Johan Wolfgang von Goethe: “Le affinità elettive”

Le affinità elettive Solo a un tedesco poteva venire in mente di applicare la chimica ai sentimenti umani in un romanzo che ha lo stesso titolo di un trattato scientifico riuscendo nel contempo così bene nel suo intento da farne un pilastro della letteratura di ogni tempo: Goethe credeva talmente tanto nel progetto da sciverne l’ossatura e la prima parte di getto per poi tornarvi sopra limando e integrando fino a dare all’opera la sua forma definitiva.
Il libro è figlio dell’età matura del suo autore, lontano dagli ardori, ma anche dalla feroce critica sociale del Werther: quest’ulltima non manca, ma è più sottotraccia nella descrizione di un piccolo notabilato di provincia che non ha nulla di meglio da fare che contemplarsi l’ombelico.
L’attenzione è comunque tutta dedicata ai personaggi e alle relazioni che vanno sviluppandosi fra gli stessi: Edoardo e Carlotta si sono rincorsi per anni e l’unione infine raggiunta in piena maturità pare il coronamento delle loro esistenze, ma la convivenza nella residenza di campagna con un amico di lui, il capitano in seguito promosso maggiore, e la nipote di lei Ottilia spariglia le carte. Edoardo si innamora ricambiato della ragazza, mentre un’attrazione più discreta è quella che nasce tra la moglie, meno irruenta del consorte, e l’ospite tanto versato in quei campi di cui lei si occupa in maniera dilettantesca, come la sistemazione della vasta tenuta circostante: una mutazione di legami analoga alla teoria scientifica spiegata dal padrone di casa in uno dei primi capitoli.
Quando la situazione si fa insostenibile, Edoardo decide di partire: ha inizio da qui una seconda parte non altrettanto compatta, con il lungo episodio della fastidiosa rampolla di primo letto di Carlotta e le assai più efficaci pagine dedicate al giovane architetto innamorato, in segreto e senza speranza, di Ottilia. Il raccordo è nel piccolo Ottone, nato da una notte d’amore fra i coniugi entrambi con l’immaginazione altrove, che farà da catalizzatore alla tragedia finale che scoppia nel momento in cui Edoardo stabilisce di tornare: un’accelerazione di gusto romantico che porta i due innamorati a essere finalmente vicini nella cappella fatta decorare con cura da Carlotta mentre ai vivi non resta altro che la solitudine.
Ispirato parzialmente dalla passione dello scrittore per la figlia poco più che adolescente di un conoscente, il romanzo è un’opera stratificata che sa unire il racconto delle passioni umane con un’osservazione fredda come quella del ricercatore scientifico e una sovente sarcastica tipica di chi indaga una società che non ama: il primo sa toccare le corde della commozione (laddove non esagera come nei capitoli conclusivi) venendo poi temperato dai momenti più riflessivi che Goethe esprime in proprio o, più avanti, affida al diario di Ottilia.
Come anticipato, avvicinandosi la fine il tono muta stridendo con il resto del volume quando al bell’epilogo si poteva arrivare per vie che non richiedessero eccessive forzature, ma non ne viene intaccata la qualità di un libro che necessita di più letture per essere apprezzato in tutte le sue sfumature.

Julia Holter: “Have you in my wilderness”

(Domino 2015)

Al primo passaggio, magari distratto, ci si chiede se si tratti davvero un disco di Julia Holter: le note accattivanti del pop che sprigiona dall’iniziale Feel You sembrano diffondersi su tutto l’album, regalando un sorriso e una leggerezza inattesi.
Il passare degli ascolti si incarica di mettere in risalto la presenza di non isolati angoli bui già dalla terza traccia, una How Long? spettrale che sarebbe piaciuta a Nico anche per il gusto mitteleuropeo dato dal patetismo degli archi, e qua e là i suoni si prendono le conosciute libertà, come nella lunga e tormentata Vasquez che precede il folk orrorifico di una title track non distante da certe sonorità delle Unthanks e posta proprio in coda, ma nel complesso l’impressione è che Holter abbia voluto questa volta affrontare le comunque infide acque della forma canzone.
Il bello è che la sfida viene vinta senza distaccarsi dal modo di procedere presente nei dischi precedenti, così che, se di ‘Ektasis’ vengono recuperate l’asciuttezza e, in un certo senso, la rigorosità, da ‘Loud city song’ arrivano l’atmosfera più concreta, e all’occorrenza oscura, nonché il brano al quale in retrospettiva si può assegnare il ruolo di ponte: la lunga cover di Hello Stranger indica difatti una direzione, fatta di immediatezza avvolta in una nebbiolina psichedelica, che in questo album tende ad avere il sopravvento.
Se ne avverte già la presenza negli echi quasi beatlesiani di Silhoutte, ma da Lucette Stranded on the Island non ci sono più dubbi: quasi sette minuti di espansione comtinua che pare venire dalle parti di Laurel Canyon facendo la felicità di un Jonathan Wilson più delicato. La sensazione di essere un po’ sollevati da terra si mantiene anche nei pezzi successivi, dall’incedere di Sea Calls Me Home, accompagnata dal piano e segnata da un bell’assolo di sassofono, agli archi che ammorbidiscono la ballata notturna (come da titolo) Night Song.
Prima del finale più di traverso descritto sopra, c’è tempo ancora per un’altra gradevole accoppiata, ma a seguire la saltellante Everytime Boots, Betsy on the Roof inizia a spargere una certa qual atmosfera disturbante.
Il risultato è comunque il lavoro più potabile dell’artista californiana, pur essendo il più intricato dal punto di vista musicale, visto che riesce a mischiare la complessità di soluzioni che si avvicinano al jazz o all’avanguardia alle linee semplici del folk e della musica ‘leggera’, il tutto cucito assieme grazie a una voce bella e matura che ci guadagna parecchio dall’essere stata liberata da qualsiasi filtro o suono che potesse nasconderla.

Buongiorno, notte

(Ita 2003)

Dopo un quarto di secolo in cui se ne era detto tutto e il contrario di tutto, rimettere in scena ancora una volta il delitto Moro rischiava di essere un’operazione se non rischiosa quantomeno superflua: Bellocchio, assieme alla sceneggiatrice Daniela Ceselli, evita la trappola in modo brillante dando alla vicenda una lettura molto personale.
E cosa c’è di più personale per il regista piacentino dell’analisi psicologica (o psicanalitica) con cui riveste la sua interpretazione? L’esigenza storica della produttrice Rai resta sullo sfondo e solo come base di partenza viene utilizzato il libro autobiografico di Anna Laura Braghetti: numerose sono le libertà riguardo all’effettivo svolgersi dei fatti perché il vero interesse si incentra sui comportamenti e i pensieri dei singoli personaggi, analizzati nella loro evoluzione e integrati da una dimensione onirica che da fuori potrebbe apparire astrusa e invece si rivela perfettamente (e a volte magicamente) funzionale.
Quando ci si immagina che lo statista (Roberto Herlitzka è incisivo nel ruolo quanto Volontè) esca dalla sua prigione, giri per l’appartamento e poi passeggi nell’alba della periferia romana, l’impatto emotivo è davvero forte, facendo per un istante dimenticare che si tratta dell’ultimo stadio del cambiamento di Chiara (Maya Sansa), la donna del nucleo brigatista che gestisce il sequestro nonché la figura attorno alla quale ruota il racconto.
Il ritratto dei rapitori ha una progressione netta in cui la condanna del loro comportamento è in lieve, ma continuo crescendo: un gruppo di borghesi piccoli piccoli che restano uguali a se stessi anche nella tragedia montante (l’insistenza quasi didascalica sulla banale quotidianità), forse eterodiretti, visto che dietro la feroce ambiguità di Mariano (Luigi Lo Cascio) si intravede il profilo di Mario Moretti, e completamente avulsi dal mondo che li circonda, soprattutto da quelle classi più deboli che si immaginano di rappresentare (la squadra è completata da Pier Giorgio Bellocchio e Giovanni Calcagno).
Quel mondo che mette in crisi la graniticità di Chiara, in special modo per mezzo dell’incontro con Enzo (Paolo Briguglio), riuscendo ad avere magari la meglio nell’immaginazione, ma non nella realtà malgrado il rapito passi da bersaglio simbolico a essere umano, tanto che il punto di vista di Bellocchio evolve da critico a caustico quando paragona i brigatisti ai criminali nazifascisti affiancando le lettere di Moro a quelle dei condannati a morte della Resistenza sulle note dei Pink Floyd (Shine On You Crazy Diamond e The Great Gig In The Sky).
La reimmaginazione dei fatti regala alla loro rappresentazione una tensione emotiva che a visione conclusa lascia una sorta di malessere impossibile da sminuire attraverso le situazioni più lievi inserite qua e là: fra di esse, va citata almeno la parodica riproposizione della seduta spiritica che porterà alle inutili ricerche al Lago della Duchessa, con lo spirito Bernardo (come Bertolucci, Bellocchio dixit) impegnato a farsi beffe dei presenti.
A rafforzare un certo qual senso di claustrofobia contribuisce la ricostruzione dei difficili anni Settanta, fotografati di preferenza in maniera fredda da Pasquale Mari, in cui gli attori offrono una prova collettiva davvero convincente, dal già citato Herlitzka al bel viso di Maya Sansa su cui transitano le emozioni di chi sta vivendo – sempre meno volenteroso – un momento cruciale nella storia propria e nazionale.
Regia: Marco Bellocchio
Con: Maya Sansa, Luigi Lo Cascio, Roberto Herlitzka, Pier Giorgio Bellocchio, Paolo Briguglia

