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Slow west

(Slow west, Gbr/Nzl 2015)

Mai piaciuta più di tanto, la Beta Band, ma fa comunque una strana impressione ritrovare Josh Maclean (ai suoi dì addetto a tastiere e sampling) dietro la macchina da presa di questo curioso western che di statunitense ha ben poco: diretto da uno scozzese e girato in Nuova Zelanda con, ad eccezione di Fassbender e pochi altri, un buon gruppo di attori nativi dell’emisfero australe. Se si aggiunge che il regista è al suo esordio sulla lunga distanza – suoi erano i video del gruppo con cui ha iniziato la carriera – la cautela era dovuta e invece il risultato è un racconto breve (ottanta minuti), ma intenso e ben recitato, tanto da meritare alla pellicola il Gran Premio della giuria per i film stranieri al Sundance.
Nel 1870, il giovane scozzese Jay (Kodi Smit-McPhee, il Ragazzo de ‘La strada’) cavalca verso ovest alla ricerca dell’amore della sua vita Rose (Caren Pistorius), fuggita dal Paese natio assieme al padre John (Rory McCann) dopo che quest’ultimo ha ucciso per caso lord Cavendish (Alex Macqueen), zio del ragazzo. Non scamperebbe granchè – ‘una lepre in una tana di lupi’ – se non gli si affiancasse il solitario Silas (Fassbender), uomo di poche parole e grande esperienza che però non arriva a lui per caso: sulla testa di Rose e genitore c’è una succulenta taglia da incassare.
L’idea di Silas è di farsi portare dal ragazzo a destinazione, ma gli inciampi del viaggio non sono pochi e creati soprattutto dagli altri cani alla ricerca dello stesso osso, come gli ex compari della banda di Payne (un Ben Mendelsohn addobbato a guisa di Bob Dylan sulla copertina di ‘Desire’) che sembrano una versione più sgangherata della posse di ‘Meridiano di sangue’, ma restano comunque molto pericolosi. Le difficoltà avvicinano i due sempre più fino allo scontro finale attorno alla casa dei Ross che si risolve in un terrificante macello in cui solo pochissimi sopravvivono.
Il west raccontato da Maclean – sua anche la sceneggiatura – è un mondo feroce in cui vige la legge del più forte: si spara alla gente a tradimento (gran parte delle vittime defunge colpita alla schiena) o comunque si cerca di ingannarlo il più subdolamente possibile, tipo la fregatura che Jay si fa tirare da Werner (Andre Robertt). C’è un netto contrasto tra l’armonia della natura mostrata nei campi lunghi durante il viaggio narrato con un ritmo volutamente lento e gli scoppi di violenza negli ambienti circoscritti, come lo scontro finale nella fattoria dei Ross o l’ancor più brutale sequenza del trading post: i pericoli si possono celare ovunque, si tratti di una temporale che scatena una piena improvvisa o il grano dietro il quale il Predicatore (Tony Croft) si nasconde per giocare al tiro a segno.
La fotografia dell’irlandese Robbie Ryan sottolinea tali contrasti che culminano nell’unico ambiente, tutto imbiancato, della casa di John e Rose: lì Jay viene colpito al cuore fisicamente (gli si ribalta pure il sale sulla ferita, in uno dei rari ma efficaci tocchi di humour nero) e sentimentalmente, perchè scopre che Rose non lo ha mai davvero ricambiato (‘il suo cuore era al posto sbagliato’), ma per lei riuscirà a fare un ultimo sacrificio.
Solo il finale regala un soffio di speranza – ‘la vita non è solo sopravvivenza, Jay Cavendish me l’ha insegnato’ – o quantomeno racconta l’esigenza di provare a costruire un futuro: in immagini estremamente pudiche, Silas rimasto storpio per le ferite è in casa con Rose, quasi a rendere reale il sogno del ragazzo la notte che ha preceduto il giorno decisivo.
Regia: John Maclean
Con: Kodi Smit-McPhee, Michael Fassbender, Caren Pistorius, Ben Mendelsohn

Shutter Island

(Shutter Island, USA 2010)

