Jean-Yves Ferri e Conrad Didier. “Asterix e il papiro di Cesare”

Asterix e il papiro di Cesare Se Asterix è nato anche dai ricordi (incubi?) liceali di Goscinny e Uderzo legati alle versioni tratte dai commentarii cesariani, era inevitabile che qualcuno cercasse di chiudere il cerchio: a farlo è la nuova coppia di autori delle avventure del piccolo Gallo e relativa compagnia di giro in questo secondo volume che, dopo il più che discreto esordio di ‘Asterix e i Pitti’, raggiunge un livello qualitativo davvero notevole.
Lo spunto è il libro del ‘De bello gallico’ riguardante i problemi con il ben noto villaggio scritto da Cesare per completezza storica, ma espunto per questioni di marketing: in seguito a una fuga di notizie, il testo carambola fino in Armorica, inseguito dall’editor del condottiero e dagli immancabili legionari più o meno imbranati. Visto che la tradizione gallica è orale, un druido si incarica di memorizzarlo e, di bocca in orecchio, esso giunge nella Parigi degli anni Cinquanta…
Quello della trasmissione non scritta, con inevitabili corruzioni, è solo uno dei tanti tormentoni riusciti che percorrono la vicenda e che si integrano ai passaggi più prettamente comici per mantenere alto il tasso di divertimento in un serrato episodio che non presenta momenti di stanca. Alla prima categoria si possono ascrivere ancora la messaggistica affidata ai piccioni viaggiatori con relative interferenze piratesche, i Galli condizionati dagli oroscopi con conseguenze spiacevoli sia per la dieta di Obelix sia per il menage familiare di Abraracourcix e Matusalemix, le peripezie del giornalista d’assalto Vispolemix ispirato vagamente ad Assange, i militi che cercano di mimetizzarsi tubando; della seconda vanno almeno ricordati la figura dell’arcidruido Archeopterix (con qualche reminiscenza de ‘Asterix e il duello dei capi’) e della Foresta dei Carnuti tutta, i ghostwriter nella Roma classica, l’immaginosa raccolta di strumenti di Assurancetourix nonché molti dei nomi, con una certa preferenza per quelli dei Numidi.
Come già nella puntata precedente, il disegno di Didier si mantiene, e non poteva essere altrimenti, legato al segno originale ma risulta comunque vivace e dinamico grazie ad alcune belle trovate oltre che alle personalizzazioni da ricercare soprattutto nei piccoli particolari che, perciò, è bene osservare con attenzione.

Kings of Leon: “Walls”

(RCA 2016)

Non so perchè mi intestardisco a dare sempre un’ultima possibilità ai Kings of Leon. Forse in ricordo del piacevole southern rock dell’esordio di ‘Youth & young manhood’, ma nel frattempo è trascorsa una dozzina abbondante di anni e quelle sonorità si sono ormai perse, sostituite da un corporate rock che è innocuo come sottofondo, ma finisce per innervosire a un ascolto attento.
Può darsi che, come orecchiato qua e là, i temi personali influenzino queste dieci canzoni, come l’amicizia con la bottiglia del cantante Caleb Followill, ma la temperatura resta sempre vicina allo zero: i restanti tre fratelli macinano con indubbia dedizione, ma, al netto delle non memorabili parti solistiche di Matthew alla chitarra, ci pensano le tastiere e i sintetizzatori di Liam O’Neil a spandere una patina di monotonia.
Il risultato è che nel disco, prodotto da Markus Dravs e grazie in principal modo alle suddette tastiere, ci si barcamena tra i Simple Minds nei momenti migliori (l’iniziale Waste A Moment è pronta per gli stadi) e i Foreigner nel resto dei brani più ritmati, come possono essere Reverend o quella Find Me che conquista l’orecchio, ma esagera in ripetitività. Qualcosa di diverso lo propone Over introdotta e sostenuta nella strofa da un marziale battito sintetico, mentre lascia perplessi al primo impatto Around The World, almeno fino all’istante in cui si intuisce che Cindy Lauper non ci starebbe male, viste le somiglianze con Girls Just Want To Have Fun.
In simili condizioni, assai poco ci si aspetta dalle ballate, anche perché la voce di Caleb è stata sin dagli inizi uno dei punti deboli e quando i ritmi rallentano di solito lo si nota maggiormente, invece proprio fra di esse stanno i passaggi che si ricordano con maggior piacere: se il conclusivo brano omonimo sembra pensato per gli accendini, l’accoppiata Muchacho/Conversation Piece, con la sua accorata (ri)evocazione di solitudini e incomunicabilità, riesce a catturare l’attenzione unendo la partecipazione dell’interprete a un accompagnamento che, per una volta, si rivela discreto, efficace e ben al disopra delle banalità che lo circondano.