Elmore Leonard. “La scorciatoia – Get shorty”

Leonard è sempre stato considerato un autore molto ‘cinematografico’ e allora risulta naturale che questo primo volume della breve serie dedicata a Chili Palmer (che farà solo un’altra apparizione in ‘Chili con Linda’) sia ambientato per lo più a Hollywood, seppure sul lato dei pesci piccoli che cercano in qualche modo di vendere i propri progetti agli Studios.
Ne scaturisce un romanzo che si fa leggere con piacere, ma dove non tutto sa convincere appieno, tradendo così, almeno in parte, le aspettative create dai primi, fulminanti capitoli nelle cui pagine si impara a conoscere Chili, strozzino di Brooklyn trasferito a Miami che opera con sua sua sorta di etica del lavoro, ma che va in pressione con facilità (da cui il nomignolo).
Siccome i boss vanno e vengono e i debitori a volte sgusciano, Palmer si ritrova a essere insolvente: inizia da qui un viaggio che lo porta dapprima a Las Vegas e poi a Los Angeles, dove costringe alla società Harry, un produttore di poco peso (a eccezione di quello corporeo), con altrettanti problemi di debiti. Il sogno vero del protagonista è di fare cinema assieme a lui e alla stellina (cadente) Karen, ma la necessità primaria è quella di evitare le insidie portate da un vecchio nemico e, soprattutto, da quel Bo che ripulisce le somme derivanti dal traffico di droga finanziando i progetti di Harry e che nasconde la sua pericolosità sotto i modi cortesi.
Sfruttando abilmente le circostanze e dei soldi che scottano nascosti all’aeroporto, Chili riesce a tirarsene fuori con l’esperienza oltre che a ottenere i favori della bella, ma l’entrata nei meandri dello spettacolo, dove invece è un dilettante, si rivela una questione assai differente, specie quando si perde l’appoggio, conquistato un po’ per caso, di un attore di prima grandezza.
La narrazione scorre veloce grazie ai dialoghi serrati che riescono a ricostruire l’atmosfera riducendo le descrizioni al minimo (da cui la cinematograficità di cui sopra) e la lettura resta comunque trascinante, ma i due filoni non si integrano in maniera perfetta, con gli aspetti noir più propriamente detti che filano senza intoppi e gli altri che girano un po’ a vuoto, quasi che certi passaggi servano a rimpolpare la trama: in tali momenti, si dimostra eccessiva la chiacchiera dei personaggi altrove fondamentale.
Pare evidente, peraltro, come Leonard si sia divertito a mettere alla berlina un certo mondo, scintillante all’apparenza, ma trasandato nella realtà: la sciatteria di artisti e produttori nella vita di tutti i giorni contrasta co la cura maniacale nel vestire del personaggio principale e, in special modo, di Bo, tanto anni Ottanta (il romanzo fu pubblicato per la prima volta nel 1990) che sembra ogni volta uscire da una puntata di Miami Vice.

