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Hannah Arendt: “La banalità del male: Eichmann a Gerusalemme”

Guarda il libro su Goodreads Un titolo entrato nell’immaginario collettivo per un saggio ancor oggi di fondamentale importanza: se prendere in mano il libro incute un certo timore reverenziale, il doverne parlare è un compito difficoltoso visto che proprio nella banalità, seppur di ben diverso tipo, si rischia di scivolare.
Non è però l’unico disagio che si prova e neppure il più grave: come accade sempre leggendo opere di analogo argomento, si viene pervasi da una sensazione disturbante che qui è accentuata dall’implacabile procedere dell’analisi con cui la studiosa tedesca naturalizzata statunitense sviscera la tragedia dell’Olocausto. Arendt va a Gerusalemme come inviata del New Yorker per seguire il processo ad Adolf Eichmann, funzionario di medio calibro delle SS incaricato della soluzione (finale e non) della questione ebraica, prelevato dagli israeliani in Argentina per venire processato dinanzi a un tribunale.
Dallo studio dell’imputato attraverso le sue azioni durante la persecuzione e i suoi pensieri o parole nel periodo di prigionia, l’autrice prende lo spunto per un approfondimento che va ben al dilà della lineare corrispondenza giornalistica diventando l’esposizione delle logiche di come un crimine mostruoso possa scaturire da una routinaria attività burocratica. Alla base di una simile distorsione sta l’evaporare della coscienza individuale nella convinzione che, se si è una rotella di maggiore o minore dimensione, altro non si può fare che girare nel verso richiesto dal meccanismo: è questa acquiescenza priva di reazione che segna senza speranza la colpevolezza di Eichmann e di tutti coloro che si comportarono come lui perché in certe situazioni, obbedire agli ordini è un’aggravante.
A questo scopo, sono fondamentali gli esempi di come la solo all’apparenza inscalfibile ferocia nazista si andasse attenuando alla ricerca di accomodamenti non appena qualcuno si mettesse più o meno timidamente di traverso, fino al caso eclatante della Bulgaria da dove non fu deportato nessuno: considerazione per la quale risulta necessario il racconto della caccia all’ebreo nei vari Paesi europei che si estende nei capitoli centrali causando a tratti un affaticamento nella lettura.
Così, benché non vengano nascoste le lacune nell’organizzazione delle udienze – dal rapimento in Sudamerica a uno svolgimento assai poco equo – la pena capitale rimane l’inevitabile sbocco anche per stroncare sul nascere qualsiasi tentativo di giustificazionismo: se Eichmann è lontano dal rappresentare l’incarnazione classica del male, lo rappresenta tuttavia in maniera tanto più inquietante.
Nel considerare l’esito del dibattimento, va inoltre tenuta presente l’epoca in cui si tenne (e in cui il volume fu pubblicato), un momento nel quale l’Olocausto non giocava ancora il ruolo attuale nel sistema di valori occidentale e la Germania non aveva fatto i conti con il recente, tragico passato (basti pensare che Willy Brandt era solo il sindaco di Berlino Ovest): la forza delle argomentazioni dell’autrice – che comunque si guarda bene dal concedere sconti a chiunque, ebrei inclusi – hanno anzi aiutato questa maturazione grazie altresì a una prosa non semplice, ma che sa essere coinvolgente in special modo quando cerca di gettare luce sulla personalità del criminale nazista.

Slow west

(Slow west, Gbr/Nzl 2015)