Cesare Pavese: “La casa in collina”

La casa in collina Se è vero che, come pare almeno in parte leggendo la vita dello scrittore, siamo di fronte a un romanzo autobiografico, Pavese aveva quantomeno dei grossi dubbi su se stesso, sul suo mondo e su come era andata sviluppandosi la propria esistenza: il protagonista Corrado è infatti non solo un uomo senza qualità, ma mette pure in mostra difetti tali che vien voglia di prenderlo a sberle quasi a ogni capitolo.
Oltre a configurarsi come la rappresentazione dell’intellettuale intento a crogiolarsi nel proprio complesso di superiorità mentre se ne sta chiuso in una torre d’avorio, egli è anche un pusillanime eternamente indeciso che, non riuscendo neppure a riscattare il vile comportamento giovanile nei confronti del primo amore, figurarsi se può far altro che rimanere in pratica paralizzato nell’istante in cui la guerra richiede una presa di posizione tanto che, quando decide di agire, lo fa soltanto per fuggire.
Nel ’43, egli insegna a Torino, ma vive riparato dai bombardamenti in collina a pensione nella villa di una zitella innamorata segretamente di lui e della di lei madre. Girovagando per i boschi, capita in un’osteria dove fa base un gruppo di giovani che comprende Cate, sua fiamma adolescenziale tenuta lontana perché non ritenuta all’altezza: la donna, che ha un figlio che si chiama come lui, e gli altri lo accettano, ma laddove, dopo il settembre, la situazione si aggrava, i loro percorsi si divideranno di nuovo. Stordito e irresoluto, Corrado viene salvato, assieme al ragazzo, dalla sua padrona di casa – anch’ella si dimostra alla fine più viva e responsabile di lui – prima che la paura lo spinga ancora una volta a scappare, questa volta in direzione del più sicuro paese natio.
L’accurata descrizione degli stati d’animo della figura principale è accompagnata dall’altrettanto preciso disegno delle figure di contorno, fra le quali spiccano i vitali frequentatori della locanda, le donne sconfitte dalla vita (a ben guardare sia Cate sia Elvira lo sono), gli anziani che guardano parlando poco e soffrendo molto, i sommersi e i salvati – più i voltagabbana – che cercano di adattarsi ai nuovi padroni (i colleghi Lucini e Castelli).
Di pari rilievo, come sempre in Pavese, è però l’importanza della natura, in mezzo alla quale Corrado riesce forse a provare una compiuta felicità: il paesaggio collinare è dipinto con mano felice nello scorrere delle stagioni, fra alberi frondosi, sterpaglie, radure a prato illuminate dal sole, strade e sentieri che in un momento sono innocui e un attimo dopo nascondono insidiosi pericoli, basta che cambi l’atteggiamento degli uomini che li frequentano. Un pessimismo diffuso sull’essere umano che è presente finanche nell’incontro con la lotta partigiana: in ogni caso, Corrado pensa bene di svicolare e non è sufficiente come scusa il colloquio con Giorni, salito in montagna malgrado i trascorsi da fervente fascista.
Il tutto raccontato con la consueta, mirabile lingua che lo scrittore piemontese porta qui a livelli davvero alti: un modo di procedere solo all’apparenza semplice, ravvivato dagli accenti dialettali e segnato da una cadenza che, rendendolo subito riconoscibile, dà l’impressione al lettore di sprofondare in un caldo abbraccio.
In fondo all’edizione in mio possesso, una vecchia Einaudi per la scuola media, vi sono alcuni racconti che non molto si discostano come tematiche e scrittura: il rapporto dell’adulto o del giovane con la natura – ovvero la collina – per ‘L’eremita’ e ‘Il mare’, l’irresolutezza nelle decisioni de ‘Il signor Pietro’ nonché, soprattutto, un’acuta nostalgia per un mondo passato che è ormai morto o sta morendo nel quale non è difficile riconoscere quello dell’infanzia dell’autore. Una prospettiva, quest’ultima, che fa risaltare brani brevi ma assai intensi come ‘La vigna’ e quel ‘Vecchio mesttiere’ che si può ritenere il migliore del lotto grazie anche a una chiusa esemplare.