In concerto – Elliott Murphy & The Normandy All Stars

25 marzo 2017 – Caorso, Cine Fox

Lo stupore maggiore resta ritrovarsi Elliott Murphy praticamente sotto casa, ma non è da meno lo spettacolo offerto ai trecento entusiasti presenti al Cine Fox di Caorso dove vanno in scena quasi due ore e mezzo in cui l’artista statunitense lascia da parte l’attitudine da cantastorie per gettarsi a capofitto in un’esibizione posseduta dallo spirito del rock ‘n’ roll. Un’energia e una voglia di divertirsi contagiose – l’intesa con il pubblico cresce con il passare dei minuti fino al continuo interscambio durante il lunghissimo bis – che fanno all’istante dimenticare che l’uomo ha pur sempre sessantotto primavere sulle spalle, banalità anagrafica testimoniata solo dall’esigenza di leggere gli spunti dei testi più recenti (con relativa, imperiosa richiesta al tecnico delle luci di non avere mai buio sul proscenio).
A spalleggiarlo non si fa pregare la formazione dei Normandy All Star rivisitata dopo la morte di Laurent Pardo, uno dei membri fondatori: al fianco della chitarra di Olivier Durand e della batteria di Alan Fatras, ci sono il basso a sei corde del figlio di Murphy, Gaspard, e le tastiere dell’altrettanto giovane Leo Cotton dal ciuffo scapigliato.
Che la serata possa regalare buone vibrazioni è già intuibile dai primi tre brani interpretati solo dal capobanda e da Durand: la versione acustica di Last Of The Rock Stars offre subito grande intensità laddove Sweet Honky vira decisa verso il blues con i due che schitarrano decisi sul fronte del palco. Il buon Olivier alterna l’accompagnamento a frequenti momenti da protagonista – si tratti di virtuosismi elettrici o di una più languida (ma mica di tanto) slide – assecondando Murphy che canta le sue storie con una voce che non mostra incrinature: l’arrivo degli altri musicisti avviene quando l’atmosfera è stata scaldata per bene e le nuove composizioni si mescolano senza difficoltà a quelle più classiche.
I Want To Talk To You unisce all’immediata melodia una ruvida e trascinante ambientazione stradaiola con tanto di sincrono mulinello alla Townshend, mentre – annunciata da un azzardato parallelo tra il Po e il Mississippi (‘but food is different’), di dove era originario il nonno di Murphy nato a Tupelo come Elvis – Take Your Love Away si snoda per lunghi minuti in un rock-blues opportunamente sudista in cui i singoli componenti della band possono ritagliarsi uno spazio.
Da ‘Prodigal son’, nuovo disco in uscita a maggio, vengono invece proposte le trascinanti Hey Little Sister e Cherry Boots seguite, oltre che surclassate, da Let Me In, canzone d’amore sotto forma di appassionata ballata. E’ l’ultimo momento per tirare il fiato perché, sulle irresistibili note di And General Robert E. Lee (‘It was the greatest love story that was never told’), Elliott chiede al pubblico di alzarsi dalle sedie e di andare sotto al palco dove la partecipazione, tra cori e apprezzamenti vari, si fa davvero intensa venendo contraccambiata da un divertito entusiasmo da parte dei musicista. Ecco allora una sontuosa Diamonds By The Yard spinta dalle tastiere e con l’aggiunta della ripresa di Shout inserita nel ritornello: opportuno antipasto per la coinvolgente resa elettrica di Last Of The Rock Stars impreziosita da uno scatenato Durand.
Il breve abbandono della scena è un pro-forma che separa due parti esattamente uguali, perché Drive All Night e Three Complete American Novels riprendono da dove ci si era interrotti, inclusa la commistione con i classici del passato che questa volta è rappresentata da Pretty Woman. Il compito di cantarla è lasciato a Gaspard, non tanto in onore a Orbison – insomma, saremmo ben lontani – ma perché si tratta di ‘musica per giovani’ e così il figlio di Murphy ha un notevole spazio pure nel medley dedicato a Chuck Berry (C’est La Vie/Roll Over Beethoven/Johnny B. Goode) mentre il padre e il chitarrista giocano tra duck walk ed esibizioni schiena contro schiena.
Elliott torna protagonista nell’altro omaggio, quello a Lou Reed, dove racconta del loro ultimo incontro a Parigi sulle note di un’oscura versione di Walk On The Wild Side. Forse nei piani si dovrebbe finire qui, ma è difficile resistere alle insistenze dei più affezionati tra i presenti: malgrado i più giovani della truppa lascino intendere di non conoscerle alla perfezione, c’è tempo ancora per Anastasia, On Elvis Presley’s Birthday, Sicily con le parole cambiate in simpatico duetto assieme a chi l’ha richiesta e Just A Story From America. Murphy tende ad andare un po’ da solo e la qualità intrinseca finisce per risentirne, ma l’affiatamento fra Elliott e chi gli sta davanti raggiunge livelli mirabili, cosicchè, quando i saluti sono davvero i saluti, i sorrisi si sprecano da ambo le parti.

In concerto – Incognito

19 marzo 2017 – Piacenza, Teatro Municipale – Piacenza Jazz Fest, 14^ edizione.

