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Keith Richards: “Crosseyed heart”

(Virgin 2015)

Dopo ventitre anni, Richards ritorna con un disco solista in cui non fa altro che variare sul tema dei due che l’hanno preceduto: un lavoro che si configura, in sostanza, come una sorta di ricreazione dalla casamadre, dove si suona per il gusto di suonare la musica che più piace senza dover dimostrare niente a nessuno e, soprattutto, con fuori dai piedi il maniacale compagno di tante battaglie, sostituito dagli Xpensive Winos e dagli altri ottimi musicisti che sono anche le conoscenze di una vita.
Ecco allora l’accento puntato sul blues, con qualche pezzo più rock per accendere gli animi e alcune ballate che confermano quanto Keef sia, in fondo, un romanticone: in queste ultime, oltretutto, l’esile voce del chitarrista (che comunque è andata migliorando col passare dei decenni) risulta più adeguata, mentre sui pezzi veloci continua a lasciare qualche perpelssità.
Anche la copertina non si discosta granché da quelle passate, con il nostro in un primo piano che però in questo caso, invece del cipiglio musone, mette in mostra un sorriso che si riflette nel brio di molti dei brani. Dopo il blues acustico, intitolato come l’album, che è posto all’inizio e una Heartstopper che si rifà un po’ troppo alla maniera stonesiana degli ultimi tempi, il disco ingrana davvero con la tirata Amnesia, in cui le chitarre si intrecciano che è un piacere e Keith, in modo abbastanza insolito, si prende tutta la scena.
Il pensiero rotola alle pietre pure in questo caso, ma la stoffa è migliore, piazzando il brano a un livello che viene confermato, di lì a poco, dal primo singolo Trouble, in cui i riff del titolare si combinano con la slide di Waddy Wachtel (il giochino viene replicato, con risultato meno soddisfacente, in Something For Nothing).
La pedal steel di Larry Campbell impreziosisce invece Robbed Blind, sontuosa ballata che sa molto di country e riscalda i cuori facendo rifiatare tra i due brani precedenti. Considerazioni simili scaturiscono dall’ascolto della più blueseggiante Suspicious caratterizzata dalle tastiere (la voce femminile è di Meegan Voss) e del duetto con Norah Jones, alla quale Richards lascia rispettosamente spazio nella notturna Illusions: al confronto, colpisce in maniera assai meno efficace la ripresa di Goodnight Irene.
Sul versante più brillante, vanno ancora segnalate Nothing On Me e quella Blues In The Morning dal titolo che sarebbe autoesplicativo se davanti ci fosse scritto ‘Rhythm’, contrassegnata com’è dai fiati del socio di baldorie Bobby Keys, qui all’ultima apparizione: certo, niente di nuovo, ma la sicura capacità di far muovere il piedino e trascinare l’ascoltatore. Stesso effetto che procura la solare Love Overdue, firmata da Gregory Isaacs, in cui Keef dà sfogo al suo amore per il reggae tra fiati luccicanti e preziosi incastri di chitarre.
Quando, dopo l’eccessiva ruvidezza di Substantial Damage, Lover’s Plea saluta tutti avvolta morbidamente tra ottoni e organi, non resta altro che ammettere come la classe, se supportata dalla voglia, conduca lontano dal rischio di autoincensarsi e consenta di creare così un’ora di musica che diverte allo stesso modo chi la fa e chi la ascolta.

Rime sotto il portico

24 luglio 2014 – Monticelli d’Ongina, cortile di Palazzo Archieri.

