Mi è sempre piaciuto andar a vedere giocare a calcio i ragazzini. Questo libro mi ha ricordato uno dei motivi per cui ho smesso: i genitori, padri e madri indifferentemente, pronti a riversare sui pargoli i peggiori atteggiamenti del football ‘adulto’.
Il romanzo prende spunto da uno questi papà – che cerca di realizzare per interposto, talentuoso figlio le proprie ambizioni frustrate di gioventù – per raccontare un raggelante spaccato della società italiana. L’immagine che ne esce è tanto inquietante da costringere il lettore ad augurarsi che sia troppo pessimistica, anche se basta guardarsi attorno per capire che non lo è: fra le pagine, agisce una compagnia di anime morte, i giovani come gli adulti, per cui è importante solo l’avere e che per gretta avidità sono capaci di buttar via il poco o tanto che son riusciti a raggranellare.
L’esordio di Alberto Schiavone si legge in tre ore, ma regala una sensazione di malessere che fatica ad andarsene anche dopo giorni: lo scrittore osserva ed analizza lo squallido operare dei suoi personaggi con una freddezza più impietosa di qualsiasi moralismo, ma che gli consente di evitare il sospetto del romanzo a tesi. Forse non tutto funziona alla perfezione – il finale, ad esempio, non è perfettamente a fuoco – ma resta una lettura appassionante che sa essere più esplicita – e più dolorosa – di un saggio sull’Italia odierna.
Un mio prozio, quando capitava che gli facessi subire un qualche urlatore – non particolarmente fastidioso, anche Springsteen, per dire – scuoteva la testa e mormorava ‘puarèn, stâl mia bèn?’ (‘poverino, non sta bene?’, per i non piacentini). La frase mi torna alla memoria ogni volta che mi capita di sentire qualcuno che più che cantare, vomita nel microfono, come succede a Chino Moreno nell’iniziale ‘Hexagram’, violentissimo biglietto da visita del quarto album del gruppo californiano.
Fortunatamente, nei brani successivi le corde vocali vengono sistemate e i pezzi, pur sempre minacciosi, si fanno assai più godibili – o sopportabili, a seconda dei punti di vista. La tensione va calando col passare dei minuti e si passa da riff massicci e sezione ritmica rombante ad atmosfere più malsane o evocative: però, al terzo posto della scaletta è piazzata ‘Minerva’, solida ballatona intrisa di decibel.
Tutte condizioni che regalano buone sensazioni durante un ascolto a volume sostenuto, ma che non riescono a mascherare una certa monotonia di fondo legata alla struttura fondamentalmente metallica del disco, senza gli scarti improvvisi e gli spunti anche imprevedibili che rendevano assai più sfaccettato ed interessante – in una parola: bello – il precedente album ‘White pony’.
Il Risorgimento, pagina dimenticata. Da tutti, sottoscritto compreso, costretto a rinfrescare le nozioni scolastiche, poco approfondite ai tempi e annebbiate dal tempo che passa. Giunge così a proposito questo saggio, bello e appassionato, che racconta gli anni che dalla venuta in Italia di Napoleone conducono fino a Porta Pia. Anni di entusiasmo, di incoscienza, di morti che si sarebbero potuti evitare: la combinazione degli ideali della rivoluzione francese e dei profondi cambiamenti originati da quella industriale alimentò il desiderio di superare a qualsiasi costo i decrepiti assetti degli staterelli italiani, legati ad una concezione del mondo destinata a scomparire. Il contagioso desiderio giovanile – diffuso in tutto lo stivale, anche se non in tutte le classi – di cambiare lo stato delle cose rimane nella memoria del lettore, anche per gli esiti a volte tragici: qualche sognatore pare a volte incapace di confrontarsi con la realtà, ma che accecante lampo fu la Repubblica Romana…. Fu però forse inevitabile che la spinta ideale, sostenuta da varie generazioni di ventenni, per concretizzarsi avesse bisogno della politica politicante, dei compromessi, delle concessioni di potenze straniere: non è dato sapere quanto si sarebbe ritardato il processo di unificazione senza di esse, incarnate da Cavour e dalla monarchia sabauda. L’autore racconta con lingua efficace ma rigorosa le luci e le ombre dell’intero processo: non riesce però a nascondere la propria delusione per la mancata realizzazione di quello Stato laico e liberale lucidamente sognato nella prima metà dell’Ottocento, fallimento parziale che trascina i suoi nefasti effetti anche nell’Italia odierna.
Ho uno strano rapporto con i libri del duo Guccini-Macchiavelli. Mi piacciono i personaggi, l’ambientazione, il contorno ma trovo poco convincenti le storie che spesso mi hanno lasciato deluso, specialmente nello scioglimento dell’intreccio.