Giunto alla quattordicesima edizione ed esattamente al centro di un programma vasto e variegato, il Piacenza Jazz Fest si permette di portare al Teatro Municipale un nome di dimensioni medio-grandi come gli inglesi Incognito: la risposta al botteghino è quella attesa visto che c’è quasi il tutto esaurito con persone arrivate non solo dallo stretto circondario.
Un pubblico abbastanza eterogeneo che spazia all’incirca dai trenta ai sessant’anni di età per un concerto che fatica un po’ a stare nei rigidi schemi del teatro d’epoca: in fondo, di musica per ballare si tratta e quando il leader Jean-Paul ‘Bluey’ Maunick invita la gente sotto al palco occorre arrangiarsi fra gli spazi stretti, dove fanno un effetto straniante alcune signore in abito da sera intente a dimenarsi sul posto (impossibile muoversi di più).
L’insistenza di Maunick sul compito di dispensare gioia attraverso la musica sommato all’impronta indiscutibilmente ‘easy’ della maggior parte del repertorio non significa però che il gruppo c’entri come i cavoli a merenda con la manifestazione: bastano a smontare la considerazione – che pure giurerei che qualche purista ha borbottato – la tecnica sopraffina di tutti i musicisti e la loro capacità di slalomare con leggerezza fra i generi amalgamati nella ricetta della band inglese che da poco meno di quattro decenni unisce jazz, funk, soul e un po’ di altre etichette appiccicate alla musica nera in una proposta che può prendere spunto tanto dai Funkadelic/Parliament quanto dagli Earth Wind & Fire (dai quali Bluey racconta di come ne restò fulminato quando li vide esibirsi da apripista per Santana). La dimensione dal vivo contribuisce inoltre a dimenticare le catalogazioni – gli alfieri dell’acid jazz e robe simili – oltre che un’attitudine ad arrotondare un po’ troppo in senso pop presente nella discografia in studio riuscendo a regalare tonnellate di divertimento anche a chi non è propriamente un fan del genere (tipo il sottoscritto).
Per riscaldare l’ambiente, l’avvio è solo strumentale, con i nove musicisti che iniziano subito tenendo schiacciato l’acceleratore così che, con l’ingresso dei quattro cantanti, l’esibizione può decollare senza difficoltà. Nella mutevole struttura del gruppo, ai microfoni non sempre sono presenti in un simile numero, ma il pubblico piacentino può godere di tutta la gamma delle sfumature: alla duttile Katie Leone, l’unica bianca, sono affidati i vocalizzi più jazz, Imaani si destreggia sui toni più confidenziali, Vanessa Haynes dispiega la sua ugola aggressiva laddove è il funky/soul a comandare mentre un po’ in ombra rimane la voce maschile, in prima fila quasi solo nei bis, di cui non sono riuscito a intuire il nome.
Assieme a Maunick – alla cui chitarra si affianca quella del portoghese Francisco Sales – guida lo spettacolo il multitastierista, nonché arrangiatore, Matt Cooper che, affidandosi all’elettronica, passa da delicati fraseggi di piano a furiosi incedere più sintetici senza contare alcuni inserti di organo che richiamano il caldo soffio dell’Hammond: dietro di loro, sostengono l’impalcatura un trio di fiati che pare una rappresentativa delle isole britanniche e una sezione ritmica che con le stesse ha invece ben poco da spartire.
La tromba dello scozzese Sid Gauld, il trombone dell’inglese Trevor Mires, l’alternanza fra sassofono e flauto del musicista irlandese che, purtroppo, resta per me innominato regalano riusciti seppur brevi assolo quando non devono spingere con energia nei passaggi che più evocano lo spirito di James Brown. Maggior spazio personale ottengono il lungocrinito bassista giamaicano Francis Hylton – una volta risolti i problemi di amplificazione che hanno complicato i primi due o tre brani – nonchè la coppia costituita dal percussionista del Ghana Gee Bello e dal batterista romano Francesco Mendolia: le quattro corde del primo affascinano nei lungo momento in solitudine al centro della ribalta, mentre lo scatenato duo si inventa una divertita e trascinante combinazione di ritmi che finisce per far spostare la cassa in avanti sul declinante piano del palco.
Il repertorio sparso sui diciassette album finora incisi viene rivisto cercando di alternare le atmosfere, ma è innegabile che a spiccare sono le (piccole) hit come Still A Friend Of Mine o le cover di Always There (Ronnie Laws) e Don’t You Worry ‘Bout A Thing dello Stevie Wonder in stato di grazia di Innervisions. Si chiude con il pubblico tutto in piedi per il bis di Nights Over Egypt e per l’invito di Maunick alla pace e alla comprensione fra gli uomini, ovvero l’appello di un britanno con radici alle Mauritius che ha fondato una band in cui suonano e hanno suonato musicisti provenienti dai quattro angoli del mondo: sulle note (registrate) di One Love di Bob Marley, si può lasciare il teatro con quel sorriso che Bluey ha affermato di voler sempre suscitare con la musica degli Incognito.