Torneranno i prati

(Ita 2014)

A un certo punto, si ha l’impressione che manchi solo Marlon Brando intento ad accarezzarsi la pelata mentre mormora: “L’orrore”. Siamo lontanissimi – per ambientazione, impostazione e sensibilità – da ‘Apocalypse now’, eppure Olmi riesce a esprimere con altrettanta efficacia di Coppola la brutalità e l’insensatezza che caratterizzano ogni guerra distillando il proprio sguardo in ottanta minuti di tensione a volte insopportabile fino allo straniamento finale delle ‘confessioni’ dei soldati direttamente alla macchina da presa. Più che una storia, il regista bergamasco è interessato alla ricostruzione di un momento storico: quasi senza progressione narrativa, il suo lavoro è una sorta di fotografia della vita grama e della morte miseranda che i soldati dovettero affrontare al fronte nella prima guerra mondiale.
Dedicato al padre del regista che vi combattè, il film mostra un avamposto sull’Altopiano di Asiago in cui i fanti italiani sono obbligati a tenere la posizione a un passo dal nemico: letteralmente seppellito dalla neve (attesa con pazienza da Olmi prima di girare), il piccolo gruppo deve sopravvivere, oltre che al freddo e alla fame, agli ordini insensati che giungono da chissà dove mentre gli ufficiali intermedi sono ben contenti di mollare la patata bollente al tenentino di prima nomina (Alessandro Sperduti). Gli austriaci paiono avanzare a colpi di mina, per i soldati ci sono la stanchezza e la paura dentro trincee e alloggiamenti ricostruiti analoghi agli originali (la scenografia è di Giuseppe Pirrotta): l’umanità si esprime quasi di più nei rapporti con gli animali che sono casuali compagni di avventura (l’episodio del topolino) anziché in quelli interpersonali, tanto che anche i discorsi risultano smozzicati con le frasi spesso lasciate in sospeso.
Questi soldati sono consci di essere solo dei numeri da mandare al macello e a volte finiscono per anticipare il momento: Olmi riesce a narrare la tragedia di una generazione troppo spesso dimenticata (o quantomeno sottovalutata) attraverso i volti senza speranza di questi uomini, che, immersi in una ntura ostile, sanno che il vero pericolo viene dai propri simili (specie se indossano la stessa divisa, come ben sapeva il tenente Ottolenghi de ‘Un anno sull’Altipiano’ di Lussu).
Coerente con una simile impostazione – i militari ritrovano un nome, ovvero un’individualità, solo nel momento della distribuzione della posta che il regista racconta con partecipata commozione – è la scelta di utilizzare volti sconosciuti con l’eccezione di Claudio Santamaria nel ruolo del capitano, in modo che il piccolo gruppo possa rappresentare tutti coloro che vissero quell’esperienza, non riuscendo a sopravvivervi o rimanendone segnati in modo indelebile.
Ad acuire il senso di abbandono che scaturisce dalla messa in scena contribuisce la fotografia del figlio del regista Fabio che utilizza il netto contrasto tra il buio della trincea, in cui le figure si staccano dall’ombra solo grazie alla debole luce delle lampade a olio, e il biancore dell’esterno sovente immerso nelle nubi o spazzato da bufere di neve. Le tinte sono per forza di cose tenui, slavate e l’unico colore utilizzato per contrasto è il rosso vivo del sangue: per gli altri sarà necessario attendere il sole che farà brillare il verde dei prati. Una sorta di liberazione destinata però a concretizzarsi quando la memoria della tragedia si sarà ormai andata dissolvendo, come rumina fra sé l’attendente (Camillo Grassi) nel breve monologo finale prima che i soldati riprendano a marciare nella neve fino al ginocchio sui titoli di coda accompagnati dalla tromba di Paolo Fresu, autore di una sommessa e dolente colonna sonora.
Regia: Ermanno Olmi
Con: Claudio Santamaria, Camillo Grassi, Niccolò Senni, Alessandro Sperduti, Stefano Rossi

John Doe: “The westerner”

(Pledge Music 2016)

Magari è solo l’ennesima declinazione dell’adagio che si nasce incendiari e si muore pompieri, ma è innegabile che ci sia una nutrita pattuglia di musicisti che hanno brillato sotto le bandiere del punk che si sono avvicinati a una musica più tradizionale o, comunque delle radici. Il fenomeno è a dire il vero soprattutto statunitense e può avvenire con gradi diversi di intensità: nel caso di John Doe la traccia è segnata fin dal titolo e, soprattutto, dallo scoprire che il disco è stato coprodotto da Howe Gelb.
Ne esce un album che è contrassegnato da una fusione di country, rock e blues che pare ispirata da questo e quel luogo sui bordi di una zona desertica del Sud-Ovest, magari in quell’Arizona cantata in una delle tante ballate che caratterizzano il lavoro e intitolata per l’appunto Alone In Arizona. I momenti più rallentati lasciano immaginare un viaggio verso il tramonto o un falò sotto le stelle e si possono ascrivere fra i passaggi più affascinanti: si ascrivono alla categoria sia le più corpose Sunlight e a A Little Help, dove gli strumenti sono elettrici e le tastiere si combinano alla slide, sia due brani come Sweet Reward (dove brilla un alieve luce di speranza fra tematiche prevedibilmente poco allegre) e The Other Shoe, entrambi costruiti solo su acustica e voce con la seconda ad introdurre solo nel finale qualche sfumatura in più.
In A Little Help è presente Chan Marshall, a confermare che l’utilizzo della voce femminile rimane fondamentale per John sin dai tempi dei duetti con Exene Cervenka che qui non c’è, ma che viene spesso evocata: di suo c’è la firma sotto a Go Baby Go, nella quale a far le sue veci c’è Debbie Harry in un rock da bar che si incarica di alzare la temperatura pur regalando un piacere solo epidermico. Il riferimento alla storica compagna degli X non è il solo legame con il passato: non bastasse la struttura dei brani, si possono citare quell’organo che fa tanto Manzarek imbarcato sul treno dell’iniziale Get On Board oppure il campanaccio che apre Drink On Water, l’altro episodio più tirato.
Vista l’atmosfera complessiva, un po’ sorprendere che la conclusiva Rising Sun si inoltri in territori leggermenti diversi, con il suo incedere poco rassicurante sullo sfondo di un blues polveroso, ma è solo un’altra sfaccettatura di un’attenzione a un passato che viene riproposto magari senza particolari spunti originali, ma comunque con classe e gusto. Tra vecchie storie, stacchi di chitarra al punto giusto e un timbro vocale subito riconoscibile, questo non può essere altro che un disco di John Doe: un limite, forse, ma pure una sicurezza perché i suoi trentacinque minuti scorrono senza cadute di tono e, specie se si è sensibili all’argomento, si fanno riascoltare spesso e con piacere crescente.

Thomas Mann: “La montagna incantata”

