Torneranno i prati

(Ita 2014)

A un certo punto, si ha l’impressione che manchi solo Marlon Brando intento ad accarezzarsi la pelata mentre mormora: “L’orrore”. Siamo lontanissimi – per ambientazione, impostazione e sensibilità – da ‘Apocalypse now’, eppure Olmi riesce a esprimere con altrettanta efficacia di Coppola la brutalità e l’insensatezza che caratterizzano ogni guerra distillando il proprio sguardo in ottanta minuti di tensione a volte insopportabile fino allo straniamento finale delle ‘confessioni’ dei soldati direttamente alla macchina da presa. Più che una storia, il regista bergamasco è interessato alla ricostruzione di un momento storico: quasi senza progressione narrativa, il suo lavoro è una sorta di fotografia della vita grama e della morte miseranda che i soldati dovettero affrontare al fronte nella prima guerra mondiale.
Dedicato al padre del regista che vi combattè, il film mostra un avamposto sull’Altopiano di Asiago in cui i fanti italiani sono obbligati a tenere la posizione a un passo dal nemico: letteralmente seppellito dalla neve (attesa con pazienza da Olmi prima di girare), il piccolo gruppo deve sopravvivere, oltre che al freddo e alla fame, agli ordini insensati che giungono da chissà dove mentre gli ufficiali intermedi sono ben contenti di mollare la patata bollente al tenentino di prima nomina (Alessandro Sperduti). Gli austriaci paiono avanzare a colpi di mina, per i soldati ci sono la stanchezza e la paura dentro trincee e alloggiamenti ricostruiti analoghi agli originali (la scenografia è di Giuseppe Pirrotta): l’umanità si esprime quasi di più nei rapporti con gli animali che sono casuali compagni di avventura (l’episodio del topolino) anziché in quelli interpersonali, tanto che anche i discorsi risultano smozzicati con le frasi spesso lasciate in sospeso.
Questi soldati sono consci di essere solo dei numeri da mandare al macello e a volte finiscono per anticipare il momento: Olmi riesce a narrare la tragedia di una generazione troppo spesso dimenticata (o quantomeno sottovalutata) attraverso i volti senza speranza di questi uomini, che, immersi in una ntura ostile, sanno che il vero pericolo viene dai propri simili (specie se indossano la stessa divisa, come ben sapeva il tenente Ottolenghi de ‘Un anno sull’Altipiano’ di Lussu).
Coerente con una simile impostazione – i militari ritrovano un nome, ovvero un’individualità, solo nel momento della distribuzione della posta che il regista racconta con partecipata commozione – è la scelta di utilizzare volti sconosciuti con l’eccezione di Claudio Santamaria nel ruolo del capitano, in modo che il piccolo gruppo possa rappresentare tutti coloro che vissero quell’esperienza, non riuscendo a sopravvivervi o rimanendone segnati in modo indelebile.
Ad acuire il senso di abbandono che scaturisce dalla messa in scena contribuisce la fotografia del figlio del regista Fabio che utilizza il netto contrasto tra il buio della trincea, in cui le figure si staccano dall’ombra solo grazie alla debole luce delle lampade a olio, e il biancore dell’esterno sovente immerso nelle nubi o spazzato da bufere di neve. Le tinte sono per forza di cose tenui, slavate e l’unico colore utilizzato per contrasto è il rosso vivo del sangue: per gli altri sarà necessario attendere il sole che farà brillare il verde dei prati. Una sorta di liberazione destinata però a concretizzarsi quando la memoria della tragedia si sarà ormai andata dissolvendo, come rumina fra sé l’attendente (Camillo Grassi) nel breve monologo finale prima che i soldati riprendano a marciare nella neve fino al ginocchio sui titoli di coda accompagnati dalla tromba di Paolo Fresu, autore di una sommessa e dolente colonna sonora.
Regia: Ermanno Olmi
Con: Claudio Santamaria, Camillo Grassi, Niccolò Senni, Alessandro Sperduti, Stefano Rossi

John Doe: “The westerner”

(Pledge Music 2016)