Pierre Choderlos de Laclos: “Le relazioni pericolose”

Le relazioni pericolose La perfidia che distilla da queste pagine batte di gran lunga quella che si può trovare narrata anche nel più oscuro dei romanzi noir: la cattiveria e il desiderio di sopraffazione che ne scaturiscono fanno dell’opera di Laclos uno dei libri più gelidi e feroci che mi sia capitato di leggere, tutto intessuto di una violenza psicologica che si dimostra brutale quanto quella fisica.
La figura della marchesa di Merteuil è il motore dei tutta la vicenda: mentre Valmont è soprattutto un egoistico Narciso, la sua socia in affari è una meticolosa dark lady ante litteram, capace di tramare su più livelli al fine di rovinare la vita di tutti quanti (Valmont incluso). Non può mancare, come per ogni cattivo che si rispetti, la confessione del proprio passato e perciò quasi spiace per quel finale in cui l’autore si sforza di punire la perfidia di cui sopra in capitoli (pardon, lettere) che affrettano l’azione togliendo qualcosa alla grandiosità del malevolo impianto che ha costruito in precedenza.
Impianto che ha lo scopo ben chiaro di mettere alla berlina i modi e le usanze del bel mondo francese sotto l’Ancien Régime: una vasta comunità di sfaccendati impegnata in un eterno gioco di società dove l’apparire è l’unica cosa che conta. Ovviamente, la sincerità è in pratica bandita laddove ciascuno indossi una maschera (o più maschere a seconda delle occasioni) e sappia alla perfezione che chi gli si para davanti finge in maniera analoga: ecco allora che i legami personali diventano ‘relazioni’, termine che, nel francese settecentesco, si riferiva solo ai rapporti commerciali.
Per raccontare di questo ambiente che portava già in sé i germi della propria rovina, Laclos sceglie la via del romanzo epistolare, genere in voga all’epoca, grazie al quale può dare vita a una narrazione a più voci che risulta particolarmente affascinante: ogni personaggio ha un proprio stile (misurato Merteuil, vanesio Valmont, accorato Tourvel, bamboleggiante Cécile e così via) e l’alternarsi aggiunge gusto al racconto assieme al continuo variare dei punti di vista.
La storia è abbastanza conosciuta: il libertino Valmont va all’assalto della castissima Madame de Tourvel mentre la sua amica ed ex-amante marchesa di Merteuil vorrebbe che conquistasse la giovanissima Cécile, promessa sposa di un uomo di cui si vuol vendicare. Il visconte, tra stratagemmi arzigogolati e semplici furberie, va a segno in entrambi i casi, ma la marchesa, che fin lì l’aveva aiutato, s’impegna a fondo per far saltare la relazione con Tourvel, sospettando che Valmont si sia addirittura innamorato (e forse non ha tutti i torti): è la mossa che scatena la resa dei conti con conseguenze negative per chiunque.
La tragedia incombe perché per lungo tempo ognuno continua a interpretare il proprio ruolo anche nel momento in cui esso è solo un involucro, visto che Tourvel si dimostra casta pur nascondendo un turbinio di passioni, Cécile fa l’ingenua quando ingenua non è più, Danceny è sempre lo spasimante indeciso ma fedele eppure si distrae, Valmont combatte il sentimento che sente nascere e lo squalificherebbe nel suo ruolo di seduttore seriale, la marchesa ha un controllo sulla vita propria e degli altri meno ferreo di quanto le piace mostrare: l’inevitabile conseguenza è che, giunti al punto nel quale la situazione si fa insostenibile, il crollo assomiglia a quello di un castello di carte.
Il risultato è un gioco delle parti di sapore pirandelliano che viene raccontato con un crescendo implacabile pur utilizzando l’ampolloso linguaggio di cortesia dell’epoca (tra l’altro, anch’esso dominato dalla forma e dalle convenzioni).