La montagna incantata Doveva essere un romanzo breve che raccontasse in chiave sottilmente umoristica la vita nei sanatori montani contro la tubercolosi, di cui l’autore aveva fatto esperienza accompagnandovi la moglie. Ben presto, però, il libro ha forzato la mano, come ricordato dallo stesso Mann, diventando opera richiedente lunghi anni di lavoro sino a trasformarsi nel poderoso (e ponderoso) ritratto di un mondo al tramonto, ovvero la società borghese che uscirà modificata nel profondo dal primo conflitto mondiale.
I tratti originari si notano ancora soprattutto nei primi capitoli, con l’arrivo del giovane ingegnere amburghese Hans Castorp per una visita di tre settimane al cugino Joachim e la sua introduzione ai riti quotidiani e alla varia umanità del lussuoso luogo di cura. Come quella che doveva essere una veloce parentesi nell’esistenza del protagonista muta in un lunghissimo soggiorno di sette anni, la natura del libro cambia: il sorriso dello scrittore è riservato quasi in esclusiva agli inciampi del suo personaggio mentre ne viene descritta la vicenda in un romanzo di formazione spirituale – quanto di tedesco c’è in questo… – staccato in buona parte dalla comune quotidianità.
L’anima di Hans è contesa tra il positivista Settembrini e il nichilista Nafta: il primo è a tratti utopico fino alla parodia (l’enciclopedia delle sofferenze) anche se con il passare delle pagine Mann lo guarda con crescente simpatia, il secondo si distingue per le continue provocazioni che inserisce nelle sue sottigliezze gesuitiche. Durante le lunghe passeggiate montane, le schermaglie dialettiche tra i due analizzano ogni aspetto dell’uomo visto come animale sociale, ma risultano a volte talmente estenuanti che non stupisce come Castorp subisca il fascino di quel Peeperkorn che entra in scena nell’ultimo terzo con vitalità dionisiaca al limite del grottesco e forte personalità.
L’imponente figura è il nuovo amante di Claudia Chauchat, la giovane russa dai tratti quasi felini di cui il protagonista si invaghisce in maniera cerebrale – in molti aspetti morbosa – e che è uno dei motivi che spingono Hans a rimanere al Berghof. Tra gli altri si possono individuare almeno una fascinazione per la morte o, per meglio dire, per il rapporto della stessa con la vita (va ricordato che di tisi si moriva spesso giovani) e il distacco dalla realtà quotidiana, là nel ‘piano’, i cui riflessi giungono sempre più ovattati mentre Castorp elimina un legame dopo l’altro sino a rinunciare all’amata marca di sigari: al contrario di Joachim, che si ribella fino a mettere a repentaglio la propria salute, Hans si chiude in un bozzolo protettivo nel quale ignorare i clangori della storia.
Non si può però fuggire in eterno e l’ultimo, meraviglioso capitolo catapulta il protagonista in qualche mattatoio sul fronte occidentale descritto con paragrafi dominati dal fango e dal sangue per una concretezza degli elementi che si pone al polo opposto dell’esitenza ‘astratta’ del Berghof, alla quale la lega solo la tragedia, qui però insensata, delle morti prima del tempo.
Come si vede, ne ‘La montagna incantata’ succedono molte cose, ma, al contempo, dal punto di vista concreto accade ben poco: qualcuno muore, qualcuno arriva mentre Castorp medita oppure dialoga oppure viene preso da piccole manie a cui si volge con dedizione assoluta (le visite ai moribondi e, antitetico, il grammofono), circondato da un’umanità benestante, ma, con l’eccezione dei succitati ‘maestri’, vanesia e fondamentlmente vuota, come riassunto con arguzia nel capitolo dedicato alle sedute spiritiche. Un simile complesso di situazioni – alle quali va aggiunta un’idea irrazionalmente relativa del tempo – fa sì che navigare fra queste pagine non sia semplice: Mann si sforza di mantenere il tono lieve, ma, d’altra parte, è evidente come tenga ai trattare qualsiasi dei millanta argomenti affrontati con la maggiore precisione possibile, sia in ambito umanistico, sia in quello scientifico (e pazienza se alcune convinzioni, specie in medicina, risultano oggi sorpassate).
La conseguenza è che, per apprezzare al meglio (e in attesa di una rilettura, come consigliato dall’autore) è necessario lasciarsi avvolgere dall’atmosfera del romanzo, resistendo alla tentazione di vedere simboli ovunque e abbandonandosi ai momenti di grande letteratura presenti con generosità e per i quali basti citare i capitoli che narrano la (folle) giornata sugli sci in solitaria di Hans e la scena del duello.

