando il suo incerto protagonista verso il suo incongruo fato per mano di alcuni tipacci incontrati per caso: anche in queste pagine, in ogni caso, sono presenti i richiami agli altri testi che, come una sottile ma inestricabile ragnatela, avvolgono l’intera raccolta dandole un’indiscutibile patina di unitarietà.

Stephen King. “Chi perde paga”

Chi perde paga (Bill Hodges Trilogy, #2) Fingendo di ignorare lo sconclusionato titolo italiano – che c’era di male a tradurre ‘chi trova, tiene’ come l’originale (Finders keepers)? – la seconda puntata dedicata al detective in pensione Bill Hodges regala impressioni ambivalenti.
Ciò che colpisce subito è lo sviluppo di temi cari allo scrittore che si danno il cambio a lungo prima di fondersi: il racconto di ambiente carcerario, l’adolescente costretto a vivere l’età di transizione in una famiglia zoppicante nonché, soprattutto, il rapporto tra autore e lettore che apre il romanzo e conduce il buono e il cattivo su traiettorie più somiglianti di quanto il primo desidererebbe. Simili basi potrebbero indurre a temere una rimasticatura, ma l’indiscutibile capacità di raccontare vivacizza la narrazione parallela delle vicende con protagonisti il galeotto Morris e il giovane Pete in una metà iniziale che procede con un passo compassato che non è certo una novità per King.
Quando i due filoni giungono a contatto, entra in scena l’investigatore – sempre spalleggiato da Holly e Jerome – e il ritmo accelera mentre la struttura cambia evolvendo in un montaggio alternato che si fa via via più serrato sino a condurre alla prevedibile conclusione. E’ questo il segmento con più spiccate caratteristiche noir (genere al quale la trilogia di Hodges, a detta di chi l’ha scritta, appartiene) e nel complesso funziona, anche perché l’elemento sovrannaturale è lasciato fuori, cosa che non accadeva del tutto in ‘Mr. Mercedes’ e non capiterà nel conclusivo ‘End of watch’, visto quel che succede durante le brevi apparizioni di Brady Hartsfield: l’unica pecca è un’evidente mancanza di cattiveria che dipinga la storia davvero a tinte oscure – insomma, possibile che tutti i defunti facciano parte della squadra dei reprobi? – ma, del resto, la ferocia non è nelle corde del King degli ultimi anni.
Tutta la vicenda gira attorno a un baule contenente i soldi e i romanzi inediti di uno scrittore autosegregatosi dal mondo (Salinger? Chi ha detto Salinger?): novello Kathy Bates, li ruba Morris pervaso dal desiderio di vendetta per la piega che hanno preso le avventure dell’adorato Jimmy Gold, personaggio creato dal presto trapassato John Rothstein, ma non se li può godere dato che viene arrestato per un altro delitto. Nella refurtiva si imbatte per caso Pete, che usa il denaro per puntellare il disastrato bilancio familiare, ma, in special modo, si appassiona a Gold con un’intensità simile a quella di Morris: nel momento in cui quest’ultimo esce di prigione, il suo unico scopo è recuperare il tesoro che aveva sepolto, così che lo scontro si fa inevitabile sebbene la buona stella del ragazzo faccia sì che Hodges venga seppur casualmente coinvolto.
Seguendo uma ricetta ormai sperimentata, King dà forma al tutto definendo con una certa cura i personaggi e rendendo vive le ambientazioni: se si aggiunge che stavolta gli riesce di non sbagliare il finale, la soddisfazione complessiva risulta superiore a quella delle ultime opere con le quali condivide, però, un più che vago sentore di pilota automatico.