‘Un paese nei versi dei propri cantori’ è forse un sottotitolo un po’ sopra le righe, ma la serata dedicata ai poeti dialettali monticellesi è un successo da tutti i punti di vista, riuscendo anche a rabbonire un meteo che è stato piovoso fino al primo pomeriggio. Nell’affascinante ambientazione del cortile di palazzo Archieri (il cui fondo a dorso di mulo dà solo qualche problema agli spettatori seduti più sull’esterno che si trovano a controbilanciare la pendenza) scorrono senza un attimo di noia due ore di spettacolo che sa unire con gusto poesia, musica e immagini sotto la regia di Mario Miti che si incarica anche di fare gli onori di casa.
L’idea di partenza è dare visibilità alle poesie di Lidia Rossi (ovvero LaLidia, come è conosciuta e si firma) celebrate in un libro – ‘Cose di paese’ – stampato per volontà del marito Pippo Fanzola e non in vendita, ma distribuito in centocinquanta copie solo agli amici: per volontà dell’interessata, il progetto si è allargato anche ai due più famosi autori dialettali monticellesi, ormai scomparsi (Arrigo Gottardi e Angelo Cattadori, che fu anche commediografo) risultando così in un’esibizione a più voci dove al tono più scanzonato e irriverente di LaLidia, che sovente scatena le risate del pubblico, si alterna a quello maggiormente meditato e intimo degli altri due autori. Di ciascun poeta, vengono declamati i versi di una decina di componimenti: Laura Martelli e Franca Cattivelli si presentano ai leggii sulla sinistra del palco per dar voce alle opere di Gottardi e Cattadori (con forse una punta punta di enfasi in eccesso da parte della prima), mentre Lidia legge le proprie seduta su un divano posto a destra sotto la luce di una grande lampada e affiancata dal farmacista Paolo Ottolini che, oltre al ruolo di assistente come una sorta di volta-pagine pianistico, interpreta una lirica (sempre di Lidia) di bonaria presa in giro di sua madre Linda.
In più, c’è un intermezzo dedicato all’autore Mirco Maffini di Soarza, scomparso da un paio d’anni: un amico e compaesano ne scandisce le poesie che, più brevi e in un dialetto leggermente diverso, aggiungono un’ulteriore sfumatura alla manifestazione.
Le letture sono suddivise per argomenti, prendendo le mosse, ovviamente, dalla descrizione del paese presente e passato per arrivare alla riflessione sul tempo che scorre inesorabile – da notare che, sull’argomento, Miti riesce a infilare due diverse citazioni gucciniane in una stessa frase. Tra una sezione e l’altra, ecco gli stacchi musicali a cura di un violinista e due fisarmonicisti, uomo e donna, di cui, ahimè, non ricordo il nome: eseguiti in posizioni sempre diverse che vanno a costituire una sorta di arco attorno alla platea, riecheggiano una sonorità popolare che si sta ormai perdendo riuscendo però a stare ben lontani dalle banalizzazioni (nei piani originari, al loro posto ci sarebbe dovuto essere il Trio Prezzemolo, invito declinato per problemi di formazione – diciamo così che lo storico gruppo di casa è ancora alla ricerca del suo Darryll Jones da mettere alla fisarmonica).
Mentre scorrono le note, uno schermo sulla sinistra mostra le immagini della Monticelli che fu e, soprattutto, i ritratti di concittadini eseguiti nel corso dei decenni da Germano Guzzoni, in un bianco e nero sempre mirabile e a volte davvero emozionante, e assemblati dal professor Carlo Vecchia. E’ allora inevitabile che gli applausi scroscino numerosi sia durante, sia dopo lo spettacolo, con gli spettatori che volentieri chiudono un occhio sui piccoli intoppi – il riflettore dritto negli occhi di chi legge, i microfoni che ‘sparano’ – quasi inevitabili in un’organizzazione che, è doveroso ricordarlo, è stata tutta su base volontaria e gratuita. Piuttosto dispiace che il pubblico, seppur folto, sia a grande maggioranza anziano: se l’assenza di giovani e giovanissimi è, in fondo, comprensibe, molto meno lo è quella delle generazioni di mezzo che si dimostrano assai poco interessate a intrecciare (o a rafforzare) i legami con il proprio passato.