Visto dal di fuori, parrebbe un film di genere: un noir anni Cinquanta in cui due agenti con cappelli dalle larghe tese indagano su di una torbida storia dai risvolti oscuri. Ben presto, l’impressione si rivela non inesatta, ma parziale: è più corretto parlare infatti di “generi” al plurale, visto che vi si possono sommare almeno il thriller psicologico e un seppur ingannevole tocco di soprannaturale.
Scorsese mischia con abilità le carte e nobilita da par suo la narrazione riutilizzando gli elementi canonici in modo da restituire una sua visione che non sia banale: la tensione è sempre presente sottotraccia, ma l’attenzione è concentrata sul personaggio principale accrescendone via via il ruolo fino a fargli assumere la potenza di una maschera tragica difficilmente dimenticabile. Il risultato è un lavoro che può essere per molti versi considerato minore rispetto ad altri (è stato realizzato in attesa di ottenere i finanziamenti per ‘The wolf of Wall Street’), ma comunque con una propria precisa fisionomia oltre che un’indiscutibile capacità di trascinare lo spettatore malgrado il vago malessere che pervade ogni cosa.
Seguendo la sceneggiatura che Laeta Kalogridis ha tratto da un romanzo di Dennis Lehane, la macchina da presa accompagna l’arrivo dell’agente federale Teddy Daniels (DiCaprio) assieme al collega Chuck Aule (Mark Ruffalo) sull’isola del titolo, dove è sito il manicomio criminale Ashecliff Hospital: sono alla ricerca di una detenuta, colpevole di aver annegato i suoi tre figli e misteriosamente scomparsa. L’atmosfera si fa subito pesante e non contribuiscono a rasserenarla i colloqui con il direttore (Ben Kingsley) e con l’inquietante dottor Naehring (Max von Sydow): Daniels si sente al centro di un complotto, visto che non può accedere alla documentazione dei pazienti, e certo non l’aiutano i tremendi mal di testa che che si mischiano ai tormentosi flashback della ex-moglie Dolores (Michelle Williams) e di quanto visto durante la liberazione di un campo di concentramento in Europa.
Mentre una violenta tempesta si abbatte sull’isola, egli pare trovare il bandolo della matassa dopo l’incontro con la seconda Rachel (Patricia Clarkson) incentrando i suoi sospetti su ciò che accade al faro: arrivandoci scopre sì la verità, ma ben diversa da quella attesa, visto che è costituita dai suoi strazianti ricordi ambientati per contrasto in un dolce tramonto.
In questa accurata ricostruzione psicologica, il regista non lesina indizi e accenni che, visti col senno di poi, fanno intuire come stanno le cose, ma l’attenzione di chi guarda è talmente assorbita dal ritmo impresso alla vicenda che risulta davvero difficile sbrogliare sul momento l’accurato intreccio di realtà e immaginazione che sarebbe tanto piaciuto a Hitchcock.
Come tutte le narrazioni ambientate in uno spazio ristretto, l’accento sulla dimensione claustrofobica non può mancare, con la fotografia di Robert Richardson che non solo schiaccia attorno ai personaggi gli spazi chiusi, ma li opprime con il clima quando sono all’aperto sin dalla nebbiosa navigazione da Boston dell’incipit.
Se le doti scorsesiane vengono senza dubbio confermate, notevole è anche il contributo di un cast di primo piano che dà sostanza a ruoli tipici del genre (dei generi), con il solo Ruffalo tenuto un po’ in ombra dalla parte: discorso ben diverso per DiCaprio che si erge dalla cintola in su regalando a Teddy un’interpretazione stratificata e sensibile che ne conferma una volta in più la completa maturazione attoriale.
Regia: Martin Scorsese
Con: Leonardo DiCaprio, Mark Ruffalo, Ben Kingsley, Max Von Sydow, Michelle Williams

Hunger

(Hunger, Gbr 2008)