Jean-Yves Ferri e Conrad Didier. “Asterix e il papiro di Cesare”

Asterix e il papiro di Cesare Se Asterix è nato anche dai ricordi (incubi?) liceali di Goscinny e Uderzo legati alle versioni tratte dai commentarii cesariani, era inevitabile che qualcuno cercasse di chiudere il cerchio: a farlo è la nuova coppia di autori delle avventure del piccolo Gallo e relativa compagnia di giro in questo secondo volume che, dopo il più che discreto esordio di ‘Asterix e i Pitti’, raggiunge un livello qualitativo davvero notevole.
Lo spunto è il libro del ‘De bello gallico’ riguardante i problemi con il ben noto villaggio scritto da Cesare per completezza storica, ma espunto per questioni di marketing: in seguito a una fuga di notizie, il testo carambola fino in Armorica, inseguito dall’editor del condottiero e dagli immancabili legionari più o meno imbranati. Visto che la tradizione gallica è orale, un druido si incarica di memorizzarlo e, di bocca in orecchio, esso giunge nella Parigi degli anni Cinquanta…
Quello della trasmissione non scritta, con inevitabili corruzioni, è solo uno dei tanti tormentoni riusciti che percorrono la vicenda e che si integrano ai passaggi più prettamente comici per mantenere alto il tasso di divertimento in un serrato episodio che non presenta momenti di stanca. Alla prima categoria si possono ascrivere ancora la messaggistica affidata ai piccioni viaggiatori con relative interferenze piratesche, i Galli condizionati dagli oroscopi con conseguenze spiacevoli sia per la dieta di Obelix sia per il menage familiare di Abraracourcix e Matusalemix, le peripezie del giornalista d’assalto Vispolemix ispirato vagamente ad Assange, i militi che cercano di mimetizzarsi tubando; della seconda vanno almeno ricordati la figura dell’arcidruido Archeopterix (con qualche reminiscenza de ‘Asterix e il duello dei capi’) e della Foresta dei Carnuti tutta, i ghostwriter nella Roma classica, l’immaginosa raccolta di strumenti di Assurancetourix nonché molti dei nomi, con una certa preferenza per quelli dei Numidi.
Come già nella puntata precedente, il disegno di Didier si mantiene, e non poteva essere altrimenti, legato al segno originale ma risulta comunque vivace e dinamico grazie ad alcune belle trovate oltre che alle personalizzazioni da ricercare soprattutto nei piccoli particolari che, perciò, è bene osservare con attenzione.

Cesare Pavese: “La casa in collina”