Macbeth

Assieme al ‘Riccardo III’, ‘Macbeth’ è tra le tragedie di Shakespeare che possono sfoggiare un numero di morti ammazzati che rivaleggia con un film di Tarantino, ma, rispetto alla consorella, ha una più sottile e angosciante dimensione psicologica. L’adattamento di De Rosa insiste in particolare su questo, raccontando una banalità del male che nasce dall’occasione – il troppo alcool che si somma a una solo abbozzata sete di potere – e finirà per distruggere chi l’ha originata e non è capace di gestirla.
Lo sguardo sull’oscurità dell’animo umano è accentuata da accenti quasi (o anche senza ‘quasi’) horror: da un classico dello spavento come i bambolotti che parlano con voci infantili – loro è il ruolo delle streghe – a un’esplicita citazione di Cronenberg nei feti sanguinanti e subito deceduti che rappresentano i figli non avuti da Macbeth e dalla moglie (dopo aver passato un bel po’ a scervellarmi, è giunto in aiuto il foglio di sala a evocare il temibile ricordo di ‘The brood – La covata malefica’). Accentua il contrasto anche la scelta di Battiston che, con la sua mole paciosa, sembrerebbe non avere certo il fisico del ruolo per fare il cattivo: vestito di un nero pastrano, capelli e barba lunghi, Macbeth finisce per macchiarsi dei più orribili delitti trascinato dall’amore per una moglie che annega nell’illusione del potere l’amarezza per l’impossibilità di avere figli.
Non è che poi gli altri personaggi ne escano meglio, tra un Malcolm amletico con tanto di citazione, Banqo compagnone senza vero carattere e Macduff (uno ‘strappato anzitempo dal ventre della madre’, sanguinolento pendant finale) che fugge lasciando la famiglia alla mercè del tiranno: siamo sicuri, si chiede il primo, che, morto Macbeth, gli orrori finiranno?
Quanto all’allestimento, il sospetto che nasce dal pastrano di cui sopra è corretto: gli attori vestono abiti moderni e, con essi, si muovono su di una scena in gran parte spoglia, con un divano e un tavolino rifornito di liquori da un lato mentre una grande struttura trasparente delimita il ‘dentro’ e il ‘fuori’ muovendosi avanti e indietro. Scelta che, a prima vista, può lasciare perplessi, ma che aiuta a concentrarsi sulle dinamiche dei personaggi rivelandosi funzionale così come l’uso della luce (sarebbe meglio dire del buio) e i suoni che culminano nella drum-machine umana di Seyton, il sicario in felpa e cappuccio che sottolinea gli attimi più violenti battendosi ritmicamente il petto.
Il risultato è una rilettura inconsueta, ma assai efficace della tragedia: certo, Shakespeare aiuta (il Bardo colpisce anche se a metterlo in scena è una filodrammatica di paese), ma, al netto dei pochissimi momenti non del tutto centrati, si percepiscono sempre la cura e l’intelligenza con cui l’opera è stata affrontata e preparata. Questo non ha evitato che qualche spettatore, tra i più anziani e tradizionalisti e già disturbato dall’ebbrezza sguaiata della festa iniziale, se ne sia andato durante lo spettacolo: un peccato anche perché, oltre al resto, i fuggitivi si sono negati il completamento di una prova d’attori davvero all’altezza. Tutte ammirevoli, le interpretazioni dei ruoli minori affiancano senza sbavature i protagonisti Frédérique Loliée che, con il suo accento straniero, disegna una Lady Macbeth inquietante e solo qua e là sopra le righe, e, soprattutto, Giuseppe Battiston capace di regalare al suo Macbeth una contrastata, profonda umanità.

di William Shakespeare, traduzione Nadia Fusini
adattamento e regia Andrea De Rosa
con Giuseppe Battiston (Macbeth), Frédérique Loliée (Lady Macbeth), Paolo Mazzarelli (Banqo), Ivan Alovisio, Marco Vergani (Ross), Riccardo Lombardo (Macduff), Stefano Scandaletti (Malcolm), Valentina Diana (Ecate e Lady Macduff), Gennaro Di Colandrea (Seyton)