Georges Simenon: “Il defunto signor Gallet”

Un commesso viaggiatore viene raggiunto allo stesso tempo da un colpo di rivoltella sparato da sei metri e da una coltellata sferrata a distanza ravvicinata. Il delitto da stanza (semi)chiusa costringe Maigret a trasferirsi in un albergo sulla Loira in quel di Sancerre, ma, più di tutto, consente a Simenon uno di quegli esercizi di pessimismo sulla natura umana che gli riescono così bene.
Nella terza investigazione del commissario parigino non ce n’è per nessuno, visto che il defunto si rivela essere un piccolo truffatore, ma alla lunga tutti gli altri finiscono per dimostrarsi pure peggiori, tra piccola nobiltà decaduta, i consueti borghesi contraddistinti da ipocrisia e avidità, la gente del popolo interessata comunque al puro guadagno a partire dall’untuoso albergatore: i numerosi personaggi sono caratterizzati con pochi tratti che, sottolineati con perizia, li rendono subito riconoscibili anche quando secondari, come i due poliziotti locali.
L’antipatia che prova Maigret è in maniera evidente quella del suo autore e l’ombra grigia non risparmia neppure le ambientazioni, tanto che è difficile dire se è peggio il triste e quasi disabitato inizio di lottizzazione in cui vivono i Gallet o la villeggiatura a poco prezzo sulle rive del grande fiume.
All’interno della plumbea atmosfera del romanzo, il commissario si muove secondo il suo non-metodo, radunando in un processo all’apparenza casuale gli indizi e le impressioni da cui riesce solo a fatica a ricavare il quadro generale in una conclusione dalla costruzione complessa (nonché inattesa), ma alla quale si giunge con una notevole fluidità guidati dai dialoghi serrati che, specie nella seconda parte, prendono il sopravvento sulla narrazione.
Il profilo del protagonista comincia ormai a delinearsi con decisione, seppure lontano dal Quay de Orfévres e dalla sua casa a cui sono riservati appena una scena ciascuno, grazie a qualche asperità che si arrotonda e, in particolar modo, alla scelta che deve compiere nell’ultimo capitolo.

Saxon: “Strong arm of the law”

(Carrère 1980)

Inseriti nella New Wave of British Heavy Metal che ha caratterizzato gli anni a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta, i Saxon suonano in qualche modo più eterogenei della media della categoria, almeno alle orecchie di un non adepto come il sottoscritto. Ho frequentato parecchio simili sonorità nella prima adolescenza per poi abbandonarle in blocco: il nuovo incontro, casuale e un po’ nostalgico, mi dà la sensazione che il gruppo fosse meno allineato e coperto di molti suoi pari (Iron Maiden in primis) e perciò più disponibile a contaminarsi con influenze esterne, seppur confinanti.
Insomma, l’impressione è che i cinque non si prendessero troppo sul serio (a partire dal candido cappellino che copriva la pelata del chitarrista Paul Quinn) facendo propria una certa attitudine da pub-rock (Sixth Form Girls lo è fin dal titolo) mischiata con feroci eccessi di velocità che fanno pensare subito ai Mötoröhead (To Hell and Back Again oppure la frenetica 20.000 Ft). Se si tiene conto poi che i virtuosismi sono abbastanza limitati e che l’assolo che contrassegna l’insolitamente politica Dallas 1 PM – dedicata. ovviamente, all’assasinio di Kennedy – è di una pulizia esemplare, più che al marchio metallico viene da associarli a un più generico hard-rock che in Hungry Years giunge a sfoggiare più espliciti accenti blues.
Detto questo, l’etichetta di cui all’inizio non è certo campata in aria, visto che gli elementi costitutivi del genere ci sono tutti, inclusa la brutta copertina con quella sorta di medaglia al valore coronata: l’impatto frontale, il massimo volume, gli stacchi cronometrici (Pete Gill alla batteria, Steve Dawson al basso, Graham Olivier l’altra chitarra), le corde vocali di Biff Byford quasi sempre al limite e un po’ tutto l’immaginario maschile, bianco e dopato di testosterone. Non mancano gli inni da cantare a squarciagola sotto al palco, ovvero l’apertura Heavy Metal Thunder, che prende il via con un temporale pallida rimembranza di quello di Black Sabbath, e, soprattutto, il brano eponimo che rievoca una scomoda avventura con un poliziotto statunitense fino a un ritornello di facile memorizzazione.
Il risultato complessivo non è trascendentale, né fondamentale, ma è difficile negare che questi quaranta minuti scarsi senza togliere il piede dall’acceleratore – la mancanza della consueta ballatona è un ulteriore aspetto positivo – non annoino riuscendo sovente a risultare divertenti.