Magari è solo l’ennesima declinazione dell’adagio che si nasce incendiari e si muore pompieri, ma è innegabile che ci sia una nutrita pattuglia di musicisti che hanno brillato sotto le bandiere del punk che si sono avvicinati a una musica più tradizionale o, comunque delle radici. Il fenomeno è a dire il vero soprattutto statunitense e può avvenire con gradi diversi di intensità: nel caso di John Doe la traccia è segnata fin dal titolo e, soprattutto, dallo scoprire che il disco è stato coprodotto da Howe Gelb.
Ne esce un album che è contrassegnato da una fusione di country, rock e blues che pare ispirata da questo e quel luogo sui bordi di una zona desertica del Sud-Ovest, magari in quell’Arizona cantata in una delle tante ballate che caratterizzano il lavoro e intitolata per l’appunto Alone In Arizona. I momenti più rallentati lasciano immaginare un viaggio verso il tramonto o un falò sotto le stelle e si possono ascrivere fra i passaggi più affascinanti: si ascrivono alla categoria sia le più corpose Sunlight e a A Little Help, dove gli strumenti sono elettrici e le tastiere si combinano alla slide, sia due brani come Sweet Reward (dove brilla un alieve luce di speranza fra tematiche prevedibilmente poco allegre) e The Other Shoe, entrambi costruiti solo su acustica e voce con la seconda ad introdurre solo nel finale qualche sfumatura in più.
In A Little Help è presente Chan Marshall, a confermare che l’utilizzo della voce femminile rimane fondamentale per John sin dai tempi dei duetti con Exene Cervenka che qui non c’è, ma che viene spesso evocata: di suo c’è la firma sotto a Go Baby Go, nella quale a far le sue veci c’è Debbie Harry in un rock da bar che si incarica di alzare la temperatura pur regalando un piacere solo epidermico. Il riferimento alla storica compagna degli X non è il solo legame con il passato: non bastasse la struttura dei brani, si possono citare quell’organo che fa tanto Manzarek imbarcato sul treno dell’iniziale Get On Board oppure il campanaccio che apre Drink On Water, l’altro episodio più tirato.
Vista l’atmosfera complessiva, un po’ sorprendere che la conclusiva Rising Sun si inoltri in territori leggermenti diversi, con il suo incedere poco rassicurante sullo sfondo di un blues polveroso, ma è solo un’altra sfaccettatura di un’attenzione a un passato che viene riproposto magari senza particolari spunti originali, ma comunque con classe e gusto. Tra vecchie storie, stacchi di chitarra al punto giusto e un timbro vocale subito riconoscibile, questo non può essere altro che un disco di John Doe: un limite, forse, ma pure una sicurezza perché i suoi trentacinque minuti scorrono senza cadute di tono e, specie se si è sensibili all’argomento, si fanno riascoltare spesso e con piacere crescente.

Thomas Mann: “La montagna incantata”

