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Stephen King. “Chi perde paga”

Chi perde paga (Bill Hodges Trilogy, #2) Fingendo di ignorare lo sconclusionato titolo italiano – che c’era di male a tradurre ‘chi trova, tiene’ come l’originale (Finders keepers)? – la seconda puntata dedicata al detective in pensione Bill Hodges regala impressioni ambivalenti.
Ciò che colpisce subito è lo sviluppo di temi cari allo scrittore che si danno il cambio a lungo prima di fondersi: il racconto di ambiente carcerario, l’adolescente costretto a vivere l’età di transizione in una famiglia zoppicante nonché, soprattutto, il rapporto tra autore e lettore che apre il romanzo e conduce il buono e il cattivo su traiettorie più somiglianti di quanto il primo desidererebbe. Simili basi potrebbero indurre a temere una rimasticatura, ma l’indiscutibile capacità di raccontare vivacizza la narrazione parallela delle vicende con protagonisti il galeotto Morris e il giovane Pete in una metà iniziale che procede con un passo compassato che non è certo una novità per King.
Quando i due filoni giungono a contatto, entra in scena l’investigatore – sempre spalleggiato da Holly e Jerome – e il ritmo accelera mentre la struttura cambia evolvendo in un montaggio alternato che si fa via via più serrato sino a condurre alla prevedibile conclusione. E’ questo il segmento con più spiccate caratteristiche noir (genere al quale la trilogia di Hodges, a detta di chi l’ha scritta, appartiene) e nel complesso funziona, anche perché l’elemento sovrannaturale è lasciato fuori, cosa che non accadeva del tutto in ‘Mr. Mercedes’ e non capiterà nel conclusivo ‘End of watch’, visto quel che succede durante le brevi apparizioni di Brady Hartsfield: l’unica pecca è un’evidente mancanza di cattiveria che dipinga la storia davvero a tinte oscure – insomma, possibile che tutti i defunti facciano parte della squadra dei reprobi? – ma, del resto, la ferocia non è nelle corde del King degli ultimi anni.
Tutta la vicenda gira attorno a un baule contenente i soldi e i romanzi inediti di uno scrittore autosegregatosi dal mondo (Salinger? Chi ha detto Salinger?): novello Kathy Bates, li ruba Morris pervaso dal desiderio di vendetta per la piega che hanno preso le avventure dell’adorato Jimmy Gold, personaggio creato dal presto trapassato John Rothstein, ma non se li può godere dato che viene arrestato per un altro delitto. Nella refurtiva si imbatte per caso Pete, che usa il denaro per puntellare il disastrato bilancio familiare, ma, in special modo, si appassiona a Gold con un’intensità simile a quella di Morris: nel momento in cui quest’ultimo esce di prigione, il suo unico scopo è recuperare il tesoro che aveva sepolto, così che lo scontro si fa inevitabile sebbene la buona stella del ragazzo faccia sì che Hodges venga seppur casualmente coinvolto.
Seguendo uma ricetta ormai sperimentata, King dà forma al tutto definendo con una certa cura i personaggi e rendendo vive le ambientazioni: se si aggiunge che stavolta gli riesce di non sbagliare il finale, la soddisfazione complessiva risulta superiore a quella delle ultime opere con le quali condivide, però, un più che vago sentore di pilota automatico.

In concerto – Leadbelly Rossi

17 giugno 2017 – Monticelli d’Ongina, circolo ARCI ‘Amici del Po’.