Marcello Fois: “Luce perfetta”

Luce perfetta La terza e conclusiva puntata della saga con protagonista la famiglia Chironi prosegue lo scivolamento dall’epica alla cronaca già profilatosi all’orizzonte durante l’episodio centrale e, pur rimanendo una lettura che sa appassionare, dà l’impressione di un finale in calando.
La scrittura dell’autore, nella quale le metafore giocano un ruolo fondamentale, avvolge come di consueto restituendo appieno l’ambiente vorace a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, ma l’unurbamento in una Nuoro che ha ormai completato il passaggio da paesone a città finisce per comprimere la componente naturale di una Sardegna selvaggia che riesce a farsi largo soltanto a tratti sopravvivendo in particolare nelle condizioni atmosferiche che si intrecciano con il percorso dei personaggi.
Quest’ultimo è raccontato con un andamento non regolare, con un corposo flash-forward iniziale e poi inserendo una serie di flash-back per gli indispensabili collegamenti con gli altri volumi; l’elemento sovrannaturale ha uno spazio di nuovo limitato, riducendosi solo quasi alla dimensione onirica, a testimoniare forse che la materialità dei tempi nuovi finisca per scacciare la magia in via definitiva. In modo analogo, mentre nei romanzi precedenti era il fato – una sfiga dalla mira infallibile, a dire il vero – a scatenare la tragedia, qui essa ha origine senza eccezioni per mano dell’uomo scatenando un classico meccanismo di delitto e castigo.
Cristian è il rampollo rimasto dei Chironi, orfano dalla nascita di Vincenzo e dall’adolescenza della madre, e si innamora – ricambiato – di Maddalena, ragazza del suo miglior amico, Domenico: quando il primo scompare – lasciando, come da tradizione familiare, un pugno di cellule che diventerà suo figlio – e se ne va anche Marianna, l’ultima della stirpe, al centro della scena si pone la famiglia del secondo, i Guiso, che si sono arricchiti con le speculazioni edilizie. Nelle loro traversie, l’attaccamento alla ‘roba’ rinforza i legami con i Malavoglia, ma i capitoli conclusivi regalano un ribaltamento inatteso che mette ogni evento in una diversa prospettiva: si tratta però di una svolta un po’ troppo brusca che fatica a integrarsi del tutto con la più corposa parte che l’ha preceduta, sebbene l’ ‘inquadratura’ finale di Maddalena sia un’immagine che si stampa con forza nella memoria.
Oltre ai dubbi sollevati dagli ultimi avvenimenti narrati, si possono individuare ulteriori momenti non essenziali (il masochismo di Domenico) o poco giustificati se non poco riusciti (la vocazione) tanto da far pensare che il lettore occasionale, incappato in queste trecento facciate ignorando il resto della trilogia, ne uscirebbe assai meno soddisfatto di chi ha invece una visione d’insieme e, soprattutto, vuol sapere come va a finire.
Malgrado qualche difetto, ‘Luce perfetta’ resta un libro che vale ampiamente la pena di affrontare grazie alla capacità dello scrittore di costruire un mondo in cui è inevitabile immergersi a tal punto che a volte risulta difficoltoso abbandonare le atmosfere che si sono andate creando con il volgere delle pagine: sensazione che spinge a considerare che, se i Chironi fossero stati raccontati con un solo volumone anziché con tre romanzi distinti, la loro epopea sarebbe stata davvero indimenticabile.