La montagna incantata Doveva essere un romanzo breve che raccontasse in chiave sottilmente umoristica la vita nei sanatori montani contro la tubercolosi, di cui l’autore aveva fatto esperienza accompagnandovi la moglie. Ben presto, però, il libro ha forzato la mano, come ricordato dallo stesso Mann, diventando opera richiedente lunghi anni di lavoro sino a trasformarsi nel poderoso (e ponderoso) ritratto di un mondo al tramonto, ovvero la società borghese che uscirà modificata nel profondo dal primo conflitto mondiale.
I tratti originari si notano ancora soprattutto nei primi capitoli, con l’arrivo del giovane ingegnere amburghese Hans Castorp per una visita di tre settimane al cugino Joachim e la sua introduzione ai riti quotidiani e alla varia umanità del lussuoso luogo di cura. Come quella che doveva essere una veloce parentesi nell’esistenza del protagonista muta in un lunghissimo soggiorno di sette anni, la natura del libro cambia: il sorriso dello scrittore è riservato quasi in esclusiva agli inciampi del suo personaggio mentre ne viene descritta la vicenda in un romanzo di formazione spirituale – quanto di tedesco c’è in questo… – staccato in buona parte dalla comune quotidianità.
L’anima di Hans è contesa tra il positivista Settembrini e il nichilista Nafta: il primo è a tratti utopico fino alla parodia (l’enciclopedia delle sofferenze) anche se con il passare delle pagine Mann lo guarda con crescente simpatia, il secondo si distingue per le continue provocazioni che inserisce nelle sue sottigliezze gesuitiche. Durante le lunghe passeggiate montane, le schermaglie dialettiche tra i due analizzano ogni aspetto dell’uomo visto come animale sociale, ma risultano a volte talmente estenuanti che non stupisce come Castorp subisca il fascino di quel Peeperkorn che entra in scena nell’ultimo terzo con vitalità dionisiaca al limite del grottesco e forte personalità.
L’imponente figura è il nuovo amante di Claudia Chauchat, la giovane russa dai tratti quasi felini di cui il protagonista si invaghisce in maniera cerebrale – in molti aspetti morbosa – e che è uno dei motivi che spingono Hans a rimanere al Berghof. Tra gli altri si possono individuare almeno una fascinazione per la morte o, per meglio dire, per il rapporto della stessa con la vita (va ricordato che di tisi si moriva spesso giovani) e il distacco dalla realtà quotidiana, là nel ‘piano’, i cui riflessi giungono sempre più ovattati mentre Castorp elimina un legame dopo l’altro sino a rinunciare all’amata marca di sigari: al contrario di Joachim, che si ribella fino a mettere a repentaglio la propria salute, Hans si chiude in un bozzolo protettivo nel quale ignorare i clangori della storia.
Non si può però fuggire in eterno e l’ultimo, meraviglioso capitolo catapulta il protagonista in qualche mattatoio sul fronte occidentale descritto con paragrafi dominati dal fango e dal sangue per una concretezza degli elementi che si pone al polo opposto dell’esitenza ‘astratta’ del Berghof, alla quale la lega solo la tragedia, qui però insensata, delle morti prima del tempo.
Come si vede, ne ‘La montagna incantata’ succedono molte cose, ma, al contempo, dal punto di vista concreto accade ben poco: qualcuno muore, qualcuno arriva mentre Castorp medita oppure dialoga oppure viene preso da piccole manie a cui si volge con dedizione assoluta (le visite ai moribondi e, antitetico, il grammofono), circondato da un’umanità benestante, ma, con l’eccezione dei succitati ‘maestri’, vanesia e fondamentlmente vuota, come riassunto con arguzia nel capitolo dedicato alle sedute spiritiche. Un simile complesso di situazioni – alle quali va aggiunta un’idea irrazionalmente relativa del tempo – fa sì che navigare fra queste pagine non sia semplice: Mann si sforza di mantenere il tono lieve, ma, d’altra parte, è evidente come tenga ai trattare qualsiasi dei millanta argomenti affrontati con la maggiore precisione possibile, sia in ambito umanistico, sia in quello scientifico (e pazienza se alcune convinzioni, specie in medicina, risultano oggi sorpassate).
La conseguenza è che, per apprezzare al meglio (e in attesa di una rilettura, come consigliato dall’autore) è necessario lasciarsi avvolgere dall’atmosfera del romanzo, resistendo alla tentazione di vedere simboli ovunque e abbandonandosi ai momenti di grande letteratura presenti con generosità e per i quali basti citare i capitoli che narrano la (folle) giornata sugli sci in solitaria di Hans e la scena del duello.

Viva la libertà

(Ita 2013)