Originario di Cardano al Campo in provincia di Varese (un postaccio, a sentir lui), Angelo Rossi si porta a spasso un nome d’arte pesantissimo, ma lo onora in due ore di musica che, malgrado il genere non brilli per immediatezza nei confronti di un pubblico non anglofono, scorrono piacevoli e inavvertite.
Sempre inserito nell’ambito del festival ‘Dal Mississippi’ al Po’, il concerto si svolge in una serata fresca e ventilata (pure troppo) che fa presto dimenticare la calura del giorno: Rossi, fiancheggiato dalla bassista Silvia Preda, inizia che i tavoli sono ancora popolati di commensali e, benché il suo sia un approccio per forza di cose poco invasivo, comincia ben presto a conquistarsi l’attenzione degli astanti che finiscono per appassionarsi tanto che almeno una trentina rimangono fino ai saluti quando è da poco passata la mezzanotte.
Con poche parole e un accurato lavoro sulle corde della chitarra (prima acustica, poi elettrica nell’ultimo scorcio di esibizione), l’artista compie un ampio excursus sul lato più scarno del blues, omaggiandone i maestri soprattutto originari del delta del Mississippi, zona più volte frequentata sulla spinta di una passione che l’ha portato a esere forse il miglior esponente del genere nel nostro Paese. Rossi è bravo a ravvivare l’atmosfera tra un brano e l’altro, ma ciò che davvero valido è il suo modo di restituire l’accoratezza che pervade gli originali, solo di tanto in tanto elevati da tocchi di gospel: l’unico, vero problema è che poco risalto viene dato alla voce, la cui duttilità si perde un in parte a causa della location non ideale.
A perderci è soprattutto l’unica canzone che è blues solo nello spirito, Hurt dei Nine Inch Nails riproposta nella versione (ulteriormente) dipinta di nero da Johnny Cash e Rick Rubin.

In concerto – Sula Ventrebianco

15 luglio 2017 – Monticelli d’Ongina, Società Canottieri Ongina.

Grazie all’amicizia con il concittadino Ivan Martani, è insolitamente stretto il rapporto che lega i Sula Ventrebianco, napoletani di Forcella, alla realtà monticellese: dopo l’apparizione sul palco di Eppur Si Muove 2015 e la raccolta esibizione acustica agli ‘Amici del Po’, eccoli dunque impegnati allo Chalet in un concerto incentrato sul nuovissimo ‘Più niente’, uscito proprio quest’anno per la Ikebana Records.
A differenza delle altre due, suona però insolita anche la location: poco ci azzecca l’energico mix di stoner e grunge che il quintetto propone soprattutto dal vivo con una serata in cui predominano famiglie, chiacchierate e partite a carte. Se ci si aggiunge la scarsa pubblicizzazione dell’evento, la conseguenza è inevitabile: quando i giovanotti iniziano a suonare con una quarantina di minuti di ritardo sul comunque improponibile orario delle 21.30, fatica ad arrivare a venti il numero degli interessati, di cui solo la metà in piedi davanti ai musicisti.
Quasi per controbilanciare, i SVB partono imbracciando lo spadone: le chitarre ronzano e la sessione ritmica picchia implacabile (forse a volte pensano di star registrando ‘Bleach’) sottoponendo a una dura prova un impianto non all’altezza. Siccome i ragazzi si divertono a dare nomignoli alle canzoni, non è semplice seguire la scaletta: in ogni caso, i generi summenzionati si alternano spesso all’interno del singolo brano (efficace assai la minacciosa Mephisto) mettendo decisamente di buon umore grazie all’ormai rodata bravura di chi sta suonando: il basso di Mirko Grande e la batteria di Aldo Canditone sostengono il lavoro alla sei corde di Giuseppe Cataldo e Sasio Carannante, che mette in mostra una vocalità duttile sebbene non eccezionale nel momento in cui i ritmi rallentano, mentre un po’ faticano a farsi spazio il violino e i sintetizzatori di Caterina Bianco.
Dopo una decina di pezzi ventre a terra, prendendo le mosse da Passerà qualche marcia viene scalata e di comporto l’atmosfera si fa meno incandescente riportando più di frequente alla mente un gruppo come i Verdena: va però sottolineato che, con la parziale eccezione di Una Che Non Resta, il quintetto si tiene alla larga dalla classica ballata rock e gli arrangiamenti restano ricchi di spigoli evitando con stile la banalità.
Il numero dei giri torna ad aumentare nella versione di Ballo In Fa Diesis Minore dal repertorio di Branduardi (per non parlare di quella divagazione di Cataldo che evoca per un attimo i Thin White Rope) finchè, con gli ultimi due titoli, viene chiuso il cerchio del concerto su accenti furiosamente stoner: Arkam Asylum, assecondando il titolo, vi aggiunge un tocco di goth per mezzo di un tastierone che piacerebbe ad Andrew Eldritch laddove Africa saluta tutti con uno scatenato groviglio di suoni che si vorrebbe continuato a oltranza.

