Star Trek Beyond

(Star Trek Beyond, USA 2016)

Al termine del precedente ‘Into darkness’ finalmente si partiva per la missione quinquennale e quindi eccoci dopo circa tre anni – per la precisione 966 giorni così da festeggiare il cinquantennale della prima messa in onda – con l’equipaggio un po’ provato che si appresta a godersi una licenza sulla base orbitante di Yorktown. Non passa molto tempo che la classica richiesta di aiuto civetta trascina l’Enterprise in un’insidiosa trappola ordita dal vendicativo alieno Krall a caccia del più classico dei MacGuffin: perduto il quale nonché la nave, Kirk e soci dovranni ingegnarsi a ribaltare la situazione perché il cattivone ha messo nel mirino la stessa Yorktown e la federazione intera.
La storia è tutta qui e, a ripensarci a mente fredda, se ne notano le linee semplici se non semplicistiche, per non parlare di quelle che a esser buoni si potrebbeo definire licenze poetiche, tra una nebulosa non costituita da gas e un’astronave Franklin di cui, a dispetto della stazza, tutti si sono dimenticati sul pianeta che la ospita e che poi decolla in una scena spettacolare ed emozionante, ma assai fantasiosa: si tratta però di difetti che si potrebbero ritrovare in un buon numero degli episodi della serie primigenia, ciò che ha sempre fatto la fortuna di Star Trek è il tono del racconto e, per mezzo dello stesso, la capacità di costruire un’atmosfera.
Bersaglio centrato? In linea di massima sì, patendo forse solo qualche lungaggine nella seconda ora: Lin dirige con giusto ritmo le scene d’azione, senza le esagerazioni che ci sarebbero potute aspettare da uno che proviene da Fast & Furious, e sa giostrare con abilità i personaggi che la sceneggiatura di Simon Pegg (che interpreta il signor Scott) e Doug Jung suddivide in gruppetti per meglio studiarne le interazioni. Se la trama nel complesso lascia più di un dubbio, il gioco delle relazioni è di notevole efficacia: la parte del leone è riservata alla coppia battibeccante per eccellenza, ovvero Spock (Zachary Quinto) e il dottor McCoy (Karl Urban), con quest’ultimo che recupera lo spazio che non aveva avuto nell’episodio precedente duettando in punta di battute con il vulcaniano.
Nel frattempo Chris Pine prosegue nell’avvicinamento a William Shatner nel ruolo di un Kirk parimenti coraggioso e sfrontato, oltre che portato per le anticaglie in maniera inattesa: la pellicola ha infatti un affettuoso sguardo verso la tecnologia vintage che è spunto non solo per l’antiquata Franklin, ma pure per due delle trovate più brillanti, entrambi utilizzate per sconcertare l’ipertecnologico avversario. Allo scopo, la moto a cavallo della quale il capitano scorrazza armato di occhialoni alla Lawrence d’Arabia fa il paio con i Beastie Boys che, sparati attraverso l’umile VHS, mandano per aria le comunicazioni nemiche: il divertimento si accoppia al ricordo delle incursioni nel passato frequenti nell’originale televisivo.
Del resto le citazioni si sprecano, a partire dalla consueta inquadratura di Kirk che, seduto sulla poltrona di comando, guarda Spock da sotto in su: visto che, in questo modo, i vari tasselli paiono al loro posto, resta da verificare se sia stata ricreata la sopra citata atmosfera. Malgrado l’azione sia preponderante – inevitabile al giorno d’oggi – il vecchio spirito batte un colpo proprio nell’idea di fondo: la minaccia esterna, ma poi non così tanto, che mette in pericolo la filosofia unitaria e inclusiva della federazione va combattuta restando uniti e senza rinunciare ai propri principi.
Al dilà della teoria, il film è bello da vedere, con una menzione speciale per chi ha immaginato Yorktown, e non annoia fino agli spettacolari titoli di coda in viaggio nello spazio profondo, vivendo inoltre i suoi momenti di commozione nella rievocazione di Leonard Nimoy e nella dedica allo sfortunato Anton Yelchin, morto dopo aver indossato ancora una volta i panni di un brillante Chekov: il livello di ‘Into darkness’ rimane però lontano per qualità di scrittura più che di regia (seppur il trasferimento di J. J. Abrams a Star Wars non sia stato un affare per nessuno) e certo non contribuisce che il carismatico cipiglio di Cumberbatch nel ruolo del cattivo non possa essere pareggiato da Idris Elba quasi sempre nascosto da una pesante maschera.
Regia: Justin Lin
Con: Chris Pine, Zachary Quinto, Karl Urban, Zoe Saldana, Idris Elba, Simon Pegg, John Cho