Come il successivo ‘Le confessioni’, questo è un film precisamente politico, ma con la differenza che evita la trappola dell’algida costruzione ideologica attraverso l’azzeccata umanità e la funzionale dinamica dei suoi personaggi. Tanto che, alla fine, laddove il messaggio riguardante i potenti potrebbe essere tacciato di semplicità se non di semplicismo (la casta lontana dalla gente i cui bisogni possono essere compresi da chi li guarda con animo diciamo così innocente, le lotte intestine con tanto di simil-D’Alema visibile in filigrana dietro al De Bellis di Andrea Renzi, il buonismo un po’ veltroniano che spunta qua e là), la storia che vi ruota attorno coinvolge e appassiona preferendo i toni della commedia – sia pur amara – confezionata in maniera mirabile: il risultato è che, benché ne siano successe di ogni nei quattro anni passati dalla prima uscita in sala, l’opera risulta ancora attuale.
Per raggiungere lo scopo, Andò prende spunto dal suo romanzo ‘Il trono vuoto’ e, assieme ad Angelo Pasquini, sfrutta al meglio il vecchio espediente del doppio. Enrico è il segretario disincantato di un grande partito d’opposizione – le citazioni più sopra non sono casuali – che decide di interrompere il traccheggiamento del potere facendo perdere le proprie tracce: per uscire dall’impasse, lo si sostituisce con il gemello Giovanni, professore che non ha tutti i giovedì a posto, ma sa unire a una notevole empatia le parole giuste per farsi ascoltare dall’uomo della strada.
Mentre Enrico in Francia ritrova una vecchia fiamma (Valeria Bruni Tedeschi) che lavora nel cinema e arriva a non disdegnare addirittura il lavoro manuale, Giovanni incanta non soltanto le folle, ma pure le persone, dapprima scettiche, che lo circondano, inclusi l’assistente Andrea (Valerio Mastandrea), la scafata funzionaria (Anna Bonaiuto), e riesce persino a intenerire la moglie di Enrico, Anna (Michela Cescon).
Le ottime interpretazioni di tutto il cast – e non si possono non citare la breve apparizione di Renato Scarpa e, soprattutto, l’esuberante Furlan dell’ultranovantenne Gianrico Tedeschi – vengono però messe in ombra da Toni Servillo, attorno al quale il film è costruito e che si disimpegna da par suo nel ruolo bifronte di Enrico e Giovanni senza mai andare fuori dalle righe a parte qualche sporadica eco gambardelliana: con cura è disegnata la differenza (di modo, di sguardi, financo di postura) fra i due gemelli che va via via riducendosi fino a essere inapprezzabile in un finale di scarni dialoghi e intense situazioni.
Si tratta dell’ultimo tassello che sottolinea l’accurata regia di Andò in un lavoro quasi sempre lontano dalla banalità nelle scelte – le evidenti eccezioni essendo i ‘santini’ di Giovanni fra gli operai e nelle scuole oppure la scena con la canceliiera – oltre che caratterizzato dall’espressività delle inquadrature grazie all’ottima apporto della fotografia di Maurizio Calvesi impreziosita sovente da plastici chiaroscuri.
Regia: Roberto Andò
Con: Toni Servillo, Valerio Mastandrea, Valeria Bruni Tedeschi, Michela Cescon, Eric Nguyen

Georges Simenon: “Il cavallante della ‘Providence’”

Il cavallante della «Providence» Alla sua seconda uscita, sempre risalente al 1930, Simenon spedisce subito il suo Maigret in provincia per risolvere il mistero della morte di una bella e ricca signora trovata assassinata sotto un mucchio di paglia in una stalla lungo un canale laterale della Marna, tra Dizy e Vitry-le-François. L’interesse del commissario presto si appunta su due imbarcazioni, un piccolo ma lussuoso yacht al comando di un inglese alcolizzato marito della donna e una chiatta da trasporto trascinata dai cavalli accuditi dall’uomo del titolo.
La storia gialla è, seppur non trascendentale, ben costruita con l’autore che si preoccupa di sviare l’attenzione con falsi indizi per poi incanalare la narrazione verso la soluzione più ovvia: ciò che si rivela di maggior fascino è però la ricostruzione del piccolo mondo in cui si svolgono gli avvenimenti, mondo peraltro conosciuto dallo scrittore che visse per qualche tempo su un’imbarcazione ormeggiata in un canale.
Pare così di vedere il viavai di mezzi che si susseguono o si incrociano sulla via d’acqua quando non aspettano con pazienza il loro turno alle chiuse mentre attorno si agita un’umanità minuta composta da cavallanti, battellieri, guardiani delle chiuse stesse, molti se non tutti affiancati dalle rispettive donne: una vita fatta di levatacce e molta fatica alleggerita di tanto in tanto da un bicchierino o da un boccone all’osteria.
E’ netto il contrasto con l’equipaggio del battello da diporto guidato da sir Lampson: Simenon esegue qui uno dei suoi numerosi ritratti di deboscia altoborghese, tra benestanti intenti a sperperare il proprio denaro e arrampicatori sociali o piccoli profittatori che cercano di sfruttarli il più possibile (lady Lampson, Willy, Gloria e le due prostitute sono tutte variazioni sul tema, con le ultime a essere di gran lunga le migliori), tanto che l’unico che alla fine rimane è Vladimir, marinaio russo che veste, si muove e beve in modo assai somigliante al protagonista di ‘Senza via di scampo’.
Muovendosi tra questo numeroso gruppo di figure, Maigret procede con il consueto non-metodo di lasciarsi scorrere i fatti addosso finchè non brilla la giusta intuizione, dando nel frattempo prova di una notevole condizione fisica visto che si sciroppa all’incirca settanta chilometri in un solo giorno a cavallo di una pesante bicicletta lungo un’alzaia piena di fango e di pozzanghere (quasi superfluo dire che piove assai di frequente e, quando non accade, l’atmosfera è gonfia di nuvoloni e umidità…).