In concerto – Alberto Fortis

30 settembre 2017 – Monticelli d’Ongina, cortile di Palazzo Archieri.

Se si eccettua l’indifendibile neologismo ‘Festivaglio’, è innegabile che la fiera ottobrina di quest’anno abbia messo in mostra un’imprevista vivacità della quale la presenza di Alberto Fortis è forse la più inattesa testimonianza. La vivacità suddetta risulta pure troppa – l’assurda contemporaneità costringe a rinunciare al punk celtico delle Mosche di Velluto Grigio in Piazza della Rocca – ma il nome in ballo e il recupero del bello spazio offerto dal cortile di Palazzo Archieri costituiscono un’occasione da cogliere e infatti il pubblico accorre in discreto numero per un evento di questo tipo.
Il luogo affascina sia il cantautore, sia il Quartetto Bazzini che funge da introduzione. L’ensemble guidato dal violoncellista cremonese Fausto Solci che si affianca ai violini di Lino Megni e Daniela Sangalli nonché alla viola di Marta Pizio – tutti musicisti bresciani – accantona il consueto repertorio classico, con la parziale eccezione della mozartiana Eine Kleine Nachtmusik, per proporre un breve excursus fatto di colonne sonore, da John Williams (‘Guerre stellari’) a Nicola Piovani (‘La vita è bella’) per finire con Jóhann Jóhannsson (‘La teoria del tutto’) offrendo una quarantina di minuti ben suonati e di facile ascolto.
L’attrazione principale sale sulla scena con mirabile puntualità alle dieci di sera: sfoggiando un paio di alate scarpette da Mercurio, si siede dietro al pianoforte a coda che occupa la quasi totalità del piccolo palco per uno spettacolo solista (ma piacerebbe risentirlo con la band, come da lui stesso auspicato) che supera l’ora e mezza dosando con cura nuove composizioni e vecchi successi. A parte la scarsa efficacia del sound&vision, visto che i filmati che accompagnano molti dei brani vengono proiettati su di un malandato muro laterale, l’unico appunto che si può fare è l’eccessivo volume dedicato all’amplificazione dello strumento: alle volte la voce si perde mentre l’incedere un po’ enfatico evoca in alcuni passaggi Roy Bittan e fa temere che Fortis stia per mettersi a strillare ‘aloningiangolleeeend…’.
I titoli altrui in programma sono invece ben diversi, ovvero Little Wing e, soprattutto, One che finisce per fondersi con Settembre in cui il musicista si sforza di ricreare con la tastiera il coinvolgente souleggiare che i cori regalano all’originale. Milano E Vincenzo è seconda in scaletta, come se l’autore volesse liberarsene subito per dare importanza a canzoni a cui tiene maggiormente: mostrano diverso spessore e di conseguenza più profonde vibrazioni La Neña del Salvador, una Marylin riadattata al momento politico a stelle e strisce, Fragole Infinite a testimonianza dell’esperienza londinese (e qui ci scappa un po’ di civetteria, per la serie ‘io ho lavorato con George Martin’) e quella bellissima dedica a Milano che è Il Duomo Di Notte.
Al confronto con le vecchie cose, i pezzi ripresi dal nuovo ep uscito questa primavera paiono più legati agli schemi del cantautorato melodico all’italiana tralasciando quello sguardo obliquo che è stato a lungo cifra distintiva del Fortis di qualche lustro fa: Do l’Anima serve a rievocare gli esordi e il legame con Vecchioni, la più brillante Infinità Infinita è accompagnata dal video girato sui Floating Piers di Christo con Cino Tortorella, l’appassionata Con Te apre i bis conclusi su toni ancora più intimi con La Sedia di Lillà.