Non fa eccezione questa raccolta di racconti collegati dalle memorie del maresciallo Santovito La qualità è alterna: si va dagli alti del racconto iniziale – la ricerca della bestia che infesta i monti attorno al paese appenninico cuore delle storie – e della bella storia partigiana, ai bassi di narrazioni come ‘Il fantasma del canniccio’ che pare slegato e anche un po’ illogico. Non male la storia che dà il titolo al tutto, ambientata in un ottocento di sopraffazione e miseria, ma un po’ avulsa dal resto del libro.
Tutto sommato, preferisco i due autori separatamente – il primo in special modo quando scrive canzoni e il secondo nei noir ben più affascinanti con protagonista Antonio Sarti.
Un disco introverso, questo terzo lavoro dei FBYC, cinque musicisti con base a Milano. Un’introversione che rende i primi ascolti, specie se un po’ distratti, inadatti a entrare in sintonia in modo adeguato. Col passare del tempo, però, si riesce a penetrare nelle atmosfere che questa musica sa creare e la considerazione cresce di conseguenza. Certo, non è un’opera rilassante, partendo dal titolo che ne riflette le traversie di lavorazione, per proseguire con la cupezza che contraddistingue i suoni e per finire con testi intrisi di solitudine ed amarezza.
La prima impressione musicale porta al post rock, ma viene smentita da sferzate elettriche alternate a momenti più riflessivi, anche se non certo pacificati, sovrastati da una voce che preferisce il grido al bel canto (peccato solo che seguire le parole non sia sempre facilissimo). C’è anche un’altra eco, non saprei dire quanto volontaria, che richiama le oscure atmosfere del ‘nuovo rock cantato in italiano’ fiorito soprattutto a Firenze a metà degli anni ottanta, come nei primissimi Litfiba o magari nei Moda: insomma, ‘Spiderland’ può essere un ascendente più immediato, ma non il solo.
Alla fine il gruppo ne esce con bella personalità e l’ascoltatore disposto a non lasciarsi spaventare dalle chitarre minacciose e dalla tristezza diffusa può godersi un disco di rock italiano bello e maturo.
Il disco è scaricabile gratuitamente dal sito del gruppo:
www.finebeforeyoucame.com
Di Garibaldi ho sempre saputo poco, giusto le poche nozioni apprese a scuola, dove il Risorgimento non è certo approfondito. Dopo la lettura di questa biografia ho le idee un po’ più chiare su un uomo generoso e pronto a buttarsi in ogni causa, ma a volte trascinato in errori proprio da quell’irruenza che è stata per molti aspetti la sua forza.
Il racconto è puntiglioso e ben riporta i tempi e gli ambienti in cui il protagonista operò: i passaggi più avventurosi, specie in Sudamerica, si fanno leggere come un romanzo e, una volta superato il fastidio che dà l’epiteto di “Eroe” (con la maiuscola) usato ad ogni piè sospinto, l’intera opera si rivela interessante e di godibile lettura.
Garibaldi ne esce come gran condottiero di uomini, ma con una tattica di battaglia, sulla quale ha costruito le sue vittorie e la sua fama, che era sì un insieme di astuzia e di coraggio ma che richiedeva comunque un notevole dispendio di vite umane in assalti sanguinosi. Sicuramente più confuso il Nizzardo fu sul piano politico, privo com’era di mezze misure: i rapporti con gli altri protagonisti, spesso invidiosi, dell’Unità furono tra l’incomprensione e la burrasca aperta. Alla fine, un uomo profondamente ottocentesco con lampi di modernità, senza il cui impeto probabilmente l’Italia unita sarebbe nata più lentamente: il triste racconto degli anni finali, in cui un Garibaldi malato è sempre meno in sintonia col proprio tempo, ne è ulteriore testimonianza.
Chissà perché ho trovato consolante che la sua tomba sia rimasta a Caprera e non in qualche sacrario pieno di marmi.
. Mah…L’unico commento che viene in mente è questo, e non è un buon segno. Non avevo mai letto nulla di Ammaniti, ed è probabile che abbia cominciato con il piede (libro) sbagliato.
Di solito diffido dei romanzi a tesi, ma la buona stampa e la promessa di divertimento mi hanno portato ad ignorare la regola: alla fine le risate non sono state moltissime e la parte che raffigura con intenti satirici il mondo letterario, il generone romano e, in genere, gli aspetti deleteri della nostra società dell’apparire risulta assai debole. Tra personaggi stereotipati e situazioni scontate con pure un po’ di sesso inutile, si aggira Fabrizio Ciba, ex giovane scrittore in crisi d’ispirazione, talmente insopportabile da risultare meno antipatico di quanto dovrebbe.