Il primo lungometraggio dell’inglese McQueen è uscito in Italia con quasi un lustro di ritardo, sull’onda del riconoscimento internazionale raggiunto con ‘Shame’ e appena prima del successo di ’12 anni schiavo’, nonché grazie alla crescente aura carismatica di Fassbender. Eppure a Cannes il film è stato adeguatamente premiato (nella sezione ‘Un certain régard’) e mette in mostra un talento genuino che sfrutta l’abilità di narrare con uno sguardo, derivatagli dal mondo pubblicitario da cui proviene, riuscendone comunque a evitare la superficialità e la ricerca del semplice effetto.
Il rischio ci sarebbe, con la messa in scena della violenza e quella dell’inedia passibili di scadere in un certo voyeurismo: invece la rappresentazione che ne scaturisce è forte, brutale e, proprio per questo, di una bellezza che lascia il segno. McQueen rievoca la morte per fame di Bobby Sands e dei suoi otto compari nel terribile carcere di Maze all’inizio degli anni Ottanta, ma, nello stesso tempo, offre una lucida disamina del potere e della sua capacità di schiacciare l’individuo.
In un’Irlanda dal cielo livido o negli squallidi ambienti della prigione, tale oppressione tende ad annientare alcune guardie, come il secondino Lohan (Stuart Graham) e i detenuti, narrati attraverso l’internamento del giovane Gerry (Liam McMahon): il rifiuto dell’autorità costituita di questi ultimi – che si esplica nel rigetto della divisa carceraria, il che li costringe a vivere riparati solo da qualche malandata coperta – è una ben debole resistenza rispetto alla ferocia di chi ne nega i più elementari diritti. L’accusa di terrorismo non può giustificarne il trattamento che, accompagnato dalle gelide parole di Margaret Thatcher, punta dritto all’umiliazione con una barbarie che parrebbe inconcepibile nel Regno Unito del tardo Ventesimo secolo: le immagini di Sean Bobbitt lasciano sovente lo spettatore a boccheggiare, preparandolo a una seconda parte che regala malessere per sottrazione anziché per accumulo.
Entra in scena Sands (Michael Fassbender) che, tra silenzi, sguardi assorti e sigarette, rende nota l’intennzione dello sciopero della fame e resiste a chiunque provi a convincerlo del contrario, dai suoi dolenti genitori (Helen Madden e Des McAleer) a padre Moran (Liam Cunningham): è proprio sul dialogo con il religioso che si incentra la mirabile cesura tra le due parti sopra accennate. McQueen gira con la macchina fissa un’unica, iconica sequenza di oltre diciassette minuti in cui i due uomini sono ripresi ne parlatorio di Maze: il religioso prova ogni sorta di argomentazione di umanità o di fede, ma va a sbattere contro un muro, come se il fumo del tabacco in cui Sands si immerge un mozzicone dopo l’altro gli servisse per respingere qualsiasi invito a essere meno tetragono riguardo alla propria decisione (‘tu lo chiami suicidio, io omicidio’).
La reazione è invece uguale e contraria, con il protagonista che persegue con sempre maggiore insistenza il proprio annullamento in scene che ne accompagnano il decadimento fisico avvolgendolo nel silenzio spezzato da pochissime frasi in aggiunta a quelle sprezzanti del Primo Ministro e da un certo numero di sparsi rumori. Fassbender ne rappresenta la parabola con un’intensità e una partecipazione che gli sono costate non poco a livello fisico (l’attore stato seguito sul set da uno staff medico) facendone non tanto un martire quanto il simbolo dell’estrema ripulsa per una situazione inumana che solo il gesto definitivo suo e dei suoi compagni ha portato davvero all’attenzione del mondo.
Regia: Steve McQueen
Con: Michael Fassbender, Liam Cunningham, Stuart Graham, Liam McMahon, Rory Mullen

War machine

(War machine, USA 2017)

In casi come questo è assolutamente necessario separare la sostanza del film in quanto tale dalla sovrastruttura creata dalle polemiche: ‘War machine’ è stato prodotto da Netflix e non è mai andato in sala, ma ha una sua dignità cinematografica a prescindere dal sistema di distribuzione. Poi può piacere o non piacere, ma questo è un altro discorso: lo apprezzerà chi si è divertito con la satira cerebrale di ‘Burn after reading’, mentre resteranno delusi coloro che – magari ingannati dai trailer – si aspettano chissà quali matte risate.
Va infatti detto subito che non si ride quasi mai e, quando lo si fa, si rimane comunque a denti stretti: la presa per i fondelli dell’intervento (e dell’atteggiamento) militare sttunitense in giro per il mondo è tanto netta quanto sconsolata. La sceneggiatura è tratta dal reportage pubblicato su Rolling Stones (e dal libro che ne è scaturito) che, a firma di Michael Hastings, costò al generale McCrystal il posto di comandante in capo in Afghanistan: è proprio la voce di un giornalista che accompagna l’intera vicenda, riuscendo a combinare la simpatia di fondo per l’uomo con gli errori (di tutti quanti) in campo militare.
Perché il protagonista Glen McMahon, brillante e famoso generale catapultato a Kabul e dintorni, è una brava persona e crede in quello che fa, circondato da un gruppo di uomini (fra i quali spicca il Greg Pulver di Anthonu Michael Hall) che lo seguirebbero ovunque a prescindere: peccato che sia anche del tutto astratto dalla realtà di un mondo che non conosce e non gli interessa conocere, perché tanto è convinto che la superiorità a stelle e strisce consentirà di vincere una guerra invece invincibile. Circostanza ben noto ai politici che l’hanno incaricato o lo seguono, fra i quali spicca il McKinnon di un incisivo Alan Ruck: il suo cinismo è l’altra faccia della stolidità di McMahon nel raccontare l’atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti dl resto del pianeta.
Pitt interpreta il generale in modo caricaturale con una rigidezza di movimenti e di postura che ne riflette quella mentale, facendone una sorta di burattino che sa fare bene una cosa sola, ovvero il soldato: in fondo la sa bene la moglie Jeannie (Meg Tilly), costretta a condividere con lui pochi momenti goffi e teneri insieme. Sono però altre le situazioni che dovrebbero risvegliare in McMahon qualche dubbio che invece non sorge mai: Michôd, che è anche autore dello script, affida alle domande di una giornalista tedesca (Tilda Swinton) la più lucida analisi degli errori statunitensi e alle parole desolate di un afgano abitante di un villaggio liberato dagli uomini di McMahon la descrizione delle conseguenze (riassumendo: prima ve ne andate, meglio è, visto che a noi tocca restare qui).
A parte qualche passaggio della trasferta europea, i passaggi più divertiti sono così quelli in cui compare Ben Kingsley che veste i panni di un presidente Karzai che dà l’impressione di capire bene la situazione malgrado l’aspetto quasi macchiettistico: l’attore inglese gigioneggia un po’, ma rimane comunqe uno dei più validi in un cast di tutto rispetto che risulta oltretutto ben amalgamato. Le buone interpretazioni aiutano a superare le fasi di stanca in cui la scrittura rallenta e quasi si perde nel tentativo di raccontare troppo nel dettaglio: fasi peraltro riequilibrate da altre che mostrano ben diverso vigore, come gli scontri con i politici o l’azione che vede coinvolto il plotone comandato da Ricky Ortega (Will Poulter).
Non meno importanti sono le collaborazioni eccellenti che vanno dalle musiche firmate da Nick Cave e Robert Ellis alla fotografia di Dariusz Wolski per un film di certo perfettibile, ma che merita senza dubbio un’occhiata possibilmente non distratta.
Regia: David Michôd
Con: Brad Pitt, Anthony Hayes, John Magaro, Ben Kingsley, Meg Tilly, Topher Grace