Viva la libertà

(Ita 2013)

Come il successivo ‘Le confessioni’, questo è un film precisamente politico, ma con la differenza che evita la trappola dell’algida costruzione ideologica attraverso l’azzeccata umanità e la funzionale dinamica dei suoi personaggi. Tanto che, alla fine, laddove il messaggio riguardante i potenti potrebbe essere tacciato di semplicità se non di semplicismo (la casta lontana dalla gente i cui bisogni possono essere compresi da chi li guarda con animo diciamo così innocente, le lotte intestine con tanto di simil-D’Alema visibile in filigrana dietro al De Bellis di Andrea Renzi, il buonismo un po’ veltroniano che spunta qua e là), la storia che vi ruota attorno coinvolge e appassiona preferendo i toni della commedia – sia pur amara – confezionata in maniera mirabile: il risultato è che, benché ne siano successe di ogni nei quattro anni passati dalla prima uscita in sala, l’opera risulta ancora attuale.
Per raggiungere lo scopo, Andò prende spunto dal suo romanzo ‘Il trono vuoto’ e, assieme ad Angelo Pasquini, sfrutta al meglio il vecchio espediente del doppio. Enrico è il segretario disincantato di un grande partito d’opposizione – le citazioni più sopra non sono casuali – che decide di interrompere il traccheggiamento del potere facendo perdere le proprie tracce: per uscire dall’impasse, lo si sostituisce con il gemello Giovanni, professore che non ha tutti i giovedì a posto, ma sa unire a una notevole empatia le parole giuste per farsi ascoltare dall’uomo della strada.
Mentre Enrico in Francia ritrova una vecchia fiamma (Valeria Bruni Tedeschi) che lavora nel cinema e arriva a non disdegnare addirittura il lavoro manuale, Giovanni incanta non soltanto le folle, ma pure le persone, dapprima scettiche, che lo circondano, inclusi l’assistente Andrea (Valerio Mastandrea), la scafata funzionaria (Anna Bonaiuto), e riesce persino a intenerire la moglie di Enrico, Anna (Michela Cescon).
Le ottime interpretazioni di tutto il cast – e non si possono non citare la breve apparizione di Renato Scarpa e, soprattutto, l’esuberante Furlan dell’ultranovantenne Gianrico Tedeschi – vengono però messe in ombra da Toni Servillo, attorno al quale il film è costruito e che si disimpegna da par suo nel ruolo bifronte di Enrico e Giovanni senza mai andare fuori dalle righe a parte qualche sporadica eco gambardelliana: con cura è disegnata la differenza (di modo, di sguardi, financo di postura) fra i due gemelli che va via via riducendosi fino a essere inapprezzabile in un finale di scarni dialoghi e intense situazioni.
Si tratta dell’ultimo tassello che sottolinea l’accurata regia di Andò in un lavoro quasi sempre lontano dalla banalità nelle scelte – le evidenti eccezioni essendo i ‘santini’ di Giovanni fra gli operai e nelle scuole oppure la scena con la canceliiera – oltre che caratterizzato dall’espressività delle inquadrature grazie all’ottima apporto della fotografia di Maurizio Calvesi impreziosita sovente da plastici chiaroscuri.
Regia: Roberto Andò
Con: Toni Servillo, Valerio Mastandrea, Valeria Bruni Tedeschi, Michela Cescon, Eric Nguyen

Georges Simenon: “Il cavallante della ‘Providence’”