Hunger

(Hunger, Gbr 2008)

Il primo lungometraggio dell’inglese McQueen è uscito in Italia con quasi un lustro di ritardo, sull’onda del riconoscimento internazionale raggiunto con ‘Shame’ e appena prima del successo di ’12 anni schiavo’, nonché grazie alla crescente aura carismatica di Fassbender. Eppure a Cannes il film è stato adeguatamente premiato (nella sezione ‘Un certain régard’) e mette in mostra un talento genuino che sfrutta l’abilità di narrare con uno sguardo, derivatagli dal mondo pubblicitario da cui proviene, riuscendone comunque a evitare la superficialità e la ricerca del semplice effetto.
Il rischio ci sarebbe, con la messa in scena della violenza e quella dell’inedia passibili di scadere in un certo voyeurismo: invece la rappresentazione che ne scaturisce è forte, brutale e, proprio per questo, di una bellezza che lascia il segno. McQueen rievoca la morte per fame di Bobby Sands e dei suoi otto compari nel terribile carcere di Maze all’inizio degli anni Ottanta, ma, nello stesso tempo, offre una lucida disamina del potere e della sua capacità di schiacciare l’individuo.
In un’Irlanda dal cielo livido o negli squallidi ambienti della prigione, tale oppressione tende ad annientare alcune guardie, come il secondino Lohan (Stuart Graham) e i detenuti, narrati attraverso l’internamento del giovane Gerry (Liam McMahon): il rifiuto dell’autorità costituita di questi ultimi – che si esplica nel rigetto della divisa carceraria, il che li costringe a vivere riparati solo da qualche malandata coperta – è una ben debole resistenza rispetto alla ferocia di chi ne nega i più elementari diritti. L’accusa di terrorismo non può giustificarne il trattamento che, accompagnato dalle gelide parole di Margaret Thatcher, punta dritto all’umiliazione con una barbarie che parrebbe inconcepibile nel Regno Unito del tardo Ventesimo secolo: le immagini di Sean Bobbitt lasciano sovente lo spettatore a boccheggiare, preparandolo a una seconda parte che regala malessere per sottrazione anziché per accumulo.
Entra in scena Sands (Michael Fassbender) che, tra silenzi, sguardi assorti e sigarette, rende nota l’intennzione dello sciopero della fame e resiste a chiunque provi a convincerlo del contrario, dai suoi dolenti genitori (Helen Madden e Des McAleer) a padre Moran (Liam Cunningham): è proprio sul dialogo con il religioso che si incentra la mirabile cesura tra le due parti sopra accennate. McQueen gira con la macchina fissa un’unica, iconica sequenza di oltre diciassette minuti in cui i due uomini sono ripresi ne parlatorio di Maze: il religioso prova ogni sorta di argomentazione di umanità o di fede, ma va a sbattere contro un muro, come se il fumo del tabacco in cui Sands si immerge un mozzicone dopo l’altro gli servisse per respingere qualsiasi invito a essere meno tetragono riguardo alla propria decisione (‘tu lo chiami suicidio, io omicidio’).
La reazione è invece uguale e contraria, con il protagonista che persegue con sempre maggiore insistenza il proprio annullamento in scene che ne accompagnano il decadimento fisico avvolgendolo nel silenzio spezzato da pochissime frasi in aggiunta a quelle sprezzanti del Primo Ministro e da un certo numero di sparsi rumori. Fassbender ne rappresenta la parabola con un’intensità e una partecipazione che gli sono costate non poco a livello fisico (l’attore stato seguito sul set da uno staff medico) facendone non tanto un martire quanto il simbolo dell’estrema ripulsa per una situazione inumana che solo il gesto definitivo suo e dei suoi compagni ha portato davvero all’attenzione del mondo.
Regia: Steve McQueen
Con: Michael Fassbender, Liam Cunningham, Stuart Graham, Liam McMahon, Rory Mullen

Jorge Luis Borges: “Finzioni”