Gangster squad

(Gangster squad, USA 2013)

Tanto per dirne una: il vero Mickey Cohen verrà arrestato per evasione fiscale dodici anni dopo il 1949 qui raccontato. Una (non tanto) piccola considerazione che illustra bene come questa versione de ‘Gli intoccabili’ un quarto di secolo dopo l’originale finisca per suonare falsa e vuota. Per carità, la confezione è elegante assai: I costumi di Mary Zophres e le ambientazioni di Gene Serdena ricostruiscono la Los Angeles del secondo dopoguerra in maniera quasi iperrealistica, immersa com’è nei colori saturi e squillanti della fotografia di Dion Beebe, mentre la sceneggiatura di Will Beall (tratta dal libro di Paul Lieberman) viaggia abbastanza spedita, almeno fino a quando il livello di sospensione dell’incredulità rimane entro limiti ragionevoli.
Il sergente O’Mara (Josh Brolin) viene incaricato dal capo della polizia Parker (Nick Nolte, trent’anni di più del personaggio reale) di costruire una piccola squadra sotto copertura per contrastare l’affermazione dell’astuto e spietato ex-pugile Cohen (Sean Penn), intento a farsi largo negli ambienti del crimine organizzato a colpi di morti ammazzati. Malgrado le preghiere della moglie incinta (Mireiile Enos), O’Mara recluta il disincantato Wooters (Ryan Gosling) e poi pare scegliersi i suoi in modo da non scontentare le minoranze razziali, imbarcando l’agente nero Keeler (Anthony Mackie) e quello ispanico Ramirez (Michael Peňa) assieme al ‘Cowboy’ Kennard (Robert Patrick).
Il vero colpo di fortuna gli arriva però dalla tecnologia grazie alle cimici piazzate dall’agente Harris (Giovanni Ribisi) e, in particolar modo dal fascino di Wooters, che riesce a far innamorare di sé la pupa del gangster (Emma Stone): che il loro rapporto vada avanti per mesi senza che nessuno tra i moltissimi tirapiedi di Cohen se ne accorga è abbastanza inverosimile, ma in linea con la seconda parte del film in cui il gruppetto va a testa bassa contro il nemico uscendone vincitore dopo uno scontro finale a fucili mitragliatori spianati.
Viste le numerose forzature, il racconto si fa più faticoso e, malgrado l’azione si dovrebbe fare in teoria più stringente, il ritmo finisce per risentirne: molto meglio, sotto questo aspetto, la prima metà della pellicola, in cui la presentazione dei personaggi avviene con ben altra efficacia. Se da una parte non si può dire che ci si annoi, dall’altra sembra a volte di vedere messo per immagini il manuale del classico film di guardie e ladri statunitense – ben presto si intuisce con certezza chi fra i buoni non sopravvverà – incluse le scene madri tra le quali spicca per incongruità la nascita del figlio del protagonista.
La regia di Fleischer non manca di adattarsi alle esigenze del genere, con l’inevitabile uso del rallentatore, mentre il non banale cast dà l’impressione di divertirsi assai a interpretare un film in costume, ma senza peraltro darvi peso più di tanto. Se l’idea alla base di ‘Gangster squad’ era l’intrattenimento di genere, la missione si può dire compiuta anche se sarebbe stato meglio evitare di strizzare l’occhiolino coinvolgendo le figure reali; se invece l’aspirazione era a qualcosa di più, magari nella scia del film di De Palma, il bersaglio è stato mancato e non di poco.
Regia: Ruben Fleischer
Con: Josh Brolin, Ryan Gosling, Sean Penn, Emma Stone, Mireiile Enos, Nick Nolte

