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Carlo Emilio Gadda: “L’Adalgisa – Disegni milanesi”

Guarda il libro su Goodreads Riordinando le macerie di un lavoro mai finito negli anni Trenta e intitolato ‘Un fulmine sul 220’, Gadda tratteggia un’immagine, ora affettuosa ora – molto più spesso – ironica, della sua città e, soprattutto, di coloro che ci vivono prima di rivolgersi ad altri lidi – non a caso la pubblicazione avviene a Firenze dove lo scrittore si è trasferito.
La milanesità e l’ingegneria sono le caratteristiche distintive di queste pagine in cui la capitale lombarda è ricordata con un velo di rimpianto se si tratta dell’inizio Novecento (periodo legato all’infanzia dell’autore), ma con un umorismo che si fa a volte davvero feroce laddove si parla dei lustri successivi al primo conflitto mondiale. La critica che si appunta sulle mediocri abitudini della borghesia produttiva fa parere meno avulsi dalla raccolta i due episodi tratti da ‘La cognizione del dolore’: basti pensare a Gonzalo respinto dai concittadini perché in qualche modo ‘diverso’ in ‘Strane dicerie’ (di cui va segnalata almeno la spettacolare divagazioni su fulmini e parafulmini) e poi, davanti a un misero piatto di minestra, invidioso di una popolazione locale che brilla per le ricchezze e le volgarità elencate con cura in ‘Navi approdano al Parapagàl’.
L’apertura di ‘Notte di luna’ non appartiene al ‘Fulmine’ e ha la funzione di preludio: un avvio lento, a cui contribuiscono complesse scelte sintattiche e di vocabolario, si allarga morbidamente in una sorta di elaborato piano-sequenza che dagli elementi di paesaggio (naturali e non) va a stringere su di una varia umanità che, nella sera, torna dal lavoro.
I leggeri tocchi umoristici si trasformano in ben altro dal racconto successivo, col quale si comincia a penetrare nelle case della borghesia dei danée: i Cavenaghi de ‘Quando il Girolamo ha smesso…’ affrontano il trasloco e, in contemporanea, il fallimento della ditta che lucidava i parquets di casa (per mano di un Jordan Belfort dell’epoca) oltre alla gravidanza della cameriera; tra simili problemi con la servitù, i De’ Marpioni vanno a caccia dell’erede maschio dopo quattro femmine mentre donna Giulia fa impazzire i commessi dei bei negozi del centro (‘Quattro figlie ebbe e ciascuna regina’); ‘I ritagli di tempo’ dei Caviggioni trascorrono nella lettura del “Guerin Meschino”, lo studio del tedesco e la frequentazione della Biblioteca Linguistica, ma il loro atteggiamento trasuda la più assoluta superficialità.
Il tutto raccontato nel consueto procedere erratico con lunghissime parentesi che portano il narratore lontanissimo costringendolo a un precipitoso ritorno alla comunque ondivaga linea narrativa: la lingua resta complessa, intessuta dalla vasta cultura gaddiana, ma sempre vivace grazie anche alle numerosissime commistioni vernacolari che regalano un ritmo peculiare. Questo vale sia nell’altro episodio non proveniente dal romanzo originale (in ‘Claudio disimpara a vivere’ il giovanotto del titolo mette a rischio un buon matrimonio per troppa sincerità in campo ingegneristico) sia nel crescendo che si va configurando nei tre racconti conclusivi.
‘Un «concerto» di centoventi professori’ racconta il rito del concerto domenicale al quale tutti partecipano perché è bene apparire benché la musica non interessi a nessuno. Accompagnata dal nipote, ma quasi coetaneo, è qui filo conduttore Elsa Caviggioni, che doveva essere protagonista del testo primigenio prima di esserne spodestata dalla cognata Adalgisa, come si può ben vedere dai brani che seguono. ‘Al Parco, in una sera di maggio’ ha un tono più elegiaco, introducendo il ritratto, nella figura di donna Eleonora, della decaduta e rancorosa nobiltà meneghina, ma già lì, provando a rincuorare Elsa, inizia a scaldare i motori l’Adalgisa, poi formidabile motore del lungo pezzo che da lei prende il nome.
La prorompente vitalità (e fisicità) di questa figlia del popolo bottegaio che è riuscita a salire la scala sociale per mezzo delle nozze con il ‘povero Carlo’ si esprime in una veemente narrazione che va dalle esibizioni come cantante lirica nei teatri di terz’ordine all’irritazione che le dimostrano le donne della tribù in cui è entrata sposandosi: un’alluvione di ricordi che consentono a Gadda di sbrigliare al meglio la penna, raffinando ancor di più le caratteristiche della sua scrittura che ne conferma lo status di grande della letteratura italiana.
Si ride spesso, anche se in modo amaro, e ci si fa trascinare volentieri da una specie di sarabanda che dà pochi punti di riferimento, ma pure un estremo piacere di lettura a chi abbia appena la voglia di impegnarsi a districare i significati e le sensazioni che si intrecciano sulla pagina. A tal proposito, intervengono le numerose note che l’autore ha inserito al termine di ogni racconto, in gran parte a spiegazione dei termini dialettali, ma spesso anche come occasione di ulteriori, argute osservazioni e uscite dal seminato.