La casa in collina Se è vero che, come pare almeno in parte leggendo la vita dello scrittore, siamo di fronte a un romanzo autobiografico, Pavese aveva quantomeno dei grossi dubbi su se stesso, sul suo mondo e su come era andata sviluppandosi la propria esistenza: il protagonista Corrado è infatti non solo un uomo senza qualità, ma mette pure in mostra difetti tali che vien voglia di prenderlo a sberle quasi a ogni capitolo.
Oltre a configurarsi come la rappresentazione dell’intellettuale intento a crogiolarsi nel proprio complesso di superiorità mentre se ne sta chiuso in una torre d’avorio, egli è anche un pusillanime eternamente indeciso che, non riuscendo neppure a riscattare il vile comportamento giovanile nei confronti del primo amore, figurarsi se può far altro che rimanere in pratica paralizzato nell’istante in cui la guerra richiede una presa di posizione tanto che, quando decide di agire, lo fa soltanto per fuggire.
Nel ’43, egli insegna a Torino, ma vive riparato dai bombardamenti in collina a pensione nella villa di una zitella innamorata segretamente di lui e della di lei madre. Girovagando per i boschi, capita in un’osteria dove fa base un gruppo di giovani che comprende Cate, sua fiamma adolescenziale tenuta lontana perché non ritenuta all’altezza: la donna, che ha un figlio che si chiama come lui, e gli altri lo accettano, ma laddove, dopo il settembre, la situazione si aggrava, i loro percorsi si divideranno di nuovo. Stordito e irresoluto, Corrado viene salvato, assieme al ragazzo, dalla sua padrona di casa – anch’ella si dimostra alla fine più viva e responsabile di lui – prima che la paura lo spinga ancora una volta a scappare, questa volta in direzione del più sicuro paese natio.
L’accurata descrizione degli stati d’animo della figura principale è accompagnata dall’altrettanto preciso disegno delle figure di contorno, fra le quali spiccano i vitali frequentatori della locanda, le donne sconfitte dalla vita (a ben guardare sia Cate sia Elvira lo sono), gli anziani che guardano parlando poco e soffrendo molto, i sommersi e i salvati – più i voltagabbana – che cercano di adattarsi ai nuovi padroni (i colleghi Lucini e Castelli).
Di pari rilievo, come sempre in Pavese, è però l’importanza della natura, in mezzo alla quale Corrado riesce forse a provare una compiuta felicità: il paesaggio collinare è dipinto con mano felice nello scorrere delle stagioni, fra alberi frondosi, sterpaglie, radure a prato illuminate dal sole, strade e sentieri che in un momento sono innocui e un attimo dopo nascondono insidiosi pericoli, basta che cambi l’atteggiamento degli uomini che li frequentano. Un pessimismo diffuso sull’essere umano che è presente finanche nell’incontro con la lotta partigiana: in ogni caso, Corrado pensa bene di svicolare e non è sufficiente come scusa il colloquio con Giorni, salito in montagna malgrado i trascorsi da fervente fascista.
Il tutto raccontato con la consueta, mirabile lingua che lo scrittore piemontese porta qui a livelli davvero alti: un modo di procedere solo all’apparenza semplice, ravvivato dagli accenti dialettali e segnato da una cadenza che, rendendolo subito riconoscibile, dà l’impressione al lettore di sprofondare in un caldo abbraccio.
In fondo all’edizione in mio possesso, una vecchia Einaudi per la scuola media, vi sono alcuni racconti che non molto si discostano come tematiche e scrittura: il rapporto dell’adulto o del giovane con la natura – ovvero la collina – per ‘L’eremita’ e ‘Il mare’, l’irresolutezza nelle decisioni de ‘Il signor Pietro’ nonché, soprattutto, un’acuta nostalgia per un mondo passato che è ormai morto o sta morendo nel quale non è difficile riconoscere quello dell’infanzia dell’autore. Una prospettiva, quest’ultima, che fa risaltare brani brevi ma assai intensi come ‘La vigna’ e quel ‘Vecchio mesttiere’ che si può ritenere il migliore del lotto grazie anche a una chiusa esemplare.

Thomas Mann: “La montagna incantata”

La montagna incantata Doveva essere un romanzo breve che raccontasse in chiave sottilmente umoristica la vita nei sanatori montani contro la tubercolosi, di cui l’autore aveva fatto esperienza accompagnandovi la moglie. Ben presto, però, il libro ha forzato la mano, come ricordato dallo stesso Mann, diventando opera richiedente lunghi anni di lavoro sino a trasformarsi nel poderoso (e ponderoso) ritratto di un mondo al tramonto, ovvero la società borghese che uscirà modificata nel profondo dal primo conflitto mondiale.
I tratti originari si notano ancora soprattutto nei primi capitoli, con l’arrivo del giovane ingegnere amburghese Hans Castorp per una visita di tre settimane al cugino Joachim e la sua introduzione ai riti quotidiani e alla varia umanità del lussuoso luogo di cura. Come quella che doveva essere una veloce parentesi nell’esistenza del protagonista muta in un lunghissimo soggiorno di sette anni, la natura del libro cambia: il sorriso dello scrittore è riservato quasi in esclusiva agli inciampi del suo personaggio mentre ne viene descritta la vicenda in un romanzo di formazione spirituale – quanto di tedesco c’è in questo… – staccato in buona parte dalla comune quotidianità.
L’anima di Hans è contesa tra il positivista Settembrini e il nichilista Nafta: il primo è a tratti utopico fino alla parodia (l’enciclopedia delle sofferenze) anche se con il passare delle pagine Mann lo guarda con crescente simpatia, il secondo si distingue per le continue provocazioni che inserisce nelle sue sottigliezze gesuitiche. Durante le lunghe passeggiate montane, le schermaglie dialettiche tra i due analizzano ogni aspetto dell’uomo visto come animale sociale, ma risultano a volte talmente estenuanti che non stupisce come Castorp subisca il fascino di quel Peeperkorn che entra in scena nell’ultimo terzo con vitalità dionisiaca al limite del grottesco e forte personalità.
L’imponente figura è il nuovo amante di Claudia Chauchat, la giovane russa dai tratti quasi felini di cui il protagonista si invaghisce in maniera cerebrale – in molti aspetti morbosa – e che è uno dei motivi che spingono Hans a rimanere al Berghof. Tra gli altri si possono individuare almeno una fascinazione per la morte o, per meglio dire, per il rapporto della stessa con la vita (va ricordato che di tisi si moriva spesso giovani) e il distacco dalla realtà quotidiana, là nel ‘piano’, i cui riflessi giungono sempre più ovattati mentre Castorp elimina un legame dopo l’altro sino a rinunciare all’amata marca di sigari: al contrario di Joachim, che si ribella fino a mettere a repentaglio la propria salute, Hans si chiude in un bozzolo protettivo nel quale ignorare i clangori della storia.
Non si può però fuggire in eterno e l’ultimo, meraviglioso capitolo catapulta il protagonista in qualche mattatoio sul fronte occidentale descritto con paragrafi dominati dal fango e dal sangue per una concretezza degli elementi che si pone al polo opposto dell’esitenza ‘astratta’ del Berghof, alla quale la lega solo la tragedia, qui però insensata, delle morti prima del tempo.
Come si vede, ne ‘La montagna incantata’ succedono molte cose, ma, al contempo, dal punto di vista concreto accade ben poco: qualcuno muore, qualcuno arriva mentre Castorp medita oppure dialoga oppure viene preso da piccole manie a cui si volge con dedizione assoluta (le visite ai moribondi e, antitetico, il grammofono), circondato da un’umanità benestante, ma, con l’eccezione dei succitati ‘maestri’, vanesia e fondamentlmente vuota, come riassunto con arguzia nel capitolo dedicato alle sedute spiritiche. Un simile complesso di situazioni – alle quali va aggiunta un’idea irrazionalmente relativa del tempo – fa sì che navigare fra queste pagine non sia semplice: Mann si sforza di mantenere il tono lieve, ma, d’altra parte, è evidente come tenga ai trattare qualsiasi dei millanta argomenti affrontati con la maggiore precisione possibile, sia in ambito umanistico, sia in quello scientifico (e pazienza se alcune convinzioni, specie in medicina, risultano oggi sorpassate).
La conseguenza è che, per apprezzare al meglio (e in attesa di una rilettura, come consigliato dall’autore) è necessario lasciarsi avvolgere dall’atmosfera del romanzo, resistendo alla tentazione di vedere simboli ovunque e abbandonandosi ai momenti di grande letteratura presenti con generosità e per i quali basti citare i capitoli che narrano la (folle) giornata sugli sci in solitaria di Hans e la scena del duello.

Georges Simenon: “Il cavallante della ‘Providence’”