Il cavallante della «Providence» Alla sua seconda uscita, sempre risalente al 1930, Simenon spedisce subito il suo Maigret in provincia per risolvere il mistero della morte di una bella e ricca signora trovata assassinata sotto un mucchio di paglia in una stalla lungo un canale laterale della Marna, tra Dizy e Vitry-le-François. L’interesse del commissario presto si appunta su due imbarcazioni, un piccolo ma lussuoso yacht al comando di un inglese alcolizzato marito della donna e una chiatta da trasporto trascinata dai cavalli accuditi dall’uomo del titolo.
La storia gialla è, seppur non trascendentale, ben costruita con l’autore che si preoccupa di sviare l’attenzione con falsi indizi per poi incanalare la narrazione verso la soluzione più ovvia: ciò che si rivela di maggior fascino è però la ricostruzione del piccolo mondo in cui si svolgono gli avvenimenti, mondo peraltro conosciuto dallo scrittore che visse per qualche tempo su un’imbarcazione ormeggiata in un canale.
Pare così di vedere il viavai di mezzi che si susseguono o si incrociano sulla via d’acqua quando non aspettano con pazienza il loro turno alle chiuse mentre attorno si agita un’umanità minuta composta da cavallanti, battellieri, guardiani delle chiuse stesse, molti se non tutti affiancati dalle rispettive donne: una vita fatta di levatacce e molta fatica alleggerita di tanto in tanto da un bicchierino o da un boccone all’osteria.
E’ netto il contrasto con l’equipaggio del battello da diporto guidato da sir Lampson: Simenon esegue qui uno dei suoi numerosi ritratti di deboscia altoborghese, tra benestanti intenti a sperperare il proprio denaro e arrampicatori sociali o piccoli profittatori che cercano di sfruttarli il più possibile (lady Lampson, Willy, Gloria e le due prostitute sono tutte variazioni sul tema, con le ultime a essere di gran lunga le migliori), tanto che l’unico che alla fine rimane è Vladimir, marinaio russo che veste, si muove e beve in modo assai somigliante al protagonista di ‘Senza via di scampo’.
Muovendosi tra questo numeroso gruppo di figure, Maigret procede con il consueto non-metodo di lasciarsi scorrere i fatti addosso finchè non brilla la giusta intuizione, dando nel frattempo prova di una notevole condizione fisica visto che si sciroppa all’incirca settanta chilometri in un solo giorno a cavallo di una pesante bicicletta lungo un’alzaia piena di fango e di pozzanghere (quasi superfluo dire che piove assai di frequente e, quando non accade, l’atmosfera è gonfia di nuvoloni e umidità…).

Il maledetto United

(The damned United, Gbr 2009)

Di norma, al cinema gli sport faticano a funzionare e, fra di essi, il calcio è uno di quelli più difficili da maneggiare. Aggiungendo che il bel libro di David Peace da cui è tratto, con i suoi salti temporali e le variazioni del punto di vista narrativo, non è certo immediato da trasporre sullo schermo, il rischio che questo film fosse un glorioso fallimento non era da sottovalutare: l’abile penna di Peter Morgan è però riuscita a evitare tutti i trabocchetti, raccontando in maniera viva ed emozionante una storia del calcio che fu.
Come nel romanzo, il fulcro è nel passaggio dell’emergente allenatore Brian Clough (Michael Sheen) dal Derby County – portato dai bassifondi della Seconda Divisione al titolo di campione d’Inghilterra in una lunga serie di flashback – all’odiatissimo Leeds United appena lasciato dall’arcirivale Don Revie (Colm Meaney) per la panchina dei Tre Leoni: il suo sogno è portare la sua idea di calcio pulito in un ambiente abituato a qualsiasi bassezza pur di ottenere il risultato, ma l’unico frutto di una tal semina è venire inesorabilmente respinto.
Perché Brian è uno che non è capace di stare zitto ed è allergico ai compromessi così tanto da inimicarsi la squadra – che, a partire dal capitano Bremner (Stephen Graham), già non lo vede di buon occhio – sin dal primo incontro: una testardaggine seconda solo all’autostima che si trasforma in vera e propria spocchia quando lo trascina allo scontro con il collaboratore di sempre Peter Taylor (Timothy Spall). Il ritorno a Canossa è il primo passo di una nuovo miracolo che si chiamerà Nottingham Forest, ma è anche uno dei momenti in cui il film sa come far vibrare le corde dell’emozione mettendo in scena lo scontro duro eppure non del tutto serio tra due uomini che si conoscono e si stimano da una vita.
La famiglia di Clough ha respinto il lavoro come non veritiero, ma già nel volume ispiratore lo scrittore sottolinea come il suo sia un prodotto di finzione ispirato a fatti avvenuti: la descrizione delle psicologie è ammirevole, con Peter che fa da frenatore a un Brian peraltro abbastanza ‘ripulito’ rispetto a quello su carta, e con entrambi che puntano a dare una scossa a un mondo un po’ imbalsamato, riassunti nel presidente del Derby Longson (Jim Broadbent), e che si prende troppo sul serio.
Il calcio giocato rimane solo sullo sfondo – poche sequenze ricostruite e numerosi spezzoni d’archivio – ma è rappresentativo di un modo di intendere questo sport che si è oramai perduto per sempre a favore di una commercializzazione imperante: la visione è tutto meno che edulcorata – scarpate a tradimento, campacci inguardabili, fango, lanci lunghi – eppure una punta di nostalgia si fa sentire. Non poco contribuisce la bella ricostruzione ambientale attraverso i colori smorzati della fotografia di Ben Smithard che ben illustrano un ambiente fatto di case popolari e campetti di periferia sui quali incombe il cielo sovente plumbeo del nord dell’Inghilterra, tanto che il protagonista riesce a sentirsi fuori posto semplicemente andando a Brighton.
Su di questa base, Tom Hooper utilizza al meglio la brillante sceneggiatura per una narrazione che non ha momenti di stanca e guidando con sicurezza un cast di notevole spessore in cui spiccano il mai troppo lodato Spall – non per nulla l’unico lontano fisicamente dalla figura reale di Taylor – e Sheen, impegnato a dar vita ad un altro personaggio contemporaneo dopo David Frost e Tony Blair, che impersonano una coppia di malati di calcio – memorabile la scena della telefonata con le mogli (Gillian Waugh e Elizabeth Carling) che li richiamano alle rispettive cene – capaci di vincere anche remando contro corrente.
Regia: Tom Hooper
Con: Michael Sheen, Timothy Spall, Colm Meaney, Jim Braodbent, Stephen Graham