War machine

(War machine, USA 2017)

In casi come questo è assolutamente necessario separare la sostanza del film in quanto tale dalla sovrastruttura creata dalle polemiche: ‘War machine’ è stato prodotto da Netflix e non è mai andato in sala, ma ha una sua dignità cinematografica a prescindere dal sistema di distribuzione. Poi può piacere o non piacere, ma questo è un altro discorso: lo apprezzerà chi si è divertito con la satira cerebrale di ‘Burn after reading’, mentre resteranno delusi coloro che – magari ingannati dai trailer – si aspettano chissà quali matte risate.
Va infatti detto subito che non si ride quasi mai e, quando lo si fa, si rimane comunque a denti stretti: la presa per i fondelli dell’intervento (e dell’atteggiamento) militare sttunitense in giro per il mondo è tanto netta quanto sconsolata. La sceneggiatura è tratta dal reportage pubblicato su Rolling Stones (e dal libro che ne è scaturito) che, a firma di Michael Hastings, costò al generale McCrystal il posto di comandante in capo in Afghanistan: è proprio la voce di un giornalista che accompagna l’intera vicenda, riuscendo a combinare la simpatia di fondo per l’uomo con gli errori (di tutti quanti) in campo militare.
Perché il protagonista Glen McMahon, brillante e famoso generale catapultato a Kabul e dintorni, è una brava persona e crede in quello che fa, circondato da un gruppo di uomini (fra i quali spicca il Greg Pulver di Anthonu Michael Hall) che lo seguirebbero ovunque a prescindere: peccato che sia anche del tutto astratto dalla realtà di un mondo che non conosce e non gli interessa conocere, perché tanto è convinto che la superiorità a stelle e strisce consentirà di vincere una guerra invece invincibile. Circostanza ben noto ai politici che l’hanno incaricato o lo seguono, fra i quali spicca il McKinnon di un incisivo Alan Ruck: il suo cinismo è l’altra faccia della stolidità di McMahon nel raccontare l’atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti dl resto del pianeta.
Pitt interpreta il generale in modo caricaturale con una rigidezza di movimenti e di postura che ne riflette quella mentale, facendone una sorta di burattino che sa fare bene una cosa sola, ovvero il soldato: in fondo la sa bene la moglie Jeannie (Meg Tilly), costretta a condividere con lui pochi momenti goffi e teneri insieme. Sono però altre le situazioni che dovrebbero risvegliare in McMahon qualche dubbio che invece non sorge mai: Michôd, che è anche autore dello script, affida alle domande di una giornalista tedesca (Tilda Swinton) la più lucida analisi degli errori statunitensi e alle parole desolate di un afgano abitante di un villaggio liberato dagli uomini di McMahon la descrizione delle conseguenze (riassumendo: prima ve ne andate, meglio è, visto che a noi tocca restare qui).
A parte qualche passaggio della trasferta europea, i passaggi più divertiti sono così quelli in cui compare Ben Kingsley che veste i panni di un presidente Karzai che dà l’impressione di capire bene la situazione malgrado l’aspetto quasi macchiettistico: l’attore inglese gigioneggia un po’, ma rimane comunqe uno dei più validi in un cast di tutto rispetto che risulta oltretutto ben amalgamato. Le buone interpretazioni aiutano a superare le fasi di stanca in cui la scrittura rallenta e quasi si perde nel tentativo di raccontare troppo nel dettaglio: fasi peraltro riequilibrate da altre che mostrano ben diverso vigore, come gli scontri con i politici o l’azione che vede coinvolto il plotone comandato da Ricky Ortega (Will Poulter).
Non meno importanti sono le collaborazioni eccellenti che vanno dalle musiche firmate da Nick Cave e Robert Ellis alla fotografia di Dariusz Wolski per un film di certo perfettibile, ma che merita senza dubbio un’occhiata possibilmente non distratta.
Regia: David Michôd
Con: Brad Pitt, Anthony Hayes, John Magaro, Ben Kingsley, Meg Tilly, Topher Grace

In concerto – Bayou moonshiners

3 giugno 2017 – Monticelli d’Ongina, circolo ARCI ‘Amici del Po’.