Il cavallante della «Providence» Alla sua seconda uscita, sempre risalente al 1930, Simenon spedisce subito il suo Maigret in provincia per risolvere il mistero della morte di una bella e ricca signora trovata assassinata sotto un mucchio di paglia in una stalla lungo un canale laterale della Marna, tra Dizy e Vitry-le-François. L’interesse del commissario presto si appunta su due imbarcazioni, un piccolo ma lussuoso yacht al comando di un inglese alcolizzato marito della donna e una chiatta da trasporto trascinata dai cavalli accuditi dall’uomo del titolo.
La storia gialla è, seppur non trascendentale, ben costruita con l’autore che si preoccupa di sviare l’attenzione con falsi indizi per poi incanalare la narrazione verso la soluzione più ovvia: ciò che si rivela di maggior fascino è però la ricostruzione del piccolo mondo in cui si svolgono gli avvenimenti, mondo peraltro conosciuto dallo scrittore che visse per qualche tempo su un’imbarcazione ormeggiata in un canale.
Pare così di vedere il viavai di mezzi che si susseguono o si incrociano sulla via d’acqua quando non aspettano con pazienza il loro turno alle chiuse mentre attorno si agita un’umanità minuta composta da cavallanti, battellieri, guardiani delle chiuse stesse, molti se non tutti affiancati dalle rispettive donne: una vita fatta di levatacce e molta fatica alleggerita di tanto in tanto da un bicchierino o da un boccone all’osteria.
E’ netto il contrasto con l’equipaggio del battello da diporto guidato da sir Lampson: Simenon esegue qui uno dei suoi numerosi ritratti di deboscia altoborghese, tra benestanti intenti a sperperare il proprio denaro e arrampicatori sociali o piccoli profittatori che cercano di sfruttarli il più possibile (lady Lampson, Willy, Gloria e le due prostitute sono tutte variazioni sul tema, con le ultime a essere di gran lunga le migliori), tanto che l’unico che alla fine rimane è Vladimir, marinaio russo che veste, si muove e beve in modo assai somigliante al protagonista di ‘Senza via di scampo’.
Muovendosi tra questo numeroso gruppo di figure, Maigret procede con il consueto non-metodo di lasciarsi scorrere i fatti addosso finchè non brilla la giusta intuizione, dando nel frattempo prova di una notevole condizione fisica visto che si sciroppa all’incirca settanta chilometri in un solo giorno a cavallo di una pesante bicicletta lungo un’alzaia piena di fango e di pozzanghere (quasi superfluo dire che piove assai di frequente e, quando non accade, l’atmosfera è gonfia di nuvoloni e umidità…).

Norman Spinrad. “La civiltà dei solari”

La civiltà dei solari Il romanzo d’esordio di un venticinquenne a metà degli anni Sessanta: si spiegano in questa maniera con facilità le ingenuità nella costruzione della storia e gli sbandamenti idealistici che caratterizzano un libro che offre comunque un discreto intrattenimento contraddistinto da alcuni spunti brillanti.
La Confederazione dei mondi abitati dagli umani sta combattendo un conflitto secolare e perdente contro i feroci Duglaari riponendo l’unica speranza nel sistema solare originario (cioè il nostro) che si è da un paio di secoli come estraniato dall’alleanza (nonché dalla lotta). Quando una piccola nave terrestre compare sostenendo di avere la chiave per la vittoria, sorgono spontanei i sospetti, ma allo striminzito equipaggio di sei persone viene concesso di provare un abboccamento col nemico.
Li accompagna Palmer, comandante di flotta all’inizio dubbioso e poi sempre più affascinato dai compagni di viaggio e dal loro modo di vivere: il gruppetto giunge infine a sfidare i Dug a casa loro per trascinarseli quindi dietro fino al Sole in una conclusione che si intuisce già parecchi capitoli prima.
Il finale un po’ telefonato appartiene al numero delle ingenuità sopra accennate assieme ai peana invero esagerati alla razza umana e a qualche eccesso nell’uso dei punti esclamativi (il che fa pensare che, almeno nelle intenzioni, l’opera fosse rivolta a un pubblico giovanile): sull’altro piatto della bilancia c’è però una visione molto ‘umanista’ del futuro, con il suggerimento che l’uomo deve fare più affidamento sulle proprie risorse nascoste che sulle macchine.
Così le ostilità contro i Duglaari (che si rivelano essere una sorta di Vulcaniani che hanno volto la razionalità in ferocia) sono in pratica una guerra di posizione dominata dai computers e la soluzione proposta dai Solari è invece del tutto psicologica: d’altra parte, la loro nave è del tutto priva di cervelli elettronici, il che consente al libro di affrontare con meno difficoltà il gap tecnologico del mezzo secolo trascorso dalla prima pubblicazione.
Interessante è anche il tipo di civiltà che Spinrad immagina per la Terra e per i pianeti a essa vicini, in cui l’empatia e le affinità elettive hanno rimpiazzato le strutture sociali imposte dall’esterno; è però inquietante il processo attraverso il quale si è approdati a una simile conquista.