Jake Bugg: “On my one”

(Virgin 2016)

Il terzo disco è difficile per definizione, ma la faccenda si complica ancor di più quando si torna con i piedi sulla terra dopo un consistente assaggio di cosa significhi la fama. Le meravigliose canzoncine uniti a momenti di ennesimo nuovo Dylan dell’omonimo esordio avevano convinto molti, fra i quali Rick Rubin, ma la forse frettolosa combinazione dei due non aveva prodotto i risultati sperati in un lavoro piacevole ma con poca personalità.
Così il buon Jake ha fatto passare tre anni e riportato tutto a casa lavorando su e con se stesso come musicista, tanto che per la prima volta il faccino imbronciato non appare in copertina: il titolo è la storpiatura di ‘on my own’ in vigore nella natia Nottingham e difatti il giovanotto scrive tutto da solo oltre che suonare la maggior parte degli strumenti ritornando alle proprie radici musicali come indicato sin dalla ballata omonima che in acustico apre il disco. Il risultato lascia parecchio disorientati, perché, nel tentativo di farci stare ogni fonte di ispirazione, Bugg mette in fila una serie di brani in cui si salta di palo in frasca e non sempre gli esiti risultano a fuoco.
Dopo il recupero delle atmosfere debitrici dello Zimmerman dell’incipit – poi replicate nell’altrettanto valida Put Out The Fire e nella conclusiva Hold On You – arriva Gimme The Love che unisce rock e funk in un modo che fa venire in mente i Primal Scream: pare poco probabile, eppure funziona, unendo un buon tiro a una notevole orecchiabilità. Altrettanto non si può dire di altre repentine deviazioni, come l’esperimento rap di Ain’t No Rhyme (una specie di Beck di seconda mano) e le sonorità glam che contrassegnano Bitter Salt senza uscire dalla banalità: curioso che la stessa sorte capiti a The Love We’re Hoping For, in cui gli accenti pop-soul non riescono a compensare la debolezza complessiva, tanto è vero che le si preferiscono le sonorità anni Ottanta (dalle parti dei Simply Red) di Never Wanna Dance.
Ben diverso l’esito del rock più classico che brilla in Livin’ Up Country nonché la ballatona All That che si aggiunge alla ruffiana, ma assai efficace Love, Hope and Misery: un tris di canzoni che dimostra che, malgrado le sperimentazioni, Bugg funziona davvero nei territori da lui meglio conosciuti.
Il che porta però alla considerazione di quanto, in tanto desiderio di cambiare, manchi forse ciò che più era piaciuto del disco d’esordio, ovvero le melodie semplici, ma che non si scollano dall’orecchio trascinate da arrangiamenti diretti che paiono rifarsi al rock ‘n’ roll degli esordi: così ‘On my one’ resta un lavoro interlocutorio che si fa ascoltare con diletto malgrado gli evidenti difetti nell’attesa (o, quantomeno, nella speranza) che il suo autore ritrovi quello smalto che l’aveva fatto annoverare fra le nuove promesse più sicure.