Joe R. Lansdale: “Una stagione selvaggia”

Una stagione selvaggia L’esordio di Hap e Leonard festeggia il quarto di secolo da quando un non ancora quarantenne Lansdale mandava in libreria questa brillante avventura in cui – come spesso gli succede – risultano assai più importanti l’ambientazione e i personaggi rispetto allo svolgimento della storia. Il che ha come inevitabile conseguenza che anche questo libro sia un noir assai più nella forma che nella sostanza, così che il lettore non particolarmente legato al genere è facile che apprezzi maggiormente rispetto al tifoso più o meno incallito: a quest’ultimo potrebbero non piacere i cali di ritmo dovuti alle deviazioni paesaggistiche, storiche o sociali (davvero eccessiva risulta solo la parentesi relativa ai Weathermen) e l’umorismo nero che arriva a sfiorare la caricatura – ma Soldier è un iper-cattivo da fumetti davvero azzeccato.
I due protagonisti sono due reduci che si arrabattano per vivere: il primo, bianco, dalla controcultura degli anni Sessanta (con più di un tratto autobiografico intriso di disillusione, verrebbe da dire), il secondo, nero e omosessuale, dal Vietnam. Quando la fascinosa moglie del primo arriva – con un’entrata in scena da Daisy Duke di ‘Hazzard’ – a proporre dei soldi facili (o quasi), la tentazione è troppo forte e i due vanno a invischiarsi con un gruppo di pseudo-rivoluzionari per i quali recuperano un’auto e relativo malloppo dalle fangose acque del Sabine nel bel mezzo di un gelido inverno. La compagnia mal assortita e la tentazione forte sono le scintille da cui scaturiscono i tradimenti che si susseguono fino al sanguinolento finale dal quale i due protagonisti escono vivi per il rotto della cuffia.
Il tutto è ambientato in un Texas cupo e assai poco attraente come le figure senza arte né parte (quando va bene) che lo abitano, così da creare una sensazione vaga eppure palpabile che sta tra l’oppressione e l’ineluttabilità, sensazione oltretutto accentuata da un’ambientazione invernale che regala pioggia, fango e freddo a volontà.
Come spesso gli accade, lo sguardo fondamentalmente pessimista dell’autore che accomuna luoghi e personaggi contrasta con – ma allo stesso tempo viene riequilibrato da – quel tono in apparenza scanzonato che strappa numerose risate grazie a mirabolanti battute (spesso non il massimo in quanto a finezza) e alle situazioni esasperate, come accade nel racconto dei tuffi in un fiume gelido in cui non ci si vede nulla: la ricetta che unisce i due ingredienti darà risultati migliori negli anni seguenti, ma anche fra queste pagine regala un romanzo (non solo) di genere di notevole godibilità.

The Unthanks: “Mount the air”

(Rabble Rouser Music, 2015)

Il percorso delle sorelle Unthank si è ormai affrancato dale forme più tradizionali del folk britannico dal quale sono partite: benché gli elementi di base siano radicati nel genere – si tratti di recuperare temi e melodie dalla tradizione (Madam, Died For Love, Last Lullaby, The Poor Stranger) o rielaborarne le caratteristiche in composizioni proprie – l’evoluzione che ne deriva conduce in luoghi più personali e affascinanti in compagnia di due voci che ammaliano combinandosi alla perfezione.
Dalle semplici strutture delle ballate popolari si giunge così a complesse architetture che sfiorano il classico e il barocco, impreziosite dall’uso intensivo di una strumentazione più ampia e organica: il principale indiziato per l’aver intrapreso tale direzione è Adrian McNally, marito di Rachel, che dà il contributo di maggior spessore all’opera in qualità di arrangiatore, autore e interprete delle numerose e struggenti parti di pianoforte. Se però c’è uno strumento che si distingue ripercorrendo con la memoria le sonorità del disco, quello è la tromba: Tom Arthurs nell’iniziale brano omonimo e Lizzie Jones ne sfruttano il suono struggente per accentuare la profonda malinconia che percorre questi undici brani fungendo da teletrasporto verso le brumose e un po’ inquietanti brughiere del Northumberland.
Il riassunto dell’attitudine complessiva che permea l’intero lavoro sta nei lunghi pezzi che aprirebbero le due facciate se si avesse per le mani un vecchio 33 giri: in oltre dieci minuti, sia Mount The Air, sia Foundling si articolano in una sorta di piccole suite che iniziano pressoché sottovoce per poi gonfiarsi sull’onda di strumenti opportunamente rafforzati con gli archi. Eco analoghe si possono udire, seppur in forma abbreviata, in episodi come Madam e nella ballata pianistica Hawthorn, mentre Died For Love dà spazio al lato più romantico alternando allo scandito succedersi dei versi degli stacchi musicale dai sapori più che vagamente morriconiani.
Più in linea con il passato sono l’incedere di Flutter e di Last Lullaby, laddove un’inquietante oscurità avvolge a contatto con Magpie, firmata da Dave Dodds e segnata dal cupo bordone che accompagna il canto delle sorelle. Un po’ la stessa sensazione che si prova ascoltando For Dad, il primo del’accoppiata di strumentali interpretati (e in questo caso anche scritto) da Niopha Keegan, il cui violino cresce d’importanza con il passare delle canzoni, caratterizzando soprattutto la seconda parte dell’album.
Molto più rilassante la conclusiva, quasi sognante Waiting che, assieme al piglio meno ombroso della filastrocca The Poor Stranger che l’ha preceduta, fanno sì che almeno una striscia di sereno appaia all’orizzonte di una musica che ha bisogno di qualche ascolto per farsi apprezzare, ma pure la capacità di insinuarsi sottopelle all’ascoltatore.

Umberto Eco: “Numero zero”

Numero zero Forse, la scelta migliore sarebbe ignorare l’etichetta ‘romanzo’ che campeggia all’inizio di queste duecento smilze paginette (pure scritte larghe). Abituati agli stratificati tomi narrativi che si sono succeduti da ‘Il nome della rosa’ in poi, si prova infatti un po’ di imbarazzo: non che quelli fossero privi di difetti, soprattutto nella parte narrativa, ma l’impressione che questo libro dà al confronto è di essere stato tirato via attraverso il riciclo di vecchi temi in versione light. Impossibile evitare il déjà-vu lungo la dissertazione dedicata ai vari ordini templari farlocchi in alcune pagine che sembrano una riproposizione liofilizzata di quelle de ‘Il pendolo di Foucault’: del resto, il racconto è contrassegnato da un complottismo ai limiti della paranoia che è da sempre uno dei temi su cui l’autore si diverte a variare.
Considerando invece i vari capitoli come una serie di ‘Bustine di Minerva’ allargate e dedicate in special modo al mondo del giornalismo visto nei suoi aspetti meno nobili (ovvero come confezionare un foglio disonesto pur essendo all’apparenza irreprensibile), l’operazione finisce per funzionare meglio: ci si gode il citazionismo spinto che si rifà in modo indifferente a mondi ora dotti ora popolari, la lieve prosa spesso e volentieri con il sorriso sulle labbra, le veloci digressioni e, soprattutto, la capacità di giocare con l’esistente utilizzando di preferenza i suoi aspetti più banali, ad esempio ribaltando i luoghi comuni oppure nei paragrafi dedicati alla decrittazione degli annunci matrimoniali che si rivelano come i più godibili in assoluto.
La resa complessiva tradisce così le premesse perché la sottile ma tutto meno che seriosa inquietudine del primo capitolo fa pregustare atmosfere e svolgimento che poi non si concretizzano: ecco invece la storia di un gruppo di giornalisti radunati da un direttore senza scrupoli per la preparazione di un giornale che sappia indirizzare l’opinione pubblica edito da un danaroso imprenditore milanese (chi sarà costui, visto che l’ambientazione è nella Milano di inizio anni Novanta?). Mentre sviluppa una storia d’amore tra perdenti (altro leit-motiv di Eco) di tenue per non dir nullo interesse, il protagonista Colonna viene trascinato dal collega Braggadocio nei vicoli tra via Torino e piazza San Sepolcro dove, in un trani un po’ vero e un po’ rifatto, parte una lunga digressione sugli ultimi giorni di Mussolini che, pur in varie parti interessante, finisce per occupare un peso sproporzionato nell’economia complessiva, visto anche che domina il capitolo più lungo del libro.
Anche il finale, malgrado delitti e fughe, non sa coinvolgere e il lettore chiude il volume con la vaga impressione di essere stato preso per i fondelli: anche se l’operazione fosse solo una scusa per far riemergere ancora una volta quegli olezzanti misteri d’Italia (ci sono proprio tutti) che, si sa, riescono spesso a superare la fantasia del più ostinato dietrologo, penso si possa dire in tutta tranquillità che questa volta la ciambella di Eco non è venuta con il buco. A meno che – gomblotto! – non sia opera di qualcun altro intenzionato a screditarlo…

Jason Isbell: “Something more than free”

(Southeastern 2015)

E’ un disco molto classico questo quinto lavoro firmato in proprio da Jason Isbell traendo ispirazione da un amplissimo spettro del cantautorato statunitense; dallo Springsteen che riecheggia nel bel singolo 24 Frames ci si sposta con gradualità verso ovest fino a giungere sull’altra costa dove risuonano melodie pià arrotondate alla Jackson Browne oppure un certo sentore di Eagles in uno degli episodi più lievi e ritmati, Hudson Commodore.
Simili caratteristiche possono tener alla larga i cercatori di originalità a tutti i costi, ma alcune volte è assai piacevole lasciarsi cullare da sonorità caldo e ben tornito da musicisti capaci che accompagnano una voce che dà l’impressione di essere davvero sincera: per apprezzare queste canzoni non è neppure necessario ascoltarle viaggiando in auto in direzione del tramonto.
Prodotto come il precedente ‘Southeastern’ da Dave Cobb, ‘Something more than free’ ne riprende le atmosfere e i temi, celebrando di nuovo – almeno in parte – la resurrezione del suo autore uscito dalle spire alcoliche che lo avevano avvolto alla fine dell’esperienza Drive-By Truckers: c’è la ricerca di una ricomposizione tra la vita dell’uomo maturo e quella del musicista che, guardando alle esperienze trascorse, sa che le sregolatezze della gioventà sono senza rimedio alle spalle. La narrazione rimane agrodolce anche nel momento in cui la musica prende altre strade come nell’iniziale If It Takes A Lifetime, che cattura l’orecchio con un ritornello di notevole immediatezza pop. In aggiunta alla succitata Hudson Commodore, il lato brillante dell’operazione è caratterizzato dal ritmo sostenuto di The Life You Chose nonché da una Palmetto Road che mette in mostra accenti southern-rock che risultano meno affini aalla sensibilità di Isbell.
Il segmento più introspettivo è inaugurato dalla sullodata 24 Frames, una ballata intrisa di passione che unisce il suono degli archi a un carezzevole assolo di elettrica: più scarne si presentano invece le acustiche Flagship e Speed Trap Town, in cui sono voce e chitarra acustica a comandare, sebbene la seconda alleggerisca l’atmosfera evocando il ricordo di controlli della velocità a tradimento. Sulla stessa lunghezza d’onda si pone pure la bella elegia finale di To A Band That I Loved dedicata agli amici Centro-Matic, laddove grossi nuvoloni si addensano su Children Of Children trascinati da chitarre e archi che giocano sulle tonalità più cupe in una variante crepuscolare delle ‘generations changing hands’ di John Mellencamp.
Preferendo il tocco alla sciabolata, Isbell fa propri in scioltezza la serie di stimoli musicali elencati nelle righe precedenti per realizzare un sorta di country (non solo) dell’anima reso solido dalla sezione ritmica di Chad Gamble (batteria) e dal basso di Jimbo Hart, mentre le sei corde di Sadler Vaden, le tastiere di Derry Deborja oltre al violino della moglie e salvatrice Amanda Shires contribuiscono a colorare i vari passaggi di undici brani che, se non raccontano nulla di inedito, lo fanno però in maniera parecchio soddisfacente.

Stephen King: “Revival”

Revival Insomma, sia detto una volta per tutte: l’implacabile ritmo di un romanzo ogni sei mesi – per non parlare poi di altre scribacchiature varie ed eventuali – è troppo anche per un iperprolifico come il Re, oltretutto ormai da un po’, forse inevitabilmente, oltre la collina. Pubblicasse di meno e mettesse mano con maggior lena alla lima, lo scrittore del Maine sarebbe riuscito a mantenere appieno le promesse evocate dalla lettura dei primi capitoli di ‘Revival’ che sono una sorta di quintessenza kinghiana: i primi anni Sessanta, un bambino che inizia a uscire dall’infanzia, una piccola comunità raccontata come se la colonna sonora fosse sempre Small Town di John Mellencamp, il racconto che procede lento e avvolgente nonché ricco di personaggi con cui è facile empatizzare così da rendere più doloroso l’irrompere della tragedia.
Non si fa a tempo a rallegrarsi meditando sul fatto che il titolo possa riferirsi anche a un ritorno dell’autore agli splendori passati che, tra un salto temporale e l’altro, la qualità comincia ad andare in altalena; interessante e duro in maniera inattesa il parallelo tra religione e imbonitori, ma anche una storia d’amore tra l’inutile e l’insulso nonché l’ennesima espiazione personale nella rappresentazione di una dipendenza, da droga questa volta.
Malgrado i passaggi a vuoto, King sa comunque come costringere il lettore a voltare le pagine, narrando il lento evolvere di una passione che si trasforma in mania per sfociare infine nella pazzia, ma senza ignorare l’opzione che il tutto sia il parto di una mente malata, come potrebbe suggerire una conclusione parecchio sinistra: un horror psicologico che confina gli effettacci in pratica in un solo capitolo – davvero debole, tra l’altro, ma non è una novità (e per non parlare delle formiche…) – giustificando la dedica a scrittori come Lovecraft o Block.
L’incontro tra il piccolo Jamie e il reverendo Jacobs mostra segni poco simpatici anche nei giorni migliori, figurarsi quando il secondo si allontana dal pulpito dopo i lutti familiari e il primo cresce come chitarrista ritmico di seconda o terza fila ben presto nelle spire dell’eroina: la fissazione di Jacobs è l’elettricità e con quella, quando le loro strade per caso si incrociano di nuovo, libera Jamie dalla schiavitù chimica grazie a un potere di guarigione esercitato prima nelle fiere e poi da predicatore televisivo che però è causa di pericolosi effetti collaterali (perché, ovviamente, c’è sempre un prezzo da pagare). Il rapporto tra i due personaggi diventa così sempre più stretto malgrado il prendersi e lasciarsi nel corso degli anni – attraverso svolte che non è bene raccontare – fino a un estremo in cui la follia di uno è aiutata dalla curiosità dell’altro.
Sforbiciando qua e là, il risultato sarebbe stato di certo migliore perché le sezioni che sanno emozionare e coinvolgere sono in larga maggioranza, ma ormai King è questo e – per quanto i miracoli siano sempre possibili – difficilmente ci darà un altro libro all’altezza dei suoi migliori: teniamoci comunque stretta la sua capacità di trascinare con forza il lettore nei suoi mondi immaginari resi ancora più inquietanti dalla profonda immersione nella realtà quotidiana e pazienza se ogni tanto tocca sorvolare su qualche capitolo che poteva essere cestinato con tranquillità. Insomma, un po’ come uno dei protagonisti secondari di ‘Revival’, ovvero quel rock ‘n’ roll che sa essere irresistibile anche se ‘tutta quella merda inizia in Mi’.

John Grant: “Grey tickles, black pressure”

(Bella Union 2015)

E’ normale che un autore, magari spinto dalla preoccupazione di essere incasellato in una definizione dai cui cliché è difficile affrancarsi, cerchi nuove strade da percorrere o, quantomeno, nuovi abiti con cui rivestire la propria musica: la storia però racconta che, a fianco di operazioni riuscite, si contano un buon numero di più o meno gloriosi fallimenti.
Per cercare di stabilire in quale categoria cada questo terzo disco del cantautore statunitense ormai da anni stabilitosi in Europa sono necessari alcuni ascolti perché il primo impatto finisce per lasciare di stucco chi vi si accosta attendendo ulteriori dosi del melodrammatico pop-noir che contraddistingue i lavori precedenti: Grant non rinnega del tutto l’ ispirazione originaria, ma si getta nelle braccia dell’elettronica facendosi produrre da John Congleton e divertendosi a nascondere finanche il suo vocione rotondo e fascinoso sotto la distorsione di un vocoder. Le vecchie ballate sono presenti, con il loro gusto che ha qua e là una sfumatura anni Sessanta (la title-track, Global Warming che potrebbe piacere a Giovanardi) oppure si sviluppa in maniera ancor più intimista (Magma Arrives), ma sovente a sostenerle ci sono il battito sintetico e nelle atmosfere avvolgenti in cui sono immerse gli archi si confondono con i sintetizzatori.
Per il resto, a parte la variazione mid-tempo costituita da Down Here accompagnata da una voce femminile, l’autore sembra impegnato in una sorta di giro turistico dell’universo elettronico: l’elettro-funk in Snug Slacks che nel ritornello occhieggia al Bowie berlinese poi definitivamente liberato nel refrain immediato di Disappointing (rafforzato dalla presenza di Tracey Thorn), l’assalto quasi punk con tanto di chitarra abrasiva Guess How I Know, la commissione tra pista da ballo e sonorità vicine al glam di You And Him (assieme ad Amanda Palmer) o ancora il funk di vaga ascendenza Prince che saltella in Voodoo Doll.
Sul far della conclusione, l’ambientazione torna a farsi più mitteleuropee in brani che uniscono con perizia la freddezza del’accompagnamento e il calore del cantato,sebbene Black Blizzard riprenda una struttura oscura e dai suoni pesanti: gli ultimi due titoli, No More Tangles e Geraldine, ritornano infine su territori conosciuti grazie a melodie tornite e arrangiamenti più ricchi. L’ultimo conferma inoltre la passione cinematografica dell’artista – il brano è dedicato a Gerladine Page che va a far compagnia a Sigourney Weaver e a Ernest Borgnine – che continua a mischiare nei testi l’ironia acuta e l’indole drammatica specie riguarda quell’amore citato dalla lettera di san Paolo ai Corinzi (eh, sì…) nell’Intro e nell’Outro.
Così, superato qualche punto interrogativo iniziale, la considerazione per questa mistura di ingredienti indeiti e sperimentati va crescendo anche perché, a ben vedere, è come se Grant si fosse sfogato soprattutto nella prima metà del programma – Snug Slacks, Guess How I Know e You And Him stanno lì, una in fila all’altra – per trovare nel prosieguo un proprio equilibrio recuperando la voce e l’atteggiamento in canzoni che vanno decisamente meno contropelo.

James Ellroy: “Perfidia”

Perfidia Invece di proseguire attraverso le perigliose ma stimolanti acque degli anni Settanta, la rivisitazione ellroyana della storia novecentesca degli Stati Uniti fa un improvviso salto all’indietro andando a seminare le radici di ciò che conosciamo già. Ecco allora questo librone di quasi novecento pagine – peraltro annunciato come l’inizio di una seconda quadrilogia di Los Angeles – che prende le mosse pochi giorni prima di Pearl Harbor e si conclude entro la fine del 1941.
Uno dopo l’altro entrano in scena i personaggi che sono protagonisti soprattutto della prima quadrilogia (su tutti Dudley Smith e Bill Parker), ma che compaiono anche nella trilogia intitolata Underworld USA (vedi la piccola parte di Ward Littell) per un cast complessivo a causa del quale, se in appendice non ci fosse una guida ragionata, il lettore rischierebbe seriamente di perdersi pure se è un affezionato dell’autore come il sottoscritto (in fondo, la lettura di ‘Dalia nera’ e seguiti data ormai a decenni fa).
Come è consuetudine di Ellroy, le figure storiche si intrecciano con quelle di fantasia allo stesso modo in cui lo scorrere degli eventi conosciuto viene lentamente considerato sotto un punto di vista differente grazie alla contaminazione con ciò che è solo immaginato: l’inizio della guerra e la crescente isteria antigiapponese che porterà all’internamento si intersecano con le indagini sull’omicidio solo all’apparenza rituale di una famiglia di origini nipponiche a sua volta collegato con un piano di speculazione edilizia. Come se non bastasse, al tutto si aggiungono rivalità tra bande cinesi nonchè tra cinesi e giapponesi, il tentativo di incastrare un gruppo di ‘comunisti’, le immancabili lotte di potere all’interno di una polizia corrotta e violenta (in cui il buon Dudster ne combina impunito di ogni, ma gli altri non sono poi da meno) e le vicende di una ragazza del Midwest che attira uomini come il miele fa con le mosche.
Il diario di Kay Lake, che ne racconta l’evoluzione, è peraltro una piacevole variazione sul tema – già in parte avvistata in ‘Il sangue è randagio’ – che porta la voce di una donna che, pur essendo tutto meno che una santa, finisce per far contrasto all’interno di un universo essenzialmente maschile in cui dominano gli aspetti negativi propulsi da un forsennato miscuglio di testosterone, avidità e benzedrina. In poche parole, il ben conosciuto mondo narrativo che lo scrittore losangelino è andato costruendo negli anni e, in special modo, con gli ultimi romanzi grazie a una lingua ritmata e senza fronzoli in cui si sviluppano dialoghi tanto serrati che paiono sempre tesi a esasperare le caratteristiche del noir, al punto che a volte lo scrittore esagera con le ellissi lasciando disorientati pur in un quadro complessivo in cui l’ossessività degli ultimi volumi risulta attenuata (a meno che non si tratti di un problema di traduzione).
Se il periodare è meno assillante, l’umanità che viene raccontata è vista con il solito sguardo profondamente pessimistico che descrive i rapporti tra i personaggi segnati da violenza (molta violenza) e prevaricazione: il quadro plumbeo variegato rosso sangue è assicurato, ma l’effetto, a volte, lambisce pericolosamente i confini della caricatura involontaria, come nella Hollywood dipinta quale una sentina di pervertiti senza possibilità di eccezioni.
Tra le conferme ellroyane può essere messo anche il finale forzato e non particolarmente eccitante, ma è ormai da un po’ che per lo scrittore gli scioglimenti delle intricatissime trame risultano meno importanti dello sviluppo delle stesse: problema meno grave, comunque, dell’eccessivo affastellarsi in poco più di venti giorni (e notti, qui nessuno dorme mai) di una serie di eventi non sempre brillanti o significativi.
Insomma, Ellroy ha scritto di meglio e ‘Perfidia’ soddisferà soprattutto i vecchi tifosi senza però riuscire a reclutarne di nuovi: però lo sciupafemmine (pure troppo) Dudley Smith va assumendo una dimensione da ‘villain’ contrastato assai coinvolgente e sarà interessante vedere quel che succederà alla prossima puntata.

Le confessioni

(Ita/Fra 2016)

Come avrebbe annotato un professore dei tempi che furono, lo spunto è ottimo, ma lo svolgimento non è all’altezza. Dopo aver indagato i meccanismi politicanti in ’Viva la libertà’, Andò alza il tiro volgendo il suo interesse alle istituzioni finanziarie sovranazionali, ovvero a quei comitati d’affari che, senza dover rendere conto a nessuno, decidono della sorte di interi popoli.
Il direttore del Fondo Monetario Internazionale Daniel Roché convoca una sorta di incrocio fra Bilderberg e G8 in un lussuoso hotel sulle sponde di un lago tedesco: oltre ai ministri interessati, sono presenti anche un musicista rock, una scrittrice per bambini da sempre attivista in favore dei più deboli e, soprattutto, un frate italiano, un certosino di nome Roberto Salus. L’atmosfera ovattata e formale si spezza quando il direttore viene trovato morto dopo un lungo colloquio notturno con il religioso, che inevitabilmente è destinato a essere il primo sulla lista dei sospetti: favorito dal voto del silenzio, egli percorre la vicenda lasciando cadere solo poche, ma a lungo meditate frasi che – almeno per l’occasione – riescono a mettere i bastoni fra le ruote della ben oliata macchina capitalistica.
Con l’espediente della trama gialla – cosa è accaduto a Roché? Quali segreti ha rivelato a Salus prima della morte? – il regista siciliano indaga le psicologie dei suoi personaggi cercando di scoprire se un minimo di umanità è rimasto nei loro cuori: nel gruppo di potenti chiusi in un luogo separato dal mondo il monaco ha la funzione di catalizzatore, spingendo ognuno a esprimere la propria essenza di norma nascosta da una patina di monolitiche buone maniere.
L’interpretazione di Servillo è a tal scopo ancora una volta perfetta: non una novità, ma il lavoro di sottrazione è davvero mirabile in un ruolo in cui le espressioni e financo la sola presenza fisica risultano più importanti delle pur distillatissime parole. Il rovescio della medaglia è che l’attore finisce per attirare su di sé tutta l’attenzione dello spettatore, ma non si può certo fargliene una colpa: la responsabilità non sta tanto in un cast che al confronto risulta un po’ sbiadito – con le parziali eccezioni che consentono a Favino (il ministro italiano) e Auteuil (Roché) di ritagliarsi qualche spazio in più – quanto in una sceneggiatura che alla lunga non pare avere la consistenza per evitare la sensazione che i cento minuti siano troppi.
La storia, scritta dal regista assieme ad Angelo Pasquini, è senza dubbio a tema – basterebbe il cognome del protagonista a confermarlo – ma il problema sta altrove, ossia nella costruzione di un mistero che più di tanto non può offrire finendo per condurre a uno sbocco abbastanza indefinito e non convincente: quasi per compensare, sono una miriade i simboli intessuti nel procedere del racconto (con una spiccata predilezione per gli animali, dagli uccelli al cane) oppure evidenti nella parte visiva.
La bella e pulita fotografia di Maurizio Calvesi esplora i colori freddi del nord Europa e gli insistiti chiaroscuri del grande e vuoto albergo, ma, malgrado lo sguardo di Andò tenda a preferire la semplicità, le suggestioni alla Sorrentino sono una trappola nella quale, date le condizioni di partenza, è quasi impossibile non scivolare. Il risultato è un’opera meditabonda che si accende a tratti, magari con l’aiuto delle belle musiche di Nicola Piovani che sanno emozionare già a partire dal brano che impreziosisce il volo dei titoli di testa.
Se il messaggio arriva forte e chiaro e i bei momenti non mancano, il coinvolgimento resta relativo e l’operazione non può far altro che convincere solo a metà: mezzo punto in più lo guadagna però la sequenza finale tra Salus e il cane Rolf che si chiude con quella che sembra proprio una strizzata d’occhio al cinema dell’epoca d’oro e a Charlot in particolare.
Regia: Roberto Andò
Con: Toni Servillo, Connie Nielsen, Daniel Auteuil, Pierfrancesco Favino, Moritz Bleibtreu

Silvio Donà: “La stagione fredda – I racconti dell’assenza”

La stagione fredda: I racconti dell'assenza Nato in Veneto ma residente in Puglia, Donà festeggia la quinta decade (è coetaneo del sottoscritto) assemblando quattro racconti già usciti in precedenza per una breve raccolta, autopubblicata in formato elettronico, costruita attorno al tema dell’assenza.
Lo scrittore è autore anche di romanzi tra fantascienza e fantastico la cui impronta si avverte anche qui in due delle storie, ma si tratta di un tocco delicato e che tende a mimetizzarsi perché la cifra stilistica è sempre quella di una contenuta malinconia che riesce a coinvolgere il lettore più di quanto potrebbe far supporre la brevità dei singoli episodi e, di conseguenza, della raccolta nel suo complesso.
Difficile fare classifiche di merito, ma si può dire che il racconto meno riuscito sia ‘Bruna la pazza’, che non sfrutta del tutto la potenzialità di penetrare nella mente di una vedova di guerra resa folle dalla scomparsa del suo uomo, mentre quello che colpisce di più è il conclusivo ‘Le radici’, dove un gruppo di amici saluta per l’ultima volta uno di loro all’interno di un brumoso cimitero.
Non gli sono però di molto da meno il gioco di specchi e revenant che riunisce una vecchia coppia in ‘Più o meno’ e, soprattutto, ‘Sale’ che, estendendosi per circa la metà del volume, lo inaugura narrando di una solitudine infantile che trova molte spiegazioni attraverso la ricerca del padre di fronte a uno scintillante mare estivo.
Visto anche il motivo conduttore, queste quattro storie non sprizzano certo allegria, ma sono raccontate con penna sicura che sa solleticare una calda empatia da parte di chi le sta leggendo.