Johan Wolfgang von Goethe: “Le affinità elettive”

Le affinità elettive Solo a un tedesco poteva venire in mente di applicare la chimica ai sentimenti umani in un romanzo che ha lo stesso titolo di un trattato scientifico riuscendo nel contempo così bene nel suo intento da farne un pilastro della letteratura di ogni tempo: Goethe credeva talmente tanto nel progetto da sciverne l’ossatura e la prima parte di getto per poi tornarvi sopra limando e integrando fino a dare all’opera la sua forma definitiva.
Il libro è figlio dell’età matura del suo autore, lontano dagli ardori, ma anche dalla feroce critica sociale del Werther: quest’ulltima non manca, ma è più sottotraccia nella descrizione di un piccolo notabilato di provincia che non ha nulla di meglio da fare che contemplarsi l’ombelico.
L’attenzione è comunque tutta dedicata ai personaggi e alle relazioni che vanno sviluppandosi fra gli stessi: Edoardo e Carlotta si sono rincorsi per anni e l’unione infine raggiunta in piena maturità pare il coronamento delle loro esistenze, ma la convivenza nella residenza di campagna con un amico di lui, il capitano in seguito promosso maggiore, e la nipote di lei Ottilia spariglia le carte. Edoardo si innamora ricambiato della ragazza, mentre un’attrazione più discreta è quella che nasce tra la moglie, meno irruenta del consorte, e l’ospite tanto versato in quei campi di cui lei si occupa in maniera dilettantesca, come la sistemazione della vasta tenuta circostante: una mutazione di legami analoga alla teoria scientifica spiegata dal padrone di casa in uno dei primi capitoli.
Quando la situazione si fa insostenibile, Edoardo decide di partire: ha inizio da qui una seconda parte non altrettanto compatta, con il lungo episodio della fastidiosa rampolla di primo letto di Carlotta e le assai più efficaci pagine dedicate al giovane architetto innamorato, in segreto e senza speranza, di Ottilia. Il raccordo è nel piccolo Ottone, nato da una notte d’amore fra i coniugi entrambi con l’immaginazione altrove, che farà da catalizzatore alla tragedia finale che scoppia nel momento in cui Edoardo stabilisce di tornare: un’accelerazione di gusto romantico che porta i due innamorati a essere finalmente vicini nella cappella fatta decorare con cura da Carlotta mentre ai vivi non resta altro che la solitudine.
Ispirato parzialmente dalla passione dello scrittore per la figlia poco più che adolescente di un conoscente, il romanzo è un’opera stratificata che sa unire il racconto delle passioni umane con un’osservazione fredda come quella del ricercatore scientifico e una sovente sarcastica tipica di chi indaga una società che non ama: il primo sa toccare le corde della commozione (laddove non esagera come nei capitoli conclusivi) venendo poi temperato dai momenti più riflessivi che Goethe esprime in proprio o, più avanti, affida al diario di Ottilia.
Come anticipato, avvicinandosi la fine il tono muta stridendo con il resto del volume quando al bell’epilogo si poteva arrivare per vie che non richiedessero eccessive forzature, ma non ne viene intaccata la qualità di un libro che necessita di più letture per essere apprezzato in tutte le sue sfumature.