In una delle tappe itineranti del festival blues piacentino ‘Dal Mississippi al Po’, giunge a Monticelli questo duo di origini veronesi dedito al culto della musica di New Orleans.
Stephanie Ghizzoni (voce, rullante con spazzole, washboard e kazoo) e Max Lazzarin (voce e piano) hanno vinto premi in Italia e in Europa e la loro esibizione, sia pure in un angolo un po’ sacrificato alla fine delle tavolate verso la piscina, risulta dapprima convincente e poi trascinante. Tanto è vero che i numerosi commensali presenti iniziano ad ascoltare magari un po’ distratti, ma la loro attenzione viene sempre più catturata fino al coinvolgimento nei cori e nei call-and-responses chiesti dai musicisti.
Seguendo un filo logico temporale, l’esibizione si avvia con Cabbage Head, un ripescaggio di fine Ottocento in cui il duo inizia a mettere in mostra la bella interazione fra le voci, tanto ruvida e fumosa quella di Max quanto profonda ma capace di inaspettato lirismo quella di Stephanie. A stretto giro di posta, il pianista omaggia uno dei suoi idoli nel rifacimento di Big Time Woman di Jerry Roll Morton e di lì prende il via un lungo girovagare tra blues, spiritual, gospel – comunque in vario modo conditi con le spezie della città della Louisiana – che conduce agli anni Sessanta e a Ray Charles, rifatto sia sul versante più confidenziale, sia in quello più scatenato grazie a una brillante riproposizione di Mess Around.
In mezzo ci sta ovviamente Fats Domino con un titolo a dir poco esplicativo (I Just Can’t Get New Orleans Off My Mind) e non può mancare uno standard della Big Easy come Jambalaya di Hank Williams. Un brano reso famoso, tra gli altri, anche da Dr. John ed è proprio al dottore che pare ispirato il primo dei due brani autografi, ovvero Don’t Believe Me, mentre l’altro, intitolato Tell Me More, è più introverso ed è impreziosito da un’affascinante introduzione di piano.
Dopo un simpatico Happy Birthday cantato per uno dei presenti (‘sembra Happy Birthday Mr. President’, borbotta divertito Max), il momento avvolgente prosegue con la bella resa di I’m Glad Salvation is Free in cui Stephanie non sfigura davanti a Mahalia Jackson camminando per i tavoli ben lontana dal microfono e una toccante versione di Amazing Grace.
Infine, come detto, ecco The Genius per tornare ad alzare i ritmi e a far battere il piedino così da coronare un concerto andato al dilà delle più rosee aspettative: la bravura e la personalità di piano e voce riescono persino a far dimenticare la mancanza di una sezione ritmica e dei fiati (sostituiti saltuariamente dallo spernacchiante kazoo) e gli applausi del pubblico abbastanza numeroso – oltre a chi era a cena, arrivano un po’ alla spicciolata almeno una ventina di altre persone – fioccano convinti.