Henry David Thoreau: “Walden – Vita nel bosco”

Guarda il libro su Goodreads Se è vero, come pare indiscutibile, che fra queste pagine siano presenti molti degli elementi costitutivi dello spirito statunitense, l’affermazione vale sia in senso positivo sia in senso negativo, quasi che Thoreau abbia riassunto in sé svariati aspetti di un Paese che ai suoi tempi, ovvero a metà del diciannovesimo secolo, era ancora abbondantemente in fieri.
Da una parte ci sono l’aspirazione a scegliersi la vita per cui si è portati, costruendo da sé il proprio futuro e la propria abitazione senza dover dipendere dagli obblighi che la società impone (e con essa lo Stato), ma immergendosi nella natura grazie a un’esistenza semplice basata sui prodotti offerti dall’ambiente circostante – nel caso le sponde del piccolo lago di cui al titolo, sito nei dintorni della natìa Concord.
Dall’altra si fanno notare un fastidioso complesso di superiorità nonché una certa tendenza a predicare bene e razzolare male. Al netto di rare eccezioni, il prossimo viene giudicato dall’alto in basso: i piccoli borghesi di paese si adagiano sulle convenzioni, i disgraziati immigrati irlandesi non sanno reagire alla miseria, l’avidità è tutta simboleggiata dal padrone di fattoria pure proveniente dall’isola verde (sia mai che si tratti di uno del posto…). Eppure, la scelta dell’autore è meno radicale di quanto voglia far pensare: il terreno su cui si stabilisce è dell’amico Emerson, il villaggio resta a poche miglia e il nostro ci torna spesso, un continuo via vai di passanti gli fa visita lasciandogli talvolta del cibo, poco distante passa addirittura la ferrovia.
L’impressione ambivalente nasce ben presto e accompagna l’intera esperienza in compagnia di un libro di non immediato fascino, lineare nell’idea di base ma multiforme nell’impalcatura che lo sostiene; in aggiunta, la prosa di Thoreau tende all’accumulo e all’intarsio, costringendo il lettore a muoversi con circospezione, sia che a scrivere sia il filosofo che illustra una filosofia di vita, sia che entri in scena il naturalista attento a ogni minimo evento che accade attorno alla sua capanna.
Nella prima circostanza, il crescendo che scaturisce dall’infervorarsi dello scrittore su di un argomento finisce per trascinare e sorprendere magari con le istanze proto-ecologiste mirate alla rinuncia degli orpelli inutili che possono paralizzare lo slancio vitale, ma anche con un incantevole capitolo dedicato al piacere e al valore della lettura. Il secondo aspetto regala invece dei documentari in miniatura sull’ecosistema lacustre, con un attenta descrizione della flora e della fauna illustrate da passaggi a volte meravigliosi, basti l’esempio quello degli scoiattoli sulla neve.
Lo scarto tra l’oservazione accurata e la pedanteria è però breve, come ben testimonia la sezione sulla misurazione della profondità del lago che pare interminabile: sono momenti che comunque servono, assieme alla ripresa di una scrupolosa contabilità – ci si riferisca alla costruzione della casa o al raccolto dei fagioli – a rafforzare quella sensazione di concretezza che controbilancia con costanza l’attitudine idealistica e sognatrice.

Georges Simenon: “Il defunto signor Gallet”

Un commesso viaggiatore viene raggiunto allo stesso tempo da un colpo di rivoltella sparato da sei metri e da una coltellata sferrata a distanza ravvicinata. Il delitto da stanza (semi)chiusa costringe Maigret a trasferirsi in un albergo sulla Loira in quel di Sancerre, ma, più di tutto, consente a Simenon uno di quegli esercizi di pessimismo sulla natura umana che gli riescono così bene.
Nella terza investigazione del commissario parigino non ce n’è per nessuno, visto che il defunto si rivela essere un piccolo truffatore, ma alla lunga tutti gli altri finiscono per dimostrarsi pure peggiori, tra piccola nobiltà decaduta, i consueti borghesi contraddistinti da ipocrisia e avidità, la gente del popolo interessata comunque al puro guadagno a partire dall’untuoso albergatore: i numerosi personaggi sono caratterizzati con pochi tratti che, sottolineati con perizia, li rendono subito riconoscibili anche quando secondari, come i due poliziotti locali.
L’antipatia che prova Maigret è in maniera evidente quella del suo autore e l’ombra grigia non risparmia neppure le ambientazioni, tanto che è difficile dire se è peggio il triste e quasi disabitato inizio di lottizzazione in cui vivono i Gallet o la villeggiatura a poco prezzo sulle rive del grande fiume.
All’interno della plumbea atmosfera del romanzo, il commissario si muove secondo il suo non-metodo, radunando in un processo all’apparenza casuale gli indizi e le impressioni da cui riesce solo a fatica a ricavare il quadro generale in una conclusione dalla costruzione complessa (nonché inattesa), ma alla quale si giunge con una notevole fluidità guidati dai dialoghi serrati che, specie nella seconda parte, prendono il sopravvento sulla narrazione.
Il profilo del protagonista comincia ormai a delinearsi con decisione, seppure lontano dal Quay de Orfévres e dalla sua casa a cui sono riservati appena una scena ciascuno, grazie a qualche asperità che si arrotonda e, in particolar modo, alla scelta che deve compiere nell’ultimo capitolo.