Finzioni Penetrare nell’universo di Borges è allo stesso tempo affascinante e complicato, benché non sia una scusante per aver atteso così tanto. La profonda cultura che lo scrittore argentino riversa nella sua scrittura richiede un supplemento di attenzione per cercare di cogliere il maggior numero si sfumature (di tutte non se ne parla neppure), ma al contempo ci si abbandona con estremo piacere alla dimensione fantastica che si va costruendo riga dopo riga.
Il libro è l’unione di due raccolte di scritti brevi uscite in precedenza riunendo lavori pubblicati perlopiù su riviste: entrambe sono precedute da un prologo dell’autore che si incarica di suggerire alcune chiavi di lettura. La prima, intitolata ‘Il giardino dei sentieri che si biforcano’, mette in mostra una componente immaginaria più spiccata che è di notevole importanza pure nel brano a struttura più classica, quel ‘Le rovine circolari’ che pare ispirarsi alla spiritualità orientale nel narrare il potere del sogno e la capacità dell’uomo di ricrearsi fisicamente durante il medesimo. Ci sono poi le variazioni letterarie, a partire dalle argute ramificazioni di ‘Tlön, Uqbar, Orbis Tertius’ in cui si immagina un gruppo di studiosi che scrive un’enciclopedia su di una società immaginata: non da meno è l’accoppiata ‘Pierre Menard, autore del Chisciotte’ e ‘Esame dell’opera di Herbert Quain’ con la geniale sfida del primo (riscrivere il capolavoro di Cervantes identica ma se come fosse nuova) che si fa preferire di un nulla alla labirintica elaborazione del romanzo a cui aspira il secondo.
In tutto il libro, i racconti tendono ad andare due per due come ben dimostra la vicinanza che si percepisce ne ‘La lotteria a Babilonia’ (la riffa eletta a regolatrice del vivere comune raggiunge una pervasività tale che vien proprio da pensare che sia dio a giocare a dadi) e nel monumentale ‘La biblioteca di Babele’, in cui la sterminata (alla lettera) costruzione raccoglie tutti i libri possibili combinando ogni segno esistente. In entrambi i casi, l’umanità è minuscola e in balia dell’ambiente: risulta perciò netta la cesura rappresentata dal pezzo che dà il titolo alla sezione: seppure vi abbiano un ruolo non secondario l’Oriente, un romanzo all’apparenza insensato e un labirinto, l’impalcatura gialla e spionistica si afferma attraverso la vicenda di una spia giapponese che dall’Inghilterra deve trasmettere un’informazione a Berlino.
L’atmosfera che vi si respira si ripresenta nell’abbinata del tradimento – ‘La forma della spada’ e ‘Tema del traditore e dell’eroe’ da cui Bertolucci ha tratto ‘La strategia del ragno’ – in cui nel finale si gioca con il ribaltamento di quanto è parso fino a quel momento, specie nell’appassionata chiusa del secondo che, tra l’altro, richiama le circostanze dell’assassinio di Lincoln: un cambio di prospettiva presente inoltre ne ‘La morte e la bussola’, dove un detective troppo perspicace scorge indizi ovunque, ma non intercetta quelli che racconterebbero il suo destino. Siamo ormai nella seconda parte, ‘Artifici’, che prosegue toccando toni più mistici laddove a un drammaturgo viene sospeso l’istante del trapasso perché possa scrivere la tragedia sino ad allora rimandata (‘Il miracolo segreto’) o si ipotizza Giuda come vera figura centrale della Redenzione (‘Tre versioni di Giuda’).
Dopo il breve ‘La setta della Fenice’, in cui si concentra una sorta di summa delle teorie complottarde attorno a un mistero non svelato ma che parrebbe essere l’atto sessuale, ‘Il sud’ conclude il volume con una narrazione a sorpresa più ampia accompagnando il suo incerto protagonista verso il suo incongruo fato per mano di alcuni tipacci incontrati per caso: anche in queste pagine, in ogni caso, sono presenti i richiami agli altri testi che, come una sottile ma inestricabile ragnatela, avvolgono l’intera raccolta dandole un’indiscutibile patina di unitarietà.