Mai piaciuta più di tanto, la Beta Band, ma fa comunque una strana impressione ritrovare Josh Maclean (ai suoi dì addetto a tastiere e sampling) dietro la macchina da presa di questo curioso western che di statunitense ha ben poco: diretto da uno scozzese e girato in Nuova Zelanda con, ad eccezione di Fassbender e pochi altri, un buon gruppo di attori nativi dell’emisfero australe. Se si aggiunge che il regista è al suo esordio sulla lunga distanza – suoi erano i video del gruppo con cui ha iniziato la carriera – la cautela era dovuta e invece il risultato è un racconto breve (ottanta minuti), ma intenso e ben recitato, tanto da meritare alla pellicola il Gran Premio della giuria per i film stranieri al Sundance.
Nel 1870, il giovane scozzese Jay (Kodi Smit-McPhee, il Ragazzo de ‘La strada’) cavalca verso ovest alla ricerca dell’amore della sua vita Rose (Caren Pistorius), fuggita dal Paese natio assieme al padre John (Rory McCann) dopo che quest’ultimo ha ucciso per caso lord Cavendish (Alex Macqueen), zio del ragazzo. Non scamperebbe granchè – ‘una lepre in una tana di lupi’ – se non gli si affiancasse il solitario Silas (Fassbender), uomo di poche parole e grande esperienza che però non arriva a lui per caso: sulla testa di Rose e genitore c’è una succulenta taglia da incassare.
L’idea di Silas è di farsi portare dal ragazzo a destinazione, ma gli inciampi del viaggio non sono pochi e creati soprattutto dagli altri cani alla ricerca dello stesso osso, come gli ex compari della banda di Payne (un Ben Mendelsohn addobbato a guisa di Bob Dylan sulla copertina di ‘Desire’) che sembrano una versione più sgangherata della posse di ‘Meridiano di sangue’, ma restano comunque molto pericolosi. Le difficoltà avvicinano i due sempre più fino allo scontro finale attorno alla casa dei Ross che si risolve in un terrificante macello in cui solo pochissimi sopravvivono.
Il west raccontato da Maclean – sua anche la sceneggiatura – è un mondo feroce in cui vige la legge del più forte: si spara alla gente a tradimento (gran parte delle vittime defunge colpita alla schiena) o comunque si cerca di ingannarlo il più subdolamente possibile, tipo la fregatura che Jay si fa tirare da Werner (Andre Robertt). C’è un netto contrasto tra l’armonia della natura mostrata nei campi lunghi durante il viaggio narrato con un ritmo volutamente lento e gli scoppi di violenza negli ambienti circoscritti, come lo scontro finale nella fattoria dei Ross o l’ancor più brutale sequenza del trading post: i pericoli si possono celare ovunque, si tratti di una temporale che scatena una piena improvvisa o il grano dietro il quale il Predicatore (Tony Croft) si nasconde per giocare al tiro a segno.
La fotografia dell’irlandese Robbie Ryan sottolinea tali contrasti che culminano nell’unico ambiente, tutto imbiancato, della casa di John e Rose: lì Jay viene colpito al cuore fisicamente (gli si ribalta pure il sale sulla ferita, in uno dei rari ma efficaci tocchi di humour nero) e sentimentalmente, perchè scopre che Rose non lo ha mai davvero ricambiato (‘il suo cuore era al posto sbagliato’), ma per lei riuscirà a fare un ultimo sacrificio.
Solo il finale regala un soffio di speranza – ‘la vita non è solo sopravvivenza, Jay Cavendish me l’ha insegnato’ – o quantomeno racconta l’esigenza di provare a costruire un futuro: in immagini estremamente pudiche, Silas rimasto storpio per le ferite è in casa con Rose, quasi a rendere reale il sogno del ragazzo la notte che ha preceduto il giorno decisivo.
Regia: John Maclean
Con: Kodi Smit-McPhee, Michael Fassbender, Caren Pistorius, Ben Mendelsohn

Joe R. Lansdale: “Mucho mojo”