Il maledetto United

(The damned United, Gbr 2009)

Di norma, al cinema gli sport faticano a funzionare e, fra di essi, il calcio è uno di quelli più difficili da maneggiare. Aggiungendo che il bel libro di David Peace da cui è tratto, con i suoi salti temporali e le variazioni del punto di vista narrativo, non è certo immediato da trasporre sullo schermo, il rischio che questo film fosse un glorioso fallimento non era da sottovalutare: l’abile penna di Peter Morgan è però riuscita a evitare tutti i trabocchetti, raccontando in maniera viva ed emozionante una storia del calcio che fu.
Come nel romanzo, il fulcro è nel passaggio dell’emergente allenatore Brian Clough (Michael Sheen) dal Derby County – portato dai bassifondi della Seconda Divisione al titolo di campione d’Inghilterra in una lunga serie di flashback – all’odiatissimo Leeds United appena lasciato dall’arcirivale Don Revie (Colm Meaney) per la panchina dei Tre Leoni: il suo sogno è portare la sua idea di calcio pulito in un ambiente abituato a qualsiasi bassezza pur di ottenere il risultato, ma l’unico frutto di una tal semina è venire inesorabilmente respinto.
Perché Brian è uno che non è capace di stare zitto ed è allergico ai compromessi così tanto da inimicarsi la squadra – che, a partire dal capitano Bremner (Stephen Graham), già non lo vede di buon occhio – sin dal primo incontro: una testardaggine seconda solo all’autostima che si trasforma in vera e propria spocchia quando lo trascina allo scontro con il collaboratore di sempre Peter Taylor (Timothy Spall). Il ritorno a Canossa è il primo passo di una nuovo miracolo che si chiamerà Nottingham Forest, ma è anche uno dei momenti in cui il film sa come far vibrare le corde dell’emozione mettendo in scena lo scontro duro eppure non del tutto serio tra due uomini che si conoscono e si stimano da una vita.
La famiglia di Clough ha respinto il lavoro come non veritiero, ma già nel volume ispiratore lo scrittore sottolinea come il suo sia un prodotto di finzione ispirato a fatti avvenuti: la descrizione delle psicologie è ammirevole, con Peter che fa da frenatore a un Brian peraltro abbastanza ‘ripulito’ rispetto a quello su carta, e con entrambi che puntano a dare una scossa a un mondo un po’ imbalsamato, riassunti nel presidente del Derby Longson (Jim Broadbent), e che si prende troppo sul serio.
Il calcio giocato rimane solo sullo sfondo – poche sequenze ricostruite e numerosi spezzoni d’archivio – ma è rappresentativo di un modo di intendere questo sport che si è oramai perduto per sempre a favore di una commercializzazione imperante: la visione è tutto meno che edulcorata – scarpate a tradimento, campacci inguardabili, fango, lanci lunghi – eppure una punta di nostalgia si fa sentire. Non poco contribuisce la bella ricostruzione ambientale attraverso i colori smorzati della fotografia di Ben Smithard che ben illustrano un ambiente fatto di case popolari e campetti di periferia sui quali incombe il cielo sovente plumbeo del nord dell’Inghilterra, tanto che il protagonista riesce a sentirsi fuori posto semplicemente andando a Brighton.
Su di questa base, Tom Hooper utilizza al meglio la brillante sceneggiatura per una narrazione che non ha momenti di stanca e guidando con sicurezza un cast di notevole spessore in cui spiccano il mai troppo lodato Spall – non per nulla l’unico lontano fisicamente dalla figura reale di Taylor – e Sheen, impegnato a dar vita ad un altro personaggio contemporaneo dopo David Frost e Tony Blair, che impersonano una coppia di malati di calcio – memorabile la scena della telefonata con le mogli (Gillian Waugh e Elizabeth Carling) che li richiamano alle rispettive cene – capaci di vincere anche remando contro corrente.
Regia: Tom Hooper
Con: Michael Sheen, Timothy Spall, Colm Meaney, Jim Braodbent, Stephen Graham