Gangster squad

(Gangster squad, USA 2013)

Tanto per dirne una: il vero Mickey Cohen verrà arrestato per evasione fiscale dodici anni dopo il 1949 qui raccontato. Una (non tanto) piccola considerazione che illustra bene come questa versione de ‘Gli intoccabili’ un quarto di secolo dopo l’originale finisca per suonare falsa e vuota. Per carità, la confezione è elegante assai: I costumi di Mary Zophres e le ambientazioni di Gene Serdena ricostruiscono la Los Angeles del secondo dopoguerra in maniera quasi iperrealistica, immersa com’è nei colori saturi e squillanti della fotografia di Dion Beebe, mentre la sceneggiatura di Will Beall (tratta dal libro di Paul Lieberman) viaggia abbastanza spedita, almeno fino a quando il livello di sospensione dell’incredulità rimane entro limiti ragionevoli.
Il sergente O’Mara (Josh Brolin) viene incaricato dal capo della polizia Parker (Nick Nolte, trent’anni di più del personaggio reale) di costruire una piccola squadra sotto copertura per contrastare l’affermazione dell’astuto e spietato ex-pugile Cohen (Sean Penn), intento a farsi largo negli ambienti del crimine organizzato a colpi di morti ammazzati. Malgrado le preghiere della moglie incinta (Mireiile Enos), O’Mara recluta il disincantato Wooters (Ryan Gosling) e poi pare scegliersi i suoi in modo da non scontentare le minoranze razziali, imbarcando l’agente nero Keeler (Anthony Mackie) e quello ispanico Ramirez (Michael Peňa) assieme al ‘Cowboy’ Kennard (Robert Patrick).
Il vero colpo di fortuna gli arriva però dalla tecnologia grazie alle cimici piazzate dall’agente Harris (Giovanni Ribisi) e, in particolar modo dal fascino di Wooters, che riesce a far innamorare di sé la pupa del gangster (Emma Stone): che il loro rapporto vada avanti per mesi senza che nessuno tra i moltissimi tirapiedi di Cohen se ne accorga è abbastanza inverosimile, ma in linea con la seconda parte del film in cui il gruppetto va a testa bassa contro il nemico uscendone vincitore dopo uno scontro finale a fucili mitragliatori spianati.
Viste le numerose forzature, il racconto si fa più faticoso e, malgrado l’azione si dovrebbe fare in teoria più stringente, il ritmo finisce per risentirne: molto meglio, sotto questo aspetto, la prima metà della pellicola, in cui la presentazione dei personaggi avviene con ben altra efficacia. Se da una parte non si può dire che ci si annoi, dall’altra sembra a volte di vedere messo per immagini il manuale del classico film di guardie e ladri statunitense – ben presto si intuisce con certezza chi fra i buoni non sopravvverà – incluse le scene madri tra le quali spicca per incongruità la nascita del figlio del protagonista.
La regia di Fleischer non manca di adattarsi alle esigenze del genere, con l’inevitabile uso del rallentatore, mentre il non banale cast dà l’impressione di divertirsi assai a interpretare un film in costume, ma senza peraltro darvi peso più di tanto. Se l’idea alla base di ‘Gangster squad’ era l’intrattenimento di genere, la missione si può dire compiuta anche se sarebbe stato meglio evitare di strizzare l’occhiolino coinvolgendo le figure reali; se invece l’aspirazione era a qualcosa di più, magari nella scia del film di De Palma, il bersaglio è stato mancato e non di poco.
Regia: Ruben Fleischer
Con: Josh Brolin, Ryan Gosling, Sean Penn, Emma Stone, Mireiile Enos, Nick Nolte

Jean-Yves Ferri e Conrad Didier. “Asterix e il papiro di Cesare”