Charles Dickens: “Il circolo Pickwick”

Il circolo Pickwick Pensando a Dickens, la mente corre subito a ragazzini sfruttati sotto i cieli resi di piombo dai fumi della rivoluzione industriale o a vecchi spilorci che tengono al gelo gli impiegati anche se fuori infuria una bufera di neve, così che la lettura di questo libro sorprende non poco.
La cupezza è riservata quasi in esclusiva ai brevi racconti a sè stanti narrati da qualche personaggio, tra ubriaconi indebitati su tragici letti di morte e tocchi di sovrannaturale sovente punitivo come capita al misantropo alle prese con i folletti la notte di Natale (ricorda niente?), mentre le istanze sociali sono sì presenti, ma trattate in modo assai più leggero: al riguardo, il fulcro sta nella trattazione – in parte autobiografica – di tutto quanto concerne la prigione per debiti, ma la vera novità è che fra queste pagine ottengono un grandissimo spazio le classi più umili – il proletariato, si sarebbe detto una volta – dalle cui fila proviene la figura che fa svoltare il romanzo.
L’entrata in scena di Sam Weller in compagnia dei suoi stravaganti giochi di parole va di pari passo con il desiderio dello scrittore di liberarsi del troppo schematico canovaccio iniziale: alcuni componenti di un club londinese girano l’Inghilterra per conoscerne usi e consumi, ma sono vittime della loro imbranatezza.
La vicenda, uscita a puntate con l’accompagnamento di incisioni, è infatti alla base di sequenze comiche alla Stanlio e Ollio – i signori Tupman e Winkle a caccia, il faro della loro esistenza Pickwick, in carriola per il mal di schiena, che si ubriaca – ma alla lunga corre il rischio di mostrare la corda, così Dickens pensa decide di affiancare a Pickwick l’arguto servitore Sam e comincia a far evolvere il personaggio eponimo, regalandogli via via quell’empatia che lo porta dal vedere solo se stesso al preoccuparsi con sincerità del prossimo fino a viverne di riflesso la felicità.
Tale metamorfosi si sviluppa attraverso le quasi mille pagine del romanzo, delle quali nessuna si può dire che annoi: viaggi (perlopiù scomodi) in carrozza lungo strade bianche o infangate, osterie e alberghi di ogni livello, mangiate e bevute sempre in abbondanza tra birra forte che innaffia cosciotti di montone prima dell’immancabile brandy diluito in acqua calda, soprattutto una serie di figure a volte abbozzate, a volte più a tutto tondo ma ogni volta colte nell’umanità dei loro pregi e (molti) difetti. Si possono citare l’indovinato Jingle dalla parlata a scatti – forse abbandonato troppo presto – oppure le vedove ossessionate dalla caccia a un marito o ancora l’omerica figura di Weller padre e, attraverso di lui, una sorta di epica del conduttore di diligenze.
L’insieme delle loro vicende disegna con precisione la fisionomia dell’Inghilterra di primo Ottocento, lanciata verso il futuro, ma allo stesso tempo profondamente provinciale e, in molti aspetti, arretrata: l’esilarante diatriba politica tra Blu e Bigi a colpi di articoli di giornale si alterna all’acre ironia riservata all’amministrazione della giustizia e, in special modo, all’avida confraternita degli avvocati.
Ci sono poi gli intrecci amorosi con annesse beffe, preti gaudenti, medici ubriaconi ma tanto simpatici e un ragazzo grasso che si addormenta di continuo: insomma una sarabanda continua in cui a volte si smarrisce il filo logico, ma che tiene desta l’attenzione con ininterrotte trovate e richiami a questa o quella parte del libro. A patto di lasciarsi andare e se non si patiscono le divagazioni, il romanzo ha l’ammirevole capacità di sollevare l’animo e, allo stesso tempo, trasporta il lettore in una società che, seppur non siano trascorsi millenni, grazie all’attenta descrizione di usi e costumi (incluso l’abbigliamento), finisce per apparire quasi aliena.

Hozier: “Hozier”

(Island 2014)