Guarda il libro su Goodreads Se la prima puntata è centrata sul passato di Hap, avendo come motore l’affascinante ex-mogliettina del medesimo, la seconda avventura si concentra sulla famiglia di Leonard, trasferendo protagonisti, armi e bagagli nel quartiere nero della città, povero e inevitabilmente segregato tanto che Hap ha l’occasione per sperimentare una sorta di razzismo alla rovescia.
La morte dello svanito zio Chester, l’uomo che gli ha insegnato come stare al mondo, lascia all’ancora zoppicante protagonista di colore un’eredità alquanto inconsueta, fatta di buoni spesa, vecchi libri e una casa malandata. Siccome la dimora è quella in cui Leonard è in buona parte cresciuto, il duo vi si trasferisce cominciando a risistemarla: durante i lavori, una brutta sorpresa li mette sulle piste di una banda di pedofili, dimostrando che l’avo non era rimbambito come poteva apparire.
Superfluo aggiungere che il duo inizia la caccia, ricorrendo alla polizia solo proprio quando non si può evitarlo, fino a che tutto è bene quello che finisce bene: come spesso accade in Lansdale, la trama gialla non è poi così trascendentale perché si capisce ben presto l’identità del colpevole e la resa dei conti è il segmento più debole, il che conferma ancora una volta la preferenza dell’autore per il lavoro sulle situazioni e i personaggi.
La vecchia Me-Maw e la sua abitazione tappezzata di fotografie, il reverendo con la palestra per la boxe accanto alla chiesa, gli spacciatori della porta accanto, la strana coppia di poliziotti Marvin (nero) e Charlie (bianco), l’incantevole ma insidiosa avvocatesaa nera Florida: tutti sono al centro di digressioni dalle dimensioni variabili che ne disegnano con precisione le caratteristiche e solo l’ultima della lista dà l’impressione di allargarsi troppo grazie alla sua storia d’amore con Hap (a meno che la sua presenza non serva soprattutto a confermare le difficoltà dell’uomo con il sesso femminile).
Tra i ruoli di rilievo non può mancare il Texas orientale con i suoi grandi spazi strozzati dal caldo o battuti da violenti temporali che si annunciano con ore d’anticipo all’orizzonte: su tale sfondo, sovente combattendo con l’umidità, si muove un’umanità che si arrabatta per vivere fra nette distinzioni di classe e di razza che consentono uno sfogo al pessimismo di fondo dello scrittore. Si tratta comunque di una sensazione che resta in secondo piano senza inficiare la narrazione, perché Lansdale racconta con la consueta, brillante verve che costringe il lettore a voltare pagina regalandogli nel frattempo pagine di divertito umorismo che scaturiscono dai battibecchi tra i due soci e dalle mirabolanti iperboli di cui è specialista in special modo Leonard.

Shutter Island

(Shutter Island, USA 2010)

Visto dal di fuori, parrebbe un film di genere: un noir anni Cinquanta in cui due agenti con cappelli dalle larghe tese indagano su di una torbida storia dai risvolti oscuri. Ben presto, l’impressione si rivela non inesatta, ma parziale: è più corretto parlare infatti di “generi” al plurale, visto che vi si possono sommare almeno il thriller psicologico e un seppur ingannevole tocco di soprannaturale.
Scorsese mischia con abilità le carte e nobilita da par suo la narrazione riutilizzando gli elementi canonici in modo da restituire una sua visione che non sia banale: la tensione è sempre presente sottotraccia, ma l’attenzione è concentrata sul personaggio principale accrescendone via via il ruolo fino a fargli assumere la potenza di una maschera tragica difficilmente dimenticabile. Il risultato è un lavoro che può essere per molti versi considerato minore rispetto ad altri (è stato realizzato in attesa di ottenere i finanziamenti per ‘The wolf of Wall Street’), ma comunque con una propria precisa fisionomia oltre che un’indiscutibile capacità di trascinare lo spettatore malgrado il vago malessere che pervade ogni cosa.
Seguendo la sceneggiatura che Laeta Kalogridis ha tratto da un romanzo di Dennis Lehane, la macchina da presa accompagna l’arrivo dell’agente federale Teddy Daniels (DiCaprio) assieme al collega Chuck Aule (Mark Ruffalo) sull’isola del titolo, dove è sito il manicomio criminale Ashecliff Hospital: sono alla ricerca di una detenuta, colpevole di aver annegato i suoi tre figli e misteriosamente scomparsa. L’atmosfera si fa subito pesante e non contribuiscono a rasserenarla i colloqui con il direttore (Ben Kingsley) e con l’inquietante dottor Naehring (Max von Sydow): Daniels si sente al centro di un complotto, visto che non può accedere alla documentazione dei pazienti, e certo non l’aiutano i tremendi mal di testa che che si mischiano ai tormentosi flashback della ex-moglie Dolores (Michelle Williams) e di quanto visto durante la liberazione di un campo di concentramento in Europa.
Mentre una violenta tempesta si abbatte sull’isola, egli pare trovare il bandolo della matassa dopo l’incontro con la seconda Rachel (Patricia Clarkson) incentrando i suoi sospetti su ciò che accade al faro: arrivandoci scopre sì la verità, ma ben diversa da quella attesa, visto che è costituita dai suoi strazianti ricordi ambientati per contrasto in un dolce tramonto.
In questa accurata ricostruzione psicologica, il regista non lesina indizi e accenni che, visti col senno di poi, fanno intuire come stanno le cose, ma l’attenzione di chi guarda è talmente assorbita dal ritmo impresso alla vicenda che risulta davvero difficile sbrogliare sul momento l’accurato intreccio di realtà e immaginazione che sarebbe tanto piaciuto a Hitchcock.
Come tutte le narrazioni ambientate in uno spazio ristretto, l’accento sulla dimensione claustrofobica non può mancare, con la fotografia di Robert Richardson che non solo schiaccia attorno ai personaggi gli spazi chiusi, ma li opprime con il clima quando sono all’aperto sin dalla nebbiosa navigazione da Boston dell’incipit.
Se le doti scorsesiane vengono senza dubbio confermate, notevole è anche il contributo di un cast di primo piano che dà sostanza a ruoli tipici del genre (dei generi), con il solo Ruffalo tenuto un po’ in ombra dalla parte: discorso ben diverso per DiCaprio che si erge dalla cintola in su regalando a Teddy un’interpretazione stratificata e sensibile che ne conferma una volta in più la completa maturazione attoriale.
Regia: Martin Scorsese
Con: Leonardo DiCaprio, Mark Ruffalo, Ben Kingsley, Max Von Sydow, Michelle Williams