In concerto – Cisco il dinosauro con la formidabile orchestra jurassica

L’esser bianchi per antico pelo porta, tra le altre seccature, un atteggiamento nostalgico per i bei tempi andati. Fatta la tara agli occhiali rosa, il confronto fra lo spettacolo offerto e quello dei Modena City Ramblers che fece tremare il Fillmore nella primavera do oltre vent’anni fa è comunque abbastanza impietoso, peraltro in sintonia con la traiettoria discendente della discografia della band prima e del suo più conosciuto membro poi.
Forse avrebbe aiutato che fossero presenti anche gli altri ‘dinosauri’ del disco uscito l’anno passato, ovvero gli ex MCR Alberto Cottica e Giovanni Rubbiani, oltre che ad Arcangelo ‘Kaba’ Cavazzuti dietro i tamburi: fatto sta che l’insieme si rivela ben suonato e divertente, ma incapace di far scattare l’interruttore che regala vere emozioni. Ciò non toglie che fa davvero piacere vedere gli ‘Amici del Po’ così affollati da un pubblico pagante – l’evento è aperto ai non soci con un lieve e sovrapprezzo sul biglietto d’ingresso – che dimostra di apprezzare più del sottoscritto accorrendo a saltare sotto al palco almeno negli ultimi quattro o cinque brani.
Ad aprire la serata su toni più intimi pensano Bernardo Beisso e Giovanni Guglielmetti dell’ensemble folk ‘Statale 45’ con un conciso spettacolo intitolato ‘Il disertore’ come da canzone di Boris Vian: voce, chitarra e fisarmonica per un delicato recupero di canti resistenziali, finanche con la firma ‘pesante’ di Italo Calvino, che ben si adattano all’evocativa data in cui l’evento si svolge.
Dopo una breve pausa, salgono sul proscenio Cisco e il suo gruppo – del quale, oltre al citato Cavazzuti, fanno parte un bassista, un chitarrista che alterna l’acustica e l’elettrica, un trombettista oltre a un violinista inglese, ma quest’ultimo è l’unico dato anagrafico che sono riuscito a captare bene – per un viaggio che percorre avanti e indietro una carriera che per il leader ha raggiunto ormai il quarto di secolo.
La ricetta è nota ed è quella che ha fatto la fortuna della band madre prima di indebolirsi per un eccesso di ripetizione: su una base di folk celtico si innestano gli spunti provenienti dalle tradizioni popolari di mezzo mondo nonché una buona dose di efficace melodia pop. La voce di Cisco si è fatta più matura e l’orchestra jurassica ci sa fare con gli strumenti, così che i brani scorrono piacevoli all’orecchio e spesso portano a muovere il piedino lasciando che il tempo scorra quasi inavvertito.
Gli episodi migliori sono però da cercarsi più che altro nelle deviazioni dalla linea: la riuscita, benché non travolgente reinterpretazione di Caravan Petrol, il capobanda da solo con il bodhrán per I Cento Passi, l’efficace La Banda Del Sogno Interrotto, una sorprendente A M’in Ceva Un Caz che si trasforma da canzone poco sopportabile (almeno per il sottoscritto) a curioso contenitore di un medley costituito da Personal Jesus, Enter Sandman e Ring Of Fire.
I pezzi pregiati del catalogo arrivano tutti alla fine, iniziando con una Bella Ciao che ci guadagna parecchio dalla sostituzione del flauto di Pan con la tromba: a seguire arrivano Clan Banlieu e Un Giorno Di Pioggia (che dà la non simpatica impressione di venir riproposta tanto per timbrare il cartellino) prima di giungere al classico finale della dolce Ninnananna che manda tutti a letto quando la mezzanotte è già passata da un po’

Stephen King. “Chi perde paga”

Chi perde paga (Bill Hodges Trilogy, #2) Fingendo di ignorare lo sconclusionato titolo italiano – che c’era di male a tradurre ‘chi trova, tiene’ come l’originale (Finders keepers)? – la seconda puntata dedicata al detective in pensione Bill Hodges regala impressioni ambivalenti.
Ciò che colpisce subito è lo sviluppo di temi cari allo scrittore che si danno il cambio a lungo prima di fondersi: il racconto di ambiente carcerario, l’adolescente costretto a vivere l’età di transizione in una famiglia zoppicante nonché, soprattutto, il rapporto tra autore e lettore che apre il romanzo e conduce il buono e il cattivo su traiettorie più somiglianti di quanto il primo desidererebbe. Simili basi potrebbero indurre a temere una rimasticatura, ma l’indiscutibile capacità di raccontare vivacizza la narrazione parallela delle vicende con protagonisti il galeotto Morris e il giovane Pete in una metà iniziale che procede con un passo compassato che non è certo una novità per King.
Quando i due filoni giungono a contatto, entra in scena l’investigatore – sempre spalleggiato da Holly e Jerome – e il ritmo accelera mentre la struttura cambia evolvendo in un montaggio alternato che si fa via via più serrato sino a condurre alla prevedibile conclusione. E’ questo il segmento con più spiccate caratteristiche noir (genere al quale la trilogia di Hodges, a detta di chi l’ha scritta, appartiene) e nel complesso funziona, anche perché l’elemento sovrannaturale è lasciato fuori, cosa che non accadeva del tutto in ‘Mr. Mercedes’ e non capiterà nel conclusivo ‘End of watch’, visto quel che succede durante le brevi apparizioni di Brady Hartsfield: l’unica pecca è un’evidente mancanza di cattiveria che dipinga la storia davvero a tinte oscure – insomma, possibile che tutti i defunti facciano parte della squadra dei reprobi? – ma, del resto, la ferocia non è nelle corde del King degli ultimi anni.
Tutta la vicenda gira attorno a un baule contenente i soldi e i romanzi inediti di uno scrittore autosegregatosi dal mondo (Salinger? Chi ha detto Salinger?): novello Kathy Bates, li ruba Morris pervaso dal desiderio di vendetta per la piega che hanno preso le avventure dell’adorato Jimmy Gold, personaggio creato dal presto trapassato John Rothstein, ma non se li può godere dato che viene arrestato per un altro delitto. Nella refurtiva si imbatte per caso Pete, che usa il denaro per puntellare il disastrato bilancio familiare, ma, in special modo, si appassiona a Gold con un’intensità simile a quella di Morris: nel momento in cui quest’ultimo esce di prigione, il suo unico scopo è recuperare il tesoro che aveva sepolto, così che lo scontro si fa inevitabile sebbene la buona stella del ragazzo faccia sì che Hodges venga seppur casualmente coinvolto.
Seguendo uma ricetta ormai sperimentata, King dà forma al tutto definendo con una certa cura i personaggi e rendendo vive le ambientazioni: se si aggiunge che stavolta gli riesce di non sbagliare il finale, la soddisfazione complessiva risulta superiore a quella delle ultime opere con le quali condivide, però, un più che vago sentore di pilota automatico.

In concerto – Leadbelly Rossi

17 giugno 2017 – Monticelli d’Ongina, circolo ARCI ‘Amici del Po’.

Originario di Cardano al Campo in provincia di Varese (un postaccio, a sentir lui), Angelo Rossi si porta a spasso un nome d’arte pesantissimo, ma lo onora in due ore di musica che, malgrado il genere non brilli per immediatezza nei confronti di un pubblico non anglofono, scorrono piacevoli e inavvertite.
Sempre inserito nell’ambito del festival ‘Dal Mississippi’ al Po’, il concerto si svolge in una serata fresca e ventilata (pure troppo) che fa presto dimenticare la calura del giorno: Rossi, fiancheggiato dalla bassista Silvia Preda, inizia che i tavoli sono ancora popolati di commensali e, benché il suo sia un approccio per forza di cose poco invasivo, comincia ben presto a conquistarsi l’attenzione degli astanti che finiscono per appassionarsi tanto che almeno una trentina rimangono fino ai saluti quando è da poco passata la mezzanotte.
Con poche parole e un accurato lavoro sulle corde della chitarra (prima acustica, poi elettrica nell’ultimo scorcio di esibizione), l’artista compie un ampio excursus sul lato più scarno del blues, omaggiandone i maestri soprattutto originari del delta del Mississippi, zona più volte frequentata sulla spinta di una passione che l’ha portato a esere forse il miglior esponente del genere nel nostro Paese. Rossi è bravo a ravvivare l’atmosfera tra un brano e l’altro, ma ciò che davvero valido è il suo modo di restituire l’accoratezza che pervade gli originali, solo di tanto in tanto elevati da tocchi di gospel: l’unico, vero problema è che poco risalto viene dato alla voce, la cui duttilità si perde un in parte a causa della location non ideale.
A perderci è soprattutto l’unica canzone che è blues solo nello spirito, Hurt dei Nine Inch Nails riproposta nella versione (ulteriormente) dipinta di nero da Johnny Cash e Rick Rubin.