Asterix e il papiro di Cesare Se Asterix è nato anche dai ricordi (incubi?) liceali di Goscinny e Uderzo legati alle versioni tratte dai commentarii cesariani, era inevitabile che qualcuno cercasse di chiudere il cerchio: a farlo è la nuova coppia di autori delle avventure del piccolo Gallo e relativa compagnia di giro in questo secondo volume che, dopo il più che discreto esordio di ‘Asterix e i Pitti’, raggiunge un livello qualitativo davvero notevole.
Lo spunto è il libro del ‘De bello gallico’ riguardante i problemi con il ben noto villaggio scritto da Cesare per completezza storica, ma espunto per questioni di marketing: in seguito a una fuga di notizie, il testo carambola fino in Armorica, inseguito dall’editor del condottiero e dagli immancabili legionari più o meno imbranati. Visto che la tradizione gallica è orale, un druido si incarica di memorizzarlo e, di bocca in orecchio, esso giunge nella Parigi degli anni Cinquanta…
Quello della trasmissione non scritta, con inevitabili corruzioni, è solo uno dei tanti tormentoni riusciti che percorrono la vicenda e che si integrano ai passaggi più prettamente comici per mantenere alto il tasso di divertimento in un serrato episodio che non presenta momenti di stanca. Alla prima categoria si possono ascrivere ancora la messaggistica affidata ai piccioni viaggiatori con relative interferenze piratesche, i Galli condizionati dagli oroscopi con conseguenze spiacevoli sia per la dieta di Obelix sia per il menage familiare di Abraracourcix e Matusalemix, le peripezie del giornalista d’assalto Vispolemix ispirato vagamente ad Assange, i militi che cercano di mimetizzarsi tubando; della seconda vanno almeno ricordati la figura dell’arcidruido Archeopterix (con qualche reminiscenza de ‘Asterix e il duello dei capi’) e della Foresta dei Carnuti tutta, i ghostwriter nella Roma classica, l’immaginosa raccolta di strumenti di Assurancetourix nonché molti dei nomi, con una certa preferenza per quelli dei Numidi.
Come già nella puntata precedente, il disegno di Didier si mantiene, e non poteva essere altrimenti, legato al segno originale ma risulta comunque vivace e dinamico grazie ad alcune belle trovate oltre che alle personalizzazioni da ricercare soprattutto nei piccoli particolari che, perciò, è bene osservare con attenzione.

Kings of Leon: “Walls”

(RCA 2016)

Non so perchè mi intestardisco a dare sempre un’ultima possibilità ai Kings of Leon. Forse in ricordo del piacevole southern rock dell’esordio di ‘Youth & young manhood’, ma nel frattempo è trascorsa una dozzina abbondante di anni e quelle sonorità si sono ormai perse, sostituite da un corporate rock che è innocuo come sottofondo, ma finisce per innervosire a un ascolto attento.
Può darsi che, come orecchiato qua e là, i temi personali influenzino queste dieci canzoni, come l’amicizia con la bottiglia del cantante Caleb Followill, ma la temperatura resta sempre vicina allo zero: i restanti tre fratelli macinano con indubbia dedizione, ma, al netto delle non memorabili parti solistiche di Matthew alla chitarra, ci pensano le tastiere e i sintetizzatori di Liam O’Neil a spandere una patina di monotonia.
Il risultato è che nel disco, prodotto da Markus Dravs e grazie in principal modo alle suddette tastiere, ci si barcamena tra i Simple Minds nei momenti migliori (l’iniziale Waste A Moment è pronta per gli stadi) e i Foreigner nel resto dei brani più ritmati, come possono essere Reverend o quella Find Me che conquista l’orecchio, ma esagera in ripetitività. Qualcosa di diverso lo propone Over introdotta e sostenuta nella strofa da un marziale battito sintetico, mentre lascia perplessi al primo impatto Around The World, almeno fino all’istante in cui si intuisce che Cindy Lauper non ci starebbe male, viste le somiglianze con Girls Just Want To Have Fun.
In simili condizioni, assai poco ci si aspetta dalle ballate, anche perché la voce di Caleb è stata sin dagli inizi uno dei punti deboli e quando i ritmi rallentano di solito lo si nota maggiormente, invece proprio fra di esse stanno i passaggi che si ricordano con maggior piacere: se il conclusivo brano omonimo sembra pensato per gli accendini, l’accoppiata Muchacho/Conversation Piece, con la sua accorata (ri)evocazione di solitudini e incomunicabilità, riesce a catturare l’attenzione unendo la partecipazione dell’interprete a un accompagnamento che, per una volta, si rivela discreto, efficace e ben al disopra delle banalità che lo circondano.