Norman Spinrad. “La civiltà dei solari”

La civiltà dei solari Il romanzo d’esordio di un venticinquenne a metà degli anni Sessanta: si spiegano in questa maniera con facilità le ingenuità nella costruzione della storia e gli sbandamenti idealistici che caratterizzano un libro che offre comunque un discreto intrattenimento contraddistinto da alcuni spunti brillanti.
La Confederazione dei mondi abitati dagli umani sta combattendo un conflitto secolare e perdente contro i feroci Duglaari riponendo l’unica speranza nel sistema solare originario (cioè il nostro) che si è da un paio di secoli come estraniato dall’alleanza (nonché dalla lotta). Quando una piccola nave terrestre compare sostenendo di avere la chiave per la vittoria, sorgono spontanei i sospetti, ma allo striminzito equipaggio di sei persone viene concesso di provare un abboccamento col nemico.
Li accompagna Palmer, comandante di flotta all’inizio dubbioso e poi sempre più affascinato dai compagni di viaggio e dal loro modo di vivere: il gruppetto giunge infine a sfidare i Dug a casa loro per trascinarseli quindi dietro fino al Sole in una conclusione che si intuisce già parecchi capitoli prima.
Il finale un po’ telefonato appartiene al numero delle ingenuità sopra accennate assieme ai peana invero esagerati alla razza umana e a qualche eccesso nell’uso dei punti esclamativi (il che fa pensare che, almeno nelle intenzioni, l’opera fosse rivolta a un pubblico giovanile): sull’altro piatto della bilancia c’è però una visione molto ‘umanista’ del futuro, con il suggerimento che l’uomo deve fare più affidamento sulle proprie risorse nascoste che sulle macchine.
Così le ostilità contro i Duglaari (che si rivelano essere una sorta di Vulcaniani che hanno volto la razionalità in ferocia) sono in pratica una guerra di posizione dominata dai computers e la soluzione proposta dai Solari è invece del tutto psicologica: d’altra parte, la loro nave è del tutto priva di cervelli elettronici, il che consente al libro di affrontare con meno difficoltà il gap tecnologico del mezzo secolo trascorso dalla prima pubblicazione.
Interessante è anche il tipo di civiltà che Spinrad immagina per la Terra e per i pianeti a essa vicini, in cui l’empatia e le affinità elettive hanno rimpiazzato le strutture sociali imposte dall’esterno; è però inquietante il processo attraverso il quale si è approdati a una simile conquista.

Johan Wolfgang von Goethe: “Le affinità elettive”