Torneranno i prati

(Ita 2014)

A un certo punto, si ha l’impressione che manchi solo Marlon Brando intento ad accarezzarsi la pelata mentre mormora: “L’orrore”. Siamo lontanissimi – per ambientazione, impostazione e sensibilità – da ‘Apocalypse now’, eppure Olmi riesce a esprimere con altrettanta efficacia di Coppola la brutalità e l’insensatezza che caratterizzano ogni guerra distillando il proprio sguardo in ottanta minuti di tensione a volte insopportabile fino allo straniamento finale delle ‘confessioni’ dei soldati direttamente alla macchina da presa. Più che una storia, il regista bergamasco è interessato alla ricostruzione di un momento storico: quasi senza progressione narrativa, il suo lavoro è una sorta di fotografia della vita grama e della morte miseranda che i soldati dovettero affrontare al fronte nella prima guerra mondiale.
Dedicato al padre del regista che vi combattè, il film mostra un avamposto sull’Altopiano di Asiago in cui i fanti italiani sono obbligati a tenere la posizione a un passo dal nemico: letteralmente seppellito dalla neve (attesa con pazienza da Olmi prima di girare), il piccolo gruppo deve sopravvivere, oltre che al freddo e alla fame, agli ordini insensati che giungono da chissà dove mentre gli ufficiali intermedi sono ben contenti di mollare la patata bollente al tenentino di prima nomina (Alessandro Sperduti). Gli austriaci paiono avanzare a colpi di mina, per i soldati ci sono la stanchezza e la paura dentro trincee e alloggiamenti ricostruiti analoghi agli originali (la scenografia è di Giuseppe Pirrotta): l’umanità si esprime quasi di più nei rapporti con gli animali che sono casuali compagni di avventura (l’episodio del topolino) anziché in quelli interpersonali, tanto che anche i discorsi risultano smozzicati con le frasi spesso lasciate in sospeso.
Questi soldati sono consci di essere solo dei numeri da mandare al macello e a volte finiscono per anticipare il momento: Olmi riesce a narrare la tragedia di una generazione troppo spesso dimenticata (o quantomeno sottovalutata) attraverso i volti senza speranza di questi uomini, che, immersi in una ntura ostile, sanno che il vero pericolo viene dai propri simili (specie se indossano la stessa divisa, come ben sapeva il tenente Ottolenghi de ‘Un anno sull’Altipiano’ di Lussu).
Coerente con una simile impostazione – i militari ritrovano un nome, ovvero un’individualità, solo nel momento della distribuzione della posta che il regista racconta con partecipata commozione – è la scelta di utilizzare volti sconosciuti con l’eccezione di Claudio Santamaria nel ruolo del capitano, in modo che il piccolo gruppo possa rappresentare tutti coloro che vissero quell’esperienza, non riuscendo a sopravvivervi o rimanendone segnati in modo indelebile.
Ad acuire il senso di abbandono che scaturisce dalla messa in scena contribuisce la fotografia del figlio del regista Fabio che utilizza il netto contrasto tra il buio della trincea, in cui le figure si staccano dall’ombra solo grazie alla debole luce delle lampade a olio, e il biancore dell’esterno sovente immerso nelle nubi o spazzato da bufere di neve. Le tinte sono per forza di cose tenui, slavate e l’unico colore utilizzato per contrasto è il rosso vivo del sangue: per gli altri sarà necessario attendere il sole che farà brillare il verde dei prati. Una sorta di liberazione destinata però a concretizzarsi quando la memoria della tragedia si sarà ormai andata dissolvendo, come rumina fra sé l’attendente (Camillo Grassi) nel breve monologo finale prima che i soldati riprendano a marciare nella neve fino al ginocchio sui titoli di coda accompagnati dalla tromba di Paolo Fresu, autore di una sommessa e dolente colonna sonora.
Regia: Ermanno Olmi
Con: Claudio Santamaria, Camillo Grassi, Niccolò Senni, Alessandro Sperduti, Stefano Rossi

Viva la libertà

(Ita 2013)