Cesare Pavese: “La casa in collina”

La casa in collina Se è vero che, come pare almeno in parte leggendo la vita dello scrittore, siamo di fronte a un romanzo autobiografico, Pavese aveva quantomeno dei grossi dubbi su se stesso, sul suo mondo e su come era andata sviluppandosi la propria esistenza: il protagonista Corrado è infatti non solo un uomo senza qualità, ma mette pure in mostra difetti tali che vien voglia di prenderlo a sberle quasi a ogni capitolo.
Oltre a configurarsi come la rappresentazione dell’intellettuale intento a crogiolarsi nel proprio complesso di superiorità mentre se ne sta chiuso in una torre d’avorio, egli è anche un pusillanime eternamente indeciso che, non riuscendo neppure a riscattare il vile comportamento giovanile nei confronti del primo amore, figurarsi se può far altro che rimanere in pratica paralizzato nell’istante in cui la guerra richiede una presa di posizione tanto che, quando decide di agire, lo fa soltanto per fuggire.
Nel ’43, egli insegna a Torino, ma vive riparato dai bombardamenti in collina a pensione nella villa di una zitella innamorata segretamente di lui e della di lei madre. Girovagando per i boschi, capita in un’osteria dove fa base un gruppo di giovani che comprende Cate, sua fiamma adolescenziale tenuta lontana perché non ritenuta all’altezza: la donna, che ha un figlio che si chiama come lui, e gli altri lo accettano, ma laddove, dopo il settembre, la situazione si aggrava, i loro percorsi si divideranno di nuovo. Stordito e irresoluto, Corrado viene salvato, assieme al ragazzo, dalla sua padrona di casa – anch’ella si dimostra alla fine più viva e responsabile di lui – prima che la paura lo spinga ancora una volta a scappare, questa volta in direzione del più sicuro paese natio.
L’accurata descrizione degli stati d’animo della figura principale è accompagnata dall’altrettanto preciso disegno delle figure di contorno, fra le quali spiccano i vitali frequentatori della locanda, le donne sconfitte dalla vita (a ben guardare sia Cate sia Elvira lo sono), gli anziani che guardano parlando poco e soffrendo molto, i sommersi e i salvati – più i voltagabbana – che cercano di adattarsi ai nuovi padroni (i colleghi Lucini e Castelli).
Di pari rilievo, come sempre in Pavese, è però l’importanza della natura, in mezzo alla quale Corrado riesce forse a provare una compiuta felicità: il paesaggio collinare è dipinto con mano felice nello scorrere delle stagioni, fra alberi frondosi, sterpaglie, radure a prato illuminate dal sole, strade e sentieri che in un momento sono innocui e un attimo dopo nascondono insidiosi pericoli, basta che cambi l’atteggiamento degli uomini che li frequentano. Un pessimismo diffuso sull’essere umano che è presente finanche nell’incontro con la lotta partigiana: in ogni caso, Corrado pensa bene di svicolare e non è sufficiente come scusa il colloquio con Giorni, salito in montagna malgrado i trascorsi da fervente fascista.
Il tutto raccontato con la consueta, mirabile lingua che lo scrittore piemontese porta qui a livelli davvero alti: un modo di procedere solo all’apparenza semplice, ravvivato dagli accenti dialettali e segnato da una cadenza che, rendendolo subito riconoscibile, dà l’impressione al lettore di sprofondare in un caldo abbraccio.
In fondo all’edizione in mio possesso, una vecchia Einaudi per la scuola media, vi sono alcuni racconti che non molto si discostano come tematiche e scrittura: il rapporto dell’adulto o del giovane con la natura – ovvero la collina – per ‘L’eremita’ e ‘Il mare’, l’irresolutezza nelle decisioni de ‘Il signor Pietro’ nonché, soprattutto, un’acuta nostalgia per un mondo passato che è ormai morto o sta morendo nel quale non è difficile riconoscere quello dell’infanzia dell’autore. Una prospettiva, quest’ultima, che fa risaltare brani brevi ma assai intensi come ‘La vigna’ e quel ‘Vecchio mesttiere’ che si può ritenere il migliore del lotto grazie anche a una chiusa esemplare.