Saxon: “Strong arm of the law”

(Carrère 1980)

Inseriti nella New Wave of British Heavy Metal che ha caratterizzato gli anni a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta, i Saxon suonano in qualche modo più eterogenei della media della categoria, almeno alle orecchie di un non adepto come il sottoscritto. Ho frequentato parecchio simili sonorità nella prima adolescenza per poi abbandonarle in blocco: il nuovo incontro, casuale e un po’ nostalgico, mi dà la sensazione che il gruppo fosse meno allineato e coperto di molti suoi pari (Iron Maiden in primis) e perciò più disponibile a contaminarsi con influenze esterne, seppur confinanti.
Insomma, l’impressione è che i cinque non si prendessero troppo sul serio (a partire dal candido cappellino che copriva la pelata del chitarrista Paul Quinn) facendo propria una certa attitudine da pub-rock (Sixth Form Girls lo è fin dal titolo) mischiata con feroci eccessi di velocità che fanno pensare subito ai Mötoröhead (To Hell and Back Again oppure la frenetica 20.000 Ft). Se si tiene conto poi che i virtuosismi sono abbastanza limitati e che l’assolo che contrassegna l’insolitamente politica Dallas 1 PM – dedicata. ovviamente, all’assasinio di Kennedy – è di una pulizia esemplare, più che al marchio metallico viene da associarli a un più generico hard-rock che in Hungry Years giunge a sfoggiare più espliciti accenti blues.
Detto questo, l’etichetta di cui all’inizio non è certo campata in aria, visto che gli elementi costitutivi del genere ci sono tutti, inclusa la brutta copertina con quella sorta di medaglia al valore coronata: l’impatto frontale, il massimo volume, gli stacchi cronometrici (Pete Gill alla batteria, Steve Dawson al basso, Graham Olivier l’altra chitarra), le corde vocali di Biff Byford quasi sempre al limite e un po’ tutto l’immaginario maschile, bianco e dopato di testosterone. Non mancano gli inni da cantare a squarciagola sotto al palco, ovvero l’apertura Heavy Metal Thunder, che prende il via con un temporale pallida rimembranza di quello di Black Sabbath, e, soprattutto, il brano eponimo che rievoca una scomoda avventura con un poliziotto statunitense fino a un ritornello di facile memorizzazione.
Il risultato complessivo non è trascendentale, né fondamentale, ma è difficile negare che questi quaranta minuti scarsi senza togliere il piede dall’acceleratore – la mancanza della consueta ballatona è un ulteriore aspetto positivo – non annoino riuscendo sovente a risultare divertenti.

Marcello Fois: “Luce perfetta”