A volte l’hype è, se non proprio una fregatura, quantomeno un problema; tu fai il tuo disco d’esordio cercando di infilarci dentro le passioni che ti hanno trasmesso i dischi di mamma e papà, ma hai una canzone che ha fatto il botto così che, accanto alle masse adoranti, ci sono quelli che storcono il naso a prescindere.
I sospetti che sempre originano dalle suddette moltitudini rendono necessario azzerare tutto prima di mettersi all’ascolto. Andrew Hozier-Byrne ha ventitre anni quando regista l’Ep che gli cambia la vita: Take Me To Church parte dalla musica nera e va in crescendo verso un’impeccabile rotondità pop che la rende all’istante un brano coinvolgente e riconoscibile malgrado il cupo testo che mischia un amore finito e l’ipocrisia religiosa.
Del resto, il ragazzo è irlandese e non è certo una stravaganza che la critica alla chiesa cattolica ritorni spesso nelle sue parole: se però fa piacere che queste ultime non siano banali, l’importanza della partitura è maggiore e dare compagnia a una canzone sotto molti aspetti perfetta non dev’essere stato semplice. Sarà per questo che è stata messa troppa carne al fuoco, con tredici pezzi che diventano diciassette nella versione deluxe: fra di essi spuntano insidiosi un paio di titoli che puntano dritti alla fruibilità radiofonica, tra il pop facile di Sedated e la chitarra loureediana che apre una Something New che nel ritornello si gonfia piacevole ma non del tutto riuscita sulle orme del conterraneo Van Morrison.
Il nome del rosso di Belfast viene evocato con ben altra efficacia in From Eden, laddove il blues, il gospel e il folk si mischiano con gusto evitando che paiano stucchevoli i cori femminili ad accompagnare il refrain. Il brano testimonia che il meglio di Hozier sta quando il giovanotto imbraccia la sei corde e limita l’accompagnamento all’essenziale, sia che si tratti di avere la spina attaccata (l’ombroso blues elettrico di To Be Alone introdotto dalla slide, il soul malato di Work Song), sia quando a predominare sono gli strumenti acustici (se il duetto con Karen Cowley intriga sulla strofa prima di inciampare in un ritornello un po’ banale, la preghiera di Like Real People Do si fa apprezzare ascolto dopo ascolto adagiata su di un delicato fingerpicking come la conclusiva Cherry Wine The Woods Somewhere).
Il fatto che a volte venga in mente Hugo Race (It Will Come Back è la più scorbutica del lotto) e altre i Counting Crows (il blues/gospel di facile ascolto Angel Of Small Death And The Codeine Scene, il rilassante soul di Foreigner’s God) racconta di come l’autore abbia cercato una sua strada possibilmente senza scontentare troppo la casa discografica, ma uno che scrive una canzone su un tizio che chiama i figli Jackie And Wilson omaggiando così il proprio idolo con un allegro errebì a presa rapida, seppur debitore ancora di Duritz e soci, rende lecito ben sperare per il futuro, magari ignorando quelli che chiederanno sempre un’altra Take Me To Church.

Isaac Asimov: “Lucky Starr, il vagabondo delle stelle”

Lucky Starr, il vagabondo dello spazio Il giovane Asimov pensò la serie incentrata sulle peripezie di David Starr come un’avventura rivolta soprattutto ai ragazzi, sperando di poterla magari vendere a qualche studio televisivo: l’ispirazione è Lone Ranger (da cui il titolo originale Space Ranger, tradotto in italiano in maniera del tutto insensata) anche se per l’immaginario delle nostre parti è più facile evocare una sorta di Zorro del sistema solare.
A poco più di trent’anni, però, il Dottore era già il Dottore e così questo libro si rivela essere una lettura leggera, ma non banale riuscendo a non fare avvertire i sei decenni abbondanti che si porta sulle spalle, considerazione spesso non applicabile ad altri romanzi coevi: gli aspetti fantascientifici sono in molti casi ancora affascinanti e belli da immaginare, per non parlare poi dell’incontro con i ‘marziani’ che verrà ripreso mille volte negli anni a venire, ad esempio in più di un episodio di Star Trek.
Il saper creare un futuro è una delle ben conosciute specialità della casa, essendo un’altra la capacità di costruire una storia gialla con il protagonista brillante investigatore impegnato a risolvere un mistero da porta (del magazzino, in questo caso) chiusa: è vero che Asimov in seguito ha raffinato la tecnica (qui il colpevole si intuisce abbastanza presto), ma l’assemblaggio dei mezzi e delle motivazioni del delitto è comunque ingegnosa.
Così Starr viene spedito su Marte per scoprire l’origine degli strani avvelenamenti che il cibo esportato dal pianeta rosso procura , in modo all’apparenza casuale, sulla Terra: si ritrova in una società di frontiera che ha molti debiti con l’immaginario western, tra uomini duri, ricchi latifondisti e una cronica carenza di figure femminili, ma soprattutto con una netta differenza tra buoni e cattivi che aiuta l’intuito del giovanotto, al quale la trasformazione in ranger non può altro che giovare.
Come si vede, un insieme di figure e luoghi ben conosciuti ai quali l’autore è bravo a dare una vita propria per un intrattenimento non trascendentale, ma di certo gradevole e assai divertente.