Torneranno i prati

(Ita 2014)

A un certo punto, si ha l’impressione che manchi solo Marlon Brando intento ad accarezzarsi la pelata mentre mormora: “L’orrore”. Siamo lontanissimi – per ambientazione, impostazione e sensibilità – da ‘Apocalypse now’, eppure Olmi riesce a esprimere con altrettanta efficacia di Coppola la brutalità e l’insensatezza che caratterizzano ogni guerra distillando il proprio sguardo in ottanta minuti di tensione a volte insopportabile fino allo straniamento finale delle ‘confessioni’ dei soldati direttamente alla macchina da presa. Più che una storia, il regista bergamasco è interessato alla ricostruzione di un momento storico: quasi senza progressione narrativa, il suo lavoro è una sorta di fotografia della vita grama e della morte miseranda che i soldati dovettero affrontare al fronte nella prima guerra mondiale.
Dedicato al padre del regista che vi combattè, il film mostra un avamposto sull’Altopiano di Asiago in cui i fanti italiani sono obbligati a tenere la posizione a un passo dal nemico: letteralmente seppellito dalla neve (attesa con pazienza da Olmi prima di girare), il piccolo gruppo deve sopravvivere, oltre che al freddo e alla fame, agli ordini insensati che giungono da chissà dove mentre gli ufficiali intermedi sono ben contenti di mollare la patata bollente al tenentino di prima nomina (Alessandro Sperduti). Gli austriaci paiono avanzare a colpi di mina, per i soldati ci sono la stanchezza e la paura dentro trincee e alloggiamenti ricostruiti analoghi agli originali (la scenografia è di Giuseppe Pirrotta): l’umanità si esprime quasi di più nei rapporti con gli animali che sono casuali compagni di avventura (l’episodio del topolino) anziché in quelli interpersonali, tanto che anche i discorsi risultano smozzicati con le frasi spesso lasciate in sospeso.
Questi soldati sono consci di essere solo dei numeri da mandare al macello e a volte finiscono per anticipare il momento: Olmi riesce a narrare la tragedia di una generazione troppo spesso dimenticata (o quantomeno sottovalutata) attraverso i volti senza speranza di questi uomini, che, immersi in una ntura ostile, sanno che il vero pericolo viene dai propri simili (specie se indossano la stessa divisa, come ben sapeva il tenente Ottolenghi de ‘Un anno sull’Altipiano’ di Lussu).
Coerente con una simile impostazione – i militari ritrovano un nome, ovvero un’individualità, solo nel momento della distribuzione della posta che il regista racconta con partecipata commozione – è la scelta di utilizzare volti sconosciuti con l’eccezione di Claudio Santamaria nel ruolo del capitano, in modo che il piccolo gruppo possa rappresentare tutti coloro che vissero quell’esperienza, non riuscendo a sopravvivervi o rimanendone segnati in modo indelebile.
Ad acuire il senso di abbandono che scaturisce dalla messa in scena contribuisce la fotografia del figlio del regista Fabio che utilizza il netto contrasto tra il buio della trincea, in cui le figure si staccano dall’ombra solo grazie alla debole luce delle lampade a olio, e il biancore dell’esterno sovente immerso nelle nubi o spazzato da bufere di neve. Le tinte sono per forza di cose tenui, slavate e l’unico colore utilizzato per contrasto è il rosso vivo del sangue: per gli altri sarà necessario attendere il sole che farà brillare il verde dei prati. Una sorta di liberazione destinata però a concretizzarsi quando la memoria della tragedia si sarà ormai andata dissolvendo, come rumina fra sé l’attendente (Camillo Grassi) nel breve monologo finale prima che i soldati riprendano a marciare nella neve fino al ginocchio sui titoli di coda accompagnati dalla tromba di Paolo Fresu, autore di una sommessa e dolente colonna sonora.
Regia: Ermanno Olmi
Con: Claudio Santamaria, Camillo Grassi, Niccolò Senni, Alessandro Sperduti, Stefano Rossi