Norman Spinrad. “La civiltà dei solari”

La civiltà dei solari Il romanzo d’esordio di un venticinquenne a metà degli anni Sessanta: si spiegano in questa maniera con facilità le ingenuità nella costruzione della storia e gli sbandamenti idealistici che caratterizzano un libro che offre comunque un discreto intrattenimento contraddistinto da alcuni spunti brillanti.
La Confederazione dei mondi abitati dagli umani sta combattendo un conflitto secolare e perdente contro i feroci Duglaari riponendo l’unica speranza nel sistema solare originario (cioè il nostro) che si è da un paio di secoli come estraniato dall’alleanza (nonché dalla lotta). Quando una piccola nave terrestre compare sostenendo di avere la chiave per la vittoria, sorgono spontanei i sospetti, ma allo striminzito equipaggio di sei persone viene concesso di provare un abboccamento col nemico.
Li accompagna Palmer, comandante di flotta all’inizio dubbioso e poi sempre più affascinato dai compagni di viaggio e dal loro modo di vivere: il gruppetto giunge infine a sfidare i Dug a casa loro per trascinarseli quindi dietro fino al Sole in una conclusione che si intuisce già parecchi capitoli prima.
Il finale un po’ telefonato appartiene al numero delle ingenuità sopra accennate assieme ai peana invero esagerati alla razza umana e a qualche eccesso nell’uso dei punti esclamativi (il che fa pensare che, almeno nelle intenzioni, l’opera fosse rivolta a un pubblico giovanile): sull’altro piatto della bilancia c’è però una visione molto ‘umanista’ del futuro, con il suggerimento che l’uomo deve fare più affidamento sulle proprie risorse nascoste che sulle macchine.
Così le ostilità contro i Duglaari (che si rivelano essere una sorta di Vulcaniani che hanno volto la razionalità in ferocia) sono in pratica una guerra di posizione dominata dai computers e la soluzione proposta dai Solari è invece del tutto psicologica: d’altra parte, la loro nave è del tutto priva di cervelli elettronici, il che consente al libro di affrontare con meno difficoltà il gap tecnologico del mezzo secolo trascorso dalla prima pubblicazione.
Interessante è anche il tipo di civiltà che Spinrad immagina per la Terra e per i pianeti a essa vicini, in cui l’empatia e le affinità elettive hanno rimpiazzato le strutture sociali imposte dall’esterno; è però inquietante il processo attraverso il quale si è approdati a una simile conquista.