Luce perfetta La terza e conclusiva puntata della saga con protagonista la famiglia Chironi prosegue lo scivolamento dall’epica alla cronaca già profilatosi all’orizzonte durante l’episodio centrale e, pur rimanendo una lettura che sa appassionare, dà l’impressione di un finale in calando.
La scrittura dell’autore, nella quale le metafore giocano un ruolo fondamentale, avvolge come di consueto restituendo appieno l’ambiente vorace a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, ma l’unurbamento in una Nuoro che ha ormai completato il passaggio da paesone a città finisce per comprimere la componente naturale di una Sardegna selvaggia che riesce a farsi largo soltanto a tratti sopravvivendo in particolare nelle condizioni atmosferiche che si intrecciano con il percorso dei personaggi.
Quest’ultimo è raccontato con un andamento non regolare, con un corposo flash-forward iniziale e poi inserendo una serie di flash-back per gli indispensabili collegamenti con gli altri volumi; l’elemento sovrannaturale ha uno spazio di nuovo limitato, riducendosi solo quasi alla dimensione onirica, a testimoniare forse che la materialità dei tempi nuovi finisca per scacciare la magia in via definitiva. In modo analogo, mentre nei romanzi precedenti era il fato – una sfiga dalla mira infallibile, a dire il vero – a scatenare la tragedia, qui essa ha origine senza eccezioni per mano dell’uomo scatenando un classico meccanismo di delitto e castigo.
Cristian è il rampollo rimasto dei Chironi, orfano dalla nascita di Vincenzo e dall’adolescenza della madre, e si innamora – ricambiato – di Maddalena, ragazza del suo miglior amico, Domenico: quando il primo scompare – lasciando, come da tradizione familiare, un pugno di cellule che diventerà suo figlio – e se ne va anche Marianna, l’ultima della stirpe, al centro della scena si pone la famiglia del secondo, i Guiso, che si sono arricchiti con le speculazioni edilizie. Nelle loro traversie, l’attaccamento alla ‘roba’ rinforza i legami con i Malavoglia, ma i capitoli conclusivi regalano un ribaltamento inatteso che mette ogni evento in una diversa prospettiva: si tratta però di una svolta un po’ troppo brusca che fatica a integrarsi del tutto con la più corposa parte che l’ha preceduta, sebbene l’ ‘inquadratura’ finale di Maddalena sia un’immagine che si stampa con forza nella memoria.
Oltre ai dubbi sollevati dagli ultimi avvenimenti narrati, si possono individuare ulteriori momenti non essenziali (il masochismo di Domenico) o poco giustificati se non poco riusciti (la vocazione) tanto da far pensare che il lettore occasionale, incappato in queste trecento facciate ignorando il resto della trilogia, ne uscirebbe assai meno soddisfatto di chi ha invece una visione d’insieme e, soprattutto, vuol sapere come va a finire.
Malgrado qualche difetto, ‘Luce perfetta’ resta un libro che vale ampiamente la pena di affrontare grazie alla capacità dello scrittore di costruire un mondo in cui è inevitabile immergersi a tal punto che a volte risulta difficoltoso abbandonare le atmosfere che si sono andate creando con il volgere delle pagine: sensazione che spinge a considerare che, se i Chironi fossero stati raccontati con un solo volumone anziché con tre romanzi distinti, la loro epopea sarebbe stata davvero indimenticabile.

In concerto – Alberto Fortis

30 settembre 2017 – Monticelli d’Ongina, cortile di Palazzo Archieri.

Se si eccettua l’indifendibile neologismo ‘Festivaglio’, è innegabile che la fiera ottobrina di quest’anno abbia messo in mostra un’imprevista vivacità della quale la presenza di Alberto Fortis è forse la più inattesa testimonianza. La vivacità suddetta risulta pure troppa – l’assurda contemporaneità costringe a rinunciare al punk celtico delle Mosche di Velluto Grigio in Piazza della Rocca – ma il nome in ballo e il recupero del bello spazio offerto dal cortile di Palazzo Archieri costituiscono un’occasione da cogliere e infatti il pubblico accorre in discreto numero per un evento di questo tipo.
Il luogo affascina sia il cantautore, sia il Quartetto Bazzini che funge da introduzione. L’ensemble guidato dal violoncellista cremonese Fausto Solci che si affianca ai violini di Lino Megni e Daniela Sangalli nonché alla viola di Marta Pizio – tutti musicisti bresciani – accantona il consueto repertorio classico, con la parziale eccezione della mozartiana Eine Kleine Nachtmusik, per proporre un breve excursus fatto di colonne sonore, da John Williams (‘Guerre stellari’) a Nicola Piovani (‘La vita è bella’) per finire con Jóhann Jóhannsson (‘La teoria del tutto’) offrendo una quarantina di minuti ben suonati e di facile ascolto.
L’attrazione principale sale sulla scena con mirabile puntualità alle dieci di sera: sfoggiando un paio di alate scarpette da Mercurio, si siede dietro al pianoforte a coda che occupa la quasi totalità del piccolo palco per uno spettacolo solista (ma piacerebbe risentirlo con la band, come da lui stesso auspicato) che supera l’ora e mezza dosando con cura nuove composizioni e vecchi successi. A parte la scarsa efficacia del sound&vision, visto che i filmati che accompagnano molti dei brani vengono proiettati su di un malandato muro laterale, l’unico appunto che si può fare è l’eccessivo volume dedicato all’amplificazione dello strumento: alle volte la voce si perde mentre l’incedere un po’ enfatico evoca in alcuni passaggi Roy Bittan e fa temere che Fortis stia per mettersi a strillare ‘aloningiangolleeeend…’.
I titoli altrui in programma sono invece ben diversi, ovvero Little Wing e, soprattutto, One che finisce per fondersi con Settembre in cui il musicista si sforza di ricreare con la tastiera il coinvolgente souleggiare che i cori regalano all’originale. Milano E Vincenzo è seconda in scaletta, come se l’autore volesse liberarsene subito per dare importanza a canzoni a cui tiene maggiormente: mostrano diverso spessore e di conseguenza più profonde vibrazioni La Neña del Salvador, una Marylin riadattata al momento politico a stelle e strisce, Fragole Infinite a testimonianza dell’esperienza londinese (e qui ci scappa un po’ di civetteria, per la serie ‘io ho lavorato con George Martin’) e quella bellissima dedica a Milano che è Il Duomo Di Notte.
Al confronto con le vecchie cose, i pezzi ripresi dal nuovo ep uscito questa primavera paiono più legati agli schemi del cantautorato melodico all’italiana tralasciando quello sguardo obliquo che è stato a lungo cifra distintiva del Fortis di qualche lustro fa: Do l’Anima serve a rievocare gli esordi e il legame con Vecchioni, la più brillante Infinità Infinita è accompagnata dal video girato sui Floating Piers di Christo con Cino Tortorella, l’appassionata Con Te apre i bis conclusi su toni ancora più intimi con La Sedia di Lillà.