Come il successivo ‘Le confessioni’, questo è un film precisamente politico, ma con la differenza che evita la trappola dell’algida costruzione ideologica attraverso l’azzeccata umanità e la funzionale dinamica dei suoi personaggi. Tanto che, alla fine, laddove il messaggio riguardante i potenti potrebbe essere tacciato di semplicità se non di semplicismo (la casta lontana dalla gente i cui bisogni possono essere compresi da chi li guarda con animo diciamo così innocente, le lotte intestine con tanto di simil-D’Alema visibile in filigrana dietro al De Bellis di Andrea Renzi, il buonismo un po’ veltroniano che spunta qua e là), la storia che vi ruota attorno coinvolge e appassiona preferendo i toni della commedia – sia pur amara – confezionata in maniera mirabile: il risultato è che, benché ne siano successe di ogni nei quattro anni passati dalla prima uscita in sala, l’opera risulta ancora attuale.
Per raggiungere lo scopo, Andò prende spunto dal suo romanzo ‘Il trono vuoto’ e, assieme ad Angelo Pasquini, sfrutta al meglio il vecchio espediente del doppio. Enrico è il segretario disincantato di un grande partito d’opposizione – le citazioni più sopra non sono casuali – che decide di interrompere il traccheggiamento del potere facendo perdere le proprie tracce: per uscire dall’impasse, lo si sostituisce con il gemello Giovanni, professore che non ha tutti i giovedì a posto, ma sa unire a una notevole empatia le parole giuste per farsi ascoltare dall’uomo della strada.
Mentre Enrico in Francia ritrova una vecchia fiamma (Valeria Bruni Tedeschi) che lavora nel cinema e arriva a non disdegnare addirittura il lavoro manuale, Giovanni incanta non soltanto le folle, ma pure le persone, dapprima scettiche, che lo circondano, inclusi l’assistente Andrea (Valerio Mastandrea), la scafata funzionaria (Anna Bonaiuto), e riesce persino a intenerire la moglie di Enrico, Anna (Michela Cescon).
Le ottime interpretazioni di tutto il cast – e non si possono non citare la breve apparizione di Renato Scarpa e, soprattutto, l’esuberante Furlan dell’ultranovantenne Gianrico Tedeschi – vengono però messe in ombra da Toni Servillo, attorno al quale il film è costruito e che si disimpegna da par suo nel ruolo bifronte di Enrico e Giovanni senza mai andare fuori dalle righe a parte qualche sporadica eco gambardelliana: con cura è disegnata la differenza (di modo, di sguardi, financo di postura) fra i due gemelli che va via via riducendosi fino a essere inapprezzabile in un finale di scarni dialoghi e intense situazioni.
Si tratta dell’ultimo tassello che sottolinea l’accurata regia di Andò in un lavoro quasi sempre lontano dalla banalità nelle scelte – le evidenti eccezioni essendo i ‘santini’ di Giovanni fra gli operai e nelle scuole oppure la scena con la canceliiera – oltre che caratterizzato dall’espressività delle inquadrature grazie all’ottima apporto della fotografia di Maurizio Calvesi impreziosita sovente da plastici chiaroscuri.
Regia: Roberto Andò
Con: Toni Servillo, Valerio Mastandrea, Valeria Bruni Tedeschi, Michela Cescon, Eric Nguyen

Il maledetto United

(The damned United, Gbr 2009)

Di norma, al cinema gli sport faticano a funzionare e, fra di essi, il calcio è uno di quelli più difficili da maneggiare. Aggiungendo che il bel libro di David Peace da cui è tratto, con i suoi salti temporali e le variazioni del punto di vista narrativo, non è certo immediato da trasporre sullo schermo, il rischio che questo film fosse un glorioso fallimento non era da sottovalutare: l’abile penna di Peter Morgan è però riuscita a evitare tutti i trabocchetti, raccontando in maniera viva ed emozionante una storia del calcio che fu.
Come nel romanzo, il fulcro è nel passaggio dell’emergente allenatore Brian Clough (Michael Sheen) dal Derby County – portato dai bassifondi della Seconda Divisione al titolo di campione d’Inghilterra in una lunga serie di flashback – all’odiatissimo Leeds United appena lasciato dall’arcirivale Don Revie (Colm Meaney) per la panchina dei Tre Leoni: il suo sogno è portare la sua idea di calcio pulito in un ambiente abituato a qualsiasi bassezza pur di ottenere il risultato, ma l’unico frutto di una tal semina è venire inesorabilmente respinto.
Perché Brian è uno che non è capace di stare zitto ed è allergico ai compromessi così tanto da inimicarsi la squadra – che, a partire dal capitano Bremner (Stephen Graham), già non lo vede di buon occhio – sin dal primo incontro: una testardaggine seconda solo all’autostima che si trasforma in vera e propria spocchia quando lo trascina allo scontro con il collaboratore di sempre Peter Taylor (Timothy Spall). Il ritorno a Canossa è il primo passo di una nuovo miracolo che si chiamerà Nottingham Forest, ma è anche uno dei momenti in cui il film sa come far vibrare le corde dell’emozione mettendo in scena lo scontro duro eppure non del tutto serio tra due uomini che si conoscono e si stimano da una vita.
La famiglia di Clough ha respinto il lavoro come non veritiero, ma già nel volume ispiratore lo scrittore sottolinea come il suo sia un prodotto di finzione ispirato a fatti avvenuti: la descrizione delle psicologie è ammirevole, con Peter che fa da frenatore a un Brian peraltro abbastanza ‘ripulito’ rispetto a quello su carta, e con entrambi che puntano a dare una scossa a un mondo un po’ imbalsamato, riassunti nel presidente del Derby Longson (Jim Broadbent), e che si prende troppo sul serio.
Il calcio giocato rimane solo sullo sfondo – poche sequenze ricostruite e numerosi spezzoni d’archivio – ma è rappresentativo di un modo di intendere questo sport che si è oramai perduto per sempre a favore di una commercializzazione imperante: la visione è tutto meno che edulcorata – scarpate a tradimento, campacci inguardabili, fango, lanci lunghi – eppure una punta di nostalgia si fa sentire. Non poco contribuisce la bella ricostruzione ambientale attraverso i colori smorzati della fotografia di Ben Smithard che ben illustrano un ambiente fatto di case popolari e campetti di periferia sui quali incombe il cielo sovente plumbeo del nord dell’Inghilterra, tanto che il protagonista riesce a sentirsi fuori posto semplicemente andando a Brighton.
Su di questa base, Tom Hooper utilizza al meglio la brillante sceneggiatura per una narrazione che non ha momenti di stanca e guidando con sicurezza un cast di notevole spessore in cui spiccano il mai troppo lodato Spall – non per nulla l’unico lontano fisicamente dalla figura reale di Taylor – e Sheen, impegnato a dar vita ad un altro personaggio contemporaneo dopo David Frost e Tony Blair, che impersonano una coppia di malati di calcio – memorabile la scena della telefonata con le mogli (Gillian Waugh e Elizabeth Carling) che li richiamano alle rispettive cene – capaci di vincere anche remando contro corrente.
Regia: Tom Hooper
Con: Michael Sheen, Timothy Spall, Colm Meaney, Jim Braodbent, Stephen Graham

Buongiorno, notte

(Ita 2003)

Dopo un quarto di secolo in cui se ne era detto tutto e il contrario di tutto, rimettere in scena ancora una volta il delitto Moro rischiava di essere un’operazione se non rischiosa quantomeno superflua: Bellocchio, assieme alla sceneggiatrice Daniela Ceselli, evita la trappola in modo brillante dando alla vicenda una lettura molto personale.
E cosa c’è di più personale per il regista piacentino dell’analisi psicologica (o psicanalitica) con cui riveste la sua interpretazione? L’esigenza storica della produttrice Rai resta sullo sfondo e solo come base di partenza viene utilizzato il libro autobiografico di Anna Laura Braghetti: numerose sono le libertà riguardo all’effettivo svolgersi dei fatti perché il vero interesse si incentra sui comportamenti e i pensieri dei singoli personaggi, analizzati nella loro evoluzione e integrati da una dimensione onirica che da fuori potrebbe apparire astrusa e invece si rivela perfettamente (e a volte magicamente) funzionale.
Quando ci si immagina che lo statista (Roberto Herlitzka è incisivo nel ruolo quanto Volontè) esca dalla sua prigione, giri per l’appartamento e poi passeggi nell’alba della periferia romana, l’impatto emotivo è davvero forte, facendo per un istante dimenticare che si tratta dell’ultimo stadio del cambiamento di Chiara (Maya Sansa), la donna del nucleo brigatista che gestisce il sequestro nonché la figura attorno alla quale ruota il racconto.
Il ritratto dei rapitori ha una progressione netta in cui la condanna del loro comportamento è in lieve, ma continuo crescendo: un gruppo di borghesi piccoli piccoli che restano uguali a se stessi anche nella tragedia montante (l’insistenza quasi didascalica sulla banale quotidianità), forse eterodiretti, visto che dietro la feroce ambiguità di Mariano (Luigi Lo Cascio) si intravede il profilo di Mario Moretti, e completamente avulsi dal mondo che li circonda, soprattutto da quelle classi più deboli che si immaginano di rappresentare (la squadra è completata da Pier Giorgio Bellocchio e Giovanni Calcagno).
Quel mondo che mette in crisi la graniticità di Chiara, in special modo per mezzo dell’incontro con Enzo (Paolo Briguglio), riuscendo ad avere magari la meglio nell’immaginazione, ma non nella realtà malgrado il rapito passi da bersaglio simbolico a essere umano, tanto che il punto di vista di Bellocchio evolve da critico a caustico quando paragona i brigatisti ai criminali nazifascisti affiancando le lettere di Moro a quelle dei condannati a morte della Resistenza sulle note dei Pink Floyd (Shine On You Crazy Diamond e The Great Gig In The Sky).
La reimmaginazione dei fatti regala alla loro rappresentazione una tensione emotiva che a visione conclusa lascia una sorta di malessere impossibile da sminuire attraverso le situazioni più lievi inserite qua e là: fra di esse, va citata almeno la parodica riproposizione della seduta spiritica che porterà alle inutili ricerche al Lago della Duchessa, con lo spirito Bernardo (come Bertolucci, Bellocchio dixit) impegnato a farsi beffe dei presenti.
A rafforzare un certo qual senso di claustrofobia contribuisce la ricostruzione dei difficili anni Settanta, fotografati di preferenza in maniera fredda da Pasquale Mari, in cui gli attori offrono una prova collettiva davvero convincente, dal già citato Herlitzka al bel viso di Maya Sansa su cui transitano le emozioni di chi sta vivendo – sempre meno volenteroso – un momento cruciale nella storia propria e nazionale.
Regia: Marco Bellocchio
Con: Maya Sansa, Luigi Lo Cascio, Roberto Herlitzka, Pier Giorgio Bellocchio, Paolo Briguglia