In concerto – Sula Ventrebianco

15 luglio 2017 – Monticelli d’Ongina, Società Canottieri Ongina.

Grazie all’amicizia con il concittadino Ivan Martani, è insolitamente stretto il rapporto che lega i Sula Ventrebianco, napoletani di Forcella, alla realtà monticellese: dopo l’apparizione sul palco di Eppur Si Muove 2015 e la raccolta esibizione acustica agli ‘Amici del Po’, eccoli dunque impegnati allo Chalet in un concerto incentrato sul nuovissimo ‘Più niente’, uscito proprio quest’anno per la Ikebana Records.
A differenza delle altre due, suona però insolita anche la location: poco ci azzecca l’energico mix di stoner e grunge che il quintetto propone soprattutto dal vivo con una serata in cui predominano famiglie, chiacchierate e partite a carte. Se ci si aggiunge la scarsa pubblicizzazione dell’evento, la conseguenza è inevitabile: quando i giovanotti iniziano a suonare con una quarantina di minuti di ritardo sul comunque improponibile orario delle 21.30, fatica ad arrivare a venti il numero degli interessati, di cui solo la metà in piedi davanti ai musicisti.
Quasi per controbilanciare, i SVB partono imbracciando lo spadone: le chitarre ronzano e la sessione ritmica picchia implacabile (forse a volte pensano di star registrando ‘Bleach’) sottoponendo a una dura prova un impianto non all’altezza. Siccome i ragazzi si divertono a dare nomignoli alle canzoni, non è semplice seguire la scaletta: in ogni caso, i generi summenzionati si alternano spesso all’interno del singolo brano (efficace assai la minacciosa Mephisto) mettendo decisamente di buon umore grazie all’ormai rodata bravura di chi sta suonando: il basso di Mirko Grande e la batteria di Aldo Canditone sostengono il lavoro alla sei corde di Giuseppe Cataldo e Sasio Carannante, che mette in mostra una vocalità duttile sebbene non eccezionale nel momento in cui i ritmi rallentano, mentre un po’ faticano a farsi spazio il violino e i sintetizzatori di Caterina Bianco.
Dopo una decina di pezzi ventre a terra, prendendo le mosse da Passerà qualche marcia viene scalata e di comporto l’atmosfera si fa meno incandescente riportando più di frequente alla mente un gruppo come i Verdena: va però sottolineato che, con la parziale eccezione di Una Che Non Resta, il quintetto si tiene alla larga dalla classica ballata rock e gli arrangiamenti restano ricchi di spigoli evitando con stile la banalità.
Il numero dei giri torna ad aumentare nella versione di Ballo In Fa Diesis Minore dal repertorio di Branduardi (per non parlare di quella divagazione di Cataldo che evoca per un attimo i Thin White Rope) finchè, con gli ultimi due titoli, viene chiuso il cerchio del concerto su accenti furiosamente stoner: Arkam Asylum, assecondando il titolo, vi aggiunge un tocco di goth per mezzo di un tastierone che piacerebbe ad Andrew Eldritch laddove Africa saluta tutti con uno scatenato groviglio di suoni che si vorrebbe continuato a oltranza.