Carlo Emilio Gadda: “L’Adalgisa – Disegni milanesi”

Guarda il libro su Goodreads Riordinando le macerie di un lavoro mai finito negli anni Trenta e intitolato ‘Un fulmine sul 220’, Gadda tratteggia un’immagine, ora affettuosa ora – molto più spesso – ironica, della sua città e, soprattutto, di coloro che ci vivono prima di rivolgersi ad altri lidi – non a caso la pubblicazione avviene a Firenze dove lo scrittore si è trasferito.
La milanesità e l’ingegneria sono le caratteristiche distintive di queste pagine in cui la capitale lombarda è ricordata con un velo di rimpianto se si tratta dell’inizio Novecento (periodo legato all’infanzia dell’autore), ma con un umorismo che si fa a volte davvero feroce laddove si parla dei lustri successivi al primo conflitto mondiale. La critica che si appunta sulle mediocri abitudini della borghesia produttiva fa parere meno avulsi dalla raccolta i due episodi tratti da ‘La cognizione del dolore’: basti pensare a Gonzalo respinto dai concittadini perché in qualche modo ‘diverso’ in ‘Strane dicerie’ (di cui va segnalata almeno la spettacolare divagazioni su fulmini e parafulmini) e poi, davanti a un misero piatto di minestra, invidioso di una popolazione locale che brilla per le ricchezze e le volgarità elencate con cura in ‘Navi approdano al Parapagàl’.
L’apertura di ‘Notte di luna’ non appartiene al ‘Fulmine’ e ha la funzione di preludio: un avvio lento, a cui contribuiscono complesse scelte sintattiche e di vocabolario, si allarga morbidamente in una sorta di elaborato piano-sequenza che dagli elementi di paesaggio (naturali e non) va a stringere su di una varia umanità che, nella sera, torna dal lavoro.
I leggeri tocchi umoristici si trasformano in ben altro dal racconto successivo, col quale si comincia a penetrare nelle case della borghesia dei danée: i Cavenaghi de ‘Quando il Girolamo ha smesso…’ affrontano il trasloco e, in contemporanea, il fallimento della ditta che lucidava i parquets di casa (per mano di un Jordan Belfort dell’epoca) oltre alla gravidanza della cameriera; tra simili problemi con la servitù, i De’ Marpioni vanno a caccia dell’erede maschio dopo quattro femmine mentre donna Giulia fa impazzire i commessi dei bei negozi del centro (‘Quattro figlie ebbe e ciascuna regina’); ‘I ritagli di tempo’ dei Caviggioni trascorrono nella lettura del “Guerin Meschino”, lo studio del tedesco e la frequentazione della Biblioteca Linguistica, ma il loro atteggiamento trasuda la più assoluta superficialità.
Il tutto raccontato nel consueto procedere erratico con lunghissime parentesi che portano il narratore lontanissimo costringendolo a un precipitoso ritorno alla comunque ondivaga linea narrativa: la lingua resta complessa, intessuta dalla vasta cultura gaddiana, ma sempre vivace grazie anche alle numerosissime commistioni vernacolari che regalano un ritmo peculiare. Questo vale sia nell’altro episodio non proveniente dal romanzo originale (in ‘Claudio disimpara a vivere’ il giovanotto del titolo mette a rischio un buon matrimonio per troppa sincerità in campo ingegneristico) sia nel crescendo che si va configurando nei tre racconti conclusivi.
‘Un «concerto» di centoventi professori’ racconta il rito del concerto domenicale al quale tutti partecipano perché è bene apparire benché la musica non interessi a nessuno. Accompagnata dal nipote, ma quasi coetaneo, è qui filo conduttore Elsa Caviggioni, che doveva essere protagonista del testo primigenio prima di esserne spodestata dalla cognata Adalgisa, come si può ben vedere dai brani che seguono. ‘Al Parco, in una sera di maggio’ ha un tono più elegiaco, introducendo il ritratto, nella figura di donna Eleonora, della decaduta e rancorosa nobiltà meneghina, ma già lì, provando a rincuorare Elsa, inizia a scaldare i motori l’Adalgisa, poi formidabile motore del lungo pezzo che da lei prende il nome.
La prorompente vitalità (e fisicità) di questa figlia del popolo bottegaio che è riuscita a salire la scala sociale per mezzo delle nozze con il ‘povero Carlo’ si esprime in una veemente narrazione che va dalle esibizioni come cantante lirica nei teatri di terz’ordine all’irritazione che le dimostrano le donne della tribù in cui è entrata sposandosi: un’alluvione di ricordi che consentono a Gadda di sbrigliare al meglio la penna, raffinando ancor di più le caratteristiche della sua scrittura che ne conferma lo status di grande della letteratura italiana.
Si ride spesso, anche se in modo amaro, e ci si fa trascinare volentieri da una specie di sarabanda che dà pochi punti di riferimento, ma pure un estremo piacere di lettura a chi abbia appena la voglia di impegnarsi a districare i significati e le sensazioni che si intrecciano sulla pagina. A tal proposito, intervengono le numerose note che l’autore ha inserito al termine di ogni racconto, in gran parte a spiegazione dei termini dialettali, ma spesso anche come occasione di ulteriori, argute osservazioni e uscite dal seminato.