Le affinità elettive Solo a un tedesco poteva venire in mente di applicare la chimica ai sentimenti umani in un romanzo che ha lo stesso titolo di un trattato scientifico riuscendo nel contempo così bene nel suo intento da farne un pilastro della letteratura di ogni tempo: Goethe credeva talmente tanto nel progetto da sciverne l’ossatura e la prima parte di getto per poi tornarvi sopra limando e integrando fino a dare all’opera la sua forma definitiva.
Il libro è figlio dell’età matura del suo autore, lontano dagli ardori, ma anche dalla feroce critica sociale del Werther: quest’ulltima non manca, ma è più sottotraccia nella descrizione di un piccolo notabilato di provincia che non ha nulla di meglio da fare che contemplarsi l’ombelico.
L’attenzione è comunque tutta dedicata ai personaggi e alle relazioni che vanno sviluppandosi fra gli stessi: Edoardo e Carlotta si sono rincorsi per anni e l’unione infine raggiunta in piena maturità pare il coronamento delle loro esistenze, ma la convivenza nella residenza di campagna con un amico di lui, il capitano in seguito promosso maggiore, e la nipote di lei Ottilia spariglia le carte. Edoardo si innamora ricambiato della ragazza, mentre un’attrazione più discreta è quella che nasce tra la moglie, meno irruenta del consorte, e l’ospite tanto versato in quei campi di cui lei si occupa in maniera dilettantesca, come la sistemazione della vasta tenuta circostante: una mutazione di legami analoga alla teoria scientifica spiegata dal padrone di casa in uno dei primi capitoli.
Quando la situazione si fa insostenibile, Edoardo decide di partire: ha inizio da qui una seconda parte non altrettanto compatta, con il lungo episodio della fastidiosa rampolla di primo letto di Carlotta e le assai più efficaci pagine dedicate al giovane architetto innamorato, in segreto e senza speranza, di Ottilia. Il raccordo è nel piccolo Ottone, nato da una notte d’amore fra i coniugi entrambi con l’immaginazione altrove, che farà da catalizzatore alla tragedia finale che scoppia nel momento in cui Edoardo stabilisce di tornare: un’accelerazione di gusto romantico che porta i due innamorati a essere finalmente vicini nella cappella fatta decorare con cura da Carlotta mentre ai vivi non resta altro che la solitudine.
Ispirato parzialmente dalla passione dello scrittore per la figlia poco più che adolescente di un conoscente, il romanzo è un’opera stratificata che sa unire il racconto delle passioni umane con un’osservazione fredda come quella del ricercatore scientifico e una sovente sarcastica tipica di chi indaga una società che non ama: il primo sa toccare le corde della commozione (laddove non esagera come nei capitoli conclusivi) venendo poi temperato dai momenti più riflessivi che Goethe esprime in proprio o, più avanti, affida al diario di Ottilia.
Come anticipato, avvicinandosi la fine il tono muta stridendo con il resto del volume quando al bell’epilogo si poteva arrivare per vie che non richiedessero eccessive forzature, ma non ne viene intaccata la qualità di un libro che necessita di più letture per essere apprezzato in tutte le sue sfumature.

Julia Holter: “Have you in my wilderness”

(Domino 2015)

Al primo passaggio, magari distratto, ci si chiede se si tratti davvero un disco di Julia Holter: le note accattivanti del pop che sprigiona dall’iniziale Feel You sembrano diffondersi su tutto l’album, regalando un sorriso e una leggerezza inattesi.
Il passare degli ascolti si incarica di mettere in risalto la presenza di non isolati angoli bui già dalla terza traccia, una How Long? spettrale che sarebbe piaciuta a Nico anche per il gusto mitteleuropeo dato dal patetismo degli archi, e qua e là i suoni si prendono le conosciute libertà, come nella lunga e tormentata Vasquez che precede il folk orrorifico di una title track non distante da certe sonorità delle Unthanks e posta proprio in coda, ma nel complesso l’impressione è che Holter abbia voluto questa volta affrontare le comunque infide acque della forma canzone.
Il bello è che la sfida viene vinta senza distaccarsi dal modo di procedere presente nei dischi precedenti, così che, se di ‘Ektasis’ vengono recuperate l’asciuttezza e, in un certo senso, la rigorosità, da ‘Loud city song’ arrivano l’atmosfera più concreta, e all’occorrenza oscura, nonché il brano al quale in retrospettiva si può assegnare il ruolo di ponte: la lunga cover di Hello Stranger indica difatti una direzione, fatta di immediatezza avvolta in una nebbiolina psichedelica, che in questo album tende ad avere il sopravvento.
Se ne avverte già la presenza negli echi quasi beatlesiani di Silhoutte, ma da Lucette Stranded on the Island non ci sono più dubbi: quasi sette minuti di espansione comtinua che pare venire dalle parti di Laurel Canyon facendo la felicità di un Jonathan Wilson più delicato. La sensazione di essere un po’ sollevati da terra si mantiene anche nei pezzi successivi, dall’incedere di Sea Calls Me Home, accompagnata dal piano e segnata da un bell’assolo di sassofono, agli archi che ammorbidiscono la ballata notturna (come da titolo) Night Song.
Prima del finale più di traverso descritto sopra, c’è tempo ancora per un’altra gradevole accoppiata, ma a seguire la saltellante Everytime Boots, Betsy on the Roof inizia a spargere una certa qual atmosfera disturbante.
Il risultato è comunque il lavoro più potabile dell’artista californiana, pur essendo il più intricato dal punto di vista musicale, visto che riesce a mischiare la complessità di soluzioni che si avvicinano al jazz o all’avanguardia alle linee semplici del folk e della musica ‘leggera’, il tutto cucito assieme grazie a una voce bella e matura che ci guadagna parecchio dall’essere stata liberata da qualsiasi filtro o suono che potesse nasconderla.