La la land

(La la land, USA 2016)

Un film che è un omaggio al cinema degli anni ruggenti, quello che, almeno per due ore, faceva indossare un paio di occhiali rosa capaci di obliare pagine tristi dell’esistenza:che si chiamavano grande depressione o seconda guerra mondiale: un compito nel quale si distinguevano i musical, dai classici della coppia Astaire/Rogers alla visione più moderna incarnata da Gene Kelly.
Ignorato con una certa fatica un brividino – il momento storico è così drammatico da dover rispolverare i musical? – non si può far altro che ammirare la perizia con cui il bravo Chazelle fa rivivere il genere non rinunciando ad aggiornarlo in modo opportuno, come nella bella scena iniziale sulla superstrada intasata che può ricordare ‘Hair’ o i momenti più malinconici che si avvicinano a ‘New York, New York’, l’altra riverenza, sebbene meno sorridente, a firma Martin Scorsese. Non contento, il regista immerge la sua fiaba in una Hollywood in bilico tra reale e irreale, utilizzando gli studios e i visi dei vecchi divi, nonché una location famosa come l’Osservatorio Griffith (vedi ‘Gioventù bruciata’) per una delle scene più sognanti.
Sfruttando appieno technicolor e cinemascope viene fatta volare prima la cinepresa e in seguito pure gli attori in una più che mai esemplare alternanza di passaggi gioiosi, ravvivati dai colori saturi, e altri di maggiore difficoltà immersi nelle mezze tinte quando non avvolti dall’oscurità. Se la fotografia di Linus Sandgren risulta fondamentale, altrettanto importante è il montaggio di Tom Cross che ben si adatta all’azzeccata partitura di Justin Hurwitz che nel complesso preferisce i toni intimi: la combinazione di simili elementi ottiene il massimo dalle coreografie di Mandy Moore, riuscendo a regalare molti istanti che riempiono gli occhi e sollevano l’animo.
Se classica è l’impostazione e classico in gran parte lo svolgimento, è inevitabile che la storia stia quasi – e il ‘quasi’ si limita pressappoco al finale – sempre nei canoni. Mia e Seb sono a Hollywood per rincorrere i loro sogni, attrice e pianista jazz rispettivamente, ma, tra provini ascoltati con disinteresse ed esecuzione di standard nei ristoranti o degli A-ha nei barbecue in giardino, la realtà pare remare contro: una serie di incontri casuali porta i due prima a innamorarsi e poi a dover scegliere fra i sentimenti e la realizzazione delle loro aspirazioni.
La vicenda, scritta da Chazelle stesso, si dipana scandita da cinque stagioni – da inverno a inverno, seppur l’ultima separata da uno stacco temporale – in cui gli avvenimenti sono in sintonia con il periodo dell’anno (anche se poi a Los Angeles il brutto tempo parebbe bandito): il crescendo emotivo dei primi tre segmenti viene raffreddato da un ‘autunno’ quasi senza musica e forse un po’ troppo tirato per le lunghe prima di rimbalzare verso il nuovo ‘inverno’ che chiude – è il caso di dirlo – le danze.
Con l’eccezione di John Legend che ha qualche minuto in più che serve per spiegare a Seb dove deve andare il jazz, tutto il film si incentra sugli attori protagonisti che ben si disimpegnano nelle parti cantate e danzate (Gosling ha inoltre imparato a suonare il piano, come del resto Legend la chitarra) e confermano le impressioni ogni volta positive lasciate nelle precedenti prove: se l’interprete maschile esprime intensità lavorando di sottrazione, Emma Stone esce alla grande in un ruolo che svaria da uno stato d’animo all’altro ed è seguito con cura attraverso lunghi ed espressivi primi piani. Le nomination agli Oscar sono quindi meritate per entrambi, sebbene le quattordici complessive per il film paiano un po’ esagerate malgrado l’abbondare di ruoli tecnici: in ogni caso, ‘La la land’ è un lavoro da godere senza retro pensieri, lasciandosi affascinare da una favola raccontata in maniera impeccabile.
Regia: Damien Chazelle
Con: Ryan Gosling, Emma Stone, John Legend, J.K. Simmons, Finn Wittrock, Sandra Rosko