Fine Before You Came: “Sfortuna”

(La tempesta 2009)


Un disco introverso, questo terzo lavoro dei FBYC, cinque musicisti con base a Milano. Un’introversione che rende i primi ascolti, specie se un po’ distratti, inadatti a entrare in sintonia in modo adeguato. Col passare del tempo, però, si riesce a penetrare nelle atmosfere che questa musica sa creare e la considerazione cresce di conseguenza. Certo, non è un’opera rilassante, partendo dal titolo che ne riflette le traversie di lavorazione, per proseguire con la cupezza che contraddistingue i suoni e per finire con testi intrisi di solitudine ed amarezza.
La prima impressione musicale porta al post rock, ma viene smentita da sferzate elettriche alternate a momenti più riflessivi, anche se non certo pacificati, sovrastati da una voce che preferisce il grido al bel canto (peccato solo che seguire le parole non sia sempre facilissimo). C’è anche un’altra eco, non saprei dire quanto volontaria, che richiama le oscure atmosfere del ‘nuovo rock cantato in italiano’ fiorito soprattutto a Firenze a metà degli anni ottanta, come nei primissimi Litfiba o magari nei Moda: insomma, ‘Spiderland’ può essere un ascendente più immediato, ma non il solo.
Alla fine il gruppo ne esce con bella personalità e l’ascoltatore disposto a non lasciarsi spaventare dalle chitarre minacciose e dalla tristezza diffusa può godersi un disco di rock italiano bello e maturo.

Il disco è scaricabile gratuitamente dal sito del gruppo:
www.finebeforeyoucame.com

Alfonso Scirocco: “Giuseppe Garibaldi”

Guarda 'Giuseppe Garibaldi' su aNobii Di Garibaldi ho sempre saputo poco, giusto le poche nozioni apprese a scuola, dove il Risorgimento non è certo approfondito. Dopo la lettura di questa biografia ho le idee un po’ più chiare su un uomo generoso e pronto a buttarsi in ogni causa, ma a volte trascinato in errori proprio da quell’irruenza che è stata per molti aspetti la sua forza.
Il racconto è puntiglioso e ben riporta i tempi e gli ambienti in cui il protagonista operò: i passaggi più avventurosi, specie in Sudamerica, si fanno leggere come un romanzo e, una volta superato il fastidio che dà l’epiteto di “Eroe” (con la maiuscola) usato ad ogni piè sospinto, l’intera opera si rivela interessante e di godibile lettura.
Garibaldi ne esce come gran condottiero di uomini, ma con una tattica di battaglia, sulla quale ha costruito le sue vittorie e la sua fama, che era sì un insieme di astuzia e di coraggio ma che richiedeva comunque un notevole dispendio di vite umane in assalti sanguinosi. Sicuramente più confuso il Nizzardo fu sul piano politico, privo com’era di mezze misure: i rapporti con gli altri protagonisti, spesso invidiosi, dell’Unità furono tra l’incomprensione e la burrasca aperta. Alla fine, un uomo profondamente ottocentesco con lampi di modernità, senza il cui impeto probabilmente l’Italia unita sarebbe nata più lentamente: il triste racconto degli anni finali, in cui un Garibaldi malato è sempre meno in sintonia col proprio tempo, ne è ulteriore testimonianza.
Chissà perché ho trovato consolante che la sua tomba sia rimasta a Caprera e non in qualche sacrario pieno di marmi.

Niccolò Ammaniti: “Che la festa cominci”

Guarda 'Che la festa cominci' su aNobii. Mah…L’unico commento che viene in mente è questo, e non è un buon segno. Non avevo mai letto nulla di Ammaniti, ed è probabile che abbia cominciato con il piede (libro) sbagliato.
Di solito diffido dei romanzi a tesi, ma la buona stampa e la promessa di divertimento mi hanno portato ad ignorare la regola: alla fine le risate non sono state moltissime e la parte che raffigura con intenti satirici il mondo letterario, il generone romano e, in genere, gli aspetti deleteri della nostra società dell’apparire risulta assai debole. Tra personaggi stereotipati e situazioni scontate con pure un po’ di sesso inutile, si aggira Fabrizio Ciba, ex giovane scrittore in crisi d’ispirazione, talmente insopportabile da risultare meno antipatico di quanto dovrebbe.
Il romanzo viene però salvato dai protagonisti della storia parallela, ovvero le ‘Belve di Abaddon’, quattro sfigati che riempiono il vuoto delle loro vite nel più scassato gruppo satanista dell’Universo, ma riescono a risvegliare l’empatia del lettore anche grazie ad alcune fra le pagine migliori del libro. Perché Ammaniti sa scrivere bene e al momento coinvolgere, ma qui molte volte è ciò che racconta ad essere poco interessante.

Patrick Dennis: “Zia Mame”

Guarda 'Zia Mame' su aNobiiLa ‘screwball comedy’ è stato un genere fra i più deliziosi della Hollywood dei tempi d’oro. Magari nasceva dall’esigenza di distrarre il pubblico nei tempi grami della Grande Depressione, ma quelle pellicole dal ritmo irresistibile e costellate di tante battute che oggi basterebbero per cinque o sei film restano divertentissime a dispetto dei decenni passati.
Questo libro ne è una specie di versione cartacea – come nell’irresistibile narrazione di Mame alla ricerca dei un lavoro dopo il crac del ’29 – che a volte sconfina nella commedia degli equivoci o addirittura nella comica finale – vedi ad esempio l’intero l’episodio della gravidanza di Miss Gooch – e sa farsi satira pungente – come dimostra l’avventura ‘sudista’. Il tutto dominato dalla personalità inarrestabile della protagonista che travolge – in senso positivo – la vita del nipote-narratore che ne è un’impeccabile spalla. Nipote che racconta in prima persona e che porta lo stesso nome dello scrittore (che poi è uno pseudonimo), creando così un ulteriormente beffardo effetto di ‘vita vissuta’.
Il romanzo è suddiviso in capitoli, solo tenuemente legati fra loro, fra i quali il lettore può scegliere i suoi preferiti ma che scorrono sempre con grande levità e con un sorriso sulle labbra che a volte si apre in aperta risata.

Lucero: “1372 Overton Park”

(Universal Republic 2009)


Prendete la seconda traccia. Dopo neppure un minuto e mezzo, arriva il ritornello: beh se vi vien voglia di cantarlo a squarciagola sotto un palco (no, le parole NON SONO ‘out in the baaaackstreets’!) vi innamorerete di questo disco tanto da non riuscire a staccarlo dal lettore. Per gli (sfortunati) altri resta comunque uno splendido esempio di american music, dominato dal timbro rauco del cantante e leader Ben Nichols- un po’ Springsteen ed un po’… Ligabue – e con la propulsione di quattro musicisti in stato di grazia.
Non bastassero loro, fondamentale risulta l’apporto dei fiati: gli arrangiamenti di Jim Spake regalano una marcia in più all’attitudine southern del gruppo come nel travolgente bolgie ‘The devil and Maggie Chascarillo’; souleggiano con calore in ballate come ‘Goodbye again’ (siamo a Memphis, dopotutto); trascinano le atmosfere dalle parti della E-Street Band – qualche volta anche troppo, come ad esempio nella ‘Sounds of the city’ guidata da un organo ‘federiciano’.
Le radici punk del gruppo magari sono lontane, ma si possono rintracciare nell’energia con cui vengono rielaborati country, rock e soul: dopo lo scatenato avvio, i pezzi ritmati superano per quantità e qualità quelli più languidi. Un viaggio nelle radici affrontato con freschezza e personalità, raccontando storie di più o meno romantici perdenti: non sempre si riesce a seguire il ritmo del cantato, ma un verso come ‘She asked me if I loved her and I showed her my tattoo’ è un assaggio di tutto rispetto.

Stan Diego: “The incredible comeback of…”

(In a cabin with 2010)

Ogni due mesi, quelli della In A Cabin With spediscono un musicista, di preferenza olandese come loro, in qualche posto in giro per il mondo a registrare con musicisti locali. A volte funziona, a volte meno.
Stan ‘Diego’ Vreekens (se questo è il suo cognome) e compari finiscono in Messico ad inizio 2009 e, quando tornano a casa, portano con sè questo disco, dieci piccoli gioiellini di piacevolissimo ascolto (essendo l’undicesimo brano solo chitarra e voce in spagnolo). Su una base elettronica, si snodano melodie ed arrangiamenti che richiamano ora a questo ora a quell’ icona pop senza cadere nella pura calligrafia, ma anzi sapendo scartare al momento giusto.
Dai Beatles – o, meglio, Paul McCartney – ai Beach Boys – o, meglio, Brian Wilson – fino ad un apocrifo Billy Joel: star qui a mitragliar nomi sarebbe però far torto a canzoni di grande fascino come ‘The fall’ o ‘The passion of the songwriter’, che, nell’alternarsi di suggestioni diverse, si fanno riascoltare con una certa compulsività. Quando, dopo l’intermezzo ispanico, ‘Sweet love’ chiude le danze con un delizioso doo-wop natalizio, è assai probabile che il sorridente ascoltatore riparta dall’inizio di questo breve ma intrigante dischetto.
Il disco è scaricabile gratuitamente al seguente indirizzo:

http://www.inacabinwith.com/downloadstandiego.php

Pietro Citati: “La luce della notte”

Guarda 'La luce della notte' su aNobii Un libro per chi ama farsi raccontare le storie. Un viaggio nel mito: sia nel tempo, dall’antichità all’età moderna, sia nello spazio, dall’Islam alla Cina alle civiltà precolombiane. Le pagine migliori sono proprio da ricercarsi nelle parti dedicate a società più lontane da noi; che trattino del violento tramonto degli Incas e dell’impero Azteco o dell’infinita capacità orientale di elaborare narrazioni; l’unico capitolo che lascia perplessi è quello su Montagne, che risulta un po’ forzato in un libro che parla di mitologie, a meno che il Francese non sia un mito per lo scrittore stesso.
In ogni caso, Citati si conferma lettore enciclopedico con la capacità di restituire la sostanza della pagina altrui: il libro regala mille spunti e curiosità, ed è un vero peccato che la mancanza quasi totale di indicazioni riguardo alle opere che ne stanno alla base renda difficoltoso qualsiasi approfondimento. Come caratteristico nell’autore, la narrazione mette in mostra una lingua ricca di iterazioni e subordinate con la quale non è immediato entrare in sintonia: se non la si trova insopportabile a prescindere, lo scorrere delle pagine aiuta ad accettare il lento flusso di parole e la prosa si fa avvolgente quando non ipnotica.

A Christmas carol

(A Christmas carol, 2009)
Regia: Robert Zemeckis
Con: Jim Carrey, Gary Oldman, Colin Firth, Robin Wright Penn, Cary Elwes

La cupa fiaba natalizia di Charles Dickens conosce la sua ennesima versione in un film breve e godibile ma che non passerà certo alla storia (a meno che non si voglia sottolineare che si tratta della prima volta in 3D). La Disney si affida a Zemekis, che è una più che discreta garanzia di ritmo ed intrattenimento, ma il regista non trova l’ispirazione migliore: si alternano momenti buoni ad altri tirati per le lunghe, lasciando in bilico il giudizio complessivo.
Se la parte iniziale, in una Londra brumosa come l’anima di Scrooge, è efficace, altrove gli effetti speciali diventano preponderanti togliendo sostanza alla trama – l’episodio del Natale futuro sembra non finire mai e, malgrado lo spirito cupo dell’originale, esagera con i colpi bassi in stile horror. Per fortuna, i passaggi più truci vengono variati utilizzando un certo humour, che magari non va sempre a segno ma alleggerisce l’atmosfera. Ingiudicabile, poi, la prova degli attori: la tecnica del semi-cartone animato – protagonisti in carne ed ossa rielaborati al computer – li appiattisce in una dimensione irreale e non si sa dove stiano i meriti (o le colpe) di questo o quell’interprete.
Al termine della visione – nelle care, vecchie due dimensioni – non si rimpiange il tempo passato in sala, ma resta poco di un film soprattutto per ragazzi – magari non troppo piccoli, per evitare il rischio incubi.

Albert Camus: “Lo straniero”

Un libro scritto in prima persona che sembra scritto in terza e, per di più, osservando il tutto da anni luce di distanza.
Il protagonista, Mersault, si guarda vivere senza particolare partecipazione, nei momenti tristi ed in quelli felici, e va incontro al suo destino accompagnato da una profonda apatia. La morte della madre, l’amore di una donna, l’assassinio di un uomo sono tutti accidenti senza troppa importanza che non lasciano traccia sul suo animo indifferente. Indifferenza che la vita alla fine contraccambia, in un processo stralunato che lo condanna implacabilmente: circostanza che, peraltro, non scalfisce l’imperturbabilità di Mersault.
Libro breve e a suo modo struggente, dove l’autore trasmette a chi legge il carico di emozioni così ben evitate dal protagonista: lo fa con una lingua perfetta, frasi secche e precise che in poche parole ricostruiscono Algeri piena di sole e di vita in contrasto con il piccolo mondo sbiadito del protagonista. Pare di sentirli, il vino ed il sole che intontiscono Mersault nella sua passeggiata fatale, come pare di vivere il vuoto che lo uccide (lo ha ucciso) dentro: alla fine, il lettore si sente sollevato dal numero di pagine certo esiguo, così da potersi liberare dall’atmosfera opprimente che lo ha avvolto.

Monticelli per Monticelli – Da Rossini a Bernstein

Ristorante ‘Da Cattivelli’, Isola Serafini, 22 dicembre 2009.

Se non ci fosse stato il temporale che ha rovinato il secondo concerto di ‘Monticelli Jazz’ nell’occasione del ventennale, il 2009 della musica monticellese sarebbe veramente da incorniciare. Malgrado la serata non certamente propizia – cumuli di neve per terra e pioggia gelida a catinelle – circa un centinaio di appassionati si sono dati appuntamento ad Isola Serafini per ascoltare una bella squadra di musicisti di Monticelli esibirsi in un programma di musica classica che ha superato l’ora e mezza di durata. Il tutto alla presenza delle autorità, il sindaco Montanari in veste ufficiale ed il suo predecessore, nonché ex presidente provinciale, Boiardi nel ruolo di capo-claque: a voler guardare il pelo nell’uovo, meno assidui si sono dimostrati alle rassegne jazz e rock.
La serata ha la direzione artistica di Fabrizio Garilli – monticellese trapiantato a Piacenza, musicista in una famiglia di musicisti e direttore del Conservatorio ‘G. Nicolini’ – che non si lascia sfuggire l’occasione per una polemichetta sulla musica classica e lirica dimenticata dai media principali. Poi comincia lo spettacolo e sono conscio che quel che segue potrà essere usato contro di me: non è la mia tazza di te, e il lettore vorrà scusare se mi son preso il rischio di farla fuori dal vasino. L’ignoranza in materia spinge a valutare più di altre volte sulle sensazioni anziché sulla qualità intrinsecamente musicale, e, sotto questo punto di vista, le esibizioni superano ogni più rosea aspettativa. Prima che qualcuno vi cerchi disperatamente una logica, va sottolineato che il titolo della serata è un puro pretesto: i brani proposti non hanno organicità, ma ogni musicista ha presentato le musiche che più sente vicine. Continue reading Monticelli per Monticelli – Da Rossini a Bernstein