Hunger

(Hunger, Gbr 2008)

Il primo lungometraggio dell’inglese McQueen è uscito in Italia con quasi un lustro di ritardo, sull’onda del riconoscimento internazionale raggiunto con ‘Shame’ e appena prima del successo di ’12 anni schiavo’, nonché grazie alla crescente aura carismatica di Fassbender. Eppure a Cannes il film è stato adeguatamente premiato (nella sezione ‘Un certain régard’) e mette in mostra un talento genuino che sfrutta l’abilità di narrare con uno sguardo, derivatagli dal mondo pubblicitario da cui proviene, riuscendone comunque a evitare la superficialità e la ricerca del semplice effetto.
Il rischio ci sarebbe, con la messa in scena della violenza e quella dell’inedia passibili di scadere in un certo voyeurismo: invece la rappresentazione che ne scaturisce è forte, brutale e, proprio per questo, di una bellezza che lascia il segno. McQueen rievoca la morte per fame di Bobby Sands e dei suoi otto compari nel terribile carcere di Maze all’inizio degli anni Ottanta, ma, nello stesso tempo, offre una lucida disamina del potere e della sua capacità di schiacciare l’individuo.
In un’Irlanda dal cielo livido o negli squallidi ambienti della prigione, tale oppressione tende ad annientare alcune guardie, come il secondino Lohan (Stuart Graham) e i detenuti, narrati attraverso l’internamento del giovane Gerry (Liam McMahon): il rifiuto dell’autorità costituita di questi ultimi – che si esplica nel rigetto della divisa carceraria, il che li costringe a vivere riparati solo da qualche malandata coperta – è una ben debole resistenza rispetto alla ferocia di chi ne nega i più elementari diritti. L’accusa di terrorismo non può giustificarne il trattamento che, accompagnato dalle gelide parole di Margaret Thatcher, punta dritto all’umiliazione con una barbarie che parrebbe inconcepibile nel Regno Unito del tardo Ventesimo secolo: le immagini di Sean Bobbitt lasciano sovente lo spettatore a boccheggiare, preparandolo a una seconda parte che regala malessere per sottrazione anziché per accumulo.
Entra in scena Sands (Michael Fassbender) che, tra silenzi, sguardi assorti e sigarette, rende nota l’intennzione dello sciopero della fame e resiste a chiunque provi a convincerlo del contrario, dai suoi dolenti genitori (Helen Madden e Des McAleer) a padre Moran (Liam Cunningham): è proprio sul dialogo con il religioso che si incentra la mirabile cesura tra le due parti sopra accennate. McQueen gira con la macchina fissa un’unica, iconica sequenza di oltre diciassette minuti in cui i due uomini sono ripresi ne parlatorio di Maze: il religioso prova ogni sorta di argomentazione di umanità o di fede, ma va a sbattere contro un muro, come se il fumo del tabacco in cui Sands si immerge un mozzicone dopo l’altro gli servisse per respingere qualsiasi invito a essere meno tetragono riguardo alla propria decisione (‘tu lo chiami suicidio, io omicidio’).
La reazione è invece uguale e contraria, con il protagonista che persegue con sempre maggiore insistenza il proprio annullamento in scene che ne accompagnano il decadimento fisico avvolgendolo nel silenzio spezzato da pochissime frasi in aggiunta a quelle sprezzanti del Primo Ministro e da un certo numero di sparsi rumori. Fassbender ne rappresenta la parabola con un’intensità e una partecipazione che gli sono costate non poco a livello fisico (l’attore stato seguito sul set da uno staff medico) facendone non tanto un martire quanto il simbolo dell’estrema ripulsa per una situazione inumana che solo il gesto definitivo suo e dei suoi compagni ha portato davvero all’attenzione del mondo.
Regia: Steve McQueen
Con: Michael Fassbender, Liam Cunningham, Stuart Graham, Liam McMahon, Rory Mullen

Jorge Luis Borges: “Finzioni”

Finzioni Penetrare nell’universo di Borges è allo stesso tempo affascinante e complicato, benché non sia una scusante per aver atteso così tanto. La profonda cultura che lo scrittore argentino riversa nella sua scrittura richiede un supplemento di attenzione per cercare di cogliere il maggior numero si sfumature (di tutte non se ne parla neppure), ma al contempo ci si abbandona con estremo piacere alla dimensione fantastica che si va costruendo riga dopo riga.
Il libro è l’unione di due raccolte di scritti brevi uscite in precedenza riunendo lavori pubblicati perlopiù su riviste: entrambe sono precedute da un prologo dell’autore che si incarica di suggerire alcune chiavi di lettura. La prima, intitolata ‘Il giardino dei sentieri che si biforcano’, mette in mostra una componente immaginaria più spiccata che è di notevole importanza pure nel brano a struttura più classica, quel ‘Le rovine circolari’ che pare ispirarsi alla spiritualità orientale nel narrare il potere del sogno e la capacità dell’uomo di ricrearsi fisicamente durante il medesimo. Ci sono poi le variazioni letterarie, a partire dalle argute ramificazioni di ‘Tlön, Uqbar, Orbis Tertius’ in cui si immagina un gruppo di studiosi che scrive un’enciclopedia su di una società immaginata: non da meno è l’accoppiata ‘Pierre Menard, autore del Chisciotte’ e ‘Esame dell’opera di Herbert Quain’ con la geniale sfida del primo (riscrivere il capolavoro di Cervantes identica ma se come fosse nuova) che si fa preferire di un nulla alla labirintica elaborazione del romanzo a cui aspira il secondo.
In tutto il libro, i racconti tendono ad andare due per due come ben dimostra la vicinanza che si percepisce ne ‘La lotteria a Babilonia’ (la riffa eletta a regolatrice del vivere comune raggiunge una pervasività tale che vien proprio da pensare che sia dio a giocare a dadi) e nel monumentale ‘La biblioteca di Babele’, in cui la sterminata (alla lettera) costruzione raccoglie tutti i libri possibili combinando ogni segno esistente. In entrambi i casi, l’umanità è minuscola e in balia dell’ambiente: risulta perciò netta la cesura rappresentata dal pezzo che dà il titolo alla sezione: seppure vi abbiano un ruolo non secondario l’Oriente, un romanzo all’apparenza insensato e un labirinto, l’impalcatura gialla e spionistica si afferma attraverso la vicenda di una spia giapponese che dall’Inghilterra deve trasmettere un’informazione a Berlino.
L’atmosfera che vi si respira si ripresenta nell’abbinata del tradimento – ‘La forma della spada’ e ‘Tema del traditore e dell’eroe’ da cui Bertolucci ha tratto ‘La strategia del ragno’ – in cui nel finale si gioca con il ribaltamento di quanto è parso fino a quel momento, specie nell’appassionata chiusa del secondo che, tra l’altro, richiama le circostanze dell’assassinio di Lincoln: un cambio di prospettiva presente inoltre ne ‘La morte e la bussola’, dove un detective troppo perspicace scorge indizi ovunque, ma non intercetta quelli che racconterebbero il suo destino. Siamo ormai nella seconda parte, ‘Artifici’, che prosegue toccando toni più mistici laddove a un drammaturgo viene sospeso l’istante del trapasso perché possa scrivere la tragedia sino ad allora rimandata (‘Il miracolo segreto’) o si ipotizza Giuda come vera figura centrale della Redenzione (‘Tre versioni di Giuda’).
Dopo il breve ‘La setta della Fenice’, in cui si concentra una sorta di summa delle teorie complottarde attorno a un mistero non svelato ma che parrebbe essere l’atto sessuale, ‘Il sud’ conclude il volume con una narrazione a sorpresa più ampia accompagnando il suo incerto protagonista verso il suo incongruo fato per mano di alcuni tipacci incontrati per caso: anche in queste pagine, in ogni caso, sono presenti i richiami agli altri testi che, come una sottile ma inestricabile ragnatela, avvolgono l’intera raccolta dandole un’indiscutibile patina di unitarietà.

In concerto – Cisco il dinosauro con la formidabile orchestra jurassica

L’esser bianchi per antico pelo porta, tra le altre seccature, un atteggiamento nostalgico per i bei tempi andati. Fatta la tara agli occhiali rosa, il confronto fra lo spettacolo offerto e quello dei Modena City Ramblers che fece tremare il Fillmore nella primavera do oltre vent’anni fa è comunque abbastanza impietoso, peraltro in sintonia con la traiettoria discendente della discografia della band prima e del suo più conosciuto membro poi.
Forse avrebbe aiutato che fossero presenti anche gli altri ‘dinosauri’ del disco uscito l’anno passato, ovvero gli ex MCR Alberto Cottica e Giovanni Rubbiani, oltre che ad Arcangelo ‘Kaba’ Cavazzuti dietro i tamburi: fatto sta che l’insieme si rivela ben suonato e divertente, ma incapace di far scattare l’interruttore che regala vere emozioni. Ciò non toglie che fa davvero piacere vedere gli ‘Amici del Po’ così affollati da un pubblico pagante – l’evento è aperto ai non soci con un lieve e sovrapprezzo sul biglietto d’ingresso – che dimostra di apprezzare più del sottoscritto accorrendo a saltare sotto al palco almeno negli ultimi quattro o cinque brani.
Ad aprire la serata su toni più intimi pensano Bernardo Beisso e Giovanni Guglielmetti dell’ensemble folk ‘Statale 45’ con un conciso spettacolo intitolato ‘Il disertore’ come da canzone di Boris Vian: voce, chitarra e fisarmonica per un delicato recupero di canti resistenziali, finanche con la firma ‘pesante’ di Italo Calvino, che ben si adattano all’evocativa data in cui l’evento si svolge.
Dopo una breve pausa, salgono sul proscenio Cisco e il suo gruppo – del quale, oltre al citato Cavazzuti, fanno parte un bassista, un chitarrista che alterna l’acustica e l’elettrica, un trombettista oltre a un violinista inglese, ma quest’ultimo è l’unico dato anagrafico che sono riuscito a captare bene – per un viaggio che percorre avanti e indietro una carriera che per il leader ha raggiunto ormai il quarto di secolo.
La ricetta è nota ed è quella che ha fatto la fortuna della band madre prima di indebolirsi per un eccesso di ripetizione: su una base di folk celtico si innestano gli spunti provenienti dalle tradizioni popolari di mezzo mondo nonché una buona dose di efficace melodia pop. La voce di Cisco si è fatta più matura e l’orchestra jurassica ci sa fare con gli strumenti, così che i brani scorrono piacevoli all’orecchio e spesso portano a muovere il piedino lasciando che il tempo scorra quasi inavvertito.
Gli episodi migliori sono però da cercarsi più che altro nelle deviazioni dalla linea: la riuscita, benché non travolgente reinterpretazione di Caravan Petrol, il capobanda da solo con il bodhrán per I Cento Passi, l’efficace La Banda Del Sogno Interrotto, una sorprendente A M’in Ceva Un Caz che si trasforma da canzone poco sopportabile (almeno per il sottoscritto) a curioso contenitore di un medley costituito da Personal Jesus, Enter Sandman e Ring Of Fire.
I pezzi pregiati del catalogo arrivano tutti alla fine, iniziando con una Bella Ciao che ci guadagna parecchio dalla sostituzione del flauto di Pan con la tromba: a seguire arrivano Clan Banlieu e Un Giorno Di Pioggia (che dà la non simpatica impressione di venir riproposta tanto per timbrare il cartellino) prima di giungere al classico finale della dolce Ninnananna che manda tutti a letto quando la mezzanotte è già passata da un po’