Buongiorno, notte

(Ita 2003)

Dopo un quarto di secolo in cui se ne era detto tutto e il contrario di tutto, rimettere in scena ancora una volta il delitto Moro rischiava di essere un’operazione se non rischiosa quantomeno superflua: Bellocchio, assieme alla sceneggiatrice Daniela Ceselli, evita la trappola in modo brillante dando alla vicenda una lettura molto personale.
E cosa c’è di più personale per il regista piacentino dell’analisi psicologica (o psicanalitica) con cui riveste la sua interpretazione? L’esigenza storica della produttrice Rai resta sullo sfondo e solo come base di partenza viene utilizzato il libro autobiografico di Anna Laura Braghetti: numerose sono le libertà riguardo all’effettivo svolgersi dei fatti perché il vero interesse si incentra sui comportamenti e i pensieri dei singoli personaggi, analizzati nella loro evoluzione e integrati da una dimensione onirica che da fuori potrebbe apparire astrusa e invece si rivela perfettamente (e a volte magicamente) funzionale.
Quando ci si immagina che lo statista (Roberto Herlitzka è incisivo nel ruolo quanto Volontè) esca dalla sua prigione, giri per l’appartamento e poi passeggi nell’alba della periferia romana, l’impatto emotivo è davvero forte, facendo per un istante dimenticare che si tratta dell’ultimo stadio del cambiamento di Chiara (Maya Sansa), la donna del nucleo brigatista che gestisce il sequestro nonché la figura attorno alla quale ruota il racconto.
Il ritratto dei rapitori ha una progressione netta in cui la condanna del loro comportamento è in lieve, ma continuo crescendo: un gruppo di borghesi piccoli piccoli che restano uguali a se stessi anche nella tragedia montante (l’insistenza quasi didascalica sulla banale quotidianità), forse eterodiretti, visto che dietro la feroce ambiguità di Mariano (Luigi Lo Cascio) si intravede il profilo di Mario Moretti, e completamente avulsi dal mondo che li circonda, soprattutto da quelle classi più deboli che si immaginano di rappresentare (la squadra è completata da Pier Giorgio Bellocchio e Giovanni Calcagno).
Quel mondo che mette in crisi la graniticità di Chiara, in special modo per mezzo dell’incontro con Enzo (Paolo Briguglio), riuscendo ad avere magari la meglio nell’immaginazione, ma non nella realtà malgrado il rapito passi da bersaglio simbolico a essere umano, tanto che il punto di vista di Bellocchio evolve da critico a caustico quando paragona i brigatisti ai criminali nazifascisti affiancando le lettere di Moro a quelle dei condannati a morte della Resistenza sulle note dei Pink Floyd (Shine On You Crazy Diamond e The Great Gig In The Sky).
La reimmaginazione dei fatti regala alla loro rappresentazione una tensione emotiva che a visione conclusa lascia una sorta di malessere impossibile da sminuire attraverso le situazioni più lievi inserite qua e là: fra di esse, va citata almeno la parodica riproposizione della seduta spiritica che porterà alle inutili ricerche al Lago della Duchessa, con lo spirito Bernardo (come Bertolucci, Bellocchio dixit) impegnato a farsi beffe dei presenti.
A rafforzare un certo qual senso di claustrofobia contribuisce la ricostruzione dei difficili anni Settanta, fotografati di preferenza in maniera fredda da Pasquale Mari, in cui gli attori offrono una prova collettiva davvero convincente, dal già citato Herlitzka al bel viso di Maya Sansa su cui transitano le emozioni di chi sta vivendo – sempre meno volenteroso – un momento cruciale nella storia propria e nazionale.
Regia: Marco Bellocchio
Con: Maya Sansa, Luigi Lo Cascio, Roberto Herlitzka, Pier Giorgio Bellocchio, Paolo Briguglia