Il romanzo viene però salvato dai protagonisti della storia parallela, ovvero le ‘Belve di Abaddon’, quattro sfigati che riempiono il vuoto delle loro vite nel più scassato gruppo satanista dell’Universo, ma riescono a risvegliare l’empatia del lettore anche grazie ad alcune fra le pagine migliori del libro. Perché Ammaniti sa scrivere bene e al momento coinvolgere, ma qui molte volte è ciò che racconta ad essere poco interessante.
La ‘screwball comedy’ è stato un genere fra i più deliziosi della Hollywood dei tempi d’oro. Magari nasceva dall’esigenza di distrarre il pubblico nei tempi grami della Grande Depressione, ma quelle pellicole dal ritmo irresistibile e costellate di tante battute che oggi basterebbero per cinque o sei film restano divertentissime a dispetto dei decenni passati.
Questo libro ne è una specie di versione cartacea – come nell’irresistibile narrazione di Mame alla ricerca dei un lavoro dopo il crac del ’29 – che a volte sconfina nella commedia degli equivoci o addirittura nella comica finale – vedi ad esempio l’intero l’episodio della gravidanza di Miss Gooch – e sa farsi satira pungente – come dimostra l’avventura ‘sudista’. Il tutto dominato dalla personalità inarrestabile della protagonista che travolge – in senso positivo – la vita del nipote-narratore che ne è un’impeccabile spalla. Nipote che racconta in prima persona e che porta lo stesso nome dello scrittore (che poi è uno pseudonimo), creando così un ulteriormente beffardo effetto di ‘vita vissuta’.
Il romanzo è suddiviso in capitoli, solo tenuemente legati fra loro, fra i quali il lettore può scegliere i suoi preferiti ma che scorrono sempre con grande levità e con un sorriso sulle labbra che a volte si apre in aperta risata.
Prendete la seconda traccia. Dopo neppure un minuto e mezzo, arriva il ritornello: beh se vi vien voglia di cantarlo a squarciagola sotto un palco (no, le parole NON SONO ‘out in the baaaackstreets’!) vi innamorerete di questo disco tanto da non riuscire a staccarlo dal lettore. Per gli (sfortunati) altri resta comunque uno splendido esempio di american music, dominato dal timbro rauco del cantante e leader Ben Nichols- un po’ Springsteen ed un po’… Ligabue – e con la propulsione di quattro musicisti in stato di grazia.
Non bastassero loro, fondamentale risulta l’apporto dei fiati: gli arrangiamenti di Jim Spake regalano una marcia in più all’attitudine southern del gruppo come nel travolgente bolgie ‘The devil and Maggie Chascarillo’; souleggiano con calore in ballate come ‘Goodbye again’ (siamo a Memphis, dopotutto); trascinano le atmosfere dalle parti della E-Street Band – qualche volta anche troppo, come ad esempio nella ‘Sounds of the city’ guidata da un organo ‘federiciano’.
Le radici punk del gruppo magari sono lontane, ma si possono rintracciare nell’energia con cui vengono rielaborati country, rock e soul: dopo lo scatenato avvio, i pezzi ritmati superano per quantità e qualità quelli più languidi. Un viaggio nelle radici affrontato con freschezza e personalità, raccontando storie di più o meno romantici perdenti: non sempre si riesce a seguire il ritmo del cantato, ma un verso come ‘She asked me if I loved her and I showed her my tattoo’ è un assaggio di tutto rispetto.
Ogni due mesi, quelli della In A Cabin With spediscono un musicista, di preferenza olandese come loro, in qualche posto in giro per il mondo a registrare con musicisti locali. A volte funziona, a volte meno.
Stan ‘Diego’ Vreekens (se questo è il suo cognome) e compari finiscono in Messico ad inizio 2009 e, quando tornano a casa, portano con sè questo disco, dieci piccoli gioiellini di piacevolissimo ascolto (essendo l’undicesimo brano solo chitarra e voce in spagnolo). Su una base elettronica, si snodano melodie ed arrangiamenti che richiamano ora a questo ora a quell’ icona pop senza cadere nella pura calligrafia, ma anzi sapendo scartare al momento giusto.
Dai Beatles – o, meglio, Paul McCartney – ai Beach Boys – o, meglio, Brian Wilson – fino ad un apocrifo Billy Joel: star qui a mitragliar nomi sarebbe però far torto a canzoni di grande fascino come ‘The fall’ o ‘The passion of the songwriter’, che, nell’alternarsi di suggestioni diverse, si fanno riascoltare con una certa compulsività. Quando, dopo l’intermezzo ispanico, ‘Sweet love’ chiude le danze con un delizioso doo-wop natalizio, è assai probabile che il sorridente ascoltatore riparta dall’inizio di questo breve ma intrigante dischetto.
Il disco è scaricabile gratuitamente al seguente indirizzo: