Henning Mankell: “Assassino senza volto”

Assassino senza volto (Wallander, #1) Kurt Wallander esordisce in questo romanzo già raccogliendo su di sé una specie di summa delle disgrazie che possono investire il poliziotto (o l’investigatore privato) dall’esistenza traballante.
Il nostro è uno sbirro di provincia con una moglie che se n’è appena andata a vivere assieme a un altro, la figlia sbandata non si sa dove dopo un tentativo di suicidio, gli amici di un tempo ormai lontani, un padre senile a cui badare e, come conseguenza, una dipendenza dal cibo spazzatura e da quell’alcool che gli allievia la solitudine, ma lo spinge anche a comportamenti disdicevoli. Gli restano la passione per la musica lirica e, soprattutto, il lavoro in cui si tuffa costringendosi (e costringendo i suoi colleghi) a maratone faticosissime che però aiutano anche il lettore a sintonizzarsi meglio con un personaggio che, proprio a causa dell’esagerata catena di sfighe da novello Giobbe, non risulta particolarmente simpatico (anche perché finisce per piangersi addosso un po’ troppo).
Per fortuna del suddetto lettore – e sfortuna delle vittime – appena dopo Capodanno gli capitano fra i piedi due delitti: la brutale uccisione di due anziani contadini nella loro fattoria isolata e l’omicidio di un immigrato appena fuori da un campo profughi. Gli assassinii potrebbero essere collegati oppure no, in ogni caso la macchina della polizia di Ystad si mette in moto e, tra una cantonata e l’altra, si riesce a sbrogliare la seconda matassa mentre la prima richiederà mesi, pazienza e una certa dose di fortuna per giungere alla conclusione più ovvia.
I colpi di scena in un certo senso ‘ex machina’ sono una costante dei tre romanzi dedicati a Wallander letti finora e in tutti i casi rappresentano la principale causa di una certa insoddisfazione per lo sviluppo della vicenda, che ne viene all’improvviso forzata – a meno che Mankell non voglia dirci che il suo è si un poliziotto coscienzioso e quasi maniacale sul lavoro, ma anche incapace di particolari colpi di genio. In ogni caso, a rimetterci è la qualità dell’investigazione in senso stretto, tanto che si fanno preferire le descrizioni ambientali e, quando non viene calcata troppo la mano, le ambasce del protagonista.
Il passo lento che lo scrittore dà alla narrazione ben si confà all’ambientazione in una Svezia dove il clima freddo e la pace sociale creano una patina di uniformità che nasconde fratture che non si vogliono vedere (anche se i pistolotti sul ‘dove andremo a finire?’ sono troppi e non solo in questo libro); inoltre risulta ben caratterizzata la narrazione della routine poliziesca, con l’entrata in scena del ristretto gruppo di comprimari che si svilupperà nei libri successivi.
Questo procedere frenato conferisce alla scrittura un ritmo ben preciso da cui scaturisce, un po’ a sorpresa, una sorta di coinvolgimento che spinge ad andare avanti anche laddove non succede nulla se non tentativi a vuoto e inciampi nella vita quotidiana: l’effetto che ne discende non è facile da spiegare, ma, malgrado Wallander a volte faccia esaurire la dotazione di pazienza e dallo sviluppo giallo in sé nasca qualche dubbio, al buon Kurt e alla sua piccola stazione di polizia si finisce sempre per tornare.

Adele: “25”

(XL 2015)

Nessuno si aspetta ‘Adele in Memphis’, ma, dopo i molti buoni spunti presenti in ‘21’ e l’abbraccio – romantico e avvolgente – di Skyfall-la-canzone, anche chi non è mai stato un fan come il sottoscritto si accomoda fiducioso all’ascolto di questo terzo album si suppone dalla faticosa gestazione, visto che arriva a quattro anni dal pluripremiato e plurivenduto predecessore.
Se il primo passaggio trascorre nell’attesa che scatti qualcosa, il successivo già fa inarcare il sopracciglio perchè la percezione che se ne ricava è quella di un’artista a sorpresa assisa sugli allori: a stupire non è che una ragazza venticinquenne canti del male di vivere (mica è obbligatorio chiamarsi Ian Curtis per farlo), ma che la sua musica finisca per risultare adulta e paludata riuscendo a svincolarsi dalla pesantezza degli arrangiamenti e/o delle sonorità solo in pochi momenti che arrivano a fine corsa.
La conclusiva Sweet Devotion (prodotta da Paul Epworth) si distende quasi sorridente dando una sensazione di leggerezza che risulterebbe ignota in precedenza se non ci fosse la parziale eccezione della ‘All I ask’ che viene subito prima: una ballata acustica che sarebbe piaciuta a Barbra Streisand in cui, mentre alla consolle c’è Bruno Mars, la voce può liberarsi da quell’impressione di essere perennemente sotto sforzo presente nei brani precedenti, la linea dei quali è dettata dal singolo apripista Hello.
La ballatona, onnipresente per settimane ovunque sfruttando altresì il tormentone chissà quanto orchestrato sull’effetto piagnisteo, è costruita per diventare un classico nell’istante in cui appare: con la regia di Greg Kurstin, ecco l’inizio sussurrato, il proseguimento in crescendo con gli strumenti che gonfiano la marea, la speziatura di campane tubolari e i cori dal sapore celticheggiante a costruire un tappeto sopra il quale le corde vocali possono esprimere tutta la loro potenza.
L’assemblaggio funziona alla perfezione contando pure su di una notevole orecchiabilità, circostanza che non si ripete nei tentativi di replicare la formula, come il secondo estratto When We Were Young (ci si poteva attendere di meglio da Tobias Jesso jr.), Love In The Dark o, per fortuna in una dimensione più intima, Remedy e Million Years Ago. Il reiterato tentativo di sollecitare la corda sentimentale riduce la visibilità degli episodi ritmati, la cui stravagante disomogeneità rafforza l’idea che uno dei problemi – se non il problema – del disco sia che ci hanno messo le mani in troppi.
Epworth risulta ancora il migliore aggiungendo qualche pennellata oscura al synyh-pop di I Miss You che si fa così preferire al soul un po’ di maniera di River Lea (Danger Mouse), laddove assai discutibili sono Water Under The Bridge – che si avvia assomigliando a un brano dei Toto per restare negli anni Ottanta fino alla conclusione – e le suggestioni world, tipo Paul Simon in Sudafrica, innestate da Max Martin sul ritornello di Send My Love (To Your New Lover).
Va a finire che passa la voglia di prestare orecchio per la terza volta di fila a queste canzoni: la giovane età e le qualità indiscutibili lasciano però aperta la porta alla speranza che i prossimi lavori sappiano regalare, in aggiunta all’ammirazione per i virtuosismi, le emozioni che qui latitano senza scusanti.

Philip Roth: “Defender of the faith / Difensore della fede”

Defender of the Faith - Difensore della fede Short Story con il testo a fronte, questo racconto di ambiente militare vede la luce alla fine degli anni Cinquanta, quando cioè il suo autore non è ancora famoso.
Dopo essersi distinto in Europa durante il secondo conflitto mondiale, il sergente Marx torna negli Stati Uniti ed è destinato a un campo di addestramento: la guerra sta per finire, ma la fabbrica di nuovi soldati è ancora in funzione. Al sottufficiale si rivolge ben presto la recluta Grossbart che, facendo leva sulla comune origine ebraica, inizia a estorcergli una serie di favori che aumentano via via d’importanza: il soldato distorce la realtà quel tanto che basta a convincere Marx che, alla fine, in qualche modo si rifà utilizzando pressappoco gli stessi metodi.
Alla comparsa sul New Yorker, critiche pesantissime caddero sulla testa di Roth, reo di aver messo alla berlina un ebreo descrivendolo untuoso e ricco d’insidie come la propaganda ha sempre fatto per secoli con la sua razza: per l’autore, però, la considerazione pare non avere importanza perché si tratta solo di un personaggio e per di più secondario. Il vero protagonista è – pare superfluo sottolinearlo – Marx, il suo essere ebreo oramai secolarizzato e indurito dalle esperienze di guerra che, all’improvviso, si trova a confrontarsi con le proprie radici e il proprio passato: bellissimi sono, ad esempio, gli squarci dei ricordi riferiti all’infanzia e alla giovinezza.
Non è difficile vedere nel personaggio una trasfigurazione dello stesso autore che cerca di raggiungere un equilibrio con il proprio mondo d’origine nascondendo magari sotto un sorriso beffardo (gli immancabili riferimenti alle asfissianti famiglie ebree sono l’esempio più evidente, ma anche il cognome del protagonista offre il destro all’umorismo) l’impossibilità – e anche l’ingiustizia – del tentativo di lasciarselo del tutto alle spalle.
Nel bene o nel male, alla fine Marx è un uomo diverso, incerto se esserne contento o no: la sua evoluzione è raccontata da Roth con una ritmo veloce e asciutto che si diverte a rendere la secchezza e il ritmo del linguaggio militare specie in originale, dove compaiono spesso sigle, acronimi ed espressioni gergali.

The Sonics: “This is The Sonics”

(Reevox 2015)

Se ci fosse la possibilità di ascoltare il disco a scatola chiusa, tutti parlerebbero entusiasti di urgenza di esprimersi e di irruenza giovanile oltre che di un sapiente recupero della lezione impartita dai padri o, meglio, dai nonni. Insomma, un po’ quanto si è scritto riguardo al lavoro d’esordio degli Strypes, con la differenza che questo è più veloce, più sporco, più cattivo come si può facilmente dedurre dal confronto delle versioni di You Can’t Judge A Book By The Cover: laddove lo pur apprezzabilissima interpretazione dei ragazzi irlandesi viaggia rapida ma pulita, qui si va sempre con l’acceleratore a fondo corsa, ma su una strada piena di buche e rattoppi.
Simili peana risultano però moltiplicati dalla considerazione che i Sonics non registravano un album in studio da quasi dieci lustri e che nelle loro fila sono ancora presenti tre dei cinque membri originari, arzilli ultrasettantenni che, a porgere ignaro orecchio, l’ascoltatore immaginerebbe con almeno mezzo secolo di meno sul groppone.
Aiutato dalla produzione in mono di Jim Diamond, il gruppo si getta subito a capofitto tra sonorità aggressive e ritmi travolgenti a supportare l’energia che zampilla dalla voce di Gerry Roslie che offre una prova di impressionante attitudine per il lato selvaggio della musica già a partire da una I Don’t Need No Doctor il cui titolo, vista l’età media complessiva, pare una sorta di manifesto.
Accanto a Roslie, che si occupa anche delle tastiere, ci sono i vecchi sodali Larry Parypa con una chitarra acidamente distorta che raramente trova spazio per un breve assolo e Rob Lind il cui sassofono squarcia l’atmosfera rendendo l’impatto ancor più spigoloso: a supporto, romba una sezione ritmica appena meno attempata, visto che affianca alla batteria di Dusty Watson il basso dell’ex Kingsmen Freddie Dennis.
In una prima ‘facciata’ eseguita a ventre a terra ci sono il boogie feroce di Be A Woman e quello più trascinante di Sugaree, mentre il blues al fulmicotone di Bad Betty fa il paio con il classico di Willy Dixon citato in precedenza: a farne le spese è The Hard Way dei Kinks che risulta travolta a causa di un eccesso di velocità.
La seconda metà del programma riduce solo di un po’ il numero dei giri, aprendosi con altre due cover, Leaving Here di Eddie Holland caratterizzata da battito a martello e sax strabordante seguita da Look at Little Sister di Hank Ballard in cui si preferisce la carta vetrata alla rotta di collo fine a se stessa. Il ritorno a situazioni più prettamente garage si ritrova amplificata nelle minacciose I Got Your Number e Livin’ In Chaos – l’angosciante incedere della quale giunge a sconfinare in territorio punk – per poi alleggerire di un niente il clima nel più articolato errebì di Save The Planet (in cui brillano le sei corde blueseggianti di Parypa e versi come “We have to save the planet / It’s the only one with beer!”) nonché nella conclusiva Spend The Night che è più che altro un invito a ricominciare da capo.
I primi dischi dei Sonics risalgono agli inizi degli anni Sessanta e da allora non si contano i gruppi che ne hanno tratto ispirazione: fa piacere ritrovare gli originali ben più in forma di numerosi fra gli epigoni, smentendo la falsa diceria che il rock ‘n’ roll siano una faccenda da ragazzini con un dodici canzoni che bruciano dinamiche (azzeccatissima è pure la durata che supera di poco la mezzora) e regalano una montagna di divertimento.

Dino Zoff: “Dura solo un attimo, la gloria”

Dura solo un attimo, la gloria. La mia vita Dal dopoguerra nelle campagne di Mariano del Friuli a Udine e poi Mantova, Napoli, Torino (più deviazione a Madrid) per finire a Roma dove, ai giardinetti, porta a giocare i nipotini: vita e opere del più forte portiere italiano di sempre narrate da lui medesimo e questo già da sé sarebbe una notizia.
Zoff infatti, oltre che grazie alla bravura fra i pali, è sempre stato conosciuto per il carattere estremamente riservato da perfetto figlio della sua terra: un carattere, però, che si riflette nell’economia della parola – o, meglio sarebbe dire, nel rispetto della stessa – anche quando la stessa è scritta, inserendo in queste pagine la giusta dose di pudore, ma non nascondendosi mai dietro a un dito (al netto del fatto che, per tutti, la memoria sia selettiva). Ne esce così una narrazione che, a dispetto del tono, risulta assai appassionata: quando si parla di calcio, ovviamente (il brivido della partita, il profumo dell’erba, la ‘presenza’ dei pali), ma anche nella rivisitazione di tutto ciò che vi è stato attorno, tanto che, alla fine, la parte più interessante è forse proprio quest’ultima.
Riguardo ai ricordi sportivi, si rammentano comunque molti passaggi gustosi: sopra tutti sta forse la vittoria spagnola festeggiata fumando in silenzio assieme a Scirea, ma è impossibile passare sotto silenzio ‘la parata della vita’ che, per tutti coloro che su quel colpo di testa di Oscar si sono visti accorciare l’esistenza di qualche manciata di minuti, è semplicemente la Parata.
Il resto, però, lascia di più il segno. Dalla triste ammissione riguardo agli ultimi anni del rapporto con i genitori al divertito racconto di come, timidissimo, riuscì ad avvicinare la sua futura moglie in quel di Mantova per finire al sentito omaggio agli amici veri (Scirea, Bearzot e un inatteso Nini Rosso) passando per la passione da fan per Guccini, Zoff mette in fila tutta la sua esistenza: è chiara la consapevolezza di aver avuto la fortuna di vivere – e bene – della sua passione, ma si sente come l’uomo vada fiero di essere rimasto una persona normale malgrado la fama (un orgoglio secondo solo a quello riferito alle proprie doti di portiere e di sportivo).
E qui la lingua va a battere dove il dente duole, ovvero l’allontanamento dal mondo del pallone culminato nelle dimissioni dopo le feroci critiche berlusconiane seguite alla sfortunata finale di Rotterdam negli Europei del 2000: non che ai suoi tempi fossero tutti stinchi di santo – Zoff fa tranquillamente nomi e cognomi – ma l’attuale deriva che ha trasformato il calcio italiano in un baraccone spettacolare di poche qualità (anche tecniche) all’autore proprio non va giù. Insomma, non pare un caso che le teste più pensanti delle generazioni precedenti (si veda anche il caso Rivera) vengano escluse da un tale universo: però in Zoff la passione rimane intatta e la partita, anche se solo in televisione, è ancora una calamita potente.
In un misto di dolce e amaro si chiude così un libro che sa interessare coinvogendo in maniera inattesa – e lo scrive uno che ha sempre potuto sopportare poco o nulla la Juventus.

In concerto – La corte dei miracoli

25 agosto 2016 – Monticelli d’Ongina, Festa dell’Unità.

La corte dei miracoli Questa volta In Un Giorno Di Pioggia l’hanno fatta: il gruppo pavese si ripresenta allo spazio ANPI della Festa dell’Unità dopo tre anni, confermando le linee guida della propria musica – una sorta di cover-band dei Modena City Ramblers con diramazioni quasi esclusivamente in ambito folk e combattente – ma è protagonista di un concerto più incisivo e compatto.
Non si sa quanto aiutati dall’assenza della violinista Lorena Vezzaro, i sette mettono in scena due ore che guardano in misura maggiore al rock, anche grazie allo spazio che l’elettrica di Massimo Pasculli si va ricavando con il passare delle canzoni: i rumori di fondo della Festa avevano tolto efficacia all’abbrivio acusticheggiante dell’esibizione precedente, così il gruppo parte deciso con la spina attaccata e il divertimento che ne consegue risulta opportunamente incrementato. Meno opportuno è che, dopo pochi brani, qualcuno arrivi a lamentarsi del volume, ma gli spettatori – una decina sulle sedie piazzate nella pista da ballo, a malapena altri venti su quelle sistemate attorno – sono troppo pochi per far sentire la propria voce: poco male, peraltro, perché i brani scorrono con bella scioltezza e a volte l’effetto juke-box, se i titoli sono giusti, può anche essere rilassante.
Dopo un’introduzione che sa di Irlanda, si incaricano di riscaldare l’atmosfera Ma Mi, Guccini e De André: del Maestrone viene sparata subito la cartuccia Dio è Morto, mentre solo quasi in conclusione brilla la bella versione de La Locomotiva che si avvia acustica per accelerare di colpo a mezza via seguendo la progressione del mezzo meccanico; su di una traccia analoga si snoda l’arrangiamento de La Pianura Dei Sette Fratelli, riproposta con un’intensità che sa emozionare sia il pubblico, sia gli stessi musicisti.
Clan Banlieu è il primo estratto dal repertorio del gruppo modenese, che poi viene riproposto andando avanti e indietro nel tempo, il che consente di mischiare gli elementi celtici con gli altri inseriti da Cisco Bellotti e compagni nella loro discografia. Essendo quest’ultima in calando, non tutto resta sullo stesso livello ed è un peccato che da ‘Riportando tutto a casa’ venga ripresa la sola Quarant’anni (che potrebbe essere aggiornata in Settant’anni, il tempo passa…) durante la quale si nota una notevole efficacia nell’incrocio tra la chitarra di Pasculli e la fisarmonica di Giovanni Renzi: approfondirlo potrebbe essere un’idea per variare un po’, anche se lo spirito del gruppo pare prevedere la briglia corta ai singoli musicisti.
Superfluo risulta il recupero di A M’in Ceva Un Caz (ritradotta in pavese Ma Sbat I Bal) a conferma che Bob Geldof, autore dell’originale The Great Song Of Indifference, ha scritto solo una grande canzone e non è questa: visto che siamo nel reparto critiche, si può sottolineare che Il Ballo Di San Vito non ha la feroce aggressività dell’originale mentre il robusto vestito cucito addosso alla traduzione di I’m a Man You Don’t Meet Every Day fa ancora preferire la diafana versione originale affidata alla voce di Cait O’Riordan. Si tratta però solo di momentanei (e neppure così sensibili) cali di tensione, compensati dalle novità introdotte da un paio di brani autografi – peraltro ‘in stile’ – e dal provare a percorrere qualche territorio musicale meno battuto seguendo le orme di Davide Van Der Sfroos in due pezzi che regalano spunti blueseggianti o – addirittura – reggae.
La conclusione rientra invece su binari più conosciuti, con il sempre efficace medley di Hasta Siempre, Comandante e Fischia Il Vento – ma il pezzo di Carlos Puebla viene riproposto con un tiro notevole – oltre all’immancabile Bella Ciao in versione MCR che segna il momento dei saluti. E’ innegabile che, malgrado l’ora sia un po’ tarda per far musica amplificata in centro paese, se ne vorrebbe di più, ma i numeri in platea non riescono a dare forza alla richiesta di bis: visto il bel concerto, è però doversoso citare i nomi degli altri musicisti, ovvero Beppe Mascherpa e Davide Renzi che si sono alternati alla voce e alla chitarra acustica, Paolo Pagetti impegnato tra fiati e percussioni nonché la sessione ritmica costituita dal basso di Alessandro Caliandro e dai tamburi trattati con energia da Konstantinos Nastos.

Stephen Hawking: “La grande storia del tempo”

La grande storia del tempo: Guida ai misteri del cosmo Questo libro riprende e aggiorna l’idea che sta alla base di altri precedenti del suo famoso autore – vedi ‘Dal big bang ai buchi neri’ – aggiornandone in parte la struttura e, soprattutto, riallineandosi ai risultati scientifici intervenuti nel frattempo: l’unico problema può essere che il testo è uscito in origine nel 2005 e quindi mancano i progressi dell’ultimo decennio, ma, per il non specialista, il gap non ha poi tutta questa importanza.
C’è difatti abbastanza materia da digerire fra queste pagine in cui un’esposizione che si sforza di essere il più chiara possibile si scontra con l’oggettiva difficoltà concettuale degli ultimi risultati raggiunti dalla fisica, come ammette del resto l’autore quando scrive che una materia che, per secoli, ha fatto parte del bagaglio dell’uomo di cultura negli ultimi duecento anni è diventata appannaggio di pochi specialisti: al lettore è perciò richiesto un certo sforzo per penetrare in certi meccanismi che regolano le ultime teorie che cercano di definire l’esistente.
Avvisati i naviganti, va però detto che la lettura ripaga dell’impegno necessario: Hawking, con la collaborazione di Leonard Mlodinow, parte dai fondamentali narrando l’evoluzione del pensiero scientifico dalle origini all’importantissimo Ventesimo secolo che ha spiegato l’immensamente grande (con la relatività generale) e l’infinitamente piccolo (grazie alla meccanica quantistica), ma non è riuscito a trovare un sistema di idee complessivo che combini le due terorie.
Si tratta di un viaggio affascinante nel pensiero umano in cui brilla soprattutto il desiderio di andare oltre l’apparente tranquillità delle certezze aquisite anche a dispetto del rischio di venir segnati a dito: il testo si dilunga il giusto nel descrivere le varie teorie che si sono succedute aiutando il pubblico con una serie di illustrazioni che si sforzano di esemplificare le ipotesi descritte.
Se il lettore non riesce ad afferrare proprio ogmi dettaglio (specie quando si arriva agli aspetti delle teorie odierne che possono apparire più esoterici), non può invece dubitare quale sia, fra i due grandi campi di ricerca sopra accennati, quello che più affascina il grande fisico inglese: non c’è bisogno del sottotitolo ‘Guida ai grandi misteri del cosmo’ per capire che si tratta dell’universo. I capitoli che ne descrivono l’evoluzione (sua propria e nel pensiero umano) risultano difatti i più sentiti, segnati da un entusiasmo capace di far concepire concetti che faticano a rientrare nell’immediata comprensione, come l’immensità del cosmo e le complesse regole che lo fanno – almeno si suppone – funzionare descritte sulla base delle scoperte di Einstein e pazienza se l’immaginario fantascientifico (‘fanta’ non per nulla) ne risulta un po’ ammaccato.
Nel complesso, quindi, una lettura impegnativa, ma, anche perché scritta da uno che non certo è l’ultimo arrivato, assai stimolante per chi sia interessato alla materia: ad alleggerire un po’ contribuiscono i brevi ritratti di fisici famosi posti in appendice fra i quali spicca quello di un Newton tanto grande nella scienza quanto piccolo (ed è ancora un eufemismo) nei rapporti umani.

Eppur si muove 2016 – X edizione

5 agosto 2016 – San Nazzaro, Parco al Po.

Manifesto ‘Eppur si muove’ arriva in doppia cifra e solo per questo ci sarebbe da festeggiare: si spera che la stanchezza denunciata da qualche membro dello staff nelle interviste sui quotidiani locali – buona la copertura anche se risibile dal punto di vista musicale – possa essere compensata dall’entusiasmo e, soprattutto, che nuove leve dalle ultime generazioni si affianchino ai veterani.
L’edizione nasce sotto i cattivi auspici meteorologici, visto che il venerdì è tutto uno scorrere di temporali e pioviggina a intermittenza fino a notte, ma l’afflusso di pubblico è assai soddisfacente e, a prima vista, anche il bilancio della ristorazione non dovrebbe essere stato malaccio.
Riesco a partecipare solo alla prima delle tre serate – nella seconda ci saranno ancora concerti, la terza presenta un dj-set – ma il caso vuole che il programma sia rinforzato: causa impegni di qualche loro membro, i Tombstone Desert Inn anticipano l’esibizione prevista inizialmente per il sabato aprendo una serata che allinea così ben quattro gruppi dai generi piacevolmente assortiti. Tombstone Desert Inn Il quartetto misto piacentino-cremonese inaugurano le danze con uno stoner che mischia con precisione rozzezza e spunti melodici trasportato dall’irruente drumming di Federico Re: l’aderenza ai modelli risalenti ormai agli anni Novanta è probabilmente figlia del poco chilometraggio accumulato finora, ma la l’esecuzione è comunque soddisfacente. Resta da vedere se e quando i ragazzi inizieranno a mostrare una loro personalità, sforzandosi magari di suonare più per il pubblico che per se stessi.
Non hanno bisogno di presentazioni, almeno per il pubblico di ‘Eppur si muove’, i mantovani Mosche di Velluto Grigio, ormai di casa dalle nostre parti da quando alla chitarra elettrica vi si esibisce Francesco Fornasari: il loro folk-punk di ispirazione irlandese pare spostarsi ogni volta di più verso la seconda componente del nome, così che i sette inanellano ventre a terra una serie di brani tra originali e cover che culminano nella consueta scossa elettrica di I Fought The Law.
Mosche di Velluto Grigio Oltre all’impossibilità di star fermi, i trascinanti quaranta minuti loro riservati regalano una bella dose di divertimento che aiuta ad affrontare le tinte oscure con cui gli Under Static Movement, i veri fedelissimi della manifestazione monticellese, avvolgono la loro musica. Malgrado nel corso degli anni nel loro rock metallico si sia aperto qualche spiraglio verso sonorità alternative un po’ meno corrusche, la loro rimane un’esibizione caratterizzata dai suoni pesanti creati dalla massiccia sezione ritmica ad accompagnare il rotolare minaccioso delle chitarre sino a creare una sorta di muro sonoro sul quale si arrampica non sempre con efficacia la voce del cantante. Under Static Movement
L’insieme finisce per far sembrare il quintetto assai poco empatico, dando la sensazione di una mancanza di passione compensata dalla perizia tecnica: un po’ l’esatto contrario dell’idea che finiscono per lasciare i piacentini Bravi Tutti che concludono in allegria la serata. La prima impressione è che i giovanotti siano un po’ troppo cresciuti per il pop-punk adolescenziale – alla Green Day, tanto per fare un nome – che li caratterizza, ma la carica e la simpatia compensano in abbondanza, complici anche dei testi (in italiano) tra il demenziale e lo scemo tout-court che ben si adattano al genere che li accompagna. I quattro si dimostrano all’altezza del nome che portano in giro, alternando con perizia frenate e accelerazioni nonché stacchi e cori per poi insaporire qua e là la ricetta con divagazioni giamaicane tra ska e reggae: i cazzeggi fra i vari membri completano lo spettacolo che trascina il buon pubblico quasi all’una di notte lasciandogli una neanche troppo sottile voglia di andare oltre. Bravi Tutti

Star Trek Beyond

(Star Trek Beyond, USA 2016)

Al termine del precedente ‘Into darkness’ finalmente si partiva per la missione quinquennale e quindi eccoci dopo circa tre anni – per la precisione 966 giorni così da festeggiare il cinquantennale della prima messa in onda – con l’equipaggio un po’ provato che si appresta a godersi una licenza sulla base orbitante di Yorktown. Non passa molto tempo che la classica richiesta di aiuto civetta trascina l’Enterprise in un’insidiosa trappola ordita dal vendicativo alieno Krall a caccia del più classico dei MacGuffin: perduto il quale nonché la nave, Kirk e soci dovranni ingegnarsi a ribaltare la situazione perché il cattivone ha messo nel mirino la stessa Yorktown e la federazione intera.
La storia è tutta qui e, a ripensarci a mente fredda, se ne notano le linee semplici se non semplicistiche, per non parlare di quelle che a esser buoni si potrebbeo definire licenze poetiche, tra una nebulosa non costituita da gas e un’astronave Franklin di cui, a dispetto della stazza, tutti si sono dimenticati sul pianeta che la ospita e che poi decolla in una scena spettacolare ed emozionante, ma assai fantasiosa: si tratta però di difetti che si potrebbero ritrovare in un buon numero degli episodi della serie primigenia, ciò che ha sempre fatto la fortuna di Star Trek è il tono del racconto e, per mezzo dello stesso, la capacità di costruire un’atmosfera.
Bersaglio centrato? In linea di massima sì, patendo forse solo qualche lungaggine nella seconda ora: Lin dirige con giusto ritmo le scene d’azione, senza le esagerazioni che ci sarebbero potute aspettare da uno che proviene da Fast & Furious, e sa giostrare con abilità i personaggi che la sceneggiatura di Simon Pegg (che interpreta il signor Scott) e Doug Jung suddivide in gruppetti per meglio studiarne le interazioni. Se la trama nel complesso lascia più di un dubbio, il gioco delle relazioni è di notevole efficacia: la parte del leone è riservata alla coppia battibeccante per eccellenza, ovvero Spock (Zachary Quinto) e il dottor McCoy (Karl Urban), con quest’ultimo che recupera lo spazio che non aveva avuto nell’episodio precedente duettando in punta di battute con il vulcaniano.
Nel frattempo Chris Pine prosegue nell’avvicinamento a William Shatner nel ruolo di un Kirk parimenti coraggioso e sfrontato, oltre che portato per le anticaglie in maniera inattesa: la pellicola ha infatti un affettuoso sguardo verso la tecnologia vintage che è spunto non solo per l’antiquata Franklin, ma pure per due delle trovate più brillanti, entrambi utilizzate per sconcertare l’ipertecnologico avversario. Allo scopo, la moto a cavallo della quale il capitano scorrazza armato di occhialoni alla Lawrence d’Arabia fa il paio con i Beastie Boys che, sparati attraverso l’umile VHS, mandano per aria le comunicazioni nemiche: il divertimento si accoppia al ricordo delle incursioni nel passato frequenti nell’originale televisivo.
Del resto le citazioni si sprecano, a partire dalla consueta inquadratura di Kirk che, seduto sulla poltrona di comando, guarda Spock da sotto in su: visto che, in questo modo, i vari tasselli paiono al loro posto, resta da verificare se sia stata ricreata la sopra citata atmosfera. Malgrado l’azione sia preponderante – inevitabile al giorno d’oggi – il vecchio spirito batte un colpo proprio nell’idea di fondo: la minaccia esterna, ma poi non così tanto, che mette in pericolo la filosofia unitaria e inclusiva della federazione va combattuta restando uniti e senza rinunciare ai propri principi.
Al dilà della teoria, il film è bello da vedere, con una menzione speciale per chi ha immaginato Yorktown, e non annoia fino agli spettacolari titoli di coda in viaggio nello spazio profondo, vivendo inoltre i suoi momenti di commozione nella rievocazione di Leonard Nimoy e nella dedica allo sfortunato Anton Yelchin, morto dopo aver indossato ancora una volta i panni di un brillante Chekov: il livello di ‘Into darkness’ rimane però lontano per qualità di scrittura più che di regia (seppur il trasferimento di J. J. Abrams a Star Wars non sia stato un affare per nessuno) e certo non contribuisce che il carismatico cipiglio di Cumberbatch nel ruolo del cattivo non possa essere pareggiato da Idris Elba quasi sempre nascosto da una pesante maschera.
Regia: Justin Lin
Con: Chris Pine, Zachary Quinto, Karl Urban, Zoe Saldana, Idris Elba, Simon Pegg, John Cho

Joe R. Lansdale: “Una stagione selvaggia”

Una stagione selvaggia L’esordio di Hap e Leonard festeggia il quarto di secolo da quando un non ancora quarantenne Lansdale mandava in libreria questa brillante avventura in cui – come spesso gli succede – risultano assai più importanti l’ambientazione e i personaggi rispetto allo svolgimento della storia. Il che ha come inevitabile conseguenza che anche questo libro sia un noir assai più nella forma che nella sostanza, così che il lettore non particolarmente legato al genere è facile che apprezzi maggiormente rispetto al tifoso più o meno incallito: a quest’ultimo potrebbero non piacere i cali di ritmo dovuti alle deviazioni paesaggistiche, storiche o sociali (davvero eccessiva risulta solo la parentesi relativa ai Weathermen) e l’umorismo nero che arriva a sfiorare la caricatura – ma Soldier è un iper-cattivo da fumetti davvero azzeccato.
I due protagonisti sono due reduci che si arrabattano per vivere: il primo, bianco, dalla controcultura degli anni Sessanta (con più di un tratto autobiografico intriso di disillusione, verrebbe da dire), il secondo, nero e omosessuale, dal Vietnam. Quando la fascinosa moglie del primo arriva – con un’entrata in scena da Daisy Duke di ‘Hazzard’ – a proporre dei soldi facili (o quasi), la tentazione è troppo forte e i due vanno a invischiarsi con un gruppo di pseudo-rivoluzionari per i quali recuperano un’auto e relativo malloppo dalle fangose acque del Sabine nel bel mezzo di un gelido inverno. La compagnia mal assortita e la tentazione forte sono le scintille da cui scaturiscono i tradimenti che si susseguono fino al sanguinolento finale dal quale i due protagonisti escono vivi per il rotto della cuffia.
Il tutto è ambientato in un Texas cupo e assai poco attraente come le figure senza arte né parte (quando va bene) che lo abitano, così da creare una sensazione vaga eppure palpabile che sta tra l’oppressione e l’ineluttabilità, sensazione oltretutto accentuata da un’ambientazione invernale che regala pioggia, fango e freddo a volontà.
Come spesso gli accade, lo sguardo fondamentalmente pessimista dell’autore che accomuna luoghi e personaggi contrasta con – ma allo stesso tempo viene riequilibrato da – quel tono in apparenza scanzonato che strappa numerose risate grazie a mirabolanti battute (spesso non il massimo in quanto a finezza) e alle situazioni esasperate, come accade nel racconto dei tuffi in un fiume gelido in cui non ci si vede nulla: la ricetta che unisce i due ingredienti darà risultati migliori negli anni seguenti, ma anche fra queste pagine regala un romanzo (non solo) di genere di notevole godibilità.