Jake Bugg: “On my one”

(Virgin 2016)

Il terzo disco è difficile per definizione, ma la faccenda si complica ancor di più quando si torna con i piedi sulla terra dopo un consistente assaggio di cosa significhi la fama. Le meravigliose canzoncine uniti a momenti di ennesimo nuovo Dylan dell’omonimo esordio avevano convinto molti, fra i quali Rick Rubin, ma la forse frettolosa combinazione dei due non aveva prodotto i risultati sperati in un lavoro piacevole ma con poca personalità.
Così il buon Jake ha fatto passare tre anni e riportato tutto a casa lavorando su e con se stesso come musicista, tanto che per la prima volta il faccino imbronciato non appare in copertina: il titolo è la storpiatura di ‘on my own’ in vigore nella natia Nottingham e difatti il giovanotto scrive tutto da solo oltre che suonare la maggior parte degli strumenti ritornando alle proprie radici musicali come indicato sin dalla ballata omonima che in acustico apre il disco. Il risultato lascia parecchio disorientati, perché, nel tentativo di farci stare ogni fonte di ispirazione, Bugg mette in fila una serie di brani in cui si salta di palo in frasca e non sempre gli esiti risultano a fuoco.
Dopo il recupero delle atmosfere debitrici dello Zimmerman dell’incipit – poi replicate nell’altrettanto valida Put Out The Fire e nella conclusiva Hold On You – arriva Gimme The Love che unisce rock e funk in un modo che fa venire in mente i Primal Scream: pare poco probabile, eppure funziona, unendo un buon tiro a una notevole orecchiabilità. Altrettanto non si può dire di altre repentine deviazioni, come l’esperimento rap di Ain’t No Rhyme (una specie di Beck di seconda mano) e le sonorità glam che contrassegnano Bitter Salt senza uscire dalla banalità: curioso che la stessa sorte capiti a The Love We’re Hoping For, in cui gli accenti pop-soul non riescono a compensare la debolezza complessiva, tanto è vero che le si preferiscono le sonorità anni Ottanta (dalle parti dei Simply Red) di Never Wanna Dance.
Ben diverso l’esito del rock più classico che brilla in Livin’ Up Country nonché la ballatona All That che si aggiunge alla ruffiana, ma assai efficace Love, Hope and Misery: un tris di canzoni che dimostra che, malgrado le sperimentazioni, Bugg funziona davvero nei territori da lui meglio conosciuti.
Il che porta però alla considerazione di quanto, in tanto desiderio di cambiare, manchi forse ciò che più era piaciuto del disco d’esordio, ovvero le melodie semplici, ma che non si scollano dall’orecchio trascinate da arrangiamenti diretti che paiono rifarsi al rock ‘n’ roll degli esordi: così ‘On my one’ resta un lavoro interlocutorio che si fa ascoltare con diletto malgrado gli evidenti difetti nell’attesa (o, quantomeno, nella speranza) che il suo autore ritrovi quello smalto che l’aveva fatto annoverare fra le nuove promesse più sicure.

Henry David Thoreau: “Walden – Vita nel bosco”

Guarda il libro su Goodreads Se è vero, come pare indiscutibile, che fra queste pagine siano presenti molti degli elementi costitutivi dello spirito statunitense, l’affermazione vale sia in senso positivo sia in senso negativo, quasi che Thoreau abbia riassunto in sé svariati aspetti di un Paese che ai suoi tempi, ovvero a metà del diciannovesimo secolo, era ancora abbondantemente in fieri.
Da una parte ci sono l’aspirazione a scegliersi la vita per cui si è portati, costruendo da sé il proprio futuro e la propria abitazione senza dover dipendere dagli obblighi che la società impone (e con essa lo Stato), ma immergendosi nella natura grazie a un’esistenza semplice basata sui prodotti offerti dall’ambiente circostante – nel caso le sponde del piccolo lago di cui al titolo, sito nei dintorni della natìa Concord.
Dall’altra si fanno notare un fastidioso complesso di superiorità nonché una certa tendenza a predicare bene e razzolare male. Al netto di rare eccezioni, il prossimo viene giudicato dall’alto in basso: i piccoli borghesi di paese si adagiano sulle convenzioni, i disgraziati immigrati irlandesi non sanno reagire alla miseria, l’avidità è tutta simboleggiata dal padrone di fattoria pure proveniente dall’isola verde (sia mai che si tratti di uno del posto…). Eppure, la scelta dell’autore è meno radicale di quanto voglia far pensare: il terreno su cui si stabilisce è dell’amico Emerson, il villaggio resta a poche miglia e il nostro ci torna spesso, un continuo via vai di passanti gli fa visita lasciandogli talvolta del cibo, poco distante passa addirittura la ferrovia.
L’impressione ambivalente nasce ben presto e accompagna l’intera esperienza in compagnia di un libro di non immediato fascino, lineare nell’idea di base ma multiforme nell’impalcatura che lo sostiene; in aggiunta, la prosa di Thoreau tende all’accumulo e all’intarsio, costringendo il lettore a muoversi con circospezione, sia che a scrivere sia il filosofo che illustra una filosofia di vita, sia che entri in scena il naturalista attento a ogni minimo evento che accade attorno alla sua capanna.
Nella prima circostanza, il crescendo che scaturisce dall’infervorarsi dello scrittore su di un argomento finisce per trascinare e sorprendere magari con le istanze proto-ecologiste mirate alla rinuncia degli orpelli inutili che possono paralizzare lo slancio vitale, ma anche con un incantevole capitolo dedicato al piacere e al valore della lettura. Il secondo aspetto regala invece dei documentari in miniatura sull’ecosistema lacustre, con un attenta descrizione della flora e della fauna illustrate da passaggi a volte meravigliosi, basti l’esempio quello degli scoiattoli sulla neve.
Lo scarto tra l’oservazione accurata e la pedanteria è però breve, come ben testimonia la sezione sulla misurazione della profondità del lago che pare interminabile: sono momenti che comunque servono, assieme alla ripresa di una scrupolosa contabilità – ci si riferisca alla costruzione della casa o al raccolto dei fagioli – a rafforzare quella sensazione di concretezza che controbilancia con costanza l’attitudine idealistica e sognatrice.

Georges Simenon: “Il defunto signor Gallet”

Un commesso viaggiatore viene raggiunto allo stesso tempo da un colpo di rivoltella sparato da sei metri e da una coltellata sferrata a distanza ravvicinata. Il delitto da stanza (semi)chiusa costringe Maigret a trasferirsi in un albergo sulla Loira in quel di Sancerre, ma, più di tutto, consente a Simenon uno di quegli esercizi di pessimismo sulla natura umana che gli riescono così bene.
Nella terza investigazione del commissario parigino non ce n’è per nessuno, visto che il defunto si rivela essere un piccolo truffatore, ma alla lunga tutti gli altri finiscono per dimostrarsi pure peggiori, tra piccola nobiltà decaduta, i consueti borghesi contraddistinti da ipocrisia e avidità, la gente del popolo interessata comunque al puro guadagno a partire dall’untuoso albergatore: i numerosi personaggi sono caratterizzati con pochi tratti che, sottolineati con perizia, li rendono subito riconoscibili anche quando secondari, come i due poliziotti locali.
L’antipatia che prova Maigret è in maniera evidente quella del suo autore e l’ombra grigia non risparmia neppure le ambientazioni, tanto che è difficile dire se è peggio il triste e quasi disabitato inizio di lottizzazione in cui vivono i Gallet o la villeggiatura a poco prezzo sulle rive del grande fiume.
All’interno della plumbea atmosfera del romanzo, il commissario si muove secondo il suo non-metodo, radunando in un processo all’apparenza casuale gli indizi e le impressioni da cui riesce solo a fatica a ricavare il quadro generale in una conclusione dalla costruzione complessa (nonché inattesa), ma alla quale si giunge con una notevole fluidità guidati dai dialoghi serrati che, specie nella seconda parte, prendono il sopravvento sulla narrazione.
Il profilo del protagonista comincia ormai a delinearsi con decisione, seppure lontano dal Quay de Orfévres e dalla sua casa a cui sono riservati appena una scena ciascuno, grazie a qualche asperità che si arrotonda e, in particolar modo, alla scelta che deve compiere nell’ultimo capitolo.

Saxon: “Strong arm of the law”

(Carrère 1980)

Inseriti nella New Wave of British Heavy Metal che ha caratterizzato gli anni a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta, i Saxon suonano in qualche modo più eterogenei della media della categoria, almeno alle orecchie di un non adepto come il sottoscritto. Ho frequentato parecchio simili sonorità nella prima adolescenza per poi abbandonarle in blocco: il nuovo incontro, casuale e un po’ nostalgico, mi dà la sensazione che il gruppo fosse meno allineato e coperto di molti suoi pari (Iron Maiden in primis) e perciò più disponibile a contaminarsi con influenze esterne, seppur confinanti.
Insomma, l’impressione è che i cinque non si prendessero troppo sul serio (a partire dal candido cappellino che copriva la pelata del chitarrista Paul Quinn) facendo propria una certa attitudine da pub-rock (Sixth Form Girls lo è fin dal titolo) mischiata con feroci eccessi di velocità che fanno pensare subito ai Mötoröhead (To Hell and Back Again oppure la frenetica 20.000 Ft). Se si tiene conto poi che i virtuosismi sono abbastanza limitati e che l’assolo che contrassegna l’insolitamente politica Dallas 1 PM – dedicata. ovviamente, all’assasinio di Kennedy – è di una pulizia esemplare, più che al marchio metallico viene da associarli a un più generico hard-rock che in Hungry Years giunge a sfoggiare più espliciti accenti blues.
Detto questo, l’etichetta di cui all’inizio non è certo campata in aria, visto che gli elementi costitutivi del genere ci sono tutti, inclusa la brutta copertina con quella sorta di medaglia al valore coronata: l’impatto frontale, il massimo volume, gli stacchi cronometrici (Pete Gill alla batteria, Steve Dawson al basso, Graham Olivier l’altra chitarra), le corde vocali di Biff Byford quasi sempre al limite e un po’ tutto l’immaginario maschile, bianco e dopato di testosterone. Non mancano gli inni da cantare a squarciagola sotto al palco, ovvero l’apertura Heavy Metal Thunder, che prende il via con un temporale pallida rimembranza di quello di Black Sabbath, e, soprattutto, il brano eponimo che rievoca una scomoda avventura con un poliziotto statunitense fino a un ritornello di facile memorizzazione.
Il risultato complessivo non è trascendentale, né fondamentale, ma è difficile negare che questi quaranta minuti scarsi senza togliere il piede dall’acceleratore – la mancanza della consueta ballatona è un ulteriore aspetto positivo – non annoino riuscendo sovente a risultare divertenti.

Marcello Fois: “Luce perfetta”

Luce perfetta La terza e conclusiva puntata della saga con protagonista la famiglia Chironi prosegue lo scivolamento dall’epica alla cronaca già profilatosi all’orizzonte durante l’episodio centrale e, pur rimanendo una lettura che sa appassionare, dà l’impressione di un finale in calando.
La scrittura dell’autore, nella quale le metafore giocano un ruolo fondamentale, avvolge come di consueto restituendo appieno l’ambiente vorace a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, ma l’unurbamento in una Nuoro che ha ormai completato il passaggio da paesone a città finisce per comprimere la componente naturale di una Sardegna selvaggia che riesce a farsi largo soltanto a tratti sopravvivendo in particolare nelle condizioni atmosferiche che si intrecciano con il percorso dei personaggi.
Quest’ultimo è raccontato con un andamento non regolare, con un corposo flash-forward iniziale e poi inserendo una serie di flash-back per gli indispensabili collegamenti con gli altri volumi; l’elemento sovrannaturale ha uno spazio di nuovo limitato, riducendosi solo quasi alla dimensione onirica, a testimoniare forse che la materialità dei tempi nuovi finisca per scacciare la magia in via definitiva. In modo analogo, mentre nei romanzi precedenti era il fato – una sfiga dalla mira infallibile, a dire il vero – a scatenare la tragedia, qui essa ha origine senza eccezioni per mano dell’uomo scatenando un classico meccanismo di delitto e castigo.
Cristian è il rampollo rimasto dei Chironi, orfano dalla nascita di Vincenzo e dall’adolescenza della madre, e si innamora – ricambiato – di Maddalena, ragazza del suo miglior amico, Domenico: quando il primo scompare – lasciando, come da tradizione familiare, un pugno di cellule che diventerà suo figlio – e se ne va anche Marianna, l’ultima della stirpe, al centro della scena si pone la famiglia del secondo, i Guiso, che si sono arricchiti con le speculazioni edilizie. Nelle loro traversie, l’attaccamento alla ‘roba’ rinforza i legami con i Malavoglia, ma i capitoli conclusivi regalano un ribaltamento inatteso che mette ogni evento in una diversa prospettiva: si tratta però di una svolta un po’ troppo brusca che fatica a integrarsi del tutto con la più corposa parte che l’ha preceduta, sebbene l’ ‘inquadratura’ finale di Maddalena sia un’immagine che si stampa con forza nella memoria.
Oltre ai dubbi sollevati dagli ultimi avvenimenti narrati, si possono individuare ulteriori momenti non essenziali (il masochismo di Domenico) o poco giustificati se non poco riusciti (la vocazione) tanto da far pensare che il lettore occasionale, incappato in queste trecento facciate ignorando il resto della trilogia, ne uscirebbe assai meno soddisfatto di chi ha invece una visione d’insieme e, soprattutto, vuol sapere come va a finire.
Malgrado qualche difetto, ‘Luce perfetta’ resta un libro che vale ampiamente la pena di affrontare grazie alla capacità dello scrittore di costruire un mondo in cui è inevitabile immergersi a tal punto che a volte risulta difficoltoso abbandonare le atmosfere che si sono andate creando con il volgere delle pagine: sensazione che spinge a considerare che, se i Chironi fossero stati raccontati con un solo volumone anziché con tre romanzi distinti, la loro epopea sarebbe stata